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di Vito Castagna

CANTO XIII (Parte prima)

Gli zoccoli di Nesso affondarono nel sangue del Flegetonte generando numerosi schizzi che colorarono il suo manto. La sua figura si perse in fretta dietro l’ansa del fiume. Riuscivamo a percepire la sua presenza attraverso il tintinnio della sua faretra colma, poi il rumore venne inghiottito dal gorgoglio del fiume.

Io e Virgilio camminammo per un poco in una piaggia desolata senza proferir parola. Narrando questo viaggio, una volta che questi si è compiuto, mi accorgo che i silenzi tra me e Virgilio furono numerosi. Apprendevo nel non detto, nel fruscio della sua veste, negli sparuti sospiri così come nelle lezioni che di cerchio in cerchio mi impartiva. Penetravo, attraverso lui, nella morte e nel dolore ma con altrettanta risolutezza scorgevo barlumi di vita, che senza i primi non avrebbero avuto alcun senso.

dante - dicci chi fosti in vita

Ad un tratto la strada ci venne sbarrata da una selva priva di fronde, dai rami intrecciati, nodosi, puntellati da spini. Era così fitta che nessun sentiero avrebbe potuto attraversarla. In terra vi erano molte grosse piume. Ne colsi una incuriosito, poi, alzai il capo e vidi che molti di quegli alberi privi di vita erano incoronati dai nidi di bestie così orribili che mi provocarono un profondo disgusto. Le arpie planavano sulla selva e si posavano sui loro scheletrici giacigli; avevano ali possenti, volto umano, zampe armate di artigli e il corpo ricoperto da piume. Emettevano dei versi così acuti, che facilmente potevano essere confusi coi lamenti che fino ad allora avevo udito. 

Virgilio mi chiamò a sé: “Questo è il secondo girone e vi resteremo fin quando non giungeremo nel deserto ardente. Adesso vedrai delle cose alle quali non crederesti se soltanto te le raccontassi”. dante - dicci chi fosti in vita

Sentivo dei gemiti provenire tra gli alberi, come se i dannati si fossero nascosti dietro i tronchi o rannicchiati sotto gli arbusti. Rimasi immobile, atterrito da ciò che non riuscivo a scorgere e che il mio pensiero rendeva ancora più terrificante. La mia guida, intuendo i miei timori, si avvicinò ad un pruno rinsecchito e mi invitò a raggiungerlo: “Se spezzerai questo ramoscello, cancellerai ogni tuo timore”

Non potevo sottrarmi a quell’invito, tesi la mano verso il ramo che mi era stato indicato e lo spezzai. Una voce antica, fievole come un sibilo, raggiunse le mie orecchie, implorandomi pietà. Sembrava provenire da quell’albero e, solo allora, mi accorsi che da quel ramo zampillava del sangue. “Perché mi ferisci? Non hai pietà? Prima di divenire alberi o cespugli, fummo uomini come te, se fossimo stati dei serpenti, le tue mani sarebbero state più pietose”. Le parole fuoriuscivano lente dalla ferita, ma furono così chiare che non ebbi alcun dubbio sulla loro provenienza. Stupito, lasciai cadere il ramo spezzato e la terra si macchiò di piccole gocce rosse. dante - dicci chi fosti in vita

«Se egli avesse potuto credere a ciò che ha solo letto nel mio poema, anima triste, non ti avrebbe fatto questo; fui io a indurlo a tanto e di questo me ne pento» disse Virgilio rivolgendosi al pruno. Ma poi il poeta continuò a parlare: “Dicci chi fosti in vita, rimedieremo a questo torto. Lui potrà restaurare la tua fama nel mondo dei vivi, perché potrà farvi ritorno”

Vi fu una breve pausa, poi, l’albero cominciò a parlare.

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