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di Vito Castagna

Iniziando a lavorare in un liceo che svolge attività pomeridiane, ho potuto usufruire del servizio mensa. La definirei una quasi novità a fronte della mia tramontata esperienza da studente. In Sicilia, non c’erano ore di lezione nel pomeriggio, forse per un antico retaggio spagnoleggiante legato alla siesta. Il mondo legato alla mensa si è quindi dischiuso a me, incuriosendomi sempre più, tanto che sono convinto che si potrebbero scrivere dei saggi o delle lezioni monografiche sul tema. Storici, antropologi, sociologi, esperti di gastronomia, dietologi, vi lancio la sfida! Ma per ora ci provo io, con la mia limitata esperienza personale, si intende.

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La comodità della mensa è cosa comunemente assodata e non la scopre di certo il sottoscritto. Che voi siate dei maestri/professori o degli alunni la mensa vi offre una comodità senza pari: non dovete uscire da scuola in cerca di cibo per poi tornare di fretta per le lezioni pomeridiane. Se il plesso si trova in periferia avete fatto centro. Ma come sempre la medaglia ha due facce…

Pasta precotta e stracotta, sugo di pomodoro o ragù proposti ogni giorno, cotolette di pollo molli e stoppose, carote vecchie tagliate a julienne e insalate a fine carriera sono solo alcuni dei protagonisti della maggior parte delle mense italiane. I piani per una dieta equilibrata sono quasi del tutto assenti, così come il pesce, verdura di stagione ben condita e legumi.

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Tutto questo genera un rapporto poco sano con determinati cibi: negli scaffali la carne e il fritto vanno a ruba, mentre il resto rimane inviolato. Il ragù, come già anticipato, è il principe dei primi piatti: una settimana è stato proposto a giorni alterni tre volte (il servizio mensa è attivo per cinque giorni settimanali). Se siamo ciò che mangiamo, caro Houston abbiamo un problema.

Quand’ero un bambino anch’io non avevo un bel rapporto con la mensa scolastica, ma per altre ragioni. Ero semplicemente schizzinoso. Ricordo che stavo mangiando della pasta col sugo – ecco che ritorna! – e masticai un semino di pomodoro. Lo sputai istintivamente. Un mio compagno vedendomi sul punto di vomitare mi indicò a tutti, ridendo. Fu un trauma.

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Dico questo perché sono in tanti a vivere la mensa in modo traumatico. In un dossier nazionale del 2018, fatto su un campione di 600 individui tra alunni e professori, si attesta infatti che un ragazzino su due non mangia volentieri a scuola. Le motivazioni sono varie: scarsa varietà e qualità degli alimenti non sempre ottimale, per citarne solo alcune. Aggiungerei, anche se hanno un impatto minore, la mancanza o il ridotto numero di menù esclusivamente vegetariani o vegani.

Osservando gli indici di gradimento dei cibi svettano i dolci (77%), la pizza (75%, ne avevamo dubbi?), la carne (63%), a quote più basse ma inaspettatamente positive la frutta fresca (58%) e la pasta al pomodoro (50%, rieccola!).

A fronte di questi numeri, mi chiedo: forse le mense propongono ai ragazzi solo quello che a loro potrebbe piacere? In fondo, in Italia il costo del servizio è abbastanza alto. Rispetto all’anno scorso la quota è salita mediamente del 3% (nel 2023 del 9%), ma in alcune regioni è aumentata drasticamente, come in Calabria dove si attesta al 26%. Nel 2024, la Basilicata si colloca sul gradino più alto del podio con 109 euro mensili. E allora perché non cercare di accontentare il più possibile il cliente, offrendogli quello che maggiormente potrebbe desiderare?

Fortunatamente in moltissime realtà non è così e la mensa è vista come un servizio fondamentale e come una palestra di buona educazione alimentare. Anche nella mia mensa, in questi ultimi giorni di scuola, sono stati serviti farro con verdure ed ortaggi, zucchine e frittate di spinaci. Se avessero eliminato tutti quegli orribili imballaggi di plastica saremmo stati a cavallo. Ma non si può avere tutto e subito. Per le prossime mense resto fiducioso.

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