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Le lezioni della maestra Maria Divita erano spesso interrotte da aneddoti curiosi, da digressioni accattivanti che alleggerivano a noi alunni le nozioni di grammatica o di storia. Suo zio, il pittore chiaramontano Giovanni De Vita, era il personaggio più ricorrente dei suoi racconti e questo non potette far altro che creare in me una ingenua quanto profonda fascinazione: colori ad olio, cavalletti, tele, tecniche di disegno costellavano i discorsi della maestra vorticando nella mia mente.
È a questo affettuoso ricordo che dedico queste mie riflessioni su alcune delle opere del maestro De Vita, oggi conservate presso la Pinacoteca comunale di Chiaramonte Gulfi.

Giovanni De Vita (1906-1990)

di Vito Castagna

Come sempre accade, qualunque analisi stilistica non può prescindere dal puntellare i momenti che hanno cadenzato la vita dell’artista e, dato che al pittore ibleo non si può che affibbiare questo titolo onorifico, non dovrei esimermi da questo onere. Purtroppo, per motivi di spazio, sarò costretto a farne solo degli accenni. Per un’analisi più approfondita rimando al prezioso contributo che Giuseppe Cultrera ha dedicato al De Vita uomo e pittore sempre su oltreimuri.blog in Giovanni De Vita: poeta solitario della luce. 

Pere vanitose, acquerello, 1952

Attratto dall’arte sin dalla più tenera età, De Vita si reca a Messina per apprendere le prime nozioni pittoriche. Dopo aver dimostrato una spiccata abilità, riesce a mettersi in mostra nella città dello Stretto tanto da ottenere la commissione di due tele sacre, poi collocate nei santuari mariani di Chiaramonte Gulfi e di Viterbo.

Tornato nel paese natio, alterna opere di studio alla decorazione parietale di alcuni palazzotti, inseguendo i gusti della committenza. Ma l’equilibrio raggiunto e il discreto successo d’artigiano locale vengono scossi dalla partenza della sorella Cristina per l’Argentina. Al quarantaduenne chiaramontano non resta che seguirla, proiettandosi in una realtà urbana del tutto lontana dalla chiusura paesana.

Riposo, acquerello, 1952

De Vita giunge in Sud America nel 1948 e di lì a poco si iscrive ad una scuola di nudo. I quadri che seguono questo periodo rispecchiano il desiderio di una nuova sperimentazione artistica modulata attraverso i canoni del classicismo figurativo che gli resteranno cari per tutta la vita.

Difatti, in “Con la Venere” il pittore abbandona il paesaggio ibleo per una raffigurazione che definirei accademica: una statua di donna, decollata e dagli arti monchi campeggia su un tavolino posto in primo piano sul quale sono riposti oggetti di poco valore. Rispetto al delicato tratteggio precedente, i colpi di pennello risultano ora più spessi ed evidenti, corrono lungo il busto della Venere, si condensano nelle zone d’ombra donando volume. I vasi in primo piano, colpiti dalla luce proveniente da sinistra, sono resi con cura meticolosa, tanto che i singoli vimini divengono visibili; la stilizzazione dei pennelli crea un contrasto che si sposa con lo sfondo indefinito.

Con la Venere, olio su tela, 1950

Particolarmente intimo risulta l’acquerello “La modella tutta per lei”. Questa volta la Venere acquista un capo, delle braccia e delle carni rosate ma non perde né la staticità statuaria né la compostezza per posare di fronte ad una pittrice che abbozza la sua figura su una tela. Un gradino divide le due figure, creando una distanza spaziale e concettuale tra chi viene rappresentato e chi, con la propria abilità, rappresenta.

La modella tutta per lei, acquerello, 1951

Come in questo caso, i titoli delle opere di De Vita si presentano molto arguti, anticipatori delle intenzioni figurative del pittore o particolarmente ironici. Un caso emblematico è quello de “L’inquisitore” nel quale un pappagallo variopinto sovrasta e osserva con sguardo giudicante un passerotto dall’alto del suo trespolo, in mezzo ad una giuria composta da bottiglie e frutti maturi.

L’inquisitore, acquerello, 1951

Ma il periodo argentino, caratterizzato da un attivismo artistico profondo culminato nella partecipazione a mostre ed esposizioni nelle principali città dello stato, termina nel 1957 quando Cristina e Giovanni fanno ritorno a Chiaramonte; per il pittore si chiude una stagione turbinosa e prolifica testimoniata da quadri di stampo accademico e vedute.

Nel paesino ibleo riprende l’attività di decoratore ottenendone una discreta fama, che purtroppo non ricade sui suoi quadri riposti nella casa di via Castello divenuta studio. Nonostante questo, De Vita dedica buona parte del suo tempo alla composizione di nuovi quadri che, specchio della sua stessa vita, divengono sempre più solitari e serafici. Con l’autoritratto in idropittura “Ego sum” il pittore da fondo alle sue introspezioni, il suo sguardo sicuro si rivolge al futuro senza timori. Al contempo, è rivendicazione della propria esistenza nel mondo o, per meglio dire, il desiderio di ritagliarsi uno spazio attraverso la propria arte. Parafrasando la celebre citazione cartesiana “Penso, dunque sono”, con questo quadro De Vita sembra dire “Dipingo, dunque esisto”.

Ego sum, idropittura, 1965

L’arte di riflessione sfocia in produzioni oniriche. È il caso di “Un grappolo di illusioni” nel quale un bimbo tiene un palloncino in mano all’interno di una botteguccia dagli scaffali colmi. Sembra che il pittore abbia immaginato sé stesso fanciullo, con tutte le illusioni proprie della giovane età, incarnate negli otto palloncini appesi, irraggiungibili per la minuta statura del bimbo. La qualità stilistica raggiunge con questa tela la sua piena maturità.

Un grappolo d’illusioni, olio su tela, 1967

I risultati pittorici raggiunti vengono riproposti in “Api” divenuto acquerello nel 1975 dopo un primo abbozzo fatto in china nel ’39, a dimostrazione che De Vita attuò sulle sue opere un continuo labor limae in più e lontane riprese.

Api, acquerello, 1975

Nel corso della vecchiaia si rifugia nelle vedute iblee. Tra i quadri del periodo merita di essere citato “Scale musicali”, ritraente un tramonto in via Castello, che dona ad ogni gradino una tonalità diversa, quasi a ricordo di note differenti.

La sua arte si muove tra gli spazi, scavalca i confini cittadini per ambientarsi nella campagna. Le case della via, poggiate le une accanto alle altre, vengono sostituite dagli ulivi che costeggiano un viottolo in “Il viale”. Qui una bambina si disseta ad una fontana ma a causa dello zampillo troppo alto è costretta a stare sulle punte per meglio sporgersi in avanti.

Scale musicali, tempera, 1976

In conclusione, l’opera di Giovanni De Vita rimane coerente in sé stessa, fedele al suo classicismo, alla delicatezza del tratto e del colore che trovano eccellente attuazione nell’acquerello, tecnica nella quale il maestro eccelse. Ma l’impiego di diversi strumenti pittorici, quali i colori ad olio, le tempere, fino all’idropittura, dimostrano quanto De Vita abbia tentato di esplorare varie rese stilistiche. I suoi quadri sono specchio di un lavoro lungo e solitario, infaticabile anche nelle magre fortune, frutto di una passione che accompagnò il maestro a Messina e in Argentina, fino al ritorno a casa, luogo nel quale la sua arte era nata e al quale era ed è indissolubilmente radicata.

 

Il viale, tempera, 1978

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