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cambiamenti climatici

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di Redazione

Estati caldissime, secche, autunni con perturbazioni estreme: bombe d’acqua, trombe d’aria e venti molto forti. Poi inverni rigidi e di nuovo primavere con tempo variabilissimo tendenti ad anticipare il caldo estivo.

Nei cambiamenti climatici in atto ci siamo tutti dentro, non è soltanto roba che si vede in TV e ci tocca da lontano. Siamo solo agli inizi di un lungo percorso che non promette nulla di buono per il pianeta e, per quel che ci riguarda direttamente, per la Sicilia: desertificazione, fenomeni stagionali estremi e tutto quello che comporterà in termini di produzioni agricole, qualità della vita, pericoli per le persone e cose, rischio frane e alluvioni.

Tromba d’aria nel ragusano (immagine dai social)

A Modica è morto un signore per il maltempo giusto la settimana scorsa e altri due sono finiti in ospedale per una tromba d’aria. A Comiso gravi danni materiali per un’altra tromba d’aria.
Non è la fine del mondo, come vorrebbero farci intendere i venditori di paure (da tempo i social sono sommersi da questo tipo di spam religioso), e non c’è da pentirsi di alcun peccato verso Dio salvo quello di aver devastato l’ambiente in cui viviamo e di avere uno stile di vita non compatibile con il futuro del pianeta.

Allegamento a Catania (foto da tg24.sky.it)

Giusto questa settimana la rubrica “L’Alieno” ha parlato di rivoluzione verde ed economia locale. Perché spesso l’attenzione per l’ambiente oltre a generare un beneficio per il pianeta può risultare anche un ottimo affare. Non bisogna inventarsi nulla. Spesso basta saper copiare da quelli più bravi di noi, ma ovviamente le nostre abitudini dovrebbero cambiare verso un risparmio delle risorse che utilizziamo giornalmente: acqua, energia elettrica, carburante. Grande attenzione anche ai consumi che dovrebbero essere etici e rispettosi dell’ambiente, possibilmente a km0. Non esistono alternative.

Appare scontato che se non dovessero intervenire radicali cambiamenti di politiche pubbliche e private abitudini, intere aree del pianeta diverranno inabitabili con conseguenti spostamenti in massa di esseri umani. E non basteranno gli Orban e i Salvini per poter bloccare questi esodi biblici, che potrebbero peraltro riguardare anche la nostra terra. La Sicilia è ad altissimo rischio.

(foto da sicilia.gazzettadelsud.it)

(foto banner da catania.liveuniversity.it)

di Gabriele Scrofani

Tra i tanti aspetti della nostra vita, che vengono e verranno condizionati dal cambiamento climatico che stiamo vivendo, uno dei più importanti e urgenti è quello che riguarda l’alimentazione legata all’agricoltura e all’allevamento. Aspetti che ovviamente riguardano l’intera popolazione mondiale, sebbene con urgenze differenti. Sono numerosi i report e gli studi che sono stati o verranno pubblicati da parte di importanti istituzioni come la FAO e l’EFSA.

Il problema è di importanza planetaria ma nel nostro territorio, a forte vocazione agricola, ci riguarda ancor più da vicino anche per le implicazioni che riguardano la zootecnia da cui otteniamo latte e derivati, carne, miele e tanti altri prodotti. Le condizioni climatiche peculiari che già ci caratterizzano sono in grado di condizionare le scelte delle colture e ancor di più ci condizioneranno nel prossimo futuro per colpa di un clima sempre più arido. Un processo che ci porterà ad una tale progressiva desertificazione da compromettere la sussistenza di alcune colture che richiedono maggiori quantitativi di acqua o specifici terreni ricchi di nutrienti.

Il rischio desertificazione in Sicilia (fonte e immagine: asvis.it)

A questo proposito il 17 giugno scorso si è tenuta la giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità. Si è parlato della riconversione di terreni degradati (punto 15 dei 17 goals proposti dall’ONU nell’Agenda 2030) e i dati esposti sembrano dimostrare che almeno il 10% del territorio italiano è a serio rischio siccità. La Sicilia addirittura sembra la regione che presenta il rischio maggiore con un 42,9% di superficie totale sensibile alla desertificazione. Una percentuale altissima. Non è un caso che negli ultimi anni a soffrire di più sono state e sono le colture degli agrumi. Fatto che sta già spingendo gli agricoltori a puntare su coltivazioni alternative di mango e avocado. Nonostante ciò, il consumo di suolo, ovvero il passaggio da suolo non artificiale a suolo artificiale è in leggero aumento in Sicilia  (fonte ISPRA e ARPA), con una punta di incremento percentuale (15,4%) proprio nella provincia di Ragusa. Mentre per quel che riguarda i singoli comuni della provincia la città di Vittoria primeggia, seconda nell’isola soltanto a Palermo. Nello specifico, l’incremento di suolo consumato a Vittoria è da imputare alla realizzazione di nuove serre agricole.

Una distesa di serre nella pianura vittoriese (foto da ragusaoggi.it)

Al di là del consumo del suolo è comunque necessario valutare le produzioni che ci possono aiutare in questa transizione: nella fattispecie l’agricoltura a basso impatto ambientale. Ovvero l’agricoltura biologica, che prevede l’utilizzo di sostanze e processi naturali che riducono l’uso di prodotti di sintesi, e l’agricoltura conservativa che riduce la lavorazione del suolo e il suo rimescolamento. Si impedisce così al metano (un importante gas clima-alterante) e al carbonio di essere rimessi facilmente in atmosfera.

Le coltivazioni maggiormente suggerite sembrano le sempreverdi tipiche della macchia mediterranea quali olivo e carrubo: in particolare l’ulivo da recenti studi condotti proprio in Sicilia risulta più efficiente nel bilancio tra CO2 emessa e assorbita. La caratteristica che rende le essenze sempreverdi meno impattanti è legata alla loro attività fotosintetica che continua anche in inverno, quando altre essenze sono in stand-by.

Carrubo e ulivo: esempi di colture sostenibili nel ragusano

Anche l’allevamento di animali (molto presente nella zona collinare iblea) presenta gravi problemi di sostenibilità ambientale. In Europa (come nel Nord America) si è calcolato che oltre la metà dei cereali prodotti sono consumati dagli animali allevati, determinando alla base uno svantaggioso indice di conversione alimentare: per ogni chilogrammo di proteine animali prodotte, occorrono circa 6 chilogrammi di proteine vegetali e con un conseguente consumo iperbolico di risorse idriche necessarie alla coltivazione del foraggio per il sostentamento alimentare degli animali. Su scala globale vengono impiegati oltre 2300 miliardi di metri cubi d’acqua l’anno. Anche l’allevamento vero e proprio richiede l’utilizzo di ingenti risorse idriche: un bovino da latte, durante la stagione estiva, può consumare fino a 200 litri di acqua al giorno, un maiale oltre 20 litri e una pecora circa 10 litri. Considerando anche l’acqua che viene usata per la pulizia di strutture e animali, per i sistemi di raffreddamento e lo smaltimento dei rifiuti, ci sarebbe molto da riflettere sulla necessità di un cambiamento radicale sia sul modello produttivo che sui consumi alimentari.

Un allevamento intensivo di bovini (foto da essereanimali.org)

In ultimo ragionando di azioni messe in atto per ridurre l’impatto ambientale una grossa mano si attende dalla strategia “Farm to fork”, dove un’agricoltura di precisione mira ad aumentare la produzione non soltanto riducendo la superficie di coltivazione, applicando il metodo conservativo e razionalizzando i sistemi di irrigazione, ma agendo sulla genetica delle essenze foraggere per ricercare dei genotipi più resilienti alle temperature sempre più alte. Quest’ultima metodica però è apertamente in contrasto con i dettami dell’agricoltura biologica che prevede di non utilizzare prodotti OGM. Mi sembra però inevitabile che con il peggiorare della situazione climatica questa resistenza dovrà venir meno per ottenere coltivazioni capaci di resistere alle mutate condizioni ambientali.

(Immagine da naturachevale.it)

Vorrei anche ricordare quanto sia importante il comportamento di tutti noi nelle scelte quotidiane  di acquisto di prodotti provenienti da un’agricoltura sostenibile e l’urgenza di pratiche più ecocompatibili nella nostra vita per rendere questa transizione possibile.

(Fonte e immagine da: Repubblica.it)

foto banner da qds.it

di L’Alieno

È da un anno circa che L’Alieno scrive della necessità di una visione politica del futuro in un momento storico di cambiamenti epocali. Inutile fingersi sordi e ciechi. Se non vogliamo occuparci del futuro sarà lui ad occuparsi comunque di noi. E non sarà divertente farsi trovare ancora una volta impreparati.

Occorre forse la palla di vetro del mago Otelma per prevedere che i cambiamenti climatici in atto avranno pesanti effetti sulle nostre vite e sulle nostre terre? Siamo un angolo di mondo ad altissima vocazione agricola e già in questa rovente estate stiamo sperimentando un anticipo di ciò che diventerà regola nei prossimi anni: temperature estive stabilmente sopra i 40 °C e tendenzialmente minori precipitazioni piovose nell’anno. Siccità in una sola parola.

Vogliamo chiederci quale sarà l’impatto sulla nostra agricoltura? Quali saranno le coltivazioni non più sostenibili per il nostro territorio? Come quelle, ad esempio, che necessitano di tanta acqua? Stiamo forse cercando di ripensare la raccolta e la distribuzione delle risorse idriche come Israele, che ricicla il 90% delle acque reflue domestiche? Nulla di tutto questo. Continuiamo invece a tollerare reti idriche fatiscenti che disperdono il 50% del prezioso liquido nelle nostre città.

La politica troppo spesso non vede (e non vuol vedere) al di là del proprio naso, continuando imperterrita a voler ignorare le necessità che ci aspettano. Non per caso a Ispica è stato finanziato e autorizzato un nuovo campo da golf a 18 buche. Il consumo di acqua previsto sarà pari a quello di una città di circa 9.000 abitanti. Sarebbe forse questo un esempio di sviluppo sostenibile? Il mondo va da una parte noi dall’altra. Non abbiamo capito nulla.

Il tempo a nostra disposizione sta per scadere e non ci saranno proroghe per nessuno. Né servirà imprecare contro il fato avverso. Il cambiamento climatico è già una realtà e se non ci attrezzeremo da subito finirà per travolgerci.