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Oggi, 8 marzo, anche il nostro blog, vuole ricordare la festa della donna in una prospettiva diversa dal solito, parlando della triste storia della condizione femminile dentro le mura dei conventi di clausura siciliani e di come quella scelta, spesso imposta con violenza dalle famiglie di appartenenza, abbia però prodotto il ‘miracolo’ dell’invenzione di una pasticceria apprezzatissima in tutto il mondo.

di Simona Canzonieri

La storia della pasticceria siciliana è intimamente legata a quella dei monasteri di clausura femminili. All’interno di quei luoghi d’esilio, dal XV al XVIII secolo, vennero creati o perfezionati i dolci siciliani più celebri e tutt’ora apprezzati come i cannoli, le cassate o la frutta martorana.

L’abate e poeta Giovanni Meli in ‘Li cosi duci di li batii’ (libello del XVIII secolo pubblicato solo nel 1911) racconta che a Palermo nel 1700 erano ventuno i monasteri di clausura femminili che confezionavano dolci. Piccoli scrigni di delizia per gli occhi ed il palato, i dolci delle suore venivano regalati alle più alte autorità palermitane come ringraziamento per i servizi ricevuti, e venduti ai concittadini di ogni ceto sociale che ne apprezzavano l’estrema bontà ad un prezzo accessibile.

L’abate poeta Giovanni Meli e Giuseppe Pitrè, studioso di tradizioni popolari siciliane

Gli ingredienti erano quelli semplici del mondo contadino: arance e limoni, mandorle e pistacchi, miele, ricotta, farina e zucchero naturalmente. E poi le spezie: cannella, chiodi di garofano, anice, noce moscata. Particolare attenzione era rivolta infine alla decorazione, tutto veniva abbondantemente ricoperto di glassa, confetti e frutta candita.

Ciascun monastero vantava la sua propria specialità. Giuseppe Pitrè ne ‘la Vita in Palermo cento e più anni fa’ scrive che il vero blasone di ogni monastero non era lo stemma di marmo o legno inciso sul portone principale ma il dolce che si preparava al suo interno.

Palermo. La chiesa della Badia Nuova

Il monastero della badia Nuova confezionava i migliori cannoli e le più apprezzate teste di turco della città; le Benedettine del Monastero di Santa Andrea delle Vergini erano specializzate nel Trionfo di Gola: dolce citato anche nel ‘Gattopardo’, formato da strati di crema e pan di Spagna ricoperti di pistacchi e frutta candita; le Benedettine della Martorana preparavano la frutta di pasta di mandorla che a loro deve il nome di frutta martorana; le domenicane di S. Caterina il biancomangiare. Le ricette rimanevano all’interno dei monasteri: tramandate per lo più oralmente da suora a suora, venivano custodite gelosamente.

Il ‘trionfo di gola’ (a sinistra) e il ‘biancomangiare’

La scrittrice Maria Olivieri nel suo libro ‘I segreti del chiostro’ – pubblicato nel 2017 – racconta l’arte dolciaria monastica attraverso le storie delle ultime depositarie di questa preziosa sapienza. L’autrice descrive i dolci e le ricette, la cura e l’attenzione delle mani laboriose per gli impasti e le decorazioni; gli ambienti di lavoro: spartani laboratori di pasticceria con grandi spianate di marmo e utensili di rame e legno.
Il libro è inoltre un prezioso strumento per gettare uno sguardo sulla complessa struttura gerarchica dei monasteri: dimenticate dal mondo e rinchiuse a vita tra quattro mura, le monache non erano comunque estranee a dinamiche sociali e giochi di potere.

Pitrè, raccontando l’ingresso di una suora in un convento di clausura, ci informa che numerosi sono gli impieghi all’interno del monastero: ‘sagristana, purtunara, cucinerà, spiziala ed infirmerà, cillarària’; diverse anche le possibilità di salire di grado diventando ‘borsaria, rotaria, maestra delle educande o delle novizie, Priora, Badessa’.

La Oliveri accenna poi al fenomeno della monacazione forzata, assai frequente nei monasteri di clausura fin dalla loro fondazione nel XV secolo. Anche nelle famiglie nobiliari siciliane vigeva il principio del maggiorascato, secondo il quale il patrimonio familiare veniva interamente ereditato dal primogenito. I figli minori maschi potevano scegliere tra la vita monastica, non di clausura, e quella militare; alle figlie minori spettava peggiore sorte, queste non avevano infatti altra possibilità che la vita di clausura.

Sin dall’età di cinque o sei anni le figlie cadette seguivano l’educazione conventuale diventando educande, novizie e infine monache. Una vita di mancanze e privazioni in nome degli interessi della famiglia. Innumerevoli furono le donne segnate da questa forma estrema di violenza, un supplizio di cui non si è mai parlato abbastanza.

Per molte di queste donne l’arte dolciaria avrà rappresentato allora l’unica possibilità di riscatto, di evasione; una via d’espressione della loro creatività al di là dei rigidi regolamenti del monastero che incatenavano la loro esistenza; un modo per mantenere in ogni caso un contatto col mondo esterno. Dai loro laboratori di pasticceria improvvisati, all’interno degli stanzoni coi soffitti a volta, queste suore sono comunque riuscite a lasciare una traccia nella storia della nostra terra, cambiando le sorti della pasticceria siciliana.

Oggi è la giornata internazionale per i diritti sulle donne. I conventi di clausura sono ormai quasi del tutto vuoti, ma ancora numerosissimi sono i contesti in cui le donne vivono vite a loro estranee: costrette in ruoli sociali imposti dai condizionamenti di una cultura patriarcale.
A loro va il mio pensiero, oggi.

Luigi Conconi, ‘La capinera’, Tempera su carta

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3 Comments

  1. Giulia Cultrera Reply

    Analisi davvero interessante: bellissima ricostruzione e conclusione quanto mai appropriata. Complimenti!

  2. Concetta Laraffa Reply

    Veramente una meravigliosa e purtroppo veritiera realtà. Il fascino sui monasteri ci avvolge ancora oggi. Complimenti.

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