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di Luigi Lombardo

“Marzu e aprili acqua a-mmaifiniri”.
Nel proverbio si nasconde l’eterno cruccio del contadino, ieri come oggi: la pioggia, chiamata acqua. Comunque veniva, era benvenuta. Presso la “mastranza”, quando era fitta e continua si ripeteva: “Acqua assuppa-viddanu”. Al che i contadini, colpiti dalla sottile ironia dei mastri, che lavoravano al coperto, rispondevano: “Assuppaviddanu? assuppa cu è n-cianu”, come dire tutti siamo al coperto quando piove; oppure si ironizzava sui “cavalieri”, i borgesi: “Assuppaviddanu: e sponza cavalieri”, che era un augurio a che i borgesi e i massari si inzuppassero d’acqua fino ad assammariari, che vale affogare nell’acqua.

(foto ilsicilia.it)

Per la pioggia il contadino indossava la giucca d’orbace, col cappuccio rialzato, il borghese già disponeva di grandi ombrelli cerati. Comunque ci si adattava, tanto era necessaria la pioggia. Se piove leggero si dice “similia” o anche “pipiriddia” o anche “ciuviddichia”. La stagione più propizia per la pioggia era il periodo autunnale, al tempo della semina, la pioggia favoriva la copertura del seme. Anche ad agosto un bello scroscio d’acqua (detto “rrampata”) era accetto: “acqua r’austu: uogghiu, meli e mustu”.

Ma a giugno era acqua maledetta: “Acqua di giugnu: consuma lumunnu”. Quest’acqua utile all’agricoltura aveva un nome assai significativo, perché si chiamava acqua “ghiogghia”, cioè l’acqua del contadino (gheorghios). La siccità lunga e prolungata era la rovina del contadino. Per questo una serie di riti scongiuratori venivano messi in campo: processioni, preghiere, invocazioni. A Palazzolo le donne, invocando la Madonna della Grazia, intonavano questo canto: “Signuruzzu ciuviti ciuviuti, ca li lauri su mmuorti ri siti, e mmannatini una bona, senza lampi e senza trona. E se bbui nun la mannati siemu poviri e scunsulati, e priati a vostru figghiu ch’è cciù beddu ri lu gigghiu, di lu gigghiu natu all’uortu, vostru figghiu n-cruci è muortu, iacqua ri fonti e iacqua ri cielu, o Maria la grazia vuliemu”.

(foto blog.libero.it)

In segno di gioia i bambini ripetevano la seguente filastrocca: “Ciovi, ciovi, e la iatta fa li provi, e lu surci si marita, cu li causi di sita”, una filastrocca molto diffusa in Sicilia. D’altra parte il gatto che si liscia i baffi o si lava la faccia era segno di futura pioggia: “Quannu a iatta si lava a facci, è ssignu c’a-ccioviti”.

L’acqua è preziosa quanto il sale e un buon consiglio: “Acqua cunsigghi e sali, senza addumannati nun l’a-ddari”. L’acqua associata al vento e al sole favorisce lo sviluppo della pianta: Acqua e-bbientu fa frummientu, acqua e suli fa lauri. Per le fave in fiore l’acqua è preziosa: “Favi n-ciuri, acqua a tutti l’uri”.
Fondamentale è per il contadino conoscere i segni del tempo relativi alla pioggia. Le gru che passano in schiera sono segni di pioggia; i corvi con il loro verso “Qua, qua, qua”, per il contadino annunciano la pioggia futura.

(Foto Pixnio)

I vecchi lunari si occupavano moltissimo della pioggia e dei segni per pronosticarla. Traiamo questo brano da un antico lunario siracusano:
“Acqua pluviale, la quale fa quelle campanelle sopra la terra, oltre al solito denota acqua assai. Acque poche nell’inverno, dinota la primavera esser d’acquosa assai. Calore d’estate intenso e più pungente del solito, significa futura pioggia (suli ca si vagna). Luna col cerchio negro significa pioggia. Nebbia bianca e grossa, che dimostra turrioni, significa acqua e tuoni”.

(foto retemeteoamatori.it)

Capisco che si possa sorridere davanti a queste “fole”; ma pensiamo alla solitudine del contadino (e dell’uomo in generale) davanti ai fenomeni naturali, imprevedibili certo, che la sapienza popolare rendeva comprensibili, attraverso la parola, che interpretava il mondo.

(foto istitutoeuroarabo.it)

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