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di Michela Becciu

C’è un luogo in Italia, la Sardegna, dove fino a non molto tempo fa erano le donne a porre fine, con la “dolce morte”, alle sofferenze dei malati terminali. Ad ammantarle il mistero, l’oscurità e il nero della notte. Quella “de s’accabbadora” è una figura che ancor oggi non ha contorni nitidi, e resta sospesa fra mito e realtà. Suggestiona, incuriosisce, intriga questa fascinosa ‘femina’ che agiva su commissione, incaricata dai parenti del moribondo di mettere fine alla sua agonia.

Il suo modus operandi sarebbe ascrivibile a quello di un killer professionista per precisione e freddezza nell’esecuzione, ma in realtà essa non veniva affatto considerata una “assassina” dalla comunità.
La Sardegna, lo dice la sua storia, ha sempre conferito un importante ruolo alle donne. Potremmo senza esitazione definire quella dei sardi una società matriarcale certamente in antitesi con la tradizione culturale ed antropologica italiana improntata sulla patrilinearità.

Il bastone, “su mazzolu” in sardo, realizzato in legno di ulivo (Museo Etnografico di Galluras)

Il culto della Dea Madre è ben esemplificato dalle numerose statuette – ben 130 – nuragiche e prenuragiche (datate 40.000 – 1000 a.C.) simboleggianti la fecondità e rinvenute secoli fa sull’isola. E tutta la tradizione popolare sarda è costellata di storie di donne aventi un ruolo determinante fra le mura domestiche e non solo, trattate “alla pari” dell’uomo.
Come prescindere dalla figura della giudicessa Eleonora d’Arborea, regina incontrastata del suo Giudicato dell’Oristanese, che nel 1400 tenne testa ai dominatori Aragonesi? O ancora da Grazia Deledda, la prima donna in Italia ad essere insignita del Premio Nobel per la Letteratura (1926), che nella Nuoro arretrata di fine ‘800 seppe conquistarsi il lusso di potersi istruire e dedicarsi alla scrittura?

Eleonora d’Arborea (in un dipinto dell’800) e il premio Nobel Grazia Deledda

Ma torniamo alla nostra Accabadora: in silenzio, stando ai racconti di chi ha fatto ricorso al suo aiuto, agiva rapida nella notte. Si intrufolava nella casa del malato passando dall’uscio che i parenti avevano precedentemente lasciato aperto, spalancato, per il suo ingresso. Il suo viso era coperto, la veste che la celava, di colore nero. I suoi movimenti netti, decisi, cadenzati come quelli dei riti ancestrali dove ogni gesto ha un significato “pregnante”. Uccideva sempre con le stesse tecniche, s’accabadora. Prima si sedeva al capezzale della sua vittima, recitava il rosario e le nenie – “is brebus” – in lingua sarda. Una preghiera prima dell’esecuzione che potremmo accostare a quella della estrema unzione del sacerdote che precede la morte del malato. Il nesso con il rito religioso, dall’età prenuragica al Cristianesimo, è qui più che palese.

Abiti e strumento del’Accabbadora, conservati nel Museo Etnografico di Galluras

“Sono una donna che aiuta a morire. Sono stata incaricata da Dio…”
Poi con movimenti decisi soffocava il moribondo armata di un cuscino oppure gli dava un colpo secco sulla fronte, con un bastone – “su mazzolu” – realizzato in legno di ulivo. Altre volte lo strangolava, senza lasciargli scampo. Nessun testimone oculare: vederla in azione avrebbe significato essere “complice” di un delitto. Sembra quasi illogico ma i parenti degli agonizzanti provavano molta riconoscenza per queste donne, capaci di porre fine alle sofferenze dei loro congiunti. Ripagate con prodotti dei campi – mai in denaro – le “accabadoras” accettavano di buon grado e ritornavano nel loro silenzio.

La Sardegna matriarcale è stata anche questo. Qui le donne, coriacee e fiere come il granito cangiante che connota questa terra, levigato nei millenni da un mare di cristallo e dai venti che ne cambiano la forma senza soluzione di continuità, hanno sempre avuto un ruolo centrale nelle dinamiche sociali e familiari. La sfera del “femminile” in Sardegna è sempre stata sacra: la donna genitrice, che dà la vita, può quindi anche toglierla. In lingua sarda infatti “accab(b)ai” significa “porre fine”. Una demiurga sapiente e autorevole custode dei saperi tradizionali, incaricata di tramandarli alle generazioni future. La Donna come “domina” nella gestione del patrimonio, nel dirimere le faide familiari. “Sas feminas sardas” venivano date in spose dal padre con una dote, costruivano matrimoni in regime di comunione dei beni. Una “femina” che è sempre stata il fulcro della società sarda, insomma.

Primo piano della figura di Accabbadora (ricostruita nel museo) nell’atto di usare il suo strumento per porre fine alle sofferenze del malato senza speranze (foto wikipedia)

Il Museo Etnografico di Galluras a Luras, nel cuore della Gallura, custodisce la memoria storica del mondo dell’Accabadora, ma anche ad Orgosolo e Oristano le fonti storiche collocano la sua azione di morte.
Ho avuto il piacere di interloquire con il signor Pier Giacomo Pala, che quel museo lo gestisce ed accoglie turisti da tutto il mondo incuriositi da questa misteriosa figura. “Ricordo due visitatori provenienti da Washington venuti per vedere coi propri occhi il martello – qui esposto e da me rinvenuto, nascosto in un muretto a secco – utilizzato da s’accabadora e conoscerne la storia”. Una sorta di “arma del delitto” quale oggetto-simbolo de s’accabadora ed esclusivo della Gallura: “Nelle altre zone della Sardegna veniva utilizzato un semplice bastone chiamato ‘mazzocu/a’ che nella zona di Cuglieri (Oristano), ad esempio, aveva la forma del pestello da mortaio, di grandi dimensioni, in legno”.

La sede del Museo Etnografico di Galluras a Luras, in provincia di Sassari

Esisteva solamente in Sardegna? – racconta Pier Giacomo Pala – Questa la domanda che mi viene posta spesso. Rispondo dicendo che anche in altre zone è attestato un rito simile, una soluzione che nasceva proprio dall’esigenza di porre fine alle sofferenze. In Francia, ad esempio, è documentato il ricorso ad una pietra e anche un martello “benedetto” che veniva custodito nelle chiese. Una pratica, questa, riconosciuta dalla chiesa francese”. Pala ha raccolto la testimonianza dell’ultima azione “de l’accabadora” accertata in Sardegna. Testimonianza che ho raccolto da un sacerdote: un’anziana si presentò al confessionale dicendogli ‘io sono una femina accabadora e il mio ultimo intervento risale a un mese fa. Ho fatto ricorso alla tecnica del soffocamento'”. Era il febbraio 2003.

Pier Giacomo Pala, proprietario e curatore del Museo

“Non solo il martello. Anche il giogo dei buoi è collegato a questo rito ancestrale. A chi, in vita, era capitato di distruggere questo strumento considerato sacro, che permette di arare la terra, coltivare e quindi alimentare la vita dell’uomo, era riservata – secondo la convinzione popolare – una morte in agonia. Prima di chiedere l’intervento ‘de s’accabadora’ – racconta sempre Pala – se ne costruiva un modellino grande 18-20 cm. Lo si metteva sotto il cuscino del malato per 3 giorni e 3 notti – si noti la simbologia tutta cristiana del numero tre – e se il moribondo moriva significava che in vita gli era capitato di distruggerlo e quindi il giogo in miniatura lo liberava permettendo all’anima di separasi dal corpo. Se invece il malato non moriva entro i tre giorni, significava che il suo stato terminale era dato da cause naturali. Allora si chiedeva l’intervento ‘de s’accabadora’…”.

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