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di Giuseppe Cultrera

Quando ci imbattiamo – nelle campagne iblee, nelle periferie e centri storici dei nostri antichi borghi – in una traccia di edicola votiva, di altarino devozionale o chiesetta campestre, sopraffatta dalla vegetazione spontanea, scardinata dal tempo o dalla mano rapace di un “collezionista”, è come se un déjà-vu si materializzasse nella nostra mente, nel nostro animo. Che ci porta indietro nel tempo, quando quei luoghi – ragazzi – percorremmo o abitammo. Era allora viva quella microstruttura devozionale o, in parte, ancora funzionale: lo dimostravano il mazzo di fiori campestri dentro la lattina di concentrato o la mensola da poco ripulita. Si percepiva un’empatia e dialogo tra quel simulacro di pietra, l’ambiente e le persone circostanti. L’icona appariva rassicurante e protettiva presenza.

Oggi le assenze hanno surrogato le presenze. Fisiche e metaforiche.presenze e assenze

Ho conosciuto, negli anni Ottanta, Giuseppe Rovella, scrittore e filosofo ibleo. Aveva capacità di affabulazione: pregnante, vivace, colta. Le sue opere sono scrigni di sapere cesellate da una lingua e scrittura arcaica, esoterica e mistica. Quel che ho cercato di scrivere e dire nell’incipit, scaturisce dolcemente fluente, pacatamente nostalgico e struggentemente poetico, in questo brano estratto da un suo scritto:

Da ragazzo, quando dovevo raggiungere la campagna, a solo o in compagnia, sempre era torno torno ai colori favolistici e accecanti, duri e affabili al contempo, delle nicchie votive, che il tempo di marcia si snodava: dalla casa paterna al luogo del lavoro contadino. Un Sangiuseppe, una crocefissione mulieribus stantibus, altro santuzzo «sculurutu» ora indicato come un Sanvito, ora riscoperto come lo stesso «Signuruzzo» abbandonato in quella pietra o per l’incuria della gente, o per la caduta devozionale dei fondatori, magari trasferitisi in città, e dimentichi ormai dell’altare, dei fiori… Ahimè cominciava sin d’allora il cieco abbandono dei nostri meravigliosi santuzzi, precipitavano a poco a poco le rupi antiche, crollavano quelle sapienti pietre ingrigite che i mastri del passato avevano, probabilmente per pura devozione, o per sciogliere un voto, disposto ed eretto in cappella, chiesucola, altare in miniatura: questo, alto lassù sulla roccia ora invasa da citisi e terebinti, come un ricamo epitematico alla vecchia, essenziale struttura tettonica.

(Giuseppe Rovella, Impressioni, in: Il Segno e il Rito, Utopia, 2005, p. 200)

 

Fotografie di: Giulio Lettica

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