Tag

Cunti

Browsing

di Giuseppe Cultrera

Due fratelli che di mestiere facevano i massari avevano ciascuno un podere confinante e di uguale dimensione. Eppure, ad uno gli affari andavano bene mentre l’altro era in perenne angustia e, per quanto si arrabattasse, la situazione era sempre negativa. Un giorno il fratello ricco (che lo soccorreva spesso e continuo) pose in atto un piano per aiutarlo senza metterlo in imbarazzo. Prese un portafogli zeppo di banconote e lo collocò, ben in vista, sull’argine della saia tra i loro terreni da dove non passava mai nessuno.
«Senti, puoi andare per favore dal lattoniere che ti deve dare qualcosa per me. Vacci, però, dalla saia così accorci.»

Andò questi per la scorciatoia e sbrigato l’affare ritornò per la stessa strada.
«Hai fatto quel che ti dissi?» chiese il fratello ricco.
«Certo che l’ho fatto.»
«E nella saia hai visto qualcosa?»
«Nulla, cosa dovevo vedere? Anzi no c’era, a un certo punto, un vecchio portafogli e con un calcio l’ho fatto volare».

Il fratello ricco tentennò il capo: «Vieni con me», lo condusse nella saia, raccolse il vecchio portafogli e glielo mise in mano.
«Questo era per te, perché da qui non passa nessuno. Ma tu, che ci sei passato due volte, non ti è venuta la curiosità di vedere cosa contenesse?»
«Si vede che la sorte non vuole aiutarti» proseguì sconsolato il fratello.
«Puoi ammazzarti a lavorare quanto vuoi: povero sei e povero resterai. Giustamente dicevano l’antichi: Quannu la sorti vò cùrchiti e dduormi».

Nota – Racconto desunto da: Giovanni Selvaggio, Parabbula significa, Utopia Edizioni, 1997.

di Giuseppe Cultrera

C’erano in un tempo lontano, a Ragusa, uno zio e un nipote proprietari di una vasta tenuta, coltivata egregiamente. Per la verità il lavoro lo facevano uno stuolo di diavoli che lo zio a fine giornata rinchiudeva accuratamente in una tabacchiera: solo lui però poteva comandarli e difatti, ogni sera, controllava con scrupolo che tutti fossero rientrati nella loro “prigione”.
Ma un giorno che zio e nipote si recarono in città, successe l’inghippo. Lo zio aveva dimenticato la tabacchiera in campagna.
“E ora come faccio”, si disse.

stampe diavoli
L’antica Ragusa in tre interpretazioni grafiche e pittoriche di Rocco Cafiso

Chiamò il nipote: “Tu sei giovane e le gambe le hai buone, devi farmi un favore importante; torna in campagna e prendimi la tabacchiera che si trova in tal posto: però non aprirla!”
Veloce il nipote si recò nella casa di campagna, prese la tabacchiera e si avviò per la città. Ma per strada nel cervello cominciò a frullargli un’idea fissa: “Perché mio zio non vuole che l’apra? Che segreto nasconde, e non vuol farmi sapere?”. E gira e rigira finì che l’aprì.

Una frotta di diavoli saltò fuori. E con voce assillante: “Comanda, padrone, comanda!”
Il povero ragazzo restò di stucco. “Me meschino e ora che faccio?! Scavatemi cinquanta pozzi.”
Così, pensava, io ho il tempo di scappare via. E difatti si diede a correre verso Ragusa.
Ma quelli erano diavoli, e in men che si dica lo raggiunsero e gli si pararono innanzi: “Comanda, padrone, comanda!”

stampe diavoli cafiso
La leggenda dei cento pozzi (a sinistra) e campagna iblea (a destra), opere di Rocco Cafiso

“Scavatene altri cinquanta” urlò loro senza fermarsi. Anzi riprese la corsa con maggior lena. Inutilmente. Pochi istanti dopo erano ancora davanti a lui, saltellanti, “Comanda, padrone, comanda!”.
Stavolta il giovane contadino si sentì perso. Li guardava atterrito cercando un appiglio, una via di scampo. A volte la paura fa novanta, come suol dirsi, ma apre improvvisi sprazzi di lucidità: “Adesso fatemi un secchio di pasta e una corda di sabbia per attingere l’acqua dai pozzi”.

A fare il secchio, impastando la farina, fu un fiat; ma quando si trattò di intrecciare la corda di sabbia, non ci fu verso per i poveri diavoli di venirne a capo.
Confusi e mogi raggiunsero il ragazzo che ancora correva verso la città. “Il secchio l’abbiamo fatto ma la corda non siamo riusciti a torcerla”.

diavoli
Anonimo, “Caduta degli angeli ribelli”, secolo XIV

“Ah, sì” si fermò di botto e li guardò sdegnato “Allora rientrate nella tabacchiera!”.
Come cani bastonati a testa bassa i diavoli rientrarono nella tabacchiera. Il giovane contadino la richiuse veloce riponendola nel taschino. Dando ragione al detto popolare: contadino, cervello fino.
Appena lo zio lo vide spuntare esclamò: “Come hai fatto così presto?”

Che ne sapeva lui di quello che aveva passato il povero diavolo!
La sera però quando aprì la tabacchiera per l’abituale controllo e chiese ai diavoli: “Avete fatto buon viaggio?” molte cose gli furono chiare, povero lui!
“Altro che buon viaggio. Tuo nipote ci ha fatto lavorare come dannati” urlarono in coro. E giù botte da orbi!

luogo diavoli
Ragusa, contrada Cento Pozzi (foto di Giovanni Tidona)

Contrada Cento pozzi e Bùttino stanno a circa quattro km da Ragusa, verso occidente: traggono denominazione da una straordinaria quanto misteriosa catena di pozzi intercomunicanti di antica epoca; la gran parte ora scomparsi, interrati o distrutti nel tempo. L’area è costellata anche di presenze archeologiche. Val la pena una visita: per il paesaggio, per i misteriosi pozzi, per le tracce di insediamenti arcaici e greco bizantini.

grotta diavoli
Grotta delle Trabacche. Presenza archeologica nell’area di Cento Pozzi (foto di Tony Vasile)

Ma il cunto popolare – di diavoli intrappolati nella tabacchiera di un massaro (molto più pratica della lampada di Aladino) o di eremiti e pastori intenti a contrastare altri diavoli irrequieti – non c’è adesso chi lo possa porgere: per lo meno con quell’ingenuo stupore e arguta ironia dei cuntatori antichi.

Bisogna approdare nella biblioteca di Giovanni Selvaggio, sfogliare i suoi Cunti e leggende di casa nostra, per ascoltare la voce afona dei suoi cento informatori che declinano le cento e più anime di questa terra impareggiabile. Compreso il cunto dei cento pozzi e dei cento diavoli che vi ho raccontato a modo mio. Grazie, Giovanni Selvaggio, cantore impareggiabile della nostra terra.

Selvaggio
Giovanni Selvaggio (Ragusa 1930-1995). A destra il suo volume “Cunti e leggende di casa nostra” (1991)