3.7
(3)

di Vito Castagna

(CANTO XXVI)

Fuggimmo mentre i diavoli cercavano di estrarre i loro compagni dalla pece. Sentivamo i loro insulti sempre più lontani, fino a quando il rimbombo di quelle urla si assopì, imprigionato dal catrame appiccicaticcio e nauseabondo che colava dalle pareti.

Riuscimmo a godere di pochi istanti di quiete. Barbariccia e i suoi sbucarono fuori all’improvviso, adirati contro di noi, colpevoli di averli fatti cadere nell’inganno di Ciampolo. Corremmo verso la sesta bolgia ma il mio fiato mi tradì; fu grazie all’intervento di Virgilio che riuscii a sfuggire alle torture. Egli mi prese in braccio e scese per una scarpata buia fino a quando non oltrepassammo i confini della quinta bolgia. A quel punto i demoni, poiché eravamo fuori dalla loro giurisdizione, arrestarono la loro corsa e ci lasciarono in pace.

Attraversammo la sesta e la settima bolgia interrogando quanti potevo.
Oh Firenze, rallegrati! Il tuo nome echeggiava in tutto l’Inferno! Tra i ladri avvolti tra le spire dei serpenti incontrai cinque dei miei concittadini, così tanti che ne provo ancora oggi vergogna. Seguii il mio maestro lungo una salita, tanto impervia che non potevamo avanzare senza aiutarci con le mani. Le lame di roccia e le schegge me le fecero sanguinare e provai un dolore così forte che al solo pensarci mi tremano le dita, come se si riaprissero quei lontani tagli.

Raggiungemmo il ponte dell’ottava bolgia e mi sporsi verso il basso. Come il contadino, che quando si riposa nelle notti estive guarda le lucciole che danzano sui campi che ha vendemmiato ed arato, così io vidi tante fiammelle che risplendevano nel fondo. Ne fui così attratto che quasi rischiai di precipitare. «Dentro quei fuochi ci sono delle anime, ogni peccatore è avvolto da una fiamma» mi disse Virgilio, vedendomi in quello stato di eccitazione. Ed io gli risposi: «Chi sono quei due che ardono sotto quel fuoco dalla punta biforcuta?». «Sono Ulisse e Diomede e sono puniti insieme perché sono come la vendetta che va a braccetto con l’ira».

La mia attrazione fu ancora più forte: «Ti prego maestro, ti prego mille volte! Se quella fiamma può, voglio parlare con lei. Non vedi come mi piego dal desiderio?». «La tua richiesta è degna di lode e io la accetto… Ma lascia fare me, so bene cosa vorresti chiedergli; loro sono greci e sarebbero restii a parlarti».

Quando la fiamma fu vicina, Virgilio attese prima di aprire bocca, come se le parole dall’emozione non riuscissero ad uscire: «Vi prego, se ho meritato la vostra stima in vita, quando scrissi di voi, fermatavi; uno di voi ci racconti dove morì».

La punta più alta cominciò a mormorare: «Quando stetti un anno con Circe a Gaeta, né la dolcezza di mio figlio, né il rispetto per mio padre, né l’amore di Penelope, riuscirono a vincere la mia sete di conoscenza del mondo. Mi misi in viaggio su una nave e coi pochi compagni rimasti, visitai le due sponde del Mediterraneo, vidi la Spagna, il Marocco e la Sardegna. Eravamo ormai vecchi quando raggiungemmo le colonne d’Ercole, un passaggio stretto che l’uomo non avrebbe mai dovuto oltrepassare. E allora io dissi ai marinai: Fratelli, che attraverso mille pericoli siete arrivati fin qui, non vogliate negare ai pochi anni che ci restano la conoscenza del mondo sconosciuto. Non dimenticate la vostra origine: non foste creati per vivere come bestie ma per seguire virtù e conoscenza. Dopo le mie parole, non riuscivo a trattenere i miei uomini; volgemmo la poppa a est, dei nostri remi facemmo le ali del nostro folle volo e veleggiammo verso sinistra. Navigammo cinque mesi, poi scorgemmo il monte Purgatorio. Ci rallegrammo per l’impresa, ma la nostra gioia durò poco: da quella nuova terra provenne una tempesta che scosse la prua della nave, facendola girare su sé stessa per tre volte. Alla quarta la poppa venne scaraventata verso l’alto e la prua verso il basso, così come piacque a Dio. L’ultima cosa che vidi sulla terra fu il mare che si chiudeva sopra di noi».

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