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di Giovanni Alescio 

Lo sport lo sappiamo, è uno spettacolo che trascende l’atto fisico e che si trasforma spesso in un’esperienza emotiva, tanto per gli atleti coinvolti, quanto per gli appassionati a casa e sugli spalti.
Sfido chiunque a non ricordarsi dov’era il 9 Luglio 2006 nel momento in cui Fabio Grosso si apprestava a calciare l’ultimo rigore e regalare all’Italia il titolo di Campione del Mondo.

La bellezza dello sport risiede infatti spesso nei momenti di trionfo, quando la dedizione e il sacrificio vengono premiati con la vittoria. È in questi istanti che lo sforzo collettivo o individuale, si cristallizza in una coreografia perfetta dove ogni movimento sembra frutto di un’armonia quasi soprannaturale.
Un gol vittoria al 94’ che decreta la salvezza di una squadra è l’apoteosi di questo incanto.

Fabio Grosso dopo il rigore-vittoria nella finale Italia-Francia

Tuttavia, dove c’è bellezza, c’è spesso anche crudeltà, e lo sport è un maestro implacabile, capace di insegnare lezioni dure con una schiettezza disarmante, e la crudele realtà della sconfitta che annulla in un attimo sogni e obiettivi coltivati per un’intera stagione, mette a nudo la fragilità umana, dove l’illusione del successo si sgretola di fronte alla disfatta, lasciando spazio al dolore.

Dopo il fischio finale di Frosinone-Udinese, partita che ha decretato la retrocessione in Serie B della squadra di casa al 94’, il campo era un vortice travolgente di emozioni simili. Le lacrime che rigavano i volti dei giocatori dell’Udinese, figlie dell’euforia per il traguardo raggiunto, facevano da contraltare a quelle dei giocatori del Frosinone, figlie in questo caso dell’amarezza e della delusione per il traguardo mancato. 

L’attaccante Keinan Davis esulta dopo il gol al 76′ (foto: Eurosport)

Quello che però rimarrà per sempre impresso al termine di questo match, è l’abbraccio di Paolo e Fabio Cannavaro, (proprio lui che alzò la Coppa quel 9 Luglio nominato poco sopra) e allenatore dell’Udinese, nei confronti del suo collega Di Francesco, sconfitto e sopraffatto dall’emozione.
Difatti, l’abbraccio degli avversari si traduce come un gesto forte, pieno di umanità e rispetto, che incarna in pieno i valori che lo sport ci insegna ma che non sempre portiamo poi nella vita quotidiana.

Ogni fallimento, ogni ostacolo che sembra insormontabile, richiama quei momenti in cui ci sentiamo sopraffatti dalle circostanze, e lo sport è un maestro prezioso, in grado di insegnarci che c’è sempre spazio per rialzarsi, imparare dai propri errori e continuare a lottare.

Fabio Cannavaro, coach dell’Udinese, abbraccia con suo fratello Paolo il tecnico del Frosinone Eusebio Di Francesco (foto: ANSA)

Per questo l’abbraccio tra gli allenatori di Frosinone e Udinese, è molto più di un semplice gesto di cortesia che non deve passare inosservato. È un manifesto urlato al mondo di ciò che lo sport dovrebbe sempre rappresentare: un luogo d’incontro, di crescita e rispetto reciproco, di unione e di aggregazione.

La speranza è che questo esempio possa essere portato nelle scuole calcio, e che possa rappresentare un modo per piantare i semi di una cultura sportiva sana, dove la competizione è sempre accompagnata dal rispetto, e dove si possa mostrare ai bambini che l’importanza di un abbraccio tra avversari può andare ben oltre il risultato di una partita, ed essere un esempio importante di come vivere nel quotidiano con dignità, rispetto e umanità!

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