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di Sebastiano D’Angelo

C’è stata anche una Miss Mondo nella lunga storia del Premio Ragusani nel Mondo.
Il 28 luglio del 2008 venne premiata una bella e solare ragazza paraguaiana di origine comisana: Fiorella Migliore, che il 24 giugno dello stesso anno aveva conquistato lo scettro di Miss Italia nel Mondo, concorso riservato alle miss di origine italiane residenti all’estero. Di origine comisana, Fiorella è una splendida ragazza, dal carattere dolce e accattivante, dall’animo sensibile e affettuoso, dai lineamenti che coniugavano tratti di bellezza sudamericana e mediterranea. 

Fiorella Migliore

Il nonno Giuseppe è stato un affermato medico ad Asunción, con prestigiosi incarichi anche nella comunità italiana. Mentre la nonna Sara era una donna dal carattere forte e rivoluzionario, con forti accenti trasgressivi per l’epoca in cui visse, ma molto legata alle tradizioni della città di origine, che seppe trasmettere ai figli ed alla nipote Fiorella.

Dall’unione dei nonni, conosciutisi ad Asunción, ma provenienti entrambi da famiglie amiche di Comiso, nacquero tre figli: uno dei quali, Hugo, è il papà di Fiorella. Oggi un affermato imprenditore nel ramo del commercio ed installazione di impianti di pubblica sicurezza. La mamma, Lourdes, è invece una conosciuta attrice di teatro e televisione a livello nazionale, oltre che celebrata ballerina.

Insieme alla madre Lourdes Llena

Fiorella, secondogenita, nata ad Asunción il 27 gennaio 1989, sin da bambina ha seguito le orme della madre, avviandosi allo studio delle recitazione, del teatro e della musica. Ha frequentato diverse scuole di teatro, trovando spazio già da piccola in alcuni noti cortometraggi a livello nazionale. Dopo la laurea, conseguita con ottimo profitto, ha alternato la carriera di esperta di marketing con quella di indossatrice, offrendo il proprio volto per la pubblicità di prestigiosi prodotti cosmetici. Si è distinta in breve tempo come una delle top-model più ricercate del Paraguay, vincendo anche numerosi concorsi di bellezza.

Il successo però non ha mai stravolto il suo carattere di ragazza spontanea ed affettuosa, vivace ed intelligente, che non lesina di dedicare il suo tempo libero al volontariato e all’assistenza ai malati terminali.
Ad inizio del 2008, dopo aver vinto la selezione del Paraguay, nella fase finale di Jesolo ha conquistato il titolo di Miss Italia nel Mondo e il cuore stesso degli italiani con la sua grazia e simpatia. Rendendo felici ed orgogliosi non soltanto la sua famiglia ma anche tanti ammiratori della Provincia di origine e la città stessa di Comiso.

2008. Il giorno della vittoria al Concorso di Miss Italia nel Mondo a Jesolo

Il Premio, è noto, porta sempre bene. E così anche per la bella Fiorella, è salita alla ribalta del cinema e della Tv italiana e del suo paese.
Tra il 2010 e il 2012 ha interpretato Lia nella miniserie televisiva “Sotto il cielo di Roma”. È stata coinvolta in una puntata di Don Matteo ed in numerose altre fiction. Ha anche intrepretato ruoli di primo piano nei film paraguaiani “Universo servilleta” e “Libertad e 7 Cajas”. Nel 2012 ha partecipato al concorso nazionale di Miss Paraguay, classificandosi al secondo posto e accedendo direttamente alla finale del concorso internazionale di Miss Mondo 2012.

28 luglio 2008. Sul palco del Premio Ragusani nel Mondo

Nello stesso anno ha anche presentato con Phil Keoghan la terza puntata della ventesima edizione di The Amazing Race, mentre in seguito è stata conduttrice televisiva per l’emittente paraguaiana Canal 13, dove ha condotto “Varano Extremo” e “Click Tv”. È stata testimonial a livello nazionale di aziende quali Kelémata, Gillette, Dove e Claro.

Nel 2013, poi, ritorna sulla scena del Premio Ragusani nel Mondo come conduttrice, a fianco di Salvo Falcone. Oggi conduce una intensa vita professionale come testimonial di grandi eventi della moda e dello spettacolo ad Asunción, dove nel frattempo è diventata mamma di due splendidi bambini.

2013. Insieme al Direttore del Premio, Sebastiano D’Angelo, nella qualità di presentatrice del Premio stesso

di Luigi Lombardo

La vicenda del Dio che muore e rinasce è un motivo ricorrente in particolare nelle mitologie dei popoli del bacino del mediterraneo appartenenti all’area del vicino oriente, uno dei mitologemi fondamentali della storia di questi popoli. Ad un dato momento della storia di questi popoli mediorientali questo mitologema si innestò o sostituì miti e riti della rigenerazione della natura, legati al ciclo stagionale, che nella primavera ponevano la rinascita della natura. La vita naturale che rinasce assume le sembianze di un dio, dalle fattezze giovanili, che morendo e rinascendo annualmente fa rinascere la stessa natura e al contempo propizia la renovatio umana, nei termini più spiritualizzati.

La sfilata di due confraternite e il compianto Padre Barbera a Chiaramonte (Ph Vincenzo Cupperi)

In area medio orientale dunque si fondono due culture, che riescono a conciliare i riti del ciclo vegetale con l’archetipo del Deus patiens che muore e rinasce. Da questo evoluto sincretismo religioso il Cristianesimo farà nascere un rinnovato quadro mitico religioso, che tuttavia a più riprese mostra le sue origini soprattutto nella concezione del tempo.

Processione dell’Addolorata e del Cristo morto ad Enna (Ph Vincenzo Cupperi)

Le religioni naturali hanno una visione ciclica, conforme all’andamento circolare dell’anno (anno da anulus, anello). Le religioni soteriologiche orientali innestano su questo fondo la visione nuova di un tempo rettilineo (inizio-creazione / fine-resurrezione-salvezza finale). L’una e l’altra di queste visioni mai ebbero la meglio. Le due religioni, la naturale e la personale, trovarono nel cristianesimo un tentativo di sintesi. Così nel tempo ciclico dell’eterno ritorno fu innestata la vicenda esemplare, unica, irripetibile della morte e passione del figlio di Dio.

La ripetizione rituale di tale morte assunse semmai l’aspetto di una “commemorazione”, un termine che cercava di spiegare la persistenza di una “cultura del tempo”, anche in ambito cristiano, assai difforme da quella ufficiale, presente in particolare negli ambienti agro-pastorali, intrisi ancora di cultura e religiosità pagana.

Processione dell’Addolorata a Licodia Eubea

La triste vicenda del figlio di Dio, del Cristo, sotèr, ha sorprendenti e non casuali riscontri nelle vicende “drammatiche” di alcune popolarissime divinità orientali, i cui culti con estrema facilità si diffusero nell’occidente romano: Attis e la madre Cibele, Adone e Astarte. Ma già presso la religione greca si fece strada potente la figura di Dioniso, le cui pietose vicende diedero vita ad una delle religioni misteriche più diffuse nell’occidente greco-romano: anche Dioniso muore (fatto a pezzi) e rinasce, riaccendendo nei seguaci la speranza di una seconda vita. I primi cristiani identificarono nel Bacco romano il loro Cristo.

La Resurrezione (Peter Paul Rubens, 1616 circa)

In questo contesto culturale, fra monoteismo giudaico, messianismo, attese soteriologiche e culti misterici di varia provenienza, nasce la festa di Pasqua cristiana, in un particolare e straordinario clima sincretistico, che contrassegna un periodo storico che va dal I al III secolo dopo Cristo. Sant’Agostino per primo diede una sistemazione liturgica e teologica alla Pasqua: egli fissò il concetto di “passaggio” di Cristo, il quale attraverso la passione giunge alla morte e al suo superamento con la resurrezione.

Questo itinerarium vitae è garantito a tutti coloro che crederanno in Lui. Fu Agostino che codificò definitivamente i termini del sacro triduum: «sacratissimum triduum crucifixi, sepulti, resuscitati» (il triduo del crocifisso, del sepolto e del risuscitato). Questa scansione liturgica si è conservata nei riti cattolici e nelle varianti folkloriche moderne.

Processione del Cristo flagellato a Ispica

La liturgia cattolica ha subìto nel corso dei secoli modifiche e adattamenti, fino all’ultima e definitiva sistemazione, che prevede il giovedì i riti dell’istituzione dell’eucaristia in coena domini e la lavanda dei piedi, il venerdì la commemorazione della morte di Cristo, il sabato notte la resurrezione con i riti connessi (benedizione del fuoco e battesimo soprattutto). La domenica continua la gioia della resurrezione. Questo percorso ufficiale ha costituito la base in cui la cultura folklorica ha innestato le proprie cerimonie, molte volte in sintonia con l’ufficialità, tante volte dissonante o comunque non conforme.

Comiso. la “sciuta” (uscita) dalla chiesa di Gesù Risorto. La bambina è vestita da angelo con abiti fedelmente riprodotti secondo la tradizione catalana del ‘600

I riti popolari derivano da quel particolare momento storico che fu l’età barocca, che accentuò gli aspetti teatrali e processionali (già presenti nei riti delle origini) della Pasqua, la presenza e il ruolo delle confraternite organizzate, l’affermarsi di una presenza popolare che caratterizzò diversamente molte cerimonie pasquali.

Monterosso Almo. La domenica di Pasqua

Sembra possibile poter ricostruire idealmente un unico cliché liturgico, presente a vario modo e nelle diverse articolazioni in tutti i centri siciliani dove si celebra ancora la Pasqua “popolare”. Salvo poi a constatare che questo complesso unitario di liturgia e riti, che facilmente si intravede, si frastaglia in ogni centro, in ogni città, in ogni paese in una miriade di varianti locali del rito, che sono la sostanza poi della Pasqua popolare.

A due anni dallo scoppio della pandemia come saranno i “nuovi” riti pasquali? difficile dirlo. In genere dopo grandi eventi catastrofici i riti e la pietas popolari si rafforzano, si ripropongono ancora più sentiti. Staremo a vedere.

Festa dell’”Uomo vivo” (“U Gioia”) a Scicli

di Sebastiano D’Angelo

Interprete di una ordinaria pagina di talento ibleo realizzato fuori dei confini nazionali, John Sudano è stato insignito del Premio Ragusani nel Mondo nell’agosto del 2015.

John Sudano, fisico e matematico, nato a Comiso nel 1946

Nato a Comiso nel 1946 da Salvatore Sudano e Giuseppa Ruggiero, ad appena 8 anni con la famiglia emigra negli Usa. Nel 1969 si laurea all’Università di Fisica Farleight-Dickinson di Teaneck nel New Jersey, conseguendo anche un Master in Scienze e Fisica all’Università di Stato del Michigan, nel 1972, e un Dottorato di Filosofia della Fisica all’Università di New York, nel 1978, in parte svolto presso l’Università di Parigi Sud (Orsay).

Salvatore Sudano e Giuseppa Ruggiero con il piccolo John

Oggi è riconosciuto a livello internazionale come esperto nei settori del Tracking (localizzazione), fusione dei dati, identificazione di combattimento, algoritmi matematici e metodologia C41.

Ha elaborato nuove tecniche matematiche come “l’Algoritmo di fusione”, chiamato appunto “Sudano”, un super campionario del metodo di fusione Dempster-Schafer ed inventato “sette probabilità di fusione dei dati” dette “Pignistic”; inoltre detiene diversi brevetti.

John e la figlia Jennifer Insieme al Sindaco di Comiso Spataro (foto da ragusaoggi.it)

Ha lavorato a stretto contatto con svariate Università americane per assicurare una sinergia tra ricerca accademica e applicazioni pratiche. Ha collaborato anche per la Singer Company di Elizabeth (NJ), dove ha sviluppato il suo primo brevetto per meccanismi di alimentazione elettronicamente controllati.

Nel sistema “AM Printer”, Sudano ha creato un assemblaggio magnetico che orienta trasversalmente gli allineamenti magnetici dei cristalli in un nastro di qualsiasi larghezza, con una tecnica applicativa di toner che incrementa l’efficienza d’uso degli stessi per circa il 370%. Due le invenzioni in tal senso brevettate.

Alle prese con i suoi hobby

In servizio presso la Lockheed Martin dal 1989, Sudano ha sperimentato e sviluppato tecniche matematiche che sono state utilizzate come utile supporto dal Ministero della Difesa USA e da altri Comparti Militari. Dopo il ritiro dalla stessa compagnia, ha continuato a collaborare con diverse compagnie aerospaziali e ha ricevuto due “Excellence Awards” dalla Marina militare americana per i suoi contributi nelle tecniche matematiche e nella ricerca applicata per le politiche della difesa nazionale.

Con Norman Augustine (a destra), CEO della Lockheed Martin

Ha pubblicato anche numerosi saggi di tecnica applicata e scritto numerosi “white papers” per la Lockheed Martin. Segretario presso la “Conferenza Internazionale per la Fusione”, é stato anche eletto nel Consiglio Direttivo di codesta Istituzione.

I suoi Algoritmi e le sue tecniche sono servite alla intercettazione e distruzione di un satellite disperso di recente. Attualmente è presidente della “Reliant Scientific LLC”, che si occupa della soluzione di problemi tecnici con severi requisiti. 
Dal 1984 è sposato con Ada Orofino , da cui ha avuto tre figli, Jennifer, Salvatore e Joy.

John (a centro) durante un simposio internazionale

La rubrica “Architetti e architetture”, del nostro Pippo Inghilterra, è arrivata al suo ultimo appuntamento tra le bellezze e le curiosità della città di Comiso. Riprenderemo presto un altro “viaggio” alla riscoperta di altre magnificenze e singolarità del nostro territorio.

di Pippo Inghilterra

Fu una grande festa quando, dalle cave di Comiso, trasportarono “per le vie del paese, fra due ali di popolo, come un santo sulla vara” i massi di pietra per scolpirvi la statua di Diana.

Il Cav. Domenico Umberto Diano, che subentrò nel 1928 a Giacomo Cusumano (primo direttore della Real Scuola d’Arte di Comiso, architetto allievo di Ernesto Basile), fu lo scultore che progettò e modellò la statua di Diana cacciatrice, posta ancor oggi sulla fontana della piazza principale.

La statua fu il frutto della collaborazione tra i “mastri” d’arte e allievi della Scuola d’Arte. La sua storia viene raccontata dai ricordi di alcuni e dai documenti depositati negli archivi. Il prof. Giuseppe Barone (un omino silenzioso, sempre col cappotto, che attraversava solitario la piazza) mi parlava di un modello in creta di Diana che aiutò a plasmare, quand’era ancora ragazzo.

Narciso, un ex scalpellino, mi fece i nomi di altri due compagni che sbozzarono i tre massi di pietra di cui era composta la statua. Mi raccontava che l’opera era stata modellata in una “carretteria” vicino al Castello medievale di Comiso e che la modella era una bella ragazza di Caltagirone, “discinta nei costumi”…

La statua venne collocata sopra la fontana a metà degli anni trenta del Novecento quando, forse, si aspettava in città la visita del Re. La poetessa Adalgisa Li Calzi (figlia di “Don Laurienzu”, proprietario di cava), quando l’andai a trovare, mi raccontò che ancora bambina suo padre la portò in Piazza Fonte Diana per assistere (seduta sulle impalcature del costruendo Palazzo del Banco di Sicilia) al passaggio dell’illustre ospite. Si ricordava benissimo che la statua di Diana c’era già e faceva bella vista in mezzo alla gente che gremiva la piazza.

Foto banner e social di Clemensfranz da Wikipedia

La poetessa Adalgisa Li Calzi

di Pippo Inghilterra

I palazzi della piazze, come facce della memoria, sembrano raccontare tante storie. Storie di angherie, di clausura, di sofferenza, di povertà, di libertà, di speculazione e perfino di opera dei pupi. Tra i tanti racconti del passato, tre storie ci parlano del Palazzo Iacono-Ciarcià in Piazza Fonte Diana a Comiso.

Palazzo Iacono-Ciarcià a Comiso (XVIII sec.)

Il Palazzo Iacono-Ciarcià con la sua struttura particolare d’angolo e la loggetta (“l’archi ri Ronna Pippa”, dal nome della gentildonna Filippa Ciarcià), rimane uno dei meravigliosi fondali della scena teatrale della “platea fontis”. La loggetta, compenetrazione tra spazio esterno e spazio interno (la piazza entra nel palazzo attraverso la mediazione del portico), è ancora oggi uno dei monumenti architettonici più interessanti dello spazio barocco della piazza. Più d’uno studioso e appassionato d’arte lo ha attribuito all’architetto Rosario Gagliardi, ma senza il conforto di una prova.

La loggetta de palazzo, chiamata dai comisani “l’archi ri Ronna Pippa”

Il primo fatto di cronaca, che conosciamo, risale alla costruzione del palazzo (1756-57), quando la Badessa del limitrofo Monastero delle Teresiane Scalze si oppose all’apertura di una finestra del palazzo. Probabilmente era un conflitto causato dall’inopportunità della finestra che permetteva di guardare dentro il luogo sacro del convento di clausura. In particolare dove le monache avevano un ampio orto.

Capitello del portico del Palazzo Iacono con lo sfondo della cupola della Matrice

Il secondo fatto, riguarda l’abuso del portico. Tutto iniziò con una denuncia “del primo febbraro 1884” per abuso edilizio ed occupazione di suolo pubblico. Ci furono sopralluoghi da parte dall’ingegnere comunale Giovanni Galeoto e controperizie di parte dell’architetto Eugenio Andruzzi di Vittoria. Una parte affermava che il portico è “una enorme difformità”, l´altra che il portico “forma il più bello e magnifico ornato della Piazza Pubblica”.

Il proprietario del palazzo, Don Carmelo Ciarcià, fece ricorso al Sottoprefetto del Circondario di Modica. E tutto finì, quando il Prefetto di Siracusa, il 29 luglio 1885, decretò di accogliere il ricorso del Barone Carmelo Ciarcià, ponendo fine alla controversia dal forte sapore politico.
L’altra sera, passando vicino al palazzo, mi è parso di cogliere sulla facciata un sottile sorriso ironico, quasi beffardo, come quello “dell’ignoto marinaio” del quadro di Antonello da Messina.

“Ritratto d’ignoto marinaio”. Antonello da Messina (XV sec.)

Infine l’ultimo fatto riguarda una scena teatrale dove il protagonista è “Lici u filoci”. Era un uomo “irsuto, immane, con aria da Polifemo o da Orlando il furioso” e abitava in un dammuso di Palazzo Iacono-Ciarcià. Una volta “d’inverno, per scaldarsi, bruciava frasche e giornali, senza badare al fumo, al fuoco, che lambiva mobili e sovraporte”. A Ronna Pippa “che lo redarguì dalla finestra, si racconta che abbia risposto correndo alla fontana a mimare, col bastone infilato a più riprese dentro una delle bocche di bronzo, una irriferibile, mai più sentita, minaccia” (G. Bufalino).

Particolare di un ritratto di Donna Pippa Ciarcià (1853-1916). (Collezione privata)

Tutte queste storie erano il contrapiglio antico, che si perde nella notte dei tempi, tra fazioni e campanili di due classi sociali: una liberale e progressista e l’altra reazionaria e conservatrice. Incarnate a quei tempi dal mazzacronico dott. Nunzio Comitini e dal cronico Barone Raffaele Ciarcià e che ora, in forma più sfumata, ogni tanto, ricompaiono.

di Roberto Lo Guzzo

All’indomani della funesta ondata di maltempo che ha colpito il sud est siciliano, e in particolare il territorio di Modica, dove si annovera anche una vittima, ci si chiede se questi fenomeni temporaleschi estremi siano del tutto inediti in queste contrade, o soltanto poco frequenti, e di conseguenza poco noti alla maggioranza della popolazione.

Tra il 16 e il 17 novembre la Sicilia è stata flagellata da 14 di questi fenomeni, 9 dei quali veri e propri tornado. Secondo la scala EF (Enhanced Fujita), che ne stima l’intensità da 0 a 5 in base ai danni provocati, quello di Modica potrebbe essere classificato come un tornado EF2, con danni significativi e venti fino a 220 km/h. Personalmente non ricordo eventi simili, o almeno non così funesti.

Tromba d’aria nel modicano il 17 novembre 2021 (foto da meteoweb.eu)

Da una prima disamina però emerge che il tornado del 17 novembre scorso sarebbe soltanto l’ultimo episodio, e si conceda pure tra i più drammatici, di una serie lunghissima, talora neanche registrata perché queste raffiche spiraliformi, allorché si manifestano in contesti scarsamente antropizzati, non destano scalpore.

Frequentissime sono le trombe marine, quelle cioè che si originano al largo delle nostre coste e che esauriscono la loro carica una volta che impattano con la terraferma (landfall): Sampieri, Cava d’Aliga, Santa Croce Camerina, Scoglitti, sono da sempre le aree più funestate. Quella che si abbattè su Santa Croce il 31 ottobre 1964 fu definita ‘catastrofica’ dallo storico Giuseppe Micciché.

Trombe d’aria marine (foto da Twitter e ecodegliblei.it)

Fu invece una tromba d’aria a investire l’altopiano il 19 ottobre 1961. Il bilancio in questo caso fu pesantissimo: oltre a danni ingenti all’agricoltura, furono registrate 7 vittime, 4 a Giarratana e 3 a Ragusa. Quello che si abbattè sulle campagne di Scicli il 12 novembre 2004 fu poi un vero e proprio tornado multi-vortice. Questa tipologia di tornado è associata a vortici mesociclonici di livello superiore a EF3, con danni gravi e venti fino a 270 km/h. L’uragano danneggiò in effetti strutture in cemento armato, muri di cinta, oltre a trasportare a distanza alcune vetture, una roulotte ad esempio fu ritrovata a circa 1 km dalla piazzola di sosta.

Danni causati in provincia di Ragusa il 17 novembre (foto da meteoweb.eu)

Limitatamente all’area di Modica, si ricorda la tromba d’aria che il 25 novembre 2015 si abbattè sulle campagne a nord del centro abitato, danneggiando in modo particolare un’azienda agricola e la casa dei rispettivi proprietari, da cui volarono via le tegole. Lungo il litorale modicano fu distrutto invece il circolo velico che insisteva nei pressi del moletto.

Nel gennaio dello stesso anno una tromba d’aria era stata segnalata in C.da Caitina, mentre su tutta la città soffiavano venti fortissimi, facendo volare via sedie e ombrelloni pertinenti alle attività commerciali del centro storico, e distruggendo finanche il muro di cinta dello stadio Vincenzo Barone.

Il muro di cinta dello stadio Vincenzo Barone di Modica danneggiato da una tromba d’aria nel 2015 (foto meteoweb.eu)

Nel Piano Comunale di Protezione Civile si fa riferimento esclusivamente alla tromba d’aria che seguì l’eccezionale grandinata del 15 settembre 2002. Non esisterebbero dunque altri precedenti nel territorio di Modica. Ma è più probabile che faccia difetto la memoria. Del resto la cultura popolare ha tramandato aneddoti, litanìe, termini quali “cura ri draunàra” (coda del drago); “fra Cola” (frate Nicola); fuddittu (folletto), che altro non sono che personificazioni di fenomeni naturali ritenuti un tempo opera del Demonio, e in quanto tali da esorcizzare. Va da sé poi che questi termini o anemonimi alludano a dei fatti storici.

Modica e la sua Cattedrale di San Giorgio (foto da Wikipedia, Ludvig14)

Nella Grammatica di Giovanni Ragusa alla voce “cura ri draunàra” leggiamo: “nube nera foriera di tempesta”. Ivi si rimanda inoltre alla voce sinonimica “fra Cola”, ovvero “nuvola nera apportatrice di burrasca”. Il Guastella (nel Vestru) intendeva quest’ultima come “una nuvola a foggia di frate col cappuccio, segno infallibile di pioggia impetuosa”. La credenza popolare, raccolta dallo stesso, narra di un eremita che viveva sulla collina della Giacanta, il quale per avere rifiutato di dissetare una giovane, che da lì a breve sarebbe morta, fu condannato ad errare tra le nuvole.

Giovanni Ragusa (1911-1998) e il suo Vocabolario italiano-siciliano ibleo (foto da ragusaonline.com  e kromatoedizioni.it)

Più preciso Paolo Revelli, secondo cui la cosiddetta “cura ri draunara” sarebbe una “nuvola nera di forma allungata apportatrice di pioggia temporalesca”, laddove con il termine “fra Cola” ci si riferirebbe ad una “nuvola fosca involuta”. Il cosiddetto “fuddittu” è descritto invece come un “forte colpo di vento che lacera le nubi”, qualcosa di simile a quello che in gergo viene chiamato “dust devil” o “turbine di sabbia”. Nella cultura popolare il fuddittu è una figura demoniaca, e solo in senso lato sta per “vento vorticoso”, ma ne parleremo meglio nel secondo articolo la prossima settimana.

Foto banner da meteoweb.eu

di Pippo Inghilterra

Se entrando nell’Ospedale vecchio di Comiso, percorrete il lungo corridoio che da un lato confina con la Chiesa di Santa Maria della Grazia e, dall’altro, con lo spazio aperto di quel che resta del chiostro del convento dei Cappuccini, incontrerete una nicchia ricavata nel vano d’una porta. Lì c’è il busto di un gran vecchio con i baffi folti e gli occhi sgranati rivolti in alto.

L’ingresso dell’Ospedale vecchio di Comiso e la nicchia dove si trova il busto

È il busto del dott. Nicola Cabibbo (1862-1951), vecchio filantropo, che come scriveva Bufalino “Per sessant’anni – a piedi o col carrozzino – in guerra con la febbre e la morte“, visitava i malati. “Ma uscendo all’aperto, dopo aver spesso lasciato sul comodino i soldi per le medicine, il gran vecchio batteva forte sul selciato la mazza dal pomo d’argento e s’incamminava verso un altro duello, tre o quattro porte più in là“.
Nel corridoio, che un tempo era portico, si ammirano ancora i segni della storia (volte a crociera, archi, modanature di finestre superstiti) e si comprende lo spirito del luogo.

Il busto del dott. Nicola Cabibbo (1862-1951)

Don Niculinu Cabibbo abitava in un palazzo col portone in una sinuosa stradina selciata, sotto il “campanaru” dell’Annunziata di Comiso. Salendo da una comoda scala, in pietra di Comiso, si respira quell’aria triste e misteriosa dei palazzi disabitati. Attraversando l’infilata delle stanze, che si affacciano sulla strada larga che scende verso Piazza Fonte Diana, il viaggiatore volge lo sguardo in alto, nel cielo dipinto di un soffitto, dove campeggia il “Rapimento di Psiche”: il Dio Eros nell’atto di rapire la bella fanciulla dalle ali di farfalla in un abbraccio amoroso. La raffigurazione è la copia di un quadro ad olio, dipinto nel 1885, dal pittore francese William-Adolphe Bouguereau.

Il “Rapimento di Psiche” dipinto sul soffitto di una sala di Palazzo Cabibbo

Passando poi nella stanza accanto, dalla meravigliosa carta da parati violata dal tempo, l’osservatore trova, al centro del soffitto, una Diana cacciatrice dipinta nel cielo, che aveva già visto nel Palazzo Labisi di Comiso. Le raffigurazioni centrali, dipinte nei soffitti di Palazzo Cabibbo sarebbero, per “il gioco delle somiglianze”, di Giuseppe La Leta. Mentre le decorazioni a contorno dei soffitti apparterrebbero, probabilmente, a Gioacchino e Matteo Santocono che collaborarono spesso con il La Leta.

Altri dipinti e decorazioni di Palazzo Cabibbo

Infine, ritornando dal corridoio del vecchio ospedale e uscendo all’aperto, ci si trova in un’ampia terrazza sulla città che era il sagrato della chiesa, con la colonna sormontata dalla croce. Da questo luogo elevato più vicino a Dio, i monaci, un tempo, potevano ammirare il paesaggio della vallata dell’Ippari, lontani dal frastuono e dalla corruzione della città.

di Pippo Inghilterra

Attraversando, nel silenzio della notte, la strada dei tre conventi di Comiso (Monastero di S. Giuseppe in piazza, Oratorio dei Filippini e Monastero di Regina Coeli), quando niente più rimane d’un passato antico, perdura ancora il ricordo “che emerge dall’anima delle cose e ti richiama nella solitudine la presenza, tra le ombre del passato” di qualcuno e di qualcosa… Al viaggiatore allora può venir voglia di salire i gradini del Monastero di Regina Coeli, tirare la campanella e farsi aprire.

La strada dei tre conventi tra la piazza, col Monastero di San Giuseppe (di cui s’intravede il campanile) e il Monastero di Regina Coeli. Particolare del Paesaggio di Comiso (1824).

Entrando nel monastero, superato il vestibolo e i due parlatoi, si apre l’ampio chiostro che delimita, attraverso i portici, da un lato le celle e dall’altro la chiesa del monastero. “La chiesa specialmente era splendida, per copia d’ornati che l’arricchivano. Fra i quali eccellevano, un interessante soffitto a colori e oro, con al centro la “Gloria di Maria in cielo” e agli angoli, in quattro graziosi ovali, la “Presentazione”, “l’Annunziazione”, la “Visitazione” e la “Vergine col putto” oggi nella chiesa della Madonna della Catena. Oltre al soffitto, da additare all’attenzione degli amatori era altresì una deliziosa “Visione di Santa Teresa” attribuita a Pietro Novelli, oggi nella chiesa di San Biagio, e il bellissimo coro delle monache in stile barocco, ma di grande effetto”, scrive Fulvio Stanganelli.

La splendida “Visione di Santa Teresa” attribuita alla scuola di Pietro Novelli, oggi nella chiesa di San Biagio

Di questa chiesa non esiste più niente, rimane solo una foto (conservata da Antonello Lauretta), una traccia in un documento scovato da Paolo Nifosì e una planimetria. Il Monastero di Regina Coeli era ricco di rendite e possedimenti e “fu sempre ben numeroso, e contò, tra le altre, ben quattro Principesse della famiglia Naselli” (P. Tommaso Blundo, 1770) vissute nell’agio e in un luogo di bellezza, dove nel 1739, fu incaricato il grande architetto del Val di Noto, Rosario Gagliardi, a disegnare il coro in legno delle monache, all’interno della chiesa.

Ora, se vi trovate di notte a passare dalla strada dei tre conventi, cercate d’ascoltare. Una notte, tornando a casa, mi è parso di sentire. vicino al muro del monastero, quello che sembrava un canto armonioso di inni e lodi a Dio…

(Da sx) stralcio planimetria catastale della strada dei tre conventi ora via degli Studi. (A dx) stralcio planimetria del luogo del Monastero di Regina Coeli (1902)
(A sx) la Chiesa dell’Annunziata di Comiso, con in basso a sinistra un pezzo del pilastro d’angolo del Monastero Regina Coeli. (A dx) la chiesa della Madonna della Catena

di Pippo Inghilterra

Dei pochi turisti di passaggio a Comiso, pochissimi visitano le chiese minori, a parte quella di San Francesco per il monumento ai Naselli. Ma se qualche turista colto, affamato d’arte, decidesse di varcare la soglia di qualcuna delle venti chiese minori, sarebbe ricompensato dalla vista dei tanti bei quadri “erranti”. E se poi decidesse di entrare nella chiesa di Santa Maria di Monserrato, non si stupirebbe di fiutare il passaggio di dipinti di grandi artisti come Jan Van Eyck, Rogier Van der Weyden o Antonello da Messina.

“Su la poetica balza di una vecchia cava della nostra famosa pietra, si erge, poco lungi dalla città, a Mezzogiorno, una chiesa solitaria e sufficientemente vasta, dedicata alla Vergine di Monserrato (…). Nell’altare di questa chiesa c’è un quadro che richiama all’opera di Antonello (…), dove un tardo e ignoto imitatore dell’arte fiamminga raffiguro’ piuttosto bene e arricchendola di molte, anzi troppe, dorature, Maria SS. sedente in trono, sotto un ricco baldacchino, con sul grembo il Putto, che giulivamente tiene in una mano un cardellino. Fa da sfondo a questo gruppo centrale, un monte irto di punte digradanti – una delle quali, l’artista, per far comprendere a tutti, che quello era appunto il Monserrato, con amena trovata, fa segare a due angioli – nei cui greppi e nelle nove scene, che completano la tela, è dipinta sommariamente la leggenda del ritrovamento della taumaturgica Madonna spagnuola.” (F. Stanganelli, 1915). Questo quadro è oggi scomparso.

Madonna col Bambino (particolare) Polittico di San Gregorio (Antonello da Messina, 1473, Messina, Museo Regionale)

Il cercatore di memorie, uscendo poi dalla chiesa, osserverebbe, da quel luogo di silenzio, un paesaggio antico. Scorgerebbe tra i canneti un fiume largo e profondo, che scorre tra alte ripe paurose della vallata dell’Ippari e che sfocia nell’infinito del mare. Sentirebbe ai suoi piedi, le voci della città trasportate dal vento, che riverberano, come canne d’organo, nelle cave di pietra.

Molte erano le madri che, nel silenzio, percorrevano quella trazzera, che portava alla chiesa “ra Bedda Matri ri Muntisirratu” per ascoltare un “responso di Sibilla” e pregare “a Maronna ‘a muta”. Le voci della città davano risposte solenni, per un figlio in guerra o un marito lontano.

(Da sx) Paesaggio antico di Comiso, 1893 e la Chiesa di Monserrato in un dipinto del 1822 (particolare)

di Pippo Inghilterra

Un quadro, una facciata, un antico paesaggio, sono pagine scritte di frammenti di storia. Nelle chiese di Comiso, sopravvissute alle insidie del tempo e degli uomini, ci sono dei quadri erranti provenienti dalle chiese sconsacrate o demolite. Uno di questi (oggetto dell’indagine) potrebbe essere la pala dell’altare del Purgatorio del transetto della chiesa SS. Annunziata. Nel mestiere di storico dell’arte è fondamentale mettere in dubbio le proprie convinzioni. La conoscenza del passato è qualcosa in continuo progresso, che “di continuo si trasforma e si perfeziona”, sosteneva Marc Bloch. 

Pala dell’altare del Purgatorio della chiesa dell’Annunziata di Comiso.

Sappiamo che nel 1667 fu realizzata la chiesa del Purgatorio nel “quartierio della bocceria” di fronte piazza della fontana. Nell’altare di questa chiesa (adesso al suo posto si trova un palazzo) doveva esserci un quadro dedicato alle anime del Purgatorio.

La “Congregazione del Purgatorio” o delle “Cento messe”, che risale al 1606, ebbe la possibilità di acquistare un quadro da un artista famoso (molti monaci del tempo viaggiavano e potevano incontrare a Roma grandi artisti). E a Comiso esistono due quadri raffiguranti il Purgatorio. Uno sull’altare della cappella mortuaria annessa alla chiesa dei Cappuccini, l’altro, appunto, sull’altare del transetto dell’Annunziata. Fulvio Stanganelli, in riferimento a quest’ultimo dipinto, scrive “… graziosa quantunque molto leccata” opera dei fratelli Vaccaro nel 1857.

Quadro dell’altare della cappella mortuaria annessa alla chiesa dei Cappuccini

Salvatore Pelligra, minore conventuale, che ci guarda coi suoi occhialini dal quadro della Sala Consiliare del Comune di Comiso ha scritto in Casmene Devota (Mondovì, 1881), che la “Chiesa comisana ha consagrato sempre diversi tempi al suffragio delle anime sante del Purgatorio e nella Collegiata della SS. Annunziata n’esiste ab immemorabile l’altar con la privativa di non potersene erigere al di qua di tre miglia distante dalla dalla suddetta chiesa, con Provvisionale del 7 gennaio 1777” . In quell’anno, l’antica chiesa dell’Annunziata era stata demolita per ricostruirla più imponente. Nel 1774 i capitolari pregavano don Baldassarre Naselli di poter occupare del suolo pubblico, cosa che fu concessa, per dare “la forma e lo sviluppo voluti all’abside del tempio”.

(Da sinistra) Fulvio Stanganelli (pseudonimo del canonico Raffaele Flaccavento) e il frate Salvatore Pelligra

Risulta strano che allo Stanganelli, acuto osservatore di fatti e vicende storiche comisane, gli sia sfuggita l’ubicazione della chiesa del Purgatorio “che dovette essere presto lasciata in abbandono, se dopo non se ne fece più menzione”. Strano l’abbandono di una chiesa che sembra non aver subito danni dal terremoto del 1693 e che i fedeli frequentavano per la celebrazione delle “cento messe” in suffragio delle anime del Purgatorio (dovevano dare congrue rendite).

Si ha il sospetto, che il “conflitto” tra la grande chiesa dell’Annunziata e la “chiesula” del Purgatorio fosse nato per questioni di vicinanza o economiche. Rimane l’ipotesi che questa fosse stata volutamente abbandonata e poi alienata alla potente famiglia Caruso-Comitini.

Facciata dell’ex Chiesa del Purgatorio. Dipinto di Emanuele Pace.

C’è un altro quadro appeso al muro dell’Aula Capitolare della chiesa dell’Annunziata che ci guarda. Si tratta di quello del Sac. Antonino Comitini (fratello del dott. Nunzio Comitini Sindaco di Comiso e temibile “nunziataru”), tesoriere, Arcidiacono e prima Dignità della Collegiata, che lavorò molto per ornare l’interno della chiesa dell’Annunziata e forse anche l’altare del Purgatorio.  Osservando il quadro lì posto notiamo la raffigurazione di un grande altare per celebrare le messe per le anime immerse nel fuoco del Purgatorio e uno scorcio di cielo dove volano gli angeli, che sollevano le anime. In particolare ce n’è uno, vestito di verde, che vola leggero nel cielo di una squisita bellezza raffaellesca, dai toni morbidi e sfumati. Sembra uscito dalla bottega di Guido Reni.

Il Sacerdote Antonino Comitini e un particolare della pala dell’altare del Purgatorio della chiesa SS. Annunziata