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Disastro terremoto Val di Noto

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di Paolo Monello

Interrogandosi dunque sulle cause dell’”ira di Dio” che aveva sconvolto la metà orientale del Regno di Sicilia il 9 e 11 gennaio 1693, l’Arcivescovo di Palermo mise per iscritto quelli che secondo lui erano le cause dello sdegno di Dio. Della lettera del 30 gennaio non possiedo il testo originale, ma l’ampio riassunto che il Consiglio di Stato a Madrid ne fece al Sovrano nella seduta del 27 aprile, allegando poi le sue considerazioni.

«Essendo certo che castighi così grandi, sono per peccati enormi», il prelato – scrivono i consiglieri – afferma che è «suo dovere rappresentare a Vostra Maestà quanto ritiene possa avere smosso l’ira di Dio» ed avendo il terremoto colpito soprattutto le chiese, i conventi e i monasteri con tutte le persone che c’erano dentro, era evidente che a provocare l’ira divina erano state «le offese dello stato ecclesiastico», di cui Bazan si assumeva la responsabilità (ma fino ad un certo punto, come vedremo…).

L’Arcivescovo di Palermo Don Ferdinando De Bazan

Nella sua lunga lettera, Bazan metteva in evidenza tre punti nodali della crisi della Chiesa siciliana (anche se la disamina riguarda soprattutto Palermo). In sintesi: il clero secolare era troppo numeroso e molti sacerdoti abbandonavano le chiese di paese per trasferirsi nella capitale, accrescendo «il gran numero di chierici ignoranti e di cattivi costumi, che vanno a Palermo, convinti che sia certa e maggiore l’elemosina della messa, fuggendo la miseria delle loro terre».

La responsabilità di ciò era dei Vescovi, che concedevano il permesso ai sacerdoti di recarsi a Palermo, dove inoltre – in caso di reati – venivano protetti dal Giudice della Monarchia (cioè il rappresentante del Re nel governo della Chiesa siciliana), il quale garantiva permessi ed impunità, concedendo anche l’esenzione dall’assistere «alla solenne processione del Corpus, ingiustamente perché non c’è eccezione che liberi da questo obbligo», cosa tanto più incomprensibile «quando tutti credono che il SS.mo Sacramento, per il breve ossequio che gli si fece quei giorni, rimediando alla poca decenza con cui veniva portato ai malati, liberò quella città dal pericolo del terremoto».

Alessandro VII alla processione del Corpus Domini, Giovanni Maria Morandi, XVII sec.

Venendo al rimedio, l’arcivescovo suggeriva quindi che si limitasse drasticamente «con un numero fisso» la concessione di permessi per venire a Palermo, e che «il Giudice della Monarchia… a nessun affiliato nel suo Tribunale permetta di stare a Palermo più del breve tempo necessario per sbrigare le proprie faccende». Insomma, Bazan chiedeva al Re di intervenire sul suo rappresentante don Gregorio Solorzano, altrimenti non avrebbe più potuto «governare quel clero, i cui peccati hanno offeso Dio».

Venendo poi ad esaminare lo stato del Clero regolare, Bazan ammetteva «francamente, che il rilassamento è grande e totale nei conventi piccoli dove non si osserva alcuna regola» e proponeva la soppressione dei conventi con meno di dodici frati (come del resto stabilivano i canoni ecclesiastici romani, ripristinando le visite di controllo, come prevedevano le Costituzioni Apostoliche), vietando i cambi di residenza dei monaci (concessi invece dal Tribunale della Monarchia) «perché solo lo sperarlo fa i frati insolenti» e stabilendosi che «a nessuno si desse licenza per pernottare fuori del convento».

Raffigurazione della corruzione del clero con il diavolo che fa cadere delle monete nelle mani del Papa (Miniatura del XV sec.)

Inoltre, secondo Bazan, il diritto di asilo nelle chiese era «dannoso alla causa pubblica per la frequenza di esso e la facilità con cui si ottiene», per la qual cosa proponeva di chiedere a Roma «che solo i delitti contro i sacramenti (che sono in numero moderato) diano diritto di rifugio, e che gli Arcivescovi di Palermo nella loro diocesi e come delegati apostolici nelle altre, quando i delitti siano gravissimi o abituali i delinquenti, con gravi conseguenze per l’ordine pubblico, possano punirli citra penam sanguinis [cioè esclusa la pena di morte, n.d.a.], senza necessità di inviare i processi alla Sacra Congregazione delle Immunità per ottenere licenza di farlo». Nei delitti di dissolutezza, il clero era inoltre privilegiato in tribunali diversi da quelli naturali e «poiché queste cause per loro natura sono di giurisdizione del Tribunale Ecclesiastico, e invece le accoglie il Tribunale del Santo Uffizio a causa dei suoi privilegi», si perdonavano gravissimi peccati: occorreva quindi «ordinare che in tutti i fori la giurisdizione sia solo del Tribunale Ecclesiastico».

Accanto ad un loggiato aperto alcune giovani suore, dal contegno frivolo e malizioso, assistono ad un concertino offerto da piacenti gentiluomini (Alessandro Magnasco, XVIII sec.)

Non meno grave era la situazione nei monasteri femminili. «Si deve tenere per non minore motivo dell’ira divina – aggiungeva il prelato – il rilassamento nei conventi di religiose», dove molti uomini entravano «senza licenza». Per i quali Bazan proponeva una «pena di 100 onze o non potendo pagarle, ad un anno di castello o carcere irremissibile, o altre pene che si potrebbero discutere».

In una sontuosa stanza che ha ben poco a che fare con la cella di un monastero, una religiosa assapora una tazza di cioccolata calda (bevanda peccaminosa, di gran moda tra gli aristocratici) in compagnia (Alessandro Magnasco, XVIII sec.)

Esaurito il capitolo dello stato ecclesiastico, Bazan passava a condannare la rilassatezza dei costumi generali, puntando soprattutto il dito contro le rappresentazioni teatrali, fatte a tardissima ora, dalle quali «derivano moltissimi delitti» contro la morale e contro Dio. Pur rendendosi conto che esse si facevano «con il motivo di tenere occupato il popolo, proprio perché è di natura malinconica», ricordava che l’Arcivescovo di Genova Spinola le aveva proibite «in quella città non meno popolosa di Palermo, e non meno suscettibile di altre». Le rappresentazioni infatti «non solo danneggiano i costumi, ma anche il bene pubblico, per essere un seminario di bestemmie e latrocinii…e c’è la comune propensione [dei Siciliani] a questi vizi, in special modo con l’orribile bestemmia di Santo Diavolo, che viene punita con una pena facoltativa che mai è irrogata e converrà molto al servizio di Dio imporre pene certe».

Attori della Commedia dell’Arte su un carro in una piazza cittadina (pittura del XVII sec.)

Pertanto gravi erano anche le responsabilità dei pubblici ufficiali (ed il Viceré Duca di Uzeda ne era appassionato organizzatore e mecenate) nel non proibire e reprimere tali licenziose rappresentazioni. Don Ferdinando Bazan poi, mosso «dalla compassione di vedere [questo] miserevole Regno distrutto in gran parte e dal timore che solo l’emenda delle nostre offese potrà trattenere la mano di Dio perché non continui i suoi castighi», offriva le sue dimissioni al Re, in quanto la sua “incapacità” di governare bene la Chiesa palermitana e le altre dell’Isola aveva attirato la punizione divina.

Infine l’Arcivescovo, «anche se non si intromette nelle questioni politiche… non può come Pastore tralasciare di porre alla reale attenzione di Vostra Maestà che [questi] afflitti suoi figli hanno bisogno che V.M. rafforzi i segni della sua grandezza, ponendoli in una serie di fatti di buon governo, lasciando che respirino nella loro afflizione, non solo dalle contribuzioni del Real Fisco ma anche dalle deviazioni in cui si suole spendere il ricavato delle tasse, per cui se finora sono stati veramente poveri, ora sono proprio nella miseria».

La povertà in una incisione del XVII secolo (Jacques Callot, la compagnia dei baroni)

La lettera ci appare un capolavoro di diplomazia, la cui sostanza era tutta politica e non teologica. Infatti Bazan, se ammette che l’ira di Dio è dovuta senz’altro al grave stato di rilassatezza morale e veri e propri delitti in cui parte del clero secolare e regolare era caduta, afferma però che la sua azione di risanamento è stata ostacolata dal contrasto tra i vari poteri: per quanto riguardava i sacerdoti, dal Giudice della Monarchia; per il clero regolare, dall’Inquisizione (entrambe le istituzioni proteggevano i delinquenti, insomma).

Né i pubblici ufficiali di Palermo (ma soprattutto il Viceré Duca di Uzeda) erano esenti da critiche per la questione dei divertimenti serali e per il lassismo con cui non garantivano la punizione dei bestemmiatori… Inoltre, nella coda della nota, c’erano due punte “velenose”: la denunzia dell’eccessivo fiscalismo (situazione aggravata dalla miseria causata dai terremoti) e l’ingiustizia di spendere fuori dal Regno le tasse pagate dai siciliani (in quegli anni la Sicilia contribuiva con frumento e denaro a sostenere Milano ed il Piemonte nelle loro guerre contro i Francesi).

Palazzo Chiaramonte (detto anche Steri) a Palermo, sede del Tribunale della Santa Inquisizione dal 1600 al 1782

Pur nominato dal Re in base all’Apostolica Legazia, a Bazan va dato atto che si rendeva conto che la situazione era complicata dai conflitti giurisdizionali tra la Chiesa siciliana retta dal re tramite il Giudice della Monarchia, il Santo Uffizio dell’Inquisizione siciliana (anch’essa protetta dalla Corona spagnola) e la Sede Apostolica: temi che sin dai primi di febbraio sarebbero stati discussi nella apposita Giunta Ecclesiastica insediata dal Duca di Uzeda per far fronte ai disastrosi effetti del terremoto su centinaia di chiese, conventi e monasteri, e dove erano presenti sia Bazan che Solorzano.

Il Consiglio di Stato, riassunta ampiamente la nota dell’Arcivescovo, prese atto del suo zelo nella riforma dei costumi religiosi e nell’attendere al Culto Divino in modo tale che «la Divina Justicia suspenda el rigor que nuestras culpas han motivado», limitandosi a suggerire al Re di invitare i vescovi a non concedere permessi ai religiosi per andare a Palermo e ad ordinare al viceré e a Giudice della Monarchia (ciascuno per le proprie competenze) a stabilire un numero fisso di sacerdoti per ogni chiesa (in modo da evitare il soverchio numero delle “vocazioni, spesso finte e unico strumento per evadere il fisco, come la Giunta metterà in evidenza) e a punire con rigore il “rilassamento” morale nei conventi e monasteri.

Mappa della Sicilia con i paesi colpiti dal sisma del 1693 segnate. A destra l’elenco delle città evidenziate nella mappa.

Infine, il Consiglio suggeriva al Re di accogliere l’indicazione dell’Arcivescovo per vietare giochi e rappresentazioni teatrali e soprattutto per punire con sanzioni certe la bestemmia di “Santo Diavolo”. Né Bazan né il Consiglio di Stato si posero però una domanda fondamentale: se Dio voleva punire la sua Chiesa per gli eccessi commessi a Palermo, come mai la sua sferza aveva colpito soprattutto il Val di Noto con distruzioni immense e migliaia di vittime ed aveva lasciato integre le parti centrale ed occidentale del Regno?

Una domanda che invece si erano posti Uzeda e i suoi collaboratori. E per frenare il timore popolare che l’ira di Dio assestasse nuovi colpi, occorreva ridurre «i terremoti… a puri fenomeni meccanici» (Corrado Dollo, Filosofia e scienza in Sicilia, Cedam, Padova 1979). Per questo, l’attenzione alla “causa meccanica” e cioè il Mongibello fu quasi immediata, come ci dimostrano i documenti di Simancas…
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La potenza del terremoto del 1693 (misurata con la scala Mercalli) che distrusse il Val di Noto

di Paolo Monello

Ignorandone le cause scientifiche, da secoli si riteneva che il terremoto fosse il più potente dei flagelli che Dio usava per punire i peccati degli uomini e riportarli sul retto cammino. Così la Chiesa insegnava, traendo tali convinzioni sia dal Vecchio che dal Nuovo Testamento. Il terremoto infatti, insieme con la peste, la carestia, le alluvioni e tutte le altre calamità, altro non era che il maggior segno dell’”ira di Dio” per le malefatte commesse dagli uomini, quello che nell’Apocalisse segnava gli ultimi tempi prima del Giudizio.

Ma stavolta, dalle notizie che arrivavano a Palermo, sembrava che Dio si fosse accanito sulla sua Chiesa e i numeri complessivi poi confermeranno tale convinzione: risulteranno colpiti e gravemente danneggiati o completamente distrutti 2 vescovadi, 700 chiese, 22 collegiate, 250 monasteri.

Il terremoto del 1693 nelle incisioni e nelle stampe dell’epoca

E che quello fosse il senso comune in quei giorni ce lo testimonia anche il resoconto per Catania di un religioso, tale Padre Cuneo, che così scrive:
«…quello che fu di terrore più, che li maggiori danni l’hebbero le chiese, forse che per le irriverenze di esse, e per li peccati che in esse si commettevano, Dio volle dimostrare di ruinare la sua casa, perché contaminata, dovendo essere luogo santo et illibato; nelle chiese furono pochissimi quelli che si salvarono, e perchè molti havendosi ivi refugiato come luogo più sicuro, e perché era hora che si dovevano fare processioni di penitenza».

La scossa più potente, quella dell’11, si era verificata nel primo pomeriggio, quando le chiese erano piene di fedeli che imploravano la salvezza ed il perdono dei peccati da Dio, dopo le forti scosse del venerdì 9 e le altre della stessa mattina di domenica. Lo stesso interrogativo si pose per primo l’Arcivescovo di Palermo, don Ferdinando Bazan (1627-1702), nella sua accorata lettera inviata al Re il 30 gennaio 1693.

La potenza del Dio creatore in un affresco della Cappella Sistina (Michelangelo Buonarroti)

Palermitano della famiglia spagnola dei Marchesi di Santa Cruz, l’Arcivescovo Bazan si era laureato a Salamanca. Canonico di Santiago de Compostela e di Siviglia ed inquisitore prima a Cordova poi nel Supremo Tribunale dell’Inquisizione di Spagna, amantissimo delle lettere e della filosofia morale, era stato nominato Arcivescovo di Palermo da Carlo II nel 1685. Il contenuto della missiva però non si capirebbe, se non facessimo riferimento ad una particolare situazione: la Chiesa siciliana non dipendeva dal Papa, ma era governata dal Re di Spagna tramite il Tribunale della Monarchia, in virtù dell’istituto della “Apostolica Legazia”, cioè il complesso delle norme giurisdizionali di controllo sulla Chiesa siciliana, risalenti alla nomina di Ruggero il Gran Conte come legato apostolico in Sicilia da parte di Urbano II nel 1098. In ringraziamento del ruolo avuto dal Normanno nella crociata contro gli Arabi di Sicilia.

Don Ferdinando Bazan dei Marchesi di Santa Cruz, Arcivescovo di Palermo

Limitata al solo Ruggero, tale concessione era stata richiamata in vita da Ferdinando il Cattolico e soprattutto da Filippo II, che l’aveva considerata uno strumento formidabile di potere sulla ricca Chiesa dell’isola. Pio V aveva cercato inutilmente di ottenerne una limitazione da Filippo II, ma il conflitto era stato fatto esplodere da Clemente VIII nel 1605 attraverso la pubblicazione del volume XI degli Annali del Cardinale Cesare Baronio, che dimostrava (peraltro sbagliando) la falsità del documento di Urbano II e contestava alla radice quindi il potere del Re di Spagna in quanto successore di Ruggero sulla Chiesa siciliana.

(Da sinistra) Il cardinale Cesare Baronio e il Papa Clemente VIII

Nel 1605 non fu concesso l’exequatur alla pubblicazione dell’opera in Sicilia e nella disputa era intervenuto il Cardinale Ascanio Colonna, fratello della fondatrice di Vittoria, in difesa dei diritti del Re di Spagna sulla Chiesa di Sicilia. Uno dei punti di maggior dissidio era la competenza dei Tribunali, specie per i processi dei rei rifugiatisi nei luoghi ecclesiastici. Appena insediato, Bazan aveva però ripetutamente chiesto al Re il rispetto delle prerogative ecclesiastiche, spesso usurpate a suo dire dal Tribunale della Monarchia. E il Consiglio d’Italia il 20 novembre 1688 aveva stabilito che per le chiese soggette alla giurisdizione ecclesiastica arcivescovile l’istruzione dei processi ai rei dovesse essere fatta dal potere ecclesiastico (solo in caso di rifiuto o negligenza sarebbe intervenuto il Giudice della Monarchia).

Il Cardinale Ascanio Colonna

Nelle chiese di Patronato Reale (quelle appartenenti allo Stato) la competenza unica era del Giudice della Monarchia; sulle “estrazioni” dalle chiese di rei appartenenti al clero regolare, i due poteri avrebbero dovuto concordare l’azione. In pratica un insieme di norme equivoche e che venivano regolarmente e dispettosamente violate dagli uni o dagli altri. Ma la vera disputa tra potere civile e religioso era soprattutto il controllo sull’enorme ricchezza del clero, favorita dalla quasi totale esenzione fiscale: un terzo dei beni siciliani era in mano alla chiesa (Tricoli).

Il terremoto aveva visto don Fernando attivissimo nell’organizzare gli atti necessari a placare l’ira di Dio. Palermo era però rimasta indenne e il 24 gennaio «Monsignore Arcivescovo, dal sentire la deplorabile rovina di tante città e terre del Regno, riconoscendo la grazia fatta dalla divina bontà alla città… fece risoluzione di manifestare con pubblica dimostrazione l’obbligo per la ricevuta grazia» (Mongitore).

Seguirono giorni di grandi solennità, con comunioni generali («solamente da mano dell’Arcivescovo… si dice si communicarono da 17mila persone») ed elemosine massicce ai poveri. Sempre il 24 gennaio «Monsignore cantò il Te Deum laudamus, con l’intervento del Viceré, Senato, Tribunali e Nobiltà; e doppo con bellissimo dialogo, cantato in onore di S. Rosolia da eccellenti musici, dimostrò la gratitudine della città verso la Santa per un beneficio tanto grande».

“La processione di santa Rosalia” a Palermo per lo scampato pericolo del terremoto del 1693. (Dipinto di fine XVII sec., pittore siciliano ignoto)

Contemporaneamente la grotta di Santa Rosalia fu meta in quei giorni di straordinari pellegrinaggi di migliaia e migliaia di persone. In seguito, su richiesta del Viceré Duca di Uzeda, il Senato della «Fedelissima Città di Palermo» decretò di affiancare alla “Santuzza” «por protector y Patron de la Fidelísima Ciudad de Palermo, al Glorioso San Francisco de Borja como especial Abogado de los terremotos» (15 ottobre 1693), con grande soddisfazione del Duca di Uzeda per l’affetto di Palermo «a un Santo tan grande y español». Ma a gennaio, di fronte al disastro che si andava profilando dalle notizie che man mano arrivavano a Palermo, don Fernando Bazan – come si è detto – sentì il bisogno di scrivere al Re il suo pensiero sulle cause dell’ira divina. Lo fece con una lunga lettera datata 30 gennaio, che fu minuziosamente esaminata dal Consiglio di Stato nella seduta del 27 aprile 1693 e riassunta per il Re.
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di Paolo Monello

Dopo la parentesi sulla sorte dei quadri dell’ultimo Conte di Modica, don Juan Tomás Enriquez, torniamo ai documenti da me posseduti in copia sui terremoti del 9 e 11 gennaio 1693 e provenienti dall’Archivio Generale di Simancas (Spagna). Ricordo che si tratta delle note spedite a Madrid dal viceré don Juan Francisco Pacheco Duca d’Uzeda e Conte di Montalban (1649-1718), in carica a Palermo dal 1687. Persona colta, amante della scienza e della musica, bibliofilo e collezionista di quadri ed altri oggetti preziosi. A mio avviso – alla luce della documentazione – fu l’uomo giusto al posto giusto in quel disgraziato periodo.

Juan Francisco Pacheco Duca d’Uzeda

In genere, quando si parla della catastrofe sismica del gennaio 1693, si accenna solo all’evento dell’11 (a volte si dimentica il 9 e in genere si ignora che la sequenza mortale cominciò la sera del giovedì 8 gennaio) e poi si passa direttamente alla ricostruzione ed alla esaltazione del Barocco delle nostre zone. In verità, la ricostruzione fu assai lenta e durò decine di anni e solo alla fine del ‘700 la Sicilia sud orientale acquistò il volto che in gran parte oggi vediamo.

Nei documenti esaminati si parla invece dell’immediatezza della tragedia, quando le scosse di terremoto sembravano non finire mai e non si sapeva a qual Santo votarsi e come fare per placare l’”ira divina”, che si era abbattuta sui Siciliani ed in particolare sulla Chiesa siciliana per i loro peccati.

Il terremoto del 1693 in una incisione eseguita a Norimberga del 1696

Già in precedenza ho accennato che le prime notizie del disastro arrivarono a Madrid da Napoli ai primi di marzo, mentre le relazioni ufficiali di Uzeda giunsero il 18 marzo e furono esaminate il 22 marzo dal Consiglio di Stato e l’indomani 23 dal Consiglio d’Italia. Si trattava di due lunghe missive, una datata 22 gennaio e l’altra 5 febbraio. Lette le note, il Consiglio di Stato riassunse per il re Carlo II il loro contenuto. Esse si riferivano agli eventi fino al 5 febbraio, e riguardavano le provvidenze assunte dal viceré: soccorsi immediati, ordini per la ricostruzione delle fortezze per la difesa del regno.

Carlo II Re di Spagna

Il Duca di Uzeda, comprendendo di non potere da solo affrontare le infinite questioni che si stavano ponendo, comunicava di aver formato due Giunte, una di “secolari” (cioè di civili) ed una di ecclesiastici per garantire il Culto Divino ed avere consigli, di fronte all’immane disastro che aveva colpito centinaia tra chiese, conventi e monasteri che erano crollati o inagibili.

I Consiglieri approvarono l’operato del Viceré, mettendo in evidenza la gravità della situazione, sia dal punto di vista sanitario, sia da quello della difesa del Regno, per il timore che – appresa la distruzione delle fortificazioni di Augusta e Siracusa – i Francesi tentassero un colpo di mano. L’Isola infatti risultava completamente indifesa. La flotta siciliana formata di sei galere era in cattivo stato e per la manutenzione delle navi e per il pagamento degli equipaggi c’era un grave problema. Il mantenimento della flotta infatti era finanziato con i proventi della Bolla della Crociata (e cioè la vendita delle indulgenze, con la “remissione” dei peccati in cambio di denaro), affidata ad appaltatori che avevano anticipato grandi somme e per le quali pretendevano forti interessi.

Navi della flotta spagnola in una pittura dell’epoca

In questa situazione di estremo pericolo, il Consiglio chiese al Re di ordinare l’invio di truppe di rinforzo in Sicilia e di disporre che le flotte di stanza nel Mare del Nord entrassero nel Mediterraneo, per accorrere in aiuto della Sicilia. Infine si affidava al Consiglio d’Italia il compito di assistere il viceré con le risorse necessarie.

Più dettagliato invece il verbale del Consiglio d’Italia, dove vengono riferite quasi integralmente le due lettere esaminate, a cominciare dalle scosse sentite a Palermo la notte del 9 (alle 10 di sera), senza gravi danni né a case e persone. Ma la domenica 11 alle 2 del pomeriggio si erano udite fortissime scosse, che avevano danneggiato o distrutto alcune case, senza però alcuna vittima, cosa attribuita subito alla protezione di Santa Rosalia. Il Palazzo Reale aveva però subito notevoli danni, con la fortuna che la Porta Nuova – dove erano custoditi 400 quintali di polvere – era rimasta intatta.

La magnitudo del terremoto del 1693, secondo le ricostruzioni di geologia storica dei ricercatori dell’INGV, ebbe magnitudo 7,4 della Scala Richter. Un terremoto fortissimo.

Gravi danni aveva subito anche il carcere della Vicaria. Le scosse si erano ripetute il mattino del lunedì, danneggiando gravemente l’appartamento del viceré, che aveva preferito dormire nella Galera Capitana e stare di giorno nei locali della Segreteria, per provvedere all’emergenza.

A questo si univano le tremende notizie che man mano erano arrivate al viceré da tutto il Regno e soprattutto dal Valdemone, dall’intero Val di Noto e dalla Contea di Modica, rimasti distrutti, con la morte sotto le rovine di numerosissime persone, il cui numero esatto non si sapeva, per l’impossibilità dei corrieri di viaggiare a causa del crollo dei ponti e dell’esondazione dei fiumi, per le grandi quantità di neve e piogge cadute. Si sapeva però che continuando le scosse di terremoto, le persone si erano rifugiate nelle campagne.

Una veduta di Scicli prima del terremoto del 1693. Particolare di un dipinto di Antonino Manoli (immagine da IloveScicli.it)

Come prima cosa, il Duca di Uzeda aveva nominato il generale Giuseppe Lanza, Duca di Camastra (uno dei protagonisti della guerra di Messina del 1674-78), Vicario Generale del Valdemone, con l’incarico soprattutto di arrivare prestissimo a Catania, che risultava la più colpita dal disastro e dove non era rimasta in piedi neanche una casa, secondo le notizie arrivate. Per il Val di Noto aveva nominato come Vicario Generale il Principe di Aragona (poi sostituito dall’arcivescovo di Siracusa), per Catania aveva nominato Commissario Generale don Giuseppe Asmundo (Giudice della Gran Corte), coadiuvato da don Giovanni Montalto (Giudice del Concistoro).
A questi aveva poi aggiunto per il Val di Noto il Tesoriere e Vicario Generale don Giuseppe Celesti, il Consultore don Matteo Giordano e don Scipione Coppola: a questi e poi anche a Camastra aveva dato il compito di seppellire i morti e di stroncare i furti e i saccheggi, usando le maniere forti necessarie e cioè la forca e le schioppettate.

Giuseppe Lanza Duca di Camastra

Nonostante la situazione deficitaria del bilancio del Regno, Uzeda aveva inviato denaro per soccorrere le guarnigioni delle sventurate città, privilegiando soprattutto Catania, Siracusa ed Augusta e ordinando al Governatore di Messina di soccorrere per quanto potesse quelle piazzeforti, le cui truppe erano state decimate dai crolli e solo per caso ad Augusta – dove era esplosa una polveriera piccola – non era accaduta una tragedia maggiore, che sarebbe stata causata dall’esplosione della polveriera grande, dove erano stipati 1000 quintali di polvere.

Uzeda era assai preoccupato per le immense somme necessarie a ricostruire le fortificazioni e per l’impossibilità di far fronte alla spesa, e questo in tempo di guerra con i Francesi e la presenza nella rada di Siracusa di navi della flotta dei Cavalieri di San Giovanni di Malta, che certamente avrebbero avvisato i Francesi del disastro.

Catania prima del terremoto del 1693 in una pittura dell’epoca

In ogni caso aveva incaricato il Colonnello don Carlos de Grunembergh ed il Maestro di Campo Generale don Sancho de Miranda di fare un accurato sopralluogo a Siracusa ed Augusta, per verificare i danni e per prendere immediate iniziative per la ricostruzione (ma anche rimpiazzare i soldati, in parte morti, in parte scappati, in parte rifugiatisi a Messina), pur mancando materiali e muratori. Il Viceré concludeva la prima lettera, scusandosi ancora una volta di essere rimasto a Palermo, per meglio controllare la situazione dell’ordine pubblico, perché era un miracolo che nonostante il crescente orrore per le notizie che man mano arrivavano, il popolo si manteneva tranquillo, senza furti né delitti.

Nella seconda lettera, il Duca di Uzeda dava informazioni più precise, per quello che aveva potuto sapere, allegando una prima relazione dei danni nelle Città demaniali e Baronali, senza però poter ancora comunicare il numero dei morti sia perché i cadaveri erano rimasti sotto le macerie sia anche perché migliaia di persone erano fuggite disperdendosi nelle campagne, dove abitavano in baracche (o sulle barche, come a Messina).

“La processione di santa Rosalia” a Palermo per lo scampato pericolo del terremoto del 1693. Dipinto a cavallo tra ‘600 e ‘700 di pittore siciliano ignoto, conservato in Spagna

In alcuni casi, alcune bande di ladroni erano state fermate a schioppettate e con la forca ed un forte aiuto aveva dato a sue spese il Principe di Butera, che aveva prestato soccorso a 60 soldati e inviato ad Augusta e Siracusa farina, pane fresco e alcune vacche, dove poi era giunta una tartana con 200 salme di farina e 200 quintali di biscotto.

Aveva inoltre ordinato l’apertura della Zecca di Palermo, per coniare moneta, evitando che il bisogno di denaro costringesse i possessori di argento a impegnarlo o a mandarlo fuori dal Regno per farne monete. Per affrontare le conseguenze della catastrofe, aveva creato una Giunta composta dal Reggente don Juan Antonio Joppulo, dal Presidente don Joseph Scoma, dal Consultore don Antonio Ibañez, dal Controllore Generale marchese de Analista, dal suo Segretario don Felix de la Cruz, dal M.ro Razionale don Sebastian Gesino, dall’Avvocato Fiscale don Balthasar del Castillo e da don Pedro Capero, Deputato del Regno. Tutti costoro, dovevano riunirsi ogni settimana nella Segreteria per discutere i mezzi per affrontare la situazione.

Carlo Maria Carafa, Principe di Butera nel 1693

Inoltre, per il gran numero di chiese, monasteri, conventi e abbazie distrutti, con centinaia di monache di clausura sbandate nel Val di Noto e per celebrare decentemente il Culto Divino aveva ordinato di formare una Giunta Ecclesiastica, composta dall’arcivescovo di Palermo don Fernando Bazan, dal Giudice della Monarchia don Gregorio Solorzano, dall’Inquisitore Generale don Phelipe Ignacio de Trujillo, dal frate Alessandro Conti e dal duca di Grotte come Deputato del Regno, al fine sempre di proporre tutti i mezzi necessari per far fronte al disastro.

Stampa dell’epoca che illustra i danni del terremoto

Riassunto il contenuto delle drammatiche lettere del Duca di Uzeda, il Consiglio le rimetteva al Re, aggiungendo che non c’era «memoria di un simile evento così disastroso, né di tanta disgrazia né vittime» (i consiglieri si sbagliavano: e successivamente apprenderanno che eventi simili si erano verificati nel febbraio 1169 e nel dicembre 1542, nello stesso Val di Noto, n.d.a). Approvando in tutto e per tutto l’operato del Viceré per fortificare quanto prima le piazze di Catania, Augusta e Siracusa e la formazione delle due Giunte, il Consiglio d’Italia chiedeva al Re di permettere ad Uzeda di utilizzare le entrate della cosiddetta “mezza annata” (una sorta di tassa di successione sui feudi), di sospendere momentaneamente il contributo al duca di Savoia (per la guerra in corso contro i Francesi) e di sospendere per un anno l’erogazione di premi, incentivi ed aumenti su salari e pensioni, destinando tali risorse alla ricostruzione delle fortezze.
Come in genere usava, il Re fece scrivere poi in calce al documento «como parece», cioè «va bene».

Il documento del il Consiglio d’Italia approvato da Carlo II con la formula: «como parece» (va bene)

Ma nella Sicilia di quei primi tragici mesi del 1693 non c’era solo l’emergenza materiale (seppellire i morti, costruire baracche, impedire i saccheggi, assicurare i viveri, raccogliere le monache di clausura). Nonostante i pochi danni subiti, Uzeda il 5 febbraio scrive che non c’era giorno che a Palermo non si diffondessero profezie di altri terremoti e desolazioni, come era accaduto a fine gennaio, con la gente fuggita nelle campagne perché una imprudente monaca aveva scritto a sua madre che di lì a poco ci sarebbe stata un’altra catastrofe.

In quei giorni infatti, oltre al dolore, alla lotta per sopravvivere, in metà della Sicilia due erano i protagonisti: la paura causata dall’”ira di Dio” e la Montagna per antonomasia, cioè il Mongibello. Mentre infatti la Chiesa cercava di spiegarsi i motivi per cui Dio era adirato con essa e con i Siciliani, le autorità civili guardavano al vulcano, e dalla sua quiete o dalle sue eruzioni temevano sciagure o finalmente pace.

Il vulcano dell’Etna  veniva considerato a quei tempi responsabile dei terremoti in tutta l’area della Sicilia orientale (foto MeteoWeb)

Sin dal 16 gennaio infatti, il Secreto di Randazzo aveva comunicato che a seguito del terremoto di domenica 11 alle 2 e mezza del pomeriggio (la datazione delle scosse oscilla, come si vede dalle 14 alle 14,30) «la Montagna aveva cominciato a gettare fumo, e si era constatato che la sua cima si era abbassata»: era cioè crollata parte del cratere centrale. E fu così che dall’11 gennaio 1693 il Mongibello divenne un “osservato speciale”…

Una pagina di documento del Consiglio d’Italia conservato nell’Archivio Generale di Simancas attinente il terremoto del 1693