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di Nunzio Spina

Ogni tanto l’architetto comisano Antonio Migliorisi dirotta verso altre destinazioni la sua attitudine a progettare e costruire. Una di queste ha come punta di arrivo la stesura di un romanzo giallo; lo escogita, comincia a disegnarlo sulla sua lavagna virtuale, ne definisce man mano contenuti, rapporti e misure. Il prodotto finito sfugge quasi alle sue disincantate intenzioni, perché se bussa a una casa editrice lo fanno volentieri accomodare; e se prova a partecipare a un concorso letterario – così, per gioco – finisce per ritrovarsi un premio tra le mani.

Antonio Migliorisi

Questa felice avventura ha avuto finora un inizio e un seguito. Il debutto nel 2019 con “La sabbia nella mente”, thriller avvincente e per certi versi inquietante, in cui il tentativo di scoprire la causa di una rara disfunzione cerebrale – di cui rimangono all’improvviso vittime alcune personalità illustri – si incrocia con un omicidio avvolto dal mistero, per il quale verrà svelata alla fine una perfida macchinazione. Con i colpi di pennello della sua suggestiva copertina, il libro irrompe sul web, ed è subito un successo. Così Antonio ci prova gusto e replica. Gli strumenti sono sempre quelli (immaginazione, studio dei particolari, collegamenti), differenti la materia e gli ambienti; l’opera che ne viene fuori si intitola “La linea simiana”, e stavolta è il Salone del libro di Torino ad aprirgli le porte, e a gratificarlo con un terzo posto nel concorso intitolato “Intrigo”.

Il romanzo d’esordio di Antonio Migliorisi, “La sabbia nella mente”, 2018, pp. 384

C’è ancora una condizione patologica a fare da elemento caratterizzante, perché la linea simiana è una anomalia che si può riscontrare in alcuni individui (rara nei sani, frequente in talune malattie genetiche, quale la sindrome di Down), in cui i due solchi cutanei orizzontali e paralleli sul palmo della mano si fondono in uno solo, così come naturalmente presente in certe scimmie (da qui il nome). La fantasia dell’autore trasferisce questa particolare affezione su un gruppo di bambini ospitati in un istituto religioso – siamo agli inizi degli anni Sessanta – sui quali vengono ancora praticati efferati esperimenti di stampo nazista, a insaputa o a imposta complicità di rappresentanti della curia. Materia scottante, che tuttavia emerge da un fondamento di storia vera, abilmente utilizzato per rendere la trama quanto più aderente alla realtà.

Il testo parte dalla scena di due bambini che corrono disorientati nella notte mentre infuria un violento temporale, per poi svanire nel buio di un bosco. A scorgerli è solo un anziano professore, il cui tentativo di inseguirli per proteggerli verrà interrotto da un ben assestato colpo di randello che gli fracasserà il cranio. L’ispettore chiamato a indagare su questo primo omicidio si imbatterà – a pochi giorni e a pochi metri di distanza – in quello di uno dei due bambini, trovato semisepolto sotto un velo di terriccio, con segni di percosse e strangolamento. E con un segno distintivo sul palmo delle mani, al quale però nessuno, inizialmente, sembra dare importanza: la linea simiana!

Il riconoscimento del Salone del Libro di Torino

Emergono pochi indizi e nessuna correlazione tra i due crimini. Le indagini non trovano alcuno sbocco, e la polizia è costretta a chiudere l’inchiesta. Sennonché, a distanza di sei mesi, la caparbietà di un arrembante direttore di giornale alla ricerca di uno scoop e l’intuito di una zingara esperta in pratiche di chiromanzia (e quindi di lettura della mano) riporteranno il caso all’attenzione generale. Il racconto è ancora all’inizio, ma svolta in maniera decisa. La trama prende direzioni che ne allargano i confini, di spazio e di tempo; e da quel momento è la stessa zingara a guidare il lettore, assumendo il ruolo di narratore interno e, ben presto, anche quello di protagonista.

L’entrata in scena di vari altri personaggi (compreso il ritorno di quell’ispettore apparentemente remissivo) riporterà a galla un tormentato passato, nel quale tutti si rivedranno coinvolti a vario titolo, carnefici o vittime, complici o spettatori impotenti. Un appassionante flashback, col quale l’autore convoglierà la vicenda di cronaca nera locale, da lui inventata, nel contesto più ampio di un avvenimento storico risalente alla fine della Seconda guerra mondiale. L’intreccio si trasforma in un vero e proprio intrigo (tanto per avvalorare l’intestazione del premio vinto); e gli sviluppi successivi – tra equivoci, disinganni e ulteriori delitti – saranno un susseguirsi di ripetuti colpi di scena, fino alla sconcertante verità finale.

Antonio Migliorisi, “La linea simiana”, Albatros, 2024, pp. 274

Se l’architetto Migliorisi voleva mettere alla prova le sue inconfessate qualità di scrittore, la convalida è arrivata. A parte lo stile narrativo – sempre chiaro, misurato nella scelta delle parole adatte, efficace nel raffigurare personaggi e ambienti –, colpisce la sua capacità di arricchire la narrazione con dettagli e sfumature che possono scaturire solo da un ampio spettro di conoscenze, o dal bisogno di approfondirle di volta in volta. Così affiorano i precisi riferimenti storici, le citazioni filosofiche, il richiamo a un famoso dipinto, il sottofondo musicale di un brano più o meno noto (lui bravo, tra l’altro, a cimentarsi con batteria e pianoforte), per non parlare della descrizione, con dovizia di particolari, di una qualsivoglia patologia del corpo umano, meglio se rara o ancora inesplorata (forse per accontentare, chissà, anche un recondito desiderio di diventare medico).

Sogni, interessi e talenti che hanno avuto i loro natali a Comiso, e là coltivati fino al raggiungimento della maturità classica. Poi la laurea in architettura a Firenze e l’affermazione professionale a Macerata, dove Antonio (69 anni) vive attualmente con la famiglia. E dove non ha mai smesso di coltivare l’orto delle sue passioni!

di Pippo Inghilterra

Sono nata nel 1667, ma se ne sono perse le tracce e la gente mi vede ma non mi guarda. Osservandomi in faccia e leggendo, con occhio tecnico, le mie pietre, mi si riconosce. Sono una chiesa barocca di robusta costituzione, con due pilastri d’angolo, due porte, una grande finestra e un fastigio curvilineo che ha resistito al terremoto “ranni” del 1693.

Dopo un secolo dalla mia nascita l’antica Chiesa dell’Annunziata, che si stava ingrandendo con un progetto di un architetto palermitano, cominciò a farmi guerra.

Facciata del Palazzo Caruso-Comitini con lo sfondo della Chiesa SS. Annunziata (a sx). Giambattista Cascione Vaccarini (1729-1790), progetto della facciata posteriore della Chiesa SS. Annunziata di Comiso. Sta in: Preparazione dell’artigianato siciliano, La R. Scuola d’Arte di Comiso, A. 1937, pag. 76 (a dx)

Della mia vendita ne ho sentito parlare dal tempo che “i capitolari pregavano il conte-principe d. Baldassare VI Naselli a voler permettere, come infatti fu consentito, di occupare parte del suolo pubblico, per dare forma e lo sviluppo voluti all’abside del tempio“.

I baroni e i prepotenti nunziatari della “tana re liuna” mi hanno prima fatto sconsagrare e poi alienare alla potente famiglia Caruso.

Questi mi hanno trasformato in palazzo signorile, dividendo in due l’altezza della navata con volte a crociera che formano il pavimento del piano nobile. Hanno addossato al muro della facciata un balcone (palco teatrale sul palcoscenico della “platea fontis“), che guarda verso lo spazio arioso della piazza con le sue quinte scenografiche e gli attori che recitano la propria parte.

Visione dal Palazzo Caruso-Comitini verso la Piazza Fonte Diana di Comiso

Ora, è cambiato il profumo d’incenso misto a cera bruciata e il silenzio di voci sussurranti dolci cantilene.

C’è odore di brace delle conche di rame, di mele cotogne, lenzuola di lino e cera d’api dei mobili pregiati.

Ora sono uno dei più bei palazzi del paese. Sono l’invidia dei passanti che si fermano stupiti ad ammirare la facciata con lo sfondo di un cielo limpido, dove emergono il campanile e la cupola dell’Annunziata. 

Della città d’un tempo resiste ancora il segno delle dolci colline, resistono i cavalieri della Matrice e dell’Annunziata che combattono contro il degrado, resiste il solco dell’antico fiume Ippari e il vento che soffia le nuvole del cielo.

Con una malinconia diffusa, subentrata all’indignazione, m’incammino verso casa e mi rifugio nel dammuso, che mi ha sempre regalato d’estate un fresco di Paradiso; spiego la porta dentro di me e un senso d’oblio mi restituisce un respiro di sollievo e di quetitudine.

Raffaele Battaglia, Panorama di Comiso, tempera su cartoncino, A. 1893, Collezione privata

La sorpresa di una pintura è una serie di racconti dedicati a Comiso e alla sua storia architettonica, narrata attraverso gli “occhi” della Chiesa del Purgotorio, oggi Palazzo Caruso-Comitini. 

di Pippo Inghilterra

Esco dalle quattro mura di casaleno diruto, perché stamani i muri faber mi demoliscono.

Soffio, insieme al vento, la polvere della storia per ridare vita al passato e alla memoria.

Grazie alle maestranze di leggendaria bravura, viene su, al posto del vecchio casaleno, un tempietto grazioso nel nuovo stile barocco. Il tempietto consacrato nel 1667 “sabbia da titolare col nome Venerabile dell’anime del Purgatorio“.

Emanuele Pace, Chiesa del Purgatorio a Comiso, A. 2019, olio su tela, cm 40×80, Collezione privata.

Lungo l’unica navata sento odore d’incenso, di cera bruciata e un silenzio cantatore di voci salmoidianti. Sono diventata una chiesa molto ricca per le molte offerte e le “cento” messe recitate per “rifriscari l’armuzzi ro priatouriu“.

Sull’abside ho una pala d’altare raffigurante le anime del Purgatorio sollevate dagli angeli; ce n’è uno vestito di verde, che vola leggero nell’azzurro del cielo, di una squisita bellezza formale raffaellesca, dai toni di colori morbidi, sembra uscito dalla bottega di Guido Reni.

Connesso all’abside c’è il campanile e, tutt’intorno, l’area del cimitero, con tante tombe di cavalieri spagnuoli.

Frat. Vaccaro, Le anime del Purgatorio, A. 1857, olio su tela, altare destro del transetto della Chiesa SS. Annunziata di Comiso.

Ho l’aspetto solido, con due pilastri d’angolo, due porte (come si usa nelle chiese delle confraternite), un’ampia finestra, in alto, con ridondanti modanature barocche e un fastigio curvilineo.

Molti sono i passanti che si segnano davanti alla nicchia della Madonna, sulla facciata.

Sono una delle chiese più ammirate del paese e la più ricca per introiti; questo suscita l’invidia dei potenti dell’antica “ecclesia di Santa Maria de Annunziata sive de Sancto Nicolao“.

Ora che il giorno volge al crepuscolo torno a casa, per dare conforto al popolo dei fedeli, in questi tempi di abusi, carestie e guerre…

(a sx) Gonfalone dell’onorata maestranza con l’aquila aragonese, sec. XVII, Archivio Storico Chiesa Madre di Comiso. Si ringrazia per la foto Dario Brafa; (a dx) Registro framm. del 1612-77, doc. 58 in Archivio Storico della Chiesa dell’Annunziata di Comiso, busta I

La sorpresa di una pintura è una serie di racconti dedicati a Comiso e alla sua storia architettonica, narrata attraverso gli “occhi” della Chiesa del Purgotorio.

di Pippo Inghilterra 

Il viaggiatore si ferma, osserva e si meraviglia nel vedere sul mio muro di casaleno diruto, del “quarterio Bocceria” di Comiso, l’immagine miracolosa della SS. Vergine.

Sono stato concepito come chiesa, quando i devoti e i molti forestieri della stagione seicentesca della città hanno scoperto il dipinto murale.

Ripetta Fons Dianae (poi via Fonte Diana, ora via G. Iacono) con lo sfondo dell’ex Chiesa del Purgatorio di Comiso

Tra le mia mura c’era un grande silenzio. Si sentivano i passi dei passanti, lo scalpitio degli zoccoli degli asini degli acquaioli (acquedotto cittadino “ante litteram“), accompagnato dal tintinnio delle quartare di latta e il lieto mormorio dell’acqua sorgiva al centro della piazza.
Il mio sguardo era aperto in quell’ampio spazio luminoso, tra chiesa, monastero e palazzi signorili.

Ho visto, come spettatore muto, il “palcoscenico ” con tutti gli attori che recitano in piazza; ho visto il Castello Medievale, baluardo della Vallata dell’Ippari, dove scorre, un fiume largo e profondo.

Comiso è un paese antico, cresciuto attorno a un’antica sorgiva che ha preso il nome Diana.

Il viaggiatore ama questa città, perché qui ha scoperto la lentezza del tempo, l’eterna giovinezza dell’acqua e la cultura che resiste all’usura del tempo…

Nunzio Gulino, Festa di Pasqua a Comiso (particolare), A. 1941, acquaforte incisa su rame, mm 583×232, tiratura 1/10

La sorpresa di una pintura” è il primo di tre racconti dedicati a Comiso e alla sua storia architettonica, narrata attraverso gli “occhi” della Chiesa del Purgotorio.

di Pippo Inghilterra

Un luogo sacro di antiche linfe: la sorgiva al centro della piazza di Comiso. 

Da quando i Naselli, in pieno Rinascimento, acquistarono il feudo di Comiso, l’acqua della fonte fu concessa ad uso libero alla cittadinanza. 
Nella tradizione della città la forma della fontana della Piazza fu sempre rinnovata. In origine la fontana doveva essere una conca d’acqua che tracimava, riversandosi lungo un pendio naturale, per confluire nel solco largo e profondo del fiume Ippari, un tempo navigabile. 

Copertina di Comiso Viva, 1976, di Salvatore Fiume (a sx); Planimetria del territorio di Comiso al tempo dei Borboni, in: Mappa del catasto borbonico di Sicilia: territori comunali e centri urbani nell’archivio cartografico Mortillaro di Villarena: 1837-1853. A cura di Enrico Caruso e Alessandra Nobili. Editore Regione Siciliana, 2001

La fontana, rappresentante Diana cacciatrice, scese dal cozzo Apollo per assistere al bagno delle Ninfe nelle fresche acque della sorgiva della Piazza che da tempo prende il nome della Dea.
Nelle sue prime architetture comprendeva delle bocche d’acqua in pietra a forma di teste umane; successivamente col terremoto del 1693 “nel Fonte Diana crollava il prospetto, che più in là vedremo rifatto dal conte-principe Naselli.” 

Nella foto più vecchia della piazza di Comiso (1886 ca.) osserviamo la sorgente a cielo aperto, delimitata da otto pilastri in pietra e uno al centro senza vaso soprastante.
L’acqua sorgiva tracimava in una canaletta semicircolare che alimentava tredici bocche di bronzo, da dove la cittadinanza attingeva l’acqua. 

Foto del 1886 della piazza Fonte Diana di Comiso, particolare

Verso la fine dell’Ottocento alla fontana fu aggiunta una copertura, formando un palcoscenico rialzato rispetto al livello della platea.
Nella “città-teatro” si creava così un luogo di spettacolo in cui, il sabato sera, la filarmonica di suonatori intonava la Traviata di Verdi, la Norma di Bellini o la Cavalleria Rusticana di Mascagni.

Nel 1953 Biagio Mancini, pioniere dell’architettura moderna in questa provincia, realizzò una nuova fontana con una struttura leggera in calcestruzzo armato, spicchi di vetro che lasciano vedere il pullulare dell’acqua e un tocco di colore dato dalle piastrelle in ceramica di Biagio Frisa, mantenendo il palcoscenico rialzato, la visione della sorgiva e la tracimazione naturale dell’acqua

Foto della piazza Fonte Diana di Comiso, con la copertura della sorgiva, particolare

Alcuni anni fa fu nuovamente rifatta la fontana, con un’architettura che sostituì quella precedente e un risultato su cui sospenderei il giudizio in attesa della decantazione storica. Al momento si può però dire che: l’annullamento della tracimazione naturale dell’acqua, ha posto fine ad un ricordo millenario della Platea Fontis.

La statua di Diana non si bagna più nelle sacre ed antiche linfe della fontana.
È ritornata al cozzo Apollo, ricoperta da una coltre di foglie e dorme…dorme sulla collina.

Fonte Diana dopo l’intervento di Biagio Mancini (a sx); Fonte Diana oggi, a seguito dell’ultimo rifacimento

Ultimo articolo di “Architetti e architetture”: Viaggio intorno alla Torre di Canicarao

Foto banner: Vecchia cartolina. Piazza Fonte Diana di Comiso, fontana con copertura della sorgiva.

di Pippo Inghilterra

Era una mattina d’estate di tanti anni fa, quando “giocai” a perdermi. Con un compagno decidemmo d’incamminarci lungo la trazzera che portava alla Torre di Canicarao, per andare a trovare il padre, che lavorava lì vicino. 

Canicarao
Trazzera che da Comiso conduce alla Torre di Canicarao (foto: Archivio storico comunale di Comiso, carpetta Ing. Vincenzo Lena)

All’inizio del viaggio incontrammo “i pupiddi ri scinnicaru“: due grosse sfere di pietra in cima a due pilastri “che segnarono e vietarono a lungo i confini del leggendario reame dei marchesi di Canicarao” (Bufalino). Si specchiano su quella realtà i libri della Sicilia barocca, che mi ricordavano la “Villa del Mostri”, dove Ferdinando Scianna esercitò, in quel teatro “d’opera dei pupi”, una singolare esperienza di fotografo.

Durante il cammino lungo la trazzera polverosa, delimitata da due muri a secco, che ogni tanto “cavalcavamo” per riposarci, osservavamo le dolci colline degli Iblei e la grande distesa di campagna, che si perdeva nella Valle dell’Ippari. Arrivati al Palazzo-Torre di Canicarao, ci siamo fermati sotto una quercia a osservare l’edificio cinto da misteriose mura: la facciata del palazzo aveva due torri laterali e una centrale, dove s’apriva un portale carraio. 

“I pupiddi” Ex ingresso del feudo di Canicarao (a sx); facciata del Palazzo di Canicarao, particolare. Torre originaria con ballatoio e stemma in ceramica (a dx) (foto: Archivio storico comunale di Comiso, carpetta Ing. Vincenzo Lena)

La prima cosa che lo sguardo incontrava era una testa di saraceno, scolpita nella chiave dell’arco, con sopra uno stemma a forma di uccello con le ali dispiegate che contenevano uno scudo araldico, dov’erano scolpite a basso rilievo una stella e una scimitarra. Sopra questo stemma, ce n’era un altro simile, ma più grande proveniente dalla torre originaria, sicuramente presidio di difesa della contrada.
Il passo carraio s’apriva in un vasto cortile, con al centro l’acqua di una fontana, alimentata dalla sorgiva che scaturiva dalla collina soprastante.

I marchesi di Canicarao, probabilmente nei secoli XVIII-XIX decisero di ampliare il Palazzo signorile e di abitarci. Il palazzo viene attribuito al grande architetto Rosario Gagliardi, che operò a Comiso negli anni trenta del Settecento, ma può darsi che sia opera di più architetti, capimastri e scultori e che la sua realizzazione sia stata differita nel tempo.

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Stemma con faccia saracena sopra l’arco del portale carraio del Palazzo di Canicarao (a sx); stemma in ceramica proveniente dalla torre originaria collocato, sopra il portale carraio, all’apice della torre centrale (a dx)

Alla fine del viaggio arrivammo al casolare in cui lavorava il padre del mio compagno. Poi, da solo, al ritorno, mi confusi e persi la direzione. Un massaro s’accorse di questo bambino “sperso” e mi accompagnò col carretto a Comiso; a metà strada ci venne incontro una balilla nera, che mia madre aveva affittato per cercarmi. A casa, davanti alla porta, i vicini di casa mi fecero festa.

Ancora oggi mi sveglio la mattina dopo aver sognato di perdermi in una grande città, forse Palermo o Firenze, che da giovane attraversai negli anni migliori della mia vita.

Canicarao
Carretto del massaro davanti la porta carraia del Palazzo di Canicarao

Foto banner: Facciata del Palazzo del feudo di Canicarao (foto: Archivio storico comunale di Comiso, carpetta Ing. Vincenzo Lena)

di Pippo Inghilterra

Appena sceso nella stanza sotterranea del torrione, sentii un vento leggero sfiorarmi la faccia; vidi al centro della stanza, immerso in una luce diffusa, in cui l’aria si vedeva attraverso il pulviscolo d’oro illuminato dai raggi del sole che discendevano dalla feritoia della finestrella, la figura di un uomo che sembrava un umanista.

L’uomo era seduto su una poltroncina in legno, dalla spalliera semicircolare a doghe finemente scolpite e leggeva su un tavolo, parte di uno studiolo rialzato di legno. Immobile puntai lo sguardo sul volto di tale persona, mentre leggeva le pagine di un libro che teneva fra le mani. Era come se lo sguardo penetrasse oltre quel libro e si affacciasse sul tempo infinito della storia. L’uomo, visto di profilo, sembrava un principe illuminato. 

comiso città sognata
Arch. Giuseppe Inghilterra, rilievo del Castello Medievale di Comiso, 1971. Particolari dei prospetti lati est e nord

Le pagine del libro, poggiato sul leggio inclinato del tavolo, riflettevano sul volto una luce. Capii che si trattava di un personaggio acculturato per la quantità di libri preziosi sistemati casualmente. Alcuni di essi con le pagine aperte, poiché appena consultati; altri disposti verticalmente nella scansia colma di libri e oggetti, con le pagine aperte, come se i fogli volessero prendere aria. La carta dei libri profumava di tempo.

Il personaggio era assorto nella lettura e, dal modo in cui guardava le pagine, percepivo nell’aria una specie di scambio di parole tra le pagine del libro e la mente del signore, che mi fece ricordare di quando, da studente, agli Uffizi la domenica mattina, percepii la stessa sensazione tra l’Angelo e Maria, nell’Annunciazione di Simone Martini.

comiso città sognata
Simone Martini, Annunciazione, 1333

Le pagine dei libri dello studiolo sventolavano nell’aria, colma di ricordi, e poi si spandevano in tutta la città volando in un paesaggio, dove uomini e cose, il cielo e il volo di alcune rondini, s’intravedevano dalla feritoia alta fissando quell’ora del giorno in una intima e geometrica eternità. Continuò ancora un po’ ad essere assorto nella lettura quando avvertì la mia presenza.

Stentai a riconoscerlo, ma dagli abiti che indossava e dal portamento, capii che si trattava del barone Periconio Naselli, uno dei personaggi di maggior rilievo della Comiso di tutti i tempi. 

comiso città sognata
Ritratti maschili di Antonello da Messina, coevi a Periconio Naselli

L’ultimo articolo di Architetti e Architetture: I tre campanili della matrice di Comiso

Il banner è composto da una cartolina d’epoca del torrione del castello di Comiso e da un particolare della Pala d’Altare della Chiesa del “Signiruzzu truvatu” (si vede dietro la porta di S. Biagio il castello medioevale), Comiso, Anonimo, 1822.

Il colloquio nel tempo

di Pippo Inghilterra

Li ho contati, uno, due e tre, tanti sono i campanili della Chiesa Madre di Comiso.
C’è quasi nascosto l’antico “campanaro” ridotto a dei piloni di pietra squadrata lavata dal tempo; poi c’è il campanile dell’orologio a prisma a base rettangolare che sta tra l’antico campanile e il transetto della Chiesa e, per ultimo, svetta nel cielo il campanile della facciata, realizzato negli anni ’30 del Novecento.

i tre campanili della matrice di comiso
La facciata della chiesa di Santa Maria delle Stelle, Comiso

La chiesa Madre di Comiso non è nata in un periodo storico ben definito, la sua realizzazione non è opera di un solo architetto o capomastro: È un’opera la cui realizzazione fu differita nel tempo.

La crescita di un edificio diviene essenziale per la sua comprensione.
Il monumento architettonico difficilmente si presenta come un corpo unitario. Occorre osservarlo come una persona, nel suo processo vitale, dalla sua concezione al suo farsi realtà.

Il risultato finale della Chiesa Madre di Comiso, post-terremoto, tralasciando l’impianto medievale e quello su tempio pagano, è il riflesso dell’idea gagliardiana nel percorso di una lenta crescita, che prende forma e vita col contributo di diversi progettisti, scultori e capimastri.

i tre campanili della matrice di comiso
Alcuni schizzi dell’architetto Rosario Gagliardi (1698-1762), che guidò il progetto e la costruzione di molte chiese iblee, tra le quali San Giorgio di Ibla

Occorrerebbe scrivere un libro per ogni opera, approfondendo e documentando la storia della concezione progettuale dai primi schizzi, agli interventi successivi, passando per le numerose varianti e ripensamenti.

Osservando il primo campanile i segni percepiti ci rimandano all’impianto medioevale della Chiesa (vedi all’interno robuste colonne polilobate che sorreggono gli archi acuti della navata).

Il secondo campanile dell’orologio è stato, probabilmente, realizzato durante l’ampliamento post-terremoto del presbiterio della Chiesa.

i tre campanili della matrice di comiso
I tre campanili della matrice di Comiso: spicca quello medievale, del quale si indovinano i resti

Del terzo campanile si parla con “studio puntuale e rigoroso” (Nifosi) nel volume che prende il titolo di “SANTORO SECOLO INGEGNERE ARCHITETTO DEL NOVECENTO, Viaggio nell’archivio e dintorni“.

Il colloquio nel tempo dell’architetto viaggiatore o del cittadino osservatore con l’opera d’arte, nelle varie fasi progettuali, costituisce l’aspetto più interessante della dinamica tra il pensare e il fare architettura.

di Sebastiano D’Angelo

C’è stata anche una Miss Mondo nella lunga storia del Premio Ragusani nel Mondo.
Il 28 luglio del 2008 venne premiata una bella e solare ragazza paraguaiana di origine comisana: Fiorella Migliore, che il 24 giugno dello stesso anno aveva conquistato lo scettro di Miss Italia nel Mondo, concorso riservato alle miss di origine italiane residenti all’estero. Di origine comisana, Fiorella è una splendida ragazza, dal carattere dolce e accattivante, dall’animo sensibile e affettuoso, dai lineamenti che coniugavano tratti di bellezza sudamericana e mediterranea. 

Fiorella Migliore

Il nonno Giuseppe è stato un affermato medico ad Asunción, con prestigiosi incarichi anche nella comunità italiana. Mentre la nonna Sara era una donna dal carattere forte e rivoluzionario, con forti accenti trasgressivi per l’epoca in cui visse, ma molto legata alle tradizioni della città di origine, che seppe trasmettere ai figli ed alla nipote Fiorella.

Dall’unione dei nonni, conosciutisi ad Asunción, ma provenienti entrambi da famiglie amiche di Comiso, nacquero tre figli: uno dei quali, Hugo, è il papà di Fiorella. Oggi un affermato imprenditore nel ramo del commercio ed installazione di impianti di pubblica sicurezza. La mamma, Lourdes, è invece una conosciuta attrice di teatro e televisione a livello nazionale, oltre che celebrata ballerina.

Insieme alla madre Lourdes Llena

Fiorella, secondogenita, nata ad Asunción il 27 gennaio 1989, sin da bambina ha seguito le orme della madre, avviandosi allo studio delle recitazione, del teatro e della musica. Ha frequentato diverse scuole di teatro, trovando spazio già da piccola in alcuni noti cortometraggi a livello nazionale. Dopo la laurea, conseguita con ottimo profitto, ha alternato la carriera di esperta di marketing con quella di indossatrice, offrendo il proprio volto per la pubblicità di prestigiosi prodotti cosmetici. Si è distinta in breve tempo come una delle top-model più ricercate del Paraguay, vincendo anche numerosi concorsi di bellezza.

Il successo però non ha mai stravolto il suo carattere di ragazza spontanea ed affettuosa, vivace ed intelligente, che non lesina di dedicare il suo tempo libero al volontariato e all’assistenza ai malati terminali.
Ad inizio del 2008, dopo aver vinto la selezione del Paraguay, nella fase finale di Jesolo ha conquistato il titolo di Miss Italia nel Mondo e il cuore stesso degli italiani con la sua grazia e simpatia. Rendendo felici ed orgogliosi non soltanto la sua famiglia ma anche tanti ammiratori della Provincia di origine e la città stessa di Comiso.

2008. Il giorno della vittoria al Concorso di Miss Italia nel Mondo a Jesolo

Il Premio, è noto, porta sempre bene. E così anche per la bella Fiorella, è salita alla ribalta del cinema e della Tv italiana e del suo paese.
Tra il 2010 e il 2012 ha interpretato Lia nella miniserie televisiva “Sotto il cielo di Roma”. È stata coinvolta in una puntata di Don Matteo ed in numerose altre fiction. Ha anche intrepretato ruoli di primo piano nei film paraguaiani “Universo servilleta” e “Libertad e 7 Cajas”. Nel 2012 ha partecipato al concorso nazionale di Miss Paraguay, classificandosi al secondo posto e accedendo direttamente alla finale del concorso internazionale di Miss Mondo 2012.

28 luglio 2008. Sul palco del Premio Ragusani nel Mondo

Nello stesso anno ha anche presentato con Phil Keoghan la terza puntata della ventesima edizione di The Amazing Race, mentre in seguito è stata conduttrice televisiva per l’emittente paraguaiana Canal 13, dove ha condotto “Varano Extremo” e “Click Tv”. È stata testimonial a livello nazionale di aziende quali Kelémata, Gillette, Dove e Claro.

Nel 2013, poi, ritorna sulla scena del Premio Ragusani nel Mondo come conduttrice, a fianco di Salvo Falcone. Oggi conduce una intensa vita professionale come testimonial di grandi eventi della moda e dello spettacolo ad Asunción, dove nel frattempo è diventata mamma di due splendidi bambini.

2013. Insieme al Direttore del Premio, Sebastiano D’Angelo, nella qualità di presentatrice del Premio stesso

di Luigi Lombardo

La vicenda del Dio che muore e rinasce è un motivo ricorrente in particolare nelle mitologie dei popoli del bacino del mediterraneo appartenenti all’area del vicino oriente, uno dei mitologemi fondamentali della storia di questi popoli. Ad un dato momento della storia di questi popoli mediorientali questo mitologema si innestò o sostituì miti e riti della rigenerazione della natura, legati al ciclo stagionale, che nella primavera ponevano la rinascita della natura. La vita naturale che rinasce assume le sembianze di un dio, dalle fattezze giovanili, che morendo e rinascendo annualmente fa rinascere la stessa natura e al contempo propizia la renovatio umana, nei termini più spiritualizzati.

La sfilata di due confraternite e il compianto Padre Barbera a Chiaramonte (Ph Vincenzo Cupperi)

In area medio orientale dunque si fondono due culture, che riescono a conciliare i riti del ciclo vegetale con l’archetipo del Deus patiens che muore e rinasce. Da questo evoluto sincretismo religioso il Cristianesimo farà nascere un rinnovato quadro mitico religioso, che tuttavia a più riprese mostra le sue origini soprattutto nella concezione del tempo.

Processione dell’Addolorata e del Cristo morto ad Enna (Ph Vincenzo Cupperi)

Le religioni naturali hanno una visione ciclica, conforme all’andamento circolare dell’anno (anno da anulus, anello). Le religioni soteriologiche orientali innestano su questo fondo la visione nuova di un tempo rettilineo (inizio-creazione / fine-resurrezione-salvezza finale). L’una e l’altra di queste visioni mai ebbero la meglio. Le due religioni, la naturale e la personale, trovarono nel cristianesimo un tentativo di sintesi. Così nel tempo ciclico dell’eterno ritorno fu innestata la vicenda esemplare, unica, irripetibile della morte e passione del figlio di Dio.

La ripetizione rituale di tale morte assunse semmai l’aspetto di una “commemorazione”, un termine che cercava di spiegare la persistenza di una “cultura del tempo”, anche in ambito cristiano, assai difforme da quella ufficiale, presente in particolare negli ambienti agro-pastorali, intrisi ancora di cultura e religiosità pagana.

Processione dell’Addolorata a Licodia Eubea

La triste vicenda del figlio di Dio, del Cristo, sotèr, ha sorprendenti e non casuali riscontri nelle vicende “drammatiche” di alcune popolarissime divinità orientali, i cui culti con estrema facilità si diffusero nell’occidente romano: Attis e la madre Cibele, Adone e Astarte. Ma già presso la religione greca si fece strada potente la figura di Dioniso, le cui pietose vicende diedero vita ad una delle religioni misteriche più diffuse nell’occidente greco-romano: anche Dioniso muore (fatto a pezzi) e rinasce, riaccendendo nei seguaci la speranza di una seconda vita. I primi cristiani identificarono nel Bacco romano il loro Cristo.

La Resurrezione (Peter Paul Rubens, 1616 circa)

In questo contesto culturale, fra monoteismo giudaico, messianismo, attese soteriologiche e culti misterici di varia provenienza, nasce la festa di Pasqua cristiana, in un particolare e straordinario clima sincretistico, che contrassegna un periodo storico che va dal I al III secolo dopo Cristo. Sant’Agostino per primo diede una sistemazione liturgica e teologica alla Pasqua: egli fissò il concetto di “passaggio” di Cristo, il quale attraverso la passione giunge alla morte e al suo superamento con la resurrezione.

Questo itinerarium vitae è garantito a tutti coloro che crederanno in Lui. Fu Agostino che codificò definitivamente i termini del sacro triduum: «sacratissimum triduum crucifixi, sepulti, resuscitati» (il triduo del crocifisso, del sepolto e del risuscitato). Questa scansione liturgica si è conservata nei riti cattolici e nelle varianti folkloriche moderne.

Processione del Cristo flagellato a Ispica

La liturgia cattolica ha subìto nel corso dei secoli modifiche e adattamenti, fino all’ultima e definitiva sistemazione, che prevede il giovedì i riti dell’istituzione dell’eucaristia in coena domini e la lavanda dei piedi, il venerdì la commemorazione della morte di Cristo, il sabato notte la resurrezione con i riti connessi (benedizione del fuoco e battesimo soprattutto). La domenica continua la gioia della resurrezione. Questo percorso ufficiale ha costituito la base in cui la cultura folklorica ha innestato le proprie cerimonie, molte volte in sintonia con l’ufficialità, tante volte dissonante o comunque non conforme.

Comiso. la “sciuta” (uscita) dalla chiesa di Gesù Risorto. La bambina è vestita da angelo con abiti fedelmente riprodotti secondo la tradizione catalana del ‘600

I riti popolari derivano da quel particolare momento storico che fu l’età barocca, che accentuò gli aspetti teatrali e processionali (già presenti nei riti delle origini) della Pasqua, la presenza e il ruolo delle confraternite organizzate, l’affermarsi di una presenza popolare che caratterizzò diversamente molte cerimonie pasquali.

Monterosso Almo. La domenica di Pasqua

Sembra possibile poter ricostruire idealmente un unico cliché liturgico, presente a vario modo e nelle diverse articolazioni in tutti i centri siciliani dove si celebra ancora la Pasqua “popolare”. Salvo poi a constatare che questo complesso unitario di liturgia e riti, che facilmente si intravede, si frastaglia in ogni centro, in ogni città, in ogni paese in una miriade di varianti locali del rito, che sono la sostanza poi della Pasqua popolare.

A due anni dallo scoppio della pandemia come saranno i “nuovi” riti pasquali? difficile dirlo. In genere dopo grandi eventi catastrofici i riti e la pietas popolari si rafforzano, si ripropongono ancora più sentiti. Staremo a vedere.

Festa dell’”Uomo vivo” (“U Gioia”) a Scicli