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di Vito Castagna

CANTI VI – VII – VIII (prima parte)

Quando riaprii gli occhi, le due anime congiunte erano state ingoiate nuovamente della bufera. Col rammarico in cuore, eroso dalle loro parole, accettai di abbandonarli al loro destino e proseguii preceduto da Virgilio. Ci inabissammo lentamente tra i cerchi infernali. Il dolore e le urla sembravano stillare da ogni nostro passo, le impronte che ci lasciavamo alle spalle erano testimonianza della sofferenza trasmessaci da ciascun individuo che aveva incrociato il nostro sguardo, toccato le nostre vesti in cerca di pietà o sputatoci addosso una bestemmia.

L’incontro con Paolo e Francesca

Golosi, avari e prodighi pagavano senza posa gli eccessi delle loro indoli malsane. Chi si era ingozzato con avidità era sorvegliato dai sei occhi di Cerbero e veniva tempestato da una grandine violenta; chi aveva accumulato ricchezze con ingordigia era stato trasfigurato e costretto a spingere un masso per tutto il cerchio, così come chi aveva scialacquato i beni altrui senza remore.

Prodighi e avari si scontravano tra di loro seguendo itinerari opposti, colpendosi ed offendendosi nella loro miserabile condizione. Incappammo in loro, dopo aver udito le parole del mio concittadino Ciacco. Ci districammo tra quelle membra stremate senza riconoscere nessuno. Oltre all’acre puzzo di sudore, mi colpì la tonsura del capo di quest’ultime anime. Virgilio, saggiamente, mi rivelò che molti di loro erano chierici, cardinali e papi e che tutte i beni del mondo non avrebbero potuto placare la loro sete di ricchezza.

Cerbero

Accelerammo il passo. Per troppo tempo avevamo tardato sulla via, attratti febbrilmente dai tormenti dell’uomo. Giungemmo presso una fonte d’acqua scura che gorgogliava dalle viscere della roccia. La vena nera si riversava nella palude fetida dello Stige ed era costeggiata da un sentiero fangoso ed accidentato che fummo costretti a seguire. I miei calzari sprofondavano sempre di più nella melma.

Poi, l’acquitrino si aprì di fronte a noi e i suoi miasmi nauseabondi assalirono le nostre narici. Solo dopo esserci avvicinati, riuscii a scorgere delle anime che si aggrovigliavano nel fango. Gli iracondi affioravano dal pelo di quel liquido immondo e lo facevano ribollire con i loro frenetici movimenti. Con la bocca impastata di melma, alcuni urlavano un monito: «Noi fummo tristi in vita, covando un’ira incomprensibile. Ora ci rattristiamo nella palude nera!».

Gustave Dorè, Girone dei golosi. Dante parla con l’anima di Ciacco

Costeggiamo il pantano, poi, giungemmo ai piedi di una torre, sormontata da una fiaccola che era stata accesa al nostro arrivo. A questo segnale, ne seguì un secondo che brillò tra i vapori. Cosa poteva significare tutto questo? Mi rivolsi al mio maestro e lui mi rispose, cogliendo la mia preoccupazione: «Tra le onde sudice, potrai scorgere chi stiamo aspettando, sempre se i fumi del pantano non ti impediscano di vederlo». Fu proprio allora che scorsi una barca che fendeva le onde con impensabile velocità, tanto che nessun arco saettò una freccia nell’aria così rapidamente. Il nocchiero, giunto nei pressi della riva, si rivolse a me: «Finalmente sei arrivata, anima turpe!».

Giovanni Scifo, “Flegias”

Virgilio, immersosi nel fango fino ai polpacci, gli si fece incontro: «Flegias, tu gridi a vuoto! Verremo con te solo per oltrepassare la palude». Il demone, deluso da quelle parole, respinse nel ventre la sua ira. Poi, la mia guida salì sul legno e mi aiutò fraternamente nell’affrontare la stessa operazione.

Mentre stavamo fendendo l’acqua con la prua della barca, un dannato sbucò fuori dal fango e si aggrappò allo scafo. Resistendo alle onde, mi disse: «Chi sei tu, che giungi qui prematuramente?». Ed io: «Se sono qui, di certo non rimango. Ma tu chi sei? Che sei così brutto?». Il fango gli sommergeva il viso, sbucava con le braccia ancora forti e con altrettanta violenza veniva ricacciato nell’acqua. Sputando la melma, rispose: «Sono un’anima afflitta, non lo vedi?». Mi ritrassi indietro: «E rimarrai col dolore e la disperazione, spirito maledetto! Aspetta, io ti conosco, nonostante tu sia ricoperto di fango». A quella rivelazione, si protrasse furioso verso di me, pronto a gettarmi tra i liquami della palude.

Link al Canto quinto (seconda parte). CLICCATE QUI!

G. Stradano, “La barca di Flegias” (1587)

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