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Carlo Mazzerbo

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di Vito Castagna

“Un elemento prioritario è l’esigenza di assistenza sanitaria nelle prigioni, che è una esigenza diffusa, ampia, indispensabile. È indispensabile che si affronti sollecitamente questo aspetto. Il numero dei suicidi nelle carceri dimostra che servono interventi urgenti. È importante ed indispensabile affrontare il problema immediatamente e con urgenza. Tutto questo va fatto per rispetto dei valori della nostra Costituzione, per rispetto di chi negli istituti carceri è detenuto e per chi vi lavora“. 

Sono queste le parole che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rivolto ai rappresentanti della Polizia Penitenziaria ricevuti al Quirinale. Ad oggi, il numero di chi decide di togliersi la vita in carcere è drammaticamente in crescita: sono stati registrati ben 26 suicidi dal gennaio 2024, un dato che se dovesse rispettare questa tendenza potrebbe superare l’annus horribilis del 2022, quando si raggiunsero gli 84 decessi. 

Il Presidente Sergio Mattarella nel corso dell’incontro con il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Bisogna correre ai ripari e in fretta! Ma servono risposte decise e riforme strutturali che il mondo penitenziario non riceve dal 1975. Perché molto è cambiato da quella stagione politica, a partire da chi vive nelle carceri: sono sempre di più i detenuti che hanno bisogno di assistenza psichiatrica, a fronte delle pochissime residenze di sanità distribuite nel territorio. A questo vanno aggiunti il sovraffollamento, le condizioni igienico-sanitarie scarse, la mancanza di percorsi rieducativi e un rapporto malsano con le guardie penitenziarie. Una miscela esplosiva che non risparmia carcerati e carcerieri.

Stando ai numeri attuali, questo ambiente degenerato uccide una vittima ogni 60 ore. Anche le guardie penitenziarie ne vengono colpite. In tre si sono tolte la vita quest’anno. I più esposti sono quelli che non hanno scelto con attenzione la propria professione o che intendono il carcere come luogo di detenzione e di punizione. Ad ogni modo, addossargli tutte le colpe di questo stato di cose sarebbe sbagliato. Molti di loro sono purtroppo vittime di percorsi formativi obsoleti, di turni asfissianti e di un mancato sostegno psicologico. 

(foto Repubblica)

Il discorso del Presidente Mattarella ha avuto il merito di far emergere gran parte di queste problematiche. Il mondo politico ha però percepito la gravità della situazione? È ancora presto per dirlo, ma il passato ci insegna che questi appelli cadono spesso nel vuoto. 

Carlo Mazzerbo, ex direttore del carcere di Gorgona (Livorno), pur plaudendo l’operazione del Presidente della Repubblica, si è mostrato piuttosto scettico: “Ci sono stati diversi appelli di questo tipo. Penso a quelli di papa Wojtyla e del Presidente Napolitano, che hanno preceduto la condanna dell’Italia da parte della Corte Europea per le condizioni dei nostri penitenziari. Non hanno sortito alcun effetto. Purtroppo, credo che manchi la volontà politica, perché temi di questo tipo non sono adatti al clima da campagna elettorale nel quale viviamo”. 

Carlo Mazzerbo, ex direttore del carcere di Gorgona dal 1989 al 2004

L’idea di carcere come luogo di rieducazione sembra essere molto lontana dall’agenda del Governo. Basti pensare alle posizioni intransigenti della Lega in materia di rimpatrio per i detenuti extracomunitari e di inasprimento delle pene. “A Livorno – prosegue Mazzerbo – il sottosegretario al Ministero della Giustizia Delmastro ha portato con grande orgoglio manganelli, scudi ed elmetti nuovi per le guardie penitenziarie. Non ho nulla in contrario, ma sarebbe meglio insegnare le tecniche migliori di intervento su soggetti instabili, senza un utilizzo eccessivo della violenza. Dovremmo prediligere interventi mirati, aprirci all’ascolto e fornire un vero servizio di reinserimento nella società”. 

Mai come ora il mondo penitenziario ha bisogno di rinnovamento e di una nuova visione. Il Presidente della Repubblica ha puntato i riflettori su uno dei problemi più gravi del nostro tempo. Ci auguriamo che sia una presa di coscienza della classe politica e della società tutta. Perché lo Stato non possa più rinnegare se stesso, istigando al suicidio chi deve proteggere e rieducare. Ne vale della nostra democrazia.

Continua il nostro interesse per il mondo carcerario, soprattutto alla luce dei tanti suicidi che quest’anno segneranno un picco mai rilevato in passato (79 al momento). Una strage silenziosa che è un chiaro atto d’accusa per una politica “distratta”, che ha smesso da tempo di occuparsi degli ultimi. Spinti da questa problematica, abbiamo voluto dialogare con Carlo Mazzerbo, già direttore della Casa di reclusione di Gorgona (Livorno) dal 1989 al 2004, e poi dal 2013 fino al luglio scorso. Per la casa editrice Nutrimenti ha scritto “Ne vale la pena. Gorgona, una storia di detenzione, lavoro, riscatto” (2013): frutto di un’esperienza lunga quasi 40 anni.

Carlo Mazzerbo (foto penitenziaria.it)

di Vito Castagna

Da anni si parla di una riforma in grado di rinnovare il sistema carcerario. Purtroppo, tutt’oggi questa esigenza rimane inascoltata. Cosa ne pensa al riguardo?

Durante la mia attività, ho notato la mancanza di una politica che rivedesse l’esecuzione penale e giudiziaria, e che si interrogasse su quale senso dover dare alla condanna, Non voglio farne un discorso politico ma, di fatto, nel corso degli ultimi vent’anni, il sistema carcerario ha vissuto sulle eredità passate, senza ricevere investimenti materiali ed umani. La mancanza di visione ha colpito molto la Giustizia, così come la Sanità.

Nel mondo degli addetti ai lavori, vi sono stati cambiamenti significativi sulla gestione dei detenuti?

Nel 2020, si è tentato di sganciare in linea gerarchia la figura del Comandante da quella del Direttore. Ciò comporta che quest’ultimo, che è un civile, sia responsabile dell’istituto e al contempo sia il solo a comandare il personale, compreso il capo degli agenti. Questa operazione può essere intesa come la volontà di far prevalere una visione più “custodiale” del carcere e non “trattamentale”. Purtroppo, così facendo, si è cercato di preservare la sicurezza degli istituti, mettendo in secondo piano la rieducazione dei detenuti.

La popolazione carceraria è in costante mutamento. Ciò ha generato ulteriori problematiche?

Certamente, basti pensare che i detenuti che provengono dalla criminalità organizzata costituiscono solo il 5% della popolazione dei distretti. Invece, la massa è composta da stranieri, tossici, malati mentali, che nel carcere trovano un contesto inadeguato alla loro condizione. La nostra amministrazione è del tutto impreparata alla gestione di un nucleo così alto di casi di questa natura. Molti detenuti potrebbero ottenere l’affidamento ai servizi sociali e alle comunità terapeutiche se ci fossero strutture in grado di accoglierli. Ma la scarsezza di fondi e di strutture attrezzate costituisce un problema atavico.

(Immagine repubblica.it)

In questi undici mesi, il numero dei suicidi in carcere è salito a 79 persone. Può il contesto di abbandono essere uno dei possibili responsabili di questo dato spaventoso?

Per spiegare questo fenomeno potremmo mettere insieme diversi elementi. Innanzitutto, le strutture sono fatiscenti. Ad aggravare la situazione vi è la concezione che sta dietro alla loro costruzione, volta alla sola custodia e non al recupero, poiché il detenuto è costretto a passare venti ore al giorno chiuso in una cella sovraffollata, lontanissima dagli standard imposti dalla legge. A ciò uniamo la mancanza di educatori, psicologi e medici. Ad ogni educatore sono affidati circa 50 detenuti, i quali avranno possibilità di dialogare con lui solo una volta al mese. Si è parlato tanto di carcere della speranza, ma togliendo anche quella il suicidio può divenire purtroppo una soluzione.

In che modo si potrebbe combattere l’inadeguatezza delle carceri italiane?

Non c’è una ricetta precisa, ma credo che bisognerebbe limitare il carcere a chi è estremamente pericoloso. I dati hanno dimostrato che chi termina la pena in due alternative, in semilibertà o ai domiciliari, ha il 70% di possibilità di non tornare in carcere, mentre chi trascorre tutta la sua detenzione in galera all’80% vi fa ritorno. In secondo luogo, bisogna avviare attività scolastiche, laboratori teatrali, guidare i detenuti nel mondo del lavoro, incentivare con convinzione i colloqui con i familiari. Il carcere dovrebbe avere continue relazioni con l’esterno.

In conclusione, potrebbe parlarci del modello virtuoso di Gorgona (Livorno), del quale è
stato direttore per molti anni?

Gorgona in quanto isola ha mille potenzialità ma al contempo può essere un posto infernale.
E’ una questione di prospettiva. Lì non abbiamo fatto altro che applicare la legge, cercando di creare una piccola comunità, nella quale ognuno aveva un proprio compito. Ciò era possibile anche grazie al numero contenuto della popolazione carceraria, che potevi conoscere e seguire. Noi operatori eravamo rigorosi e al contempo elastici e cercavamo di trovare un giusto rapporto tra legge e umanità. Fondamentalmente, il nostro obiettivo è stato quello di dimostrare che lo Stato è lì per aiutarti e con convinzione abbiamo cercato non di formare dei buoni detenuti ma dei buoni cittadini.