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Oggi è l’anniversario della nascita di Nereo Rocco: 20 maggio 1912. È stato un giocatore (centrocampista e attaccante) e allenatore di calcio. Molti lo ricordano, soprattutto gli anta, e tanti sconoscono chi fosse, certamente i millennials o giù di lì. Con il contributo di appassionati, agnostici di calcio o semplici nostalgici, tentiamo di tracciare un profilo del grande mister milanista con una semplice domanda. Nereo Rocco, cosa ricordi? I commenti sono graditi…

Nereo Rocco con la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale vinte dal Milan nel 1969

di Autori vari

Cosa sarebbe Coppi, nell’immaginario, senza Bartali? E Herrera, per gli interisti – il sottoscritto lo era – senza Rocco a capo dei Diavoli? Opposti estremismi. Che però, come i primi due che si passano la borraccia nella storica foto, si stringono calorosamente la mano nel catino di San Siro ribollente del derby. Ammetto: di fronte alla doverosa stima per il mirabolante “mago” venuto dall’Argentina, sotto sotto – sono mezzo veneto e questo reato per chi era di fede nerazzurra è stato forse prescritto – nutrivo un segreto tifo per “el paròn” da Trieste. Il cappello calcato su quel volto squadrato tra il rude e il bonario che, ai tempi, incontravi ai mercati di bovini dove gli affari finivano a pacche sulle spalle. E lui gli affari li faceva in campo e fuori, con i giocatori che già nel nome si rivelavano di stazza giusta per il suo “catenaccio”: Bigon, Blason, Trapattoni, eccetera. Ma se occorreva cervello fino, ecco che lanciava un Rivera che pareva un vitellino da latte. Quel linguaggio cresciuto sulla crusca delle Tre Venezie – “Speremo, ciò”,”Daghe”, “‘Ndemo ragazzi”- un altro mito. Ma Herrera era il nostro condottiero. E allora? Cartesio non l’avevo letto ma adesso quasi quasi direi che nella descrizione dell'”anima generosa”, la più nobile delle passioni che svetta proprio nelle situazioni di conflitto, il filosofo di La Haye avesse voluto anticiparmi. Modestamente.

Andrea Biglia (ex giornalista del Corriere della Sera)

Il Paròn insieme all’allenatore dell’Inter Herrera

Cosa ricordo di Nereo Rocco? L’odore di polenta e onestà che sprigionava nelle interviste, il colore rosso-gioia naturale del suo viso che riprendeva la pelle impomatata di grasso di un pallone pesante, ruvido e anarchico. Nereo Rocco è stato il Milan per me. Da interista non l’ho mai visto nemico ne avversario, quasi uno zio, piuttosto!
Lo ricordo quando parlava concitato anche in tv del suo mitico direttore tecnico, Gipo Viani, veneto di Treviso. I due si parlano solo in dialetto. Una volta un giornalista gli chiese come fossero i suoi rapporti con il direttore tecnico e lui: “Ottimi. Quando si vinceva era merito di Gipo. Quando si perdeva era colpa mia. Meglio di così!” Ricordo anche che quando al Milan arrivò Buticchi lui manda tutti a quel paese e torna alla Triestina in serie C. Il destino di un uomo è il suo carattere – diceva Eraclito – e il suo carattere lo riportava sempre al Milan. Rocco ha discusso e litigato con tanti. Una volta a Padova, i tifosi dell’Inter lo hanno riempito di sputi, tanto che il presidente Moratti, dispiaciuto, si è scusato e gli ha regalato un impermeabile.
Quando gli chiedevano delle discussioni con Nils Liedholm? “Quel mona del Baròn. Con lui dovevo parlare per forza in italiano”. E infine, ma chissà se è vero, ebbe un frainteso con un giornalista francese che lo stimava molto: “Monsieur Rocco, mon ami… Mona a mi? Mona a ti, e anca testa de casso!”. C’era l’attaccamento alla maglia e al proprio paese, non si andava ad allenare all’estero e quindi non si conoscevano le lingue. Credo che il Paròn, l’unica lingua che conosceva e apprezzava era quella “alla vaccinara” magari accompagnata da una Coppa dei Campioni di buon vino!

Giovanni Catania (poeta)

Nereo Rocco con Nils Liedholm (foto omega)

Nereo Rocco? Lo ricordo come uno dei principali personaggi raccontati da Giovanni Guareschi in Don Camillo. Per me il grande allenatore rossonero era Peppone. Lo associavo a Gino Cervi nella straordinaria interpretazione di Giuseppe Bottazzi che rese immortale la serie cinematografica. Così come lo erano Rocco e Herrera. Quel dualismo ante litteram era davvero pieno di sottintesi e bonarie frecciatine. In realtà i due si rispettavano e forse si volevano anche bene. Sarà nostalgia, sarà una malcelata vanità degli anni giovanili? Sarà un po’ di tutto questo, ma sicuramente il mister triestino era un esperto amante del buon vino e della convivialità. Lontano anni luce dalla lussureggiante arroganza mediatica dei burattinai dei nostri tempi. Come mi manchi vecio…

Maurizio Di Gregorio (ex giornalista Corriere della Sera)

Sopra l’indimenticabile Gino Cervi nei panni di “Peppone” e sotto Nereo Rocco con il mitico cappello

Ci stava bene Nereo Rocco in quel Milan e in quella Milano primi anni ’60. Operosa, non retorica, con i suoi monumenti grigiastri non ancora sbianchettati. Accoglieva questo allenatore di origine triestina (come un affermato giocatore milanista, Cesare Maldini) schietto, di profonda saggezza umana e tattica, maturata in tanti anni di carriera, prima come calciatore e poi in qualità di allenatore di crescente fortuna. Rocco arrivava dalla provincia, Padova, dove aveva allenato una squadra dalla difesa rocciosa e con attaccanti di tutto rispetto come Hamrin e Brighenti. L’adattamento del suo calcio difensivo al Milan non fu immediato, ma Rocco ci mise poco a trovare la quadratura tra la necessaria copertura difensiva e l’esigenza di un attacco incisivo, elegante, favorito da attaccanti di classe come Altafini e dall’estro tecnico di Rivera, per il Paròn un amico, un figlio più che un giocatore.

La quadratura riuscì così bene da regalare al Milan, dopo lo scudetto la prima Coppa dei Campioni nel 1963 – prima squadra italiana – in anni in cui in Europa dominava il calcio iberico con il Real Madrid e poi con il Benfica di Eusebio e Coluna, avversari del Milan nella finale di Wembley.
Sulla sponda interista stava in qualità di allenatore, in perfetta antitesi a Nereo, Helenio Herrera con i suoi campioni Suarez, Mazzola, Corso…
Mentre il Paron riusciva ad allentare la tensione con l’aria di dire “In fondo è un gioco, anche se, come tutti i giochi da prendere sul serio”, Herrera batteva il chiodo con tecniche motivazionali mai viste prima, per accelerare corsa e spinta agonistica e con proclami roboanti. Rocco si consegnava invece all’intervistatore con la sua parlata un pò legnosa che d’improvviso si scioglieva con garbato understatement. Come quando, prima della partita, rivolgendosi al suo difensore più arcigno: “Tu Rosato, stai sul tuo omo, e se poi prendi anche la palla..pazienza!”. E Rosato era tutt’altro che sprovveduto in fatto di tecnica. Rosato e Mora, due dei suoi campioni, se ne sono andati troppo presto. Credo, addirittura prima di Nereo che voglio ricordare così. Pensieroso, scarpe da calcio ai piedi, cappello ben calcato in testa, lascia il campo di San Siro nella luce incerta di un pomeriggio autunnale.

Giambattista Gori (Ordinario di filosofia a Milano)

Insieme a Gianni Rivera e Giovanni Trapattoni

Caro Signor Rocco,
La chiamo così (e metto la «elle» maiuscola, come al buon tempo in cui l’educazione non era un optional ma un obbligo) perché non riuscirei a chiamarla Paròn né tanto meno azzarderei il tu. La chiamo «Signor Rocco» come i suoi giocatori che per Lei prova vano sacro terrore e infinito amore.
Non ci siamo conosciuti. Ci sfiorammo (o meglio fui io a farlo con reverente timore, nemmeno il coraggio di chiedere l’autografo, quante volte me lo sono rimproverato) in due occasioni. Una sera piena di pioggia e di gioia. Era il remoto 1968, l’anno delle grandi illusioni, quando da tanti buoni semi sortirono purtroppo piante velenose. L’anno prima, signor Rocco, Lei era tornato da Torino, aveva ripreso in mano quel Milan asfittico e malaticcio, l’aveva restituito alla sua dimensione vera di squadra campione. Scudetto e Coppa delle Coppe. Quella sera, passato il temporale, festeggiammo al campo sportivo di Parabiago intitolato a Libero Ferrario, grande e sfortunato campione di ciclismo.

Anni dopo. I miei inizi nel lavoro più bello, faticoso, insostituibile del mondo: il giornalista. Lei era comparso in un ospedale, portava una carrozzina a un bambino che meritava un po’ di felicità. Ruvidamente generoso, come tutti coloro che lo sono di cuore e non per posa, non gradì che il suo gesto fosse conosciuto. Attesi con il viso paonazzo e il cuore che batteva a mille che il suo ringhio si tramutasse in sorriso, che una mano enorme mi si abbattesse sulla spalla, che un «ciao, mona» concludesse quel fuggevole, indimenticabile incontro.

20 maggio 1973. Il Milan veniva da due secondi posti, l’anno prima un rigore negato e uno contro l’avevano privato della stella. Ma quell’anno no, non poteva, non doveva sfuggire. Invece. Il ritorno spaventoso da Verona. Sul pullman gente che piangeva, le bandiere a terra come stracci, gli striscioni abbandonati. Simboli di una disfatta. E la stella, vecchio Milan, la stella del decimo scudetto? Era il suo compleanno, Signor Rocco, ci pensa? Quel giorno il destino le fece il primo grande torto. Robustamente coadiuvato dagli errori altrui, ma anche dalla malevolenza, dall’insipienza, dall’arroganza prepotente di chi non voleva che il Milan vincesse lo scudetto. E qui mi fermo perché a distanza di tanti anni la rabbia non è ancora metabolizzata.

La seconda ingiustizia si consumò il 20 febbraio 1979. Perché non era giusto che Lei se ne andasse tanto presto e senza vedere la stella. Pochi mesi negati dal destino, tre soli, un respiro nella vita di un uomo. Il 20 maggio il Milan disputava a San Siro una partita senza storia con il Bologna. Il più bianco dei pareggi sancì il decimo scudetto. A pochi minuti dalla fine il grido «Mi-lan Mi-lan» si tramutò in «Roc-co Roc-co», scandito da decine di migliaia di voci. I fazzoletti non bastarono più e si pianse nelle bandiere, finalmente sciolte al vento. E senza vergognarsene.
Lo so, Signor Rocco, cosa pensa e cosa mi direbbe: tutte monade. E può essere. Ma la nostra vita è fatta anche di questo. Per fortuna.
Buon anniversario, Signor Rocco.
P.S. Forse non si è capito, ma sono milanista. Non ricordo un solo momento, da quando ho vita intellettuale, in cui non lo sono stato. Lo sono dalla nascita in una famiglia unanimemente, ancorché blandamente, interista. Dal momento che non ho motivo di dubitare di quella santa, virtuosissima donna di mia madre, qualcosa dunque deve essere intervenuto, nella gestazione o nel travaglio del parto, a infrangere le leggi della genetica.

Gabriele Moroni (giornalista del Giorno e scrittore) (“Il Paròn. Nereo Rocco nelle testimonianze di calciatori, amici e avversari”, edito da Mursia nel 2012

“Mister te sarà ti, muso de mona. Mi son el signor Nereo Rocco“. Grugniva non parlava. Bofonchiava, ma era chiarissimo. Era burbero, ma simpaticissimo, anzi spassoso. Appariva semplice,ma veniva da famiglia benestante. L’ho conosciuto personalmente, Nereo Rocco, negli spogliatoi di San Siro, nella sua ultima stagione milanese e milanista, il 1976/77. Io ero cronista al quotidiano pomeriggio La Notte, ma ogni domenica mi trasformavo in radiocronista telefonico per la radio privata Ambrosiana, di cui era titolare il mitico Pierino, padrone del ristorante sardo Su Nuraghe.
(Venivo pagato in… natura: cena domenicale nel ristorante dove si attovagliava parte dei giornalisti sportivi, fino a notte). All’epoca ero tifoso del Milan, anche se ero amico del giovane portiere interista Ivano Bordon. Rispetto a oggi, gli spogliatoi erano… spogli, come gli spalti, facili gli ingressi allo stadio, meno complicati, nel dopo partita, i contatti con giocatori e il mister, pardon Nereo. Poi lentamente tutto è cambiato. Il calcio – soprattutto quello disumano dei palestrati tatuati super pagati – mi è venuto a noia. Gradualmente per me le luci a San Siro si sono spente. Pur abitando, fino agli anni ‘90, a 100 metri dall‘impianto (ho assistito a bocca aperta alla posa del terzo anello) ho smesso di frequentarlo.
E ora vorrebbero addirittura abbatterlo, o abbandonarlo, per far spazio (si fa per dire) a una devastante cementificazione dell’area. Mister, non si rivolti nella tomba: dai campi celesti distolga lo sguardo dai tanti musi de mona.

Costantino Muscau (ex giornalista Corriere della Sera)

Il volto era imbronciato, come spesso gli capitava, tanto da essersi guadagnata la patente di “burbero”. Poche ore prima, il suo Milan aveva buttato al vento uno scudetto – lo scudetto della stella – sul campo del Verona (5 a 3, una disfatta impensabile alla vigilia). Era la sera del 20 maggio 1973, la Domenica Sportiva andava in onda con la conduzione dell’elegante Alfredo Pigna, mentre lui, Nereo Rocco, prestava il suo faccione agli impietosi primi piani del regista. Eppure fu quello il momento in cui – io sedicenne – ebbi nei suoi confronti un moto di ammirazione, che evidentemente mi è rimasto dentro.
Imbronciato ma non rabbioso, quel volto; il “pàron”, come veniva soprannominato, aveva accettato con contegno una sconfitta sulla quale non aveva puntato neanche il più temerario degli scommettitori. Per di più il Milan era reduce dall’aver vinto la Coppa delle Coppe a Salonicco, appena quattro giorni prima, tutti sicuri che sulle ali dell’entusiasmo lo scontro col Verona (che non aveva più nulla da chiedere) fosse solo il pretesto per allungare la festa rossonera. Tutti, tranne forse lo stesso Rocco, che aveva visto i suoi giocatori uscire affaticati e malconci dalla sfida di Coppa con gli inglesi del Leeds United, e per questo aveva chiesto al suo presidente di fare rinviare almeno di 24 ore l’ultima partita di campionato; la Lega aveva detto no, che bisogno c’era?

Il triste presagio gli si leggeva ancora negli occhi, quando Alfredo Pigna presentò lui e i suoi giocatori al pubblico televisivo della Domenica Sportiva; avrebbe avuto di che recriminare, il mister, prendere in mano quel microfono e riversargli addosso tutta la sua rabbia, magari farsi scappare una delle sue tipiche imprecazioni in colorito dialetto triestino. E invece, atteggiamento composto il suo, braccia conserte. Un silenzio interrotto solo da brevi frasi, le scuse ai tifosi, un grazie ai giocatori che comunque avevano dato tutto. Da buon padre qual era, aveva portato i suoi ragazzi – immancabilmente in divisa, giacca e cravatta – a mostrarsi davanti all’intera Italia calcistica: “Dovevamo onorare l’impegno preso con la Domenica Sportiva, ed eccoci qua, anche da sconfitti…”. Perso lo scudetto, non bisognava perdere la dignità. La ricordo ancora come una lezione, di correttezza e di stile.

Nunzio Spina (Medico e scrittore)

La sconfitta della fatal-Verona (1973) (foto Ansa)

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1 Comment

  1. Michele Focarete Reply

    Una squadra perfetta deve avere un portiere che para tutto , un assassino in difesa , un genio a centrocampo , un mona che segna e sette asini che corrono ….il Paròn
    Nereo auguri
    Michele Focarete

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