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di Fabio Maerna

Salvatore Rajmondo nasce a Cefalù in provincia di Palermo nel 1977, si diploma in basso tuba presso il Conservatorio “Antonio Scontrino” di Trapani, inizia l’attività da orchestrale suonando nello orchestre italiane ed estere. Prosegue gli studi in direzione al conservatorio “G. Verde” di Milano dove ha conseguito il Master Direzione di Orchestra di fiati al Conservatorio, dove sta ultimando il biennio di Strumentazione per Orchestra di Fiati. Il repertorio della banda non ha nulla da invidiare a quello classico orchestrale, anzi ci sono delle composizioni molto tecniche e molto complesse; in alcuni casi come, ad esempio composizioni di Igor Stravinskij, sono necessari strumentisti validi per eseguire brani assai difficili con incastri ritmici davvero ardui“. Con questa dichiarazione il maestro Salvatore Rajmondo manifesta tutto l’amore per il suo lavoro: direttore di una banda. Agli occhi degli addetti ai lavori potrà sembrare blasfemo, ma alla fine di questa intervista vi accorgete che non è affatto così…

Salvatore Rajmondo

L’orchestra di fiati viene comunemente definita “banda”. Cos’è oggi questa realtà?

“La banda si può mettere al pari dell’orchestra: sono entrambe due realtà di tutto rispetto. L’orchestra di fiati si distacca sempre più dal vecchio ruolo che aveva una volta: quello di suonare esclusivamente per le vie e nelle piazze dei paesi, in cortei religiosi o civici. D’altro canto la banda rimane sempre un luogo di aggregazione, mirato a divulgare il sapere della musica, a spingere sempre più giovani verso un luogo sano e sicuro. Oggigiorno questo è sempre più difficile da realizzare: lo studio della musica pretende disciplina e impegno e per molti ragazzi oggi può sembrare troppo”.

Perché la scelta di concentrare gli studi sulla strumentazione e direzione di orchestra di fiati e non sull’orchestra “tradizionale” ossia quella “classica”?

“Quando si trattò di scegliere all’inizio dei corsi, in effetti, si prospettarono entrambe le alternative. Sicuramente per un mio limite, derivato a mio avviso da mancanza di basi sullo studio del pianoforte, la mia scelta si direzionò verso l’orchestra di fiati, a primo impatto sembrava più agevole, ma così non è stato. C’è da sottolineare un fatto, e credo che qualcuno se ne risentirà: alcuni brani originali per orchestra di fiati possono risultare complessi da dirigere al pari di un programma sinfonico di tutto rispetto”.

Cosa pensa del repertorio odierno delle bande?

“Sono certamente uno dei pochi sostenitori del repertorio originale per banda, ma non perché il repertorio classico del passato sia poco interessante o non abbia più nulla da dire. Bisogna pensare però che nel dopoguerra il ruolo della banda era proprio quello di far conoscere alla gente che non poteva andare in teatro i grandi capolavori operistici o sinfonici. Oggi la banda, se si vuole ritagliare una identità propria si deve spingere sempre più verso un repertorio ben specifico per questa formazione e non rimanere ancorata alle trascrizioni del passato”.

Qual è oggi il ruolo del maestro di banda? Deve solo essere capace di muovere la bacchetta?

“Domanda provocatoria. Basterebbe il titolo di un libro che ho utilizzato per gli studi per risponderle: “Battere il tempo o dirigere”. Un direttore non deve “portare” il tempo: per quello è sufficiente un metronomo che, per chi non lo conoscesse, è quello strumento meccanico che serve a scandire il ritmo alla velocità che si desidera. Dirigere è molto altro. Per sintetizzare potrei dire che il direttore è una persona che miscela i volumi dei vari strumenti, ossia permette il bilanciamento tra i vari settori della banda. La musica è fatta di note, è ovvio, ma queste rimangono fine a se stesse se non riescono a trasmettere al pubblico che sta ascoltando alcuna emozione e alcun sentimento”.

A suo parere i ragazzi che che iniziano a studiare uno strumento in banda possono essere facilitati nel proseguire gli studi al Conservatorio e quindi, in seguito, suonare nelle orchestre classiche?

Certamente sì. Già quando ero giovane io, un ragazzo, specialmente al sud, muoveva i primi passi all’interno della banda del proprio paese. Se in lui scaturiva “l’innamoramento” per la musica, ecco che il passaggio al Conservatorio era breve e di conseguenza, se gli studi proseguivano, entravano in un’orchestra. Aggiungo un’ultima cosa: la gioventù di oggi è molto interessata agli sport. Ai nostri tempi il fatto di uscire a far le prove, in banda, dopo cena, anche due volte la settimana era anche una scusa per fare tardi e vedersi tra amici. D’estate, poi, si suonava alle feste, che potevano durare intere giornate, anche nei paesi vicini, e quindi si stava fuori casa da mattina a sera: un vero spasso!”.

Qual è il futuro delle bande cittadine?

“Oggi l’ostacolo maggiore per far sì che le bande non possano estinguersi è la difficoltà di trovare un finanziamento che le sostenga. Difficilmente si trovano amministrazioni civiche disposte a fornire sovvenzioni. Alcune di queste, soprattutto quelle del Sud, sono a “conduzione famigliare” e si tramandano di padre in figlio. In Sicilia quasi in ogni paese c’è la presenza di una banda, in alcune due se non addirittura tre”.

banda
Una rara foto della banda di Chiaramonte Gulfi (RG), 1909.

Cos’è per lei la musica?

“La risposta a questa domanda tocca molto il lato personale del musicista: qualsiasi persona che risponde, pur dicendo la stessa cosa, in realtà può sottintendere molto altro. Penso che per essere un musicista bisogna essere veramente “innamorato” di quest’arte: lo paragonerei allo stesso amore che c’è tra due persone. Ho fatto parecchie rinunce per la musica, soprattutto nella vita privata. Sono scontento? Non saprei rispondere. L’amore per quest’arte è talmente forte che posso dire di essere appagato. Si fa fatica a spiegare le emozioni che prova un musicista, che vive quando si siede sul palcoscenico di un teatro, sulla propria sedia, intorno ad altri strumenti dell’orchestra e aspetta che il direttore dia inizio a questo viaggio magico”.

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