Tag

Claudio Fava

Browsing

di Vito Castagna

Claudio Fava è un volto noto del giornalismo e della politica siciliana. La sua carriera ha inizio nel 1982 ne “I Siciliani” fondato e diretto da Giuseppe Fava. È stato direttore de “I Siciliani” fino all’86, collaboratore per l’Espresso, il Corriere della Sera, la Rai e l’Europeo in Italia e all’Estero. Alla passione per il giornalismo ha unito l’attività politica. Dopo l’elezione alla Camera dei Deputati nel 1992, è stato Segretario dei DS in Sicilia (Democratici di Sinistra) ed europarlamentare. Nel 2017 è il leader di “Cento passi per la Sicilia”, che gareggia alle regionali per eleggere lo stesso Fava presidente. Dal 2018 al 2022 è stato presidente della Commissione Antimafia. Oggi, insegna alla “Itaca. Scuola di scritture” per trasmettere l’importanza della buona scrittura. 

Claudio Fava (foto Festival Costituzione)

Cosa ne pensa del giornalismo di oggi?

È un giornalismo impigrito rispetto a quello che ho conosciuto e frequentato, perché si sono impigriti il mondo dell’informazione e il rapporto con l’informazione. Un tempo il lettore leggeva, cercava, annusava la carta stampata e la scrittura, distingueva e apprezzava. Adesso, il lettore è molto più superficiale, predilige una comunicazione rapida e veloce, affidata a mezzi che non praticano la virtù della parola ma l’immediatezza della comunicazione.

È un lettore che chiede poco al giornale e i giornali stessi sono abituati a dare poco. Non parlo dei grandi momenti, come quello che purtroppo stiamo vivendo, ma parlo della quotidianità dentro la quale un tempo gli spunti per l’approfondimento, per l’investigazione, per il racconto umano dei personaggi e di qualsiasi storia era una regola naturale del giornalismo, che prevedeva scritture lunghe, lente, meditate. Oggi lo spazio per la meditazione si è ridotto, la lentezza è stata sostituita da una brevità assoluta; la scrittura si è fatta essenziale e l’informazione passa sulla superficie degli eventi. Questo si nota anche in una disabitudine ad una buona e lunga scrittura da parte dei giornalisti. Un tempo era naturale che un inviato cercasse non tanto di raccontare subito la propria storia quanto di comprenderne le coordinate culturali, esistenziali, umane, geografiche e storiche.

Pensiamo a Kapuściński, l’inviato di una delle agenzie più povere del Pianeta, la PAP polacca. Il suo era un giornalismo nel quale la maestria non risiedeva tanto nell’eccellenza della scrittura quanto nella capacità di entrare dentro le storie e di scavare nelle pieghe di umanità. Al tempo stesso, i giornalisti spesso anticipavano la notizia: in passato l’andavi a cercare, la anticipavi, la profetizzavi, la costruivi perfino attraverso il racconto di quello che vedevi. Ecco, io credo sia questo lo stato dell’arte, in parte responsabilità di un mestiere che si è appunto impigrito, in parte di un tempo in cui la pigrizia trascina con sé tutto, lettori, letture, autori a causa di altre vocazioni e di un altro rapporto col nostro tempo.

ll giornalista polacco Ryszard Kapuściński (foto PoloniCult)

Quindi molto dipenderebbe da un “consumatore” che non riesce a sostenere il ritmo del passato?

C’è questo da una parte, dall’altra c’è un giornalismo che si è colpevolmente adeguato ai gusti minimalisti del lettore e ad un’informazione ridotta in pillole. In questi anni mi è capitato di rilasciare un’intervista e di sentire dall’altra parte del telefono il ticchettio del computer. Quello che dicevo veniva travasato in un file che poi andava direttamente in tipografia, come se il giornalista fosse soltanto un traspositore, uno strumento meccanico. L’intervista non è semplicemente far domande e raccogliere risposte ma è stare dentro la condizione umana del momento, nei silenzi, nelle parole, nella gestualità, ed argomentare attraverso le risposte che ricevi tutte quelle domande che non avevi previsto. Se volessimo estremizzare in forma teatrale, è una sorta di duello.

D’altro canto, si è perduto il gusto della grande inchiesta. I lettori non chiedono più inchieste e il giornalismo si è in parte abituato ad assecondarli, si è adeguato al tipo di informazione che oggi si consuma e credo sia una responsabilità della nostra editoria in particolare. All’estero continuo a vedere che c’è ancora curiosità per la ricerca della notizia. I nostri giornali sono gli unici che continuano ad aprire pedissequamente su vicende di politica interna anche quando non accade nulla. Se si va altrove si scopre che Le Monde, Times o El Pais aprono con quello che accade nel mondo, a prescindere da quello che succede in Israele. È troppo riduttivo guardarsi l’ombelico.

(foto Osservatorio Europeo di Giornalismo)

La politica ha responsabilità sulla formazione di questo giornalismo introverso?

La politica ha utilizzato il giornalismo come un luogo dove collezionare i suoi comunicati stampa, trafiletti e interviste. Secondo questa logica, serve in quanto è la tua cassa di risonanza anche perché la nostra politica è tutta avvitata attorno a un parametro che è la ricerca del consenso, quello che ha ucciso progressivamente le qualità della politica dal dopoguerra ad oggi.

La ricerca esasperata del consenso come unica bussola porta spesso a mettere alla catena ogni forma di ricerca, di approfondimento e di comunicazione politica. È un rapporto malato. Difficilmente un politico vede in un giornale qualcosa che non sia un oggetto del desiderio. Ho visto per trent’anni colleghi politici continuare a sfornare comunicati lunghissimi e astrusi; più volte ho tentato di spiegare che pubblicarli è del tutto inutile, che non raggiungono il lettore o che vengono ridotti a poche righe e travisati dai redattori. Spesso è questa l’idea di consumo che il politico fa del giornale, che diventa una vetrina che ti permette di raggiungere qualche punto in più di consenso.

(foto Corriere.it)

Il mondo della notizia non può prescindere dal web e dai social. Che parere ha in merito?

Io sono un giornalista ancora legato al culto della carta stampata ma mi rendo conto che immaginare che l’informazione possa essere soltanto di questo tipo sia museale. Bisogna fare i conti con un tempo nuovo che viaggia attraverso forme immateriali, sul web e sui social. Credo che ci sia un limite e un pregio: il limite, come dicevo, è che ha spesso ridotto, condensato, estremizzato l’informazione in poche pillole, ha smussato le possibilità di approfondimento e si è sempre più adeguata ad un lettore che, quando ha il telefono davanti, è un consumatore vorace e impaziente.

Il lato positivo è che si ha la possibilità di far viaggiare e di veicolare vicende e storie che altrimenti non avrebbero raggiunto i lettori se affidate alla sola carta stampata e al circuito minimalista delle televisioni pubbliche.

Penso, ad esempio, alla mia città, Catania. Qui, in questi anni, molte delle storie più significative sono state raccontate da cronisti di strada attraverso i giornali sul web, che rappresentano un controcanto dal quale non si può più prescindere. È una storia analoga a quella nostra de “I Siciliani”, con la differenza che lavoravamo su carta perché allora era l’unico mezzo disponibile. Se l’avessimo potuto fare oggi, avremmo sfruttato i mezzi telematici. Il web ha agitato la palude stagnante dell’informazione. Al contempo, ha creato un consumo della notizia che è fatto di rapidità e troppo spesso di superficialità.

(foto Riforma.it)

Si può trovare una mediazione tra le parti?

Bisognerebbe continuare a coltivare la cultura della buona scrittura, che sia una pagina sul web o di giornale, perché questo si è un po’ perso. Una volta la scrittura era anche esercizio e ricerca. Quest’ultimo è un tema fondamentale per il giornalista, in sua assenza qualsiasi lavoro risulterà parziale e zoppo. La ricerca ha a che fare anche con la parola, provare ad allontanarsi dal linguaggio della vita e ad entrare in un linguaggio più attento, più puntuale, più capace di creare empatia tra lo scrittore e il lettore. Il giornalista non è infatti un gazzettino o un registratore, deve metterci del proprio ed esercitarsi costantemente.

Ad esempio, pensiamo alla punteggiatura. Il suo uso corretto è in via di estinzione perché risente della comunicazione quotidiana, nonostante sia una delle più grandi risorse retoriche e narrative della scrittura. Da Céline che decide di usare una virgola ogni tre pagine, a Gadda che se ne serve per scandire continuamente il testo. Il giornalista ha in parte perso la propria capacità di dettare il tempo con la punteggiatura. Questa non è una questione secondaria: la buona scrittura è un elemento indispensabile per il buon giornalismo fatto su qualsiasi supporto. La sua qualità è qualità complessiva di questo mestiere.

Una riunione della redazione de “I Siciliani” (foto I Siciliani giovani)

Possiamo allora dire che è a seguito di questa esigenza che ha pensato di fondare una scuola di scrittura?

Sì. Nella nostra scuola cerchiamo di dare densità alla scrittura dei nostri allievi. La prima cosa che insegniamo loro è la parola scelta. La scelta è fatica e senza fatica non vi è scrittura. La fatica della scelta di una parola, anche nei tempi più contingentati del giornalismo, sta dentro il rapporto che bisogna avere con la scrittura, che è guardare e raccontare. Scrittura è saper individuare il dettaglio, è sapersi emozionare davanti ad un calzino spaiato, perché davanti ad un tramonto sanno emozionarsi tutti.

Concentrandoci sulla Sicilia, c’è un rinnovamento del giornalismo, soprattutto da parte delle generazioni più giovani?

Assolutamente sì. Ho incontrato molti bravi colleghi. Ho visto qualità, attenzione, curiosità e approfondimento che non esistevano una volta ed erano appannaggio delle tre grandi gazzette siciliane. Adesso, per fortuna c’è una generazione di più giovani che ha imparato a sfruttare un giornalismo povero, scarno ma efficacissimo sul web.

Per Claudio Fava cos’è il buon giornalismo?

Saper fare le domande giuste. Questo è per me il buon giornalismo. Le buone risposte arrivano solo a seguito di buone domande e quest’ultime richiedono consapevolezza, conoscenza, curiosità, libertà, intenzione, determinazione, passione. E tutto questo trova sintesi nella domanda, quella che ti poni tu cronista rispetto a quello che si andrà a raccontare. Le buone domande fanno il buon giornalista.

(foto Corriere.it)

La nostra intervista a Beppe Severgnini: Il giornale non è la carta su cui è pubblicato

Con la scomparsa di Maurizio Costanzo è venuto a mancare uno dei giornalisti che più ha influenzato il mondo dell’informazione. Il suo “Maurizio Costanzo Show” ha dato una nuova prospettiva al giornalismo, rendendolo una vera e propria forma di spettacolo. Arguto, pacato, ironico, fece dell’intervista uno dei suoi marchi di fabbrica. Celebre quella fatta a Giovanni Falcone nel 1991 a seguito della barbara uccisione di Libero Grassi. Quella sera al teatro Parioli, insieme al magistrato, sul palco vi era un giovanissimo Claudio Fava, politico e giornalista siciliano che tanto si è speso nella lotta a Cosa nostra. 

Col ricordo di Fava rivolgiamo il nostro commiato al celebre giornalista romano. 

Claudio Fava

di Claudio Fava 

Di quella serata che cambiò la vita e la storia di molti di noi ricordo la tensione che rivestiva ogni parola, ogni gesto, ogni esitazione.

Teatro dei Parioli, Maurizio Costanzo a gestire la discussione, Giovanni Falcone accanto a me sul palco, attorno a noi altri testimoni di quella stagione irriducibile e disperata.

A Palermo, c’era collegato Michele Santoro con i suoi ospiti, i suoi siciliani irriducibili. In mezzo, il paese che per la prima volta s’affacciava sulle cose di mafia come su una grande, tragica e perfetta questione nazionale.

Ricordo che ogni parola, detta o ricevuta, tagliava l’aria, la faceva vibrare, si posava a terra con un frastuono di cose irrimediabili.

Vibravo anch’io, poco più che un ragazzino, ma quando rischiava di prevalere l’ansia gettavo un occhio su Costanzo. E mi placavo. Era lucido, asciutto, ironico, presente. Mai un verbo di troppo, un aggettivo fuori misura. Fu una lezione di vita, prima ancora che di buon giornalismo.

Maurizio Costanzo. Foto: Il Riformista