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di Alessandro D’Amato

“Venerato sig. Guastella, nel mandarle le mie Brezze Nolane, dove trovasi il suo divino Ti vidi appena!, mi permetto pregarla d’un segnalato favore.
Potrebbe scrivere per me qualche duettino? È un genere da camera ricercatissimo, principalmente dai forestieri. Io non ne ho scritto niuno di questi componimenti, e, per provarmi anche in questo campo, amerei il sussidio della sua mente creatrice, che conosce così profondamente il cuore umano.”

Nel 1855, Serafino Amabile Guastella (1819-1899) riceveva questa lettera dal musicista di origini catanesi Salvatore Pappalardo (1817-1884), all’epoca particolarmente apprezzato presso i teatri di Napoli e compositore di musiche da camera del Conte di Siracusa, Leopoldo di Borbone, fratello del Re delle Due Sicilie. Da circa un decennio, Guastella e Pappalardo coltivavano un fecondo rapporto di collaborazione. Sebbene pregato di elaborare “qualche duettino”, in realtà il contributo di Guastella si tradusse nella stesura di un terzettino poetico, intitolato “L’alba”.

In precedenza, Guastella aveva già scritto due testi – “La Penitente” e “Pepita” – inclusi nella raccolta “Brezze del Sebeto”, edita nel 1846 dal celebre Giovanni Ricordi di Milano. La raccolta include sei melodie per canto, con accompagnamento di solo pianoforte, comprendenti anche un ulteriore titolo, “L’estinta”, attribuito a una generica sig.ra Guastella: non sappiamo, in questo caso, se si sia trattato di un caso di omonimia o di un banale refuso di stampa.

Nel caso de “La Penitente”, ci si trova di fronte a una melodia per voce di soprano o tenore, con accompagnamento di pianoforte e violoncello. “Pepita”, invece, è un bolero per voce di basso o contralto, con accompagnamento di pianoforte. Tali testi sono molto differenti tra loro, dando modo di verificare le due anime della poetica guastelliana. Da un lato, ne “La Penitente”, emerge tutta la spiritualità dell’autore, già presente in alcune poesie che nel 1836, allora diciassettenne, Guastella pubblicò sul periodico palermitano “Il Vapore”. Dall’altro lato, in “Pepita” si sublimano tanto un sottile erotismo quanto una sorta di amarezza finale, elementi entrambi presenti in alcune giovanili produzioni poetiche, chiaramente influenzate da una vena tardoromantica.

Del resto, già nella raccolta di poesie composte tra il maggio 1837 e il febbraio 1841 e intitolata “La religione del cuore. Romanze e melodie”, suo esordio editoriale, la prefazione conteneva le seguenti parole:
“il cuore è una poesia per sé stesso, una poesia vera, generosa, profonda; una poesia senza regole, senza orpelli, senz’arte. In ciò solo sta il titolo di queste mie melodie, perché l’amore è poesia. (…). Le mie poesie saranno poche, lievi, fantastiche, perché ritraggono l’indole dei tempi nostri; saranno erotiche perché l’amore è la sola vita di un giovane; saranno sparse di una nube di leggiera tristezza; perché ciò forma l’indole del loro Autore”.

Alcuni componimenti compresi ne “La religione del cuore” costituivano a tutti gli effetti dei testi pensati per essere rappresentati in lirica, rispettando i meccanismi stilistici dell’Opera: essi, infatti, si contraddistinguono per la presenza di personaggi scenici e di una struttura suddivisa in atti o parti. Analogamente, altri due testi sono intitolati “A Listz” e “Il Waltz”, a testimonianza dello stretto legame intessuto dall’autore con il mondo della musica.

Un’ulteriore attestazione della sensibilità manifestata in quegli anni nei confronti della realtà musicale è costituita dal lungo e articolato saggio “Qualche parola su la musica italiana”, apparso nel gennaio 1839 sul “Giornale di Scienze Lettere ed Arti per la Sicilia”, in cui Guastella si soffermò sull’opera compositiva di Rossini, Bellini e Donizetti, comparandone le relative produzioni con quelle espresse nei primi decenni del secolo dalle scuole tedesca e francese.

Nonostante la giovane età, Guastella mostrava già uno spiccato senso dell’arte, fondato su un’idea della genialità che trovava espressione nella capacità di introdurre degli elementi prima di allora inediti e nel saper andare oltre il rischio e la tentazione dell’imitazione. Questo particolare approccio comprovava anche quanto egli tenesse in grande considerazione l’attività di Pappalardo, se accettò di collaborarvi, lungo un prolungato arco temporale, nella composizione di alcune opere musicali.

Serafino Amabile Guastella (1819-1899)

Tornando, così, ai testi predisposti per le liriche di Pappalardo, le ultime due, databili nella seconda metà del decennio 1850, si connotano essenzialmente per gli espliciti riferimenti al sentimento amoroso. “Ti vidi appena!”, cui si riferisce la lettera citata in apertura, fa parte di una raccolta di quattro melodie intitolate “Brezze Nolane”, edita dallo Stabilimento Musicale Partenopeo dell’Antica Casa Girard di Napoli: composizione per solo pianoforte, il testo si sofferma sul tema dell’amore eterno e irraggiungibile, cifra stilistica determinante l’intera opera.

Infine, il terzettino “L’alba”, per le voci di soprano, contralto e tenore, con accompagnamento di pianoforte, fa parte dell’Album vocale da stanza pubblicato nel 1857 dal Privilegiato Stabilimento Musicale Partenopeo, di Teodoro Cottrau. Qui, probabilmente, i temi dell’amore etereo e del desiderio raggiungono l’apice, consolidandosi nella struttura stessa dell’opera, dove le tre voci si rincorrono e intrecciano, contribuendo ad elevare toni, ritmi e qualità del componimento.

(foto da “Senzatempo”)

Ancora sul finire degli anni cinquanta, Guastella si dedicò alla scrittura di un dramma sacro, portato in scena nel Duomo di Chiaramonte nel 1859, in occasione del novenario di Maria SS. di Gulfi, con musiche di Antonino Pregadio. Si trattava dell’Aod, tema d’ispirazione religiosa ambientato in terra d’Israele, i cui principali protagonisti – il tiranno Eglon e l’eroe Aod – rappresentavano allegoricamente l‘assolutismo borbonico e l’eroe chiamato a liberare la Sicilia, a testimonianza del riformismo sociale caratterizzante questa fase del pensiero guastelliano.

Alla figura del poeta e del letterato, del pedagogo e dello studioso di tradizioni e costumi popolari, vediamo così aggiungersi l’autore di testi per musica, a testimonianza di una personalità eclettica e creativa, capace di rendere la figura di Serafino Amabile Guastella tra le più interessanti del panorama culturale isolano del XIX secolo.

Il Duomo di Chiaramonte Gulfi

Alessando D’Amato, Antropologo culturale, è attualmente funzionario presso il Ministero della Cultura, dopo aver collaborato con le Università di Roma ‘La Sapienza’ e di Catania e aver insegnato presso vari istituti. Le sue ricerche sono principalmente rivolte alla storia degli studi delle discipline demoetnoantropologiche e ai simbolismi rituali del meridione italiano.

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2 Comments

  1. Federico Guastella Reply

    Scritto senz’altro apprezzabile, e c’è da precisare che la lettera di Pappalardo a Guastella è riportata da Vanni Interlandi nella sua pregevole monografia sul nostro demologo e scrittore, ben distante dall’essere un intellettuale di provincia secondo l’erronea percezione di Calvino.

  2. Pierpaolo Leschiutta Reply

    un Guastella che non mi aspettavo. Complimenti Alessandro.

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