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di Giuseppe Cultrera

Intorno al 1516 i frati olivetani di Santa Maria dello Spàsimo di Palermo commissionarono al pittore più famoso del momento, Raffaello, un quadro che rappresentasse una scena della Passione del Cristo.

Il dipinto, inviato via mare, scomparve nel naufragio della nave e di tutto l’equipaggio; riapparve giorni dopo integro, protetto dalla cassa nel quale era racchiuso, nei paraggi di Genova e la gente del luogo se ne impossessò ritenendolo un dono del cielo. I monaci olivetani dovettero ricorrere al Papa per riaverlo e non prima di aver versato un cospicuo appannaggio ai salvatori.

Raffaello, “Spàsimo di Sicilia”. Oggi conservato al Museo Nacional del Prado di Madrid

Sarà da quel momento Lo Spàsimo di Sicilia: quasi ad accomunare, in quel dolore immenso della Madre che incontra il figlio lungo la strada del Calvario, questa terra infelice e le sue tante madri segnate o straziate dal dolore.

Oggetto di culto ed orgoglio isolano. Offeso ed umiliato. Nel 1622 il dipinto, difatti, sparisce. Il vicerè spagnolo Ferrando de Fonseca ne ha fatto omaggio al suo re, Filippo IV. Attraverso quale percorso (acquisto, donazione forzata, scambio), poco importa.

La chiesa di Santa Maria degli Olivetani, nel quartiere della Kalsa a Palermo (foto da magazine.leviedeitesori.com)

I siciliani sono assuefatti all’arbitrio del dominatore di turno. Dovettero contentarsi di farne delle copie: anch’esse denominate Spàsimo di Sicilia, che divennero a loro volta oggetto di particolare venerazione.
Quanto, della rappresentazione di quel dolore e della cifra stilistica rinascimentale, del manierismo spagnolo debordante e cupo, abbia permeato i riti primaverili della Settimana Santa, fondendosi all’hùmus primigenio delle vallate un tempo dimora delle ninfe e dei poeti bucolici, violate dal bieco Plutone e straziate dall’urlo sovrumano della madre Dèmetra cui è sottratta la dolce Persefone, è arduo ricercare. Perché se il mito è all’origine di questa terra mitica, il dolore è presenza costante nel percorso storico.

Mito di Demetra e Persefone

Il pianto di Dèmetra si stempera nella valle di Agrigento tra le colonne doriche dei templi; quello delle madri dei carusi delle zolfare e dei bambini iurnatari resta in gola nè si smorza tra le navate delle chiese barocche davanti alle immagini della Bedda Matri, alla quale affidano ogni giorno i loro povericristi. Lo sa bene Lei cos’è il dolore: quando il Venerdì Santo passa tra loro col suo manto nero, gli occhi umidi di lacrime e quelle sette spade che le lacerano il cuore.

Processione dell’Addolorata ad Enna (Ph Vincenzo Cupperi)

Per questo, un tempo, le nostre donne nel loro manto nero (lo scialle) che le proteggeva, davano libero sfogo al pianto: lo facevano per se stesse e per i loro uomini che non potevano permetterselo per decoro sociale. E veniva giù dolce e facile quel pianto liberatorio, accompagnato dalla musica melanconica, dal tamburo che ritmava i singhiozzi, dalla scattìola che arrizzava le carni.

Processione dell’Addolorata a Licodia Eubea

Oggi bisogna inoltrarsi nell’entroterra siciliano ed accostarsi, uno dei giorni della Settimana Santa, sul far della sera, ad una chiesa dove si celebra il rito.

Escono dal prònao silenziosi un gruppo di incappucciati: le torce accese proiettano una luce misteriosa, il passo cadenzato si smorza sulle antiche bàsole, una porta-finestra si schiude e qualcuno che sopraggiunge fa ala al corteo. Stendardi ed insegne della confraternita oscillano tra il bianco dei camici e il rosso dei mantelli.

Enna. L’urna con il Cristo morto (Ph Vincenzo Cupperi)

Se non fosse per gli altalenanti lampi dei flash, sempre più insistenti, penseresti d’essere tornato indietro nel tempo. Anche perché questa processione di confrati, uscita dalla chiesa posta sulla sommità, scende per un’antica scalinata, oltrepassa una chiesetta sulla destra che era l’antica chiesa del castello ed ora attraversa la porta di accesso all’antica città, un arco normanno perfettamente conservato. Devo confidarvi che il tutto ha una sua suggestione e che ognuno può trovarvi a secondo della propria sensibilità, religiosità o cultura motivo di riflessione, suggestione o ispirazione.

La confraternita di San Giovanni all’arco dell’Annunziata (Ph Vincenzo Cupperi)

Ma torniamo ai citati flash delle macchine fotografiche che sembravano disturbare la scena: sono invece, a volte, i preziosi custodi della memoria e spesso, degli ultimi frammenti di essa. Pensate a quanto descritto; ed ora guardate le fotografie di quest’album che illustrano il primo capitolo dedicato a Chiaramonte e ditemi se non ritrovate quelle sensazioni ed atmosfere.

Chiaramonte. Una confraternita sfila in Piazza Duomo (Ph Vincenzo Cupperi)

E’ tempo perciò di invitarvi ad un viaggio di memoria e suggestioni. I riti della Pasqua in questi paesi della Sicilia hanno assorbito sia il pathos figurativo di Raffaello che la forza primigenia dei miti arcaici, la saggezza anarchica del contadino e la pìetas sofferta delle madri e delle spose di Sicilia, la solare cultura greca e la rigorosa controriforma spagnola: sicché pur partecipando al pianto e compianto per il figlio morto si aspetta con trepidazione il risveglio e trionfo dell’Uomo Vivo.

Festa dell'”Uomo vivo” (“U Gioia”) a Scicli

Questa è una terra particolare, dove notte e giorno o vita e morte non sono necessariamente opposti (come è ovvio ed assodato altrove) ma vanno interpretate, intuite, assecondate. E se il dolore urlato, esibito, recitato di alcuni riti ci trasmette intatta la religiosità aspra e barocca di ascendenza spagnola (un po’ teatro un po’ inquisizione), la pacata dolcezza, la soffusa mestizia, il corale afflato di altri, testimonia l’anima antica (greca e mediterranea) di questa “terra inpareggiabile”.

Questo testo (in parte rimaneggiato) era la Postfazione di un libro fotografico sui riti della Pasqua in Sicilia a cura di Vito Noto, Vincenzo Cupperi e Giuseppe Piffaretti, (titolo provvisorio: Pasqua XXI secolo). Alcune delle foto pubblicate furono esposte in una mostra a Chiaramonte Gulfi (palazzo Montesano, 2009); ma il libro rimase a pubblicare. L’alto costo fece desistere prima l’editore palermitano e poi quello di Lugano e la bozza attende tempi migliori.

Padre Barbera, venuto meno qualche anno fa, Rettore della chiesa di San Giovanni a Chiaramonte (Ph Vincenzo Cupperi)

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