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di Giusi Pizzo

La giornata nazionale contro la violenza sulle donne è appena trascorsa. Il ricordo di uno dei delitti più crudeli della storia non vuole essere un’indignazione postuma, ma una pacifica provocazione fuori tempo, tesa ad evidenziare che sensibilizzazione, educazione e condanna non devono confinarsi nello spazio di un canonico cool day, pena l’irrilevanza e il non-senso di una fra le tante celebrazioni con cui il patriarcato imperante mette a tacere la coscienza.

Personaggi:

  • San Cirillo d’Alessandria, vescovo ambizioso, il mandante
  • Ipazia d’Alessandria, figlia di Teone, filosofa libera, la vittima
  • Oreste, prefetto romano, il politico, allievo di Ipazia
  • I ‘parabolani’ o ‘parabalani’, bande di monaci fanatici, provenienti dal deserto di Nitria
  • Edesio, funzionario imperiale che insabbia l’inchiesta
  • Le passioni umane: l’invidia, l’ambizione, la corruzione, la sete di potere
  • – Infine, la Misoginia

Il tempo della vicenda è il V secolo dopo Cristo; il luogo, Alessandria d’Egitto.
Mentre l’Impero romano d’Occidente si appresta ad esalare l’ultimo respiro sotto i colpi dei barbari del Nord, il più longevo Oriente bizantino si dibatte tra le dispute sulla natura di Cristo e la guerriglia cittadina tra cristiani e pagani. Tutto ha le sembianze e la sostanza di una lotta per il potere.

Lo sfondo culturale è quello del platonismo: in Oriente, le controversie filosofiche e teologiche, sono tutt’uno con le questioni politiche ed imperiali. Filosofi e teologi muovono le masse che si azzuffano nelle piazze per il nome di Maria o per la natura umana o divina del Figlio. E la guerra si combatte a colpi di Concilio, ad Efeso e a Calcedonia: niceni contro ariani, nestoriani contro monofisiti, siriani contro alessandrini.L’epilogo della nostra storia, però, si colloca nel 415. Lei è Ipazia, ha 45 anni ( vecchia, per quei tempi), cultrice del cielo, matematica, filosofa pagana.  Il suo nemico è Cirillo, vescovo cristiano di Alessandria. A proposito di quei giornalisti che scrivendo dell’omicidio di una donna, usano espressioni veicolanti concetti come: ‘uccisa dal marito… ma voleva separarsi’, oppure ‘bruciata viva dal fidanzato… ma lui l’amava’, anche nel nostro caso qualche antenato dei cronisti odierni, a discolpa del Santo, ha  tentato addirittura di far scrivere ad Ipazia, molti anni dopo la sua morte e in latino, per giunta, una lettera in cui la filosofa confermerebbe la sua turpe natura di eretica nestoriana, nel tentativo di giustificare l’omicidio! Lo chiamano ‘victim blaming’, in lingua barbara.

Torniamo alla donna Ipazia. Uno scrittore bizantino del X secolo, descrivendola, usa l’espressione ‘sphodra kale te ousa kai eueides’, cioè ‘straordinariamente seducente e bella d’aspetto’. E possiamo pure tentare di immaginarla mentre, avvolta nel suo mantello e coi capelli raccolti, attraversa la piazza per recarsi presso la Biblioteca o il Museo, dove tiene le sue lezioni nella scuola platonica di Alessandria. Una maestra d’alto rango, certo, se Sinesio di Cirene, suo allievo, in una lettera le chiede: ‘Che cosa può mai esserci in comune tra il popolo e la filosofia?’

Il cielo, la luna, il sole, il movimento degli astri, i cerchi perfetti, sono i sogni che l’hanno nutrita, fin da bambina. ‘Edizione riveduta da mia figlia, la filosofa Ipazia’ scrive Teone all’interno del suo commento al terzo libro dell’Almagesto di Tolomeo. ‘Versata nella geometria’, scrive Damascio; ‘inventrice di un astrolabio, di un idroscopio e di un aerometro’, ci informa Sinesio.

Studiosa e scienziata, dunque. Elevata e acuta, come evoca il suo nome, ‘arrivata ad un tale vertice di sapienza da superare di gran lunga tutti i filosofi della sua cerchia’ (Socrate Scolastico). E supera anche il suo maestro, il padre Teone, divenendo ‘maestra di molti nelle scienze matematiche’ (Filostorgio). Da lontano vengono ad ascoltare le sue lezioni e la sua eloquenza incantatrice. Ma Ipazia è pagana e ha la sorte di vivere il tempo in cui il cristianesimo, da fede perseguitata, diviene religione di stato.Ora sono gli adoratori di statue a pagare con la morte la fedeltà al culto degli dèi e le stanze del Serapeo, ancora per poco, sono l’unico rifugio sacro che contiene la sapienza astronomica orientale. Ancora per poco, la voce di Ipazia risuonerà tra i colonnati della scuola, mentre parla di eros platonico o mentre spiega all’allievo di lei invaghito, quanto in realtà sia imperfetto il suo oggetto d’amore, cioè lei stessa.

Diretta e franca nel parlare, a tratti impudente, non ha paura di ‘apparire alle riunioni degli uomini’ o di discutere con i potenti. La sua educazione ellenica la spinge all’impegno pubblico e alla pratica del dialogo, come un intellettuale greco della vecchia e gloriosa polis. Ancora per poco. Sì, perché l’invidia degli dei è dietro l’angolo.

Tra le strade di Alessandria si consuma la strategia di Cirillo per la conquista del potere, persecutoria delle tradizioni pagane ed ebree del vecchio mondo. E quando il prefetto Oreste, allievo di Ipazia, invia un messaggero a Costantinopoli per denunciare il pogrom del vescovo cristiano contro gli Ebrei, Cirillo dà inizio alla sua guerra personale contro Oreste e i suoi amici.

Oreste è cristiano, cristiano come un uomo concreto e realista che si adatta ai tempi, come un politico, non è fanatico. Fanatico è invece Ammonio, capo dei ‘parabalani’, che le fonti descrivono come monaci rozzi, provenienti dal deserto, che hanno abbandonato la vita eremitica divenendo violenti e sovversivi.

‘Esseri abominevoli, vere bestie’, reclutati come milizie da Cirillo. Così Ammonio si scaglia contro Oreste ferendolo durante un agguato. Ammonio paga con la vita l’affronto al prefetto romano. A Costantinopoli giunge il rapporto sull’accaduto, scritto da Oreste; ma anche Cirillo invia la sua versione dei fatti alla cristiana Pulcheria (anche lei futura santa), che regna per conto del fratello, erede al trono ma ancora minorenne. La guerra è ormai in atto e la posta in gioco è il potere: la nuova fede deve vincere sulle antiche tradizioni.

Un dramma sotterraneo e ancor più bruciante, però, scorre dentro i solchi dell’invidia di Cirillo per Ipazia, donna libera e sapiente. Un giorno Cirillo gira la lama dentro la ferita mentre passa davanti alla casa di Ipazia e vede la folla di gente che aspetta per parlarle. Vorrebbe abitare quella casa, vorrebbe avere attorno quella moltitudine adorante di gente comune e di uomini delle istituzioni che, seppur divenuti cristiani, sentono di appartenere ancora a quel mondo aristocratico e libero che discute nell’agorà.

Si morde l’anima col veleno, Cirillo. E inizia a percorrere la strada del ‘più empio di tutti gli assassìni’. D’altronde è facile incontrarla per strada, Ipazia. E’ una donna libera, rispettata dai suoi concittadini, e torna a casa dopo una delle sue pubbliche lezioni. Una folla di ‘parabalani’ la trascina fuori dal carro, la porta nel Cesareo, la denuda e la massacra. Le cavano gli occhi, la fanno a brandelli e ne bruciano i pezzi. Molte sono le testimonianze e le descrizioni dello scempio che i monaci fanno del corpo della filosofa.

Qual è la colpa di Ipazia? Ipnotizza i suoi studenti con la magia e con la scienza degli astri! S. Paolo, poi, aveva scritto: tacciano le donne in assemblea! Ipazia è pagana, libera e strega.
‘E’ stata fatta tacere l’Egizia’, dice Cirillo durante la sua omelia.
Costantinopoli invia un funzionario, Edesio, che, corrotto, insabbia l’inchiesta. Cirillo è assolto.

Nel 1882, papa Leone XIII, lo proclama ‘Dottore della Chiesa’. Assolto, per la seconda volta.  Benedetto XVI, nel 2007, durante un’udienza a lui dedicata, lo chiama ‘instancabile e fermo testimone di Gesù Cristo… Verbo di Dio incarnato’.  Assolto, per la terza volta.

Papa Leone XIII

Ipazia, mai dimenticata dai poeti e dai liberi pensatori, invece brilla di luce propria, come faro del libero pensiero. Tra le costellazioni che i suoi occhi affamati d’infinito divorarono con l’ardore di giovane donna innamorata del sapere, emana ancora il suo lungo bagliore.
Anche le favole nere hanno una loro morale: il consolidamento del potere maschile passa per il depotenziamento della donna e la sua estromissione dalla sfera pubblica. 

Per le citazioni e le fonti si cfr. il testo di Silvia Ronchey, Ipazia la vera storia, ed. Bur, Milano 2010

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