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di Ariane Deschamps

La scrittrice Marinella Fiume grazie al suo libro Strèuse. Strane e Straniere in Sicilia (Iacobellieditore, 2023, pp. 216) ci offre una nuova mappa storica del mondo femminile siciliano, in grado di presentarci tutte quelle donne che hanno contribuito a modificare il volto dell’Isola.

Ma chi sono le strèuse? Sono donne strane, eccentriche, bizzarre, fuori dal comune e dalle strade già tracciate. Sono selvagge, indomabili e rifiutano di stare alle regole di una società patriarcale che le vorrebbe rilegate soltanto al ruolo di mogli e madri.

Marinella Fiume e il suo “Strèuse. Strane e straniere in Sicilia”

Sono Siciliane, rivoluzionarie per l’epoca in cui sono vissute e per la testimonianza del loro operato.
Conoscono l’arte di guarire con le piante. Sono donne di legge impegnate in battaglie civili; sono poetesse e scrittrici, esiliate, a volte ripudiate dalla propria famiglia di origine. Sono straniere, approdate in Sicilia per viaggio o per trasferimento legato allo studio o all’Amore. Sono quelle invidiate, ammirate e temute per la loro diversità e per quella inconsueta libertà personale che le altre donne sconoscono.

Ho letto attentamente ogni capitolo del libro incuriosita dal percorso di vita di ciascuna, riconoscendomi nei loro valori e passioni. Da quando vivo in Sicilia mi sono sentita strèusa, una figlia illegittima di questa terra, per la difficile convivenza tra la mia cultura francese e quella siciliana (anche se quest’ultima è impregnata della prima più di quanto possa sembrare), per la costante malinconia isolana, per le differenze che non si appianano nonostante la mia trentennale permanenza.

Jeanne Villepreux Power, biologa (a sx), Florence Trevelyan, naturalista (al centro), Francesca Mirabile Mancuso di Caronia, prima donna ad avere preso la patente (a dx)

Sentirmi strèusa ha favorito la mia osservazione della società e delle sue antiche dinamiche. La scissione tra il mondo maschile e femminile ne è una forte componente che si mescola con il ruolo centrale della famiglia, nido accogliente e richiamo all’unità anche in età adulta. Poi, non si può non rimanere colpiti dalla teoria di sguardi e gesti codificati. In Sicilia sembra che le parole siano superflue perché il linguaggio potrebbe benissimo reggersi senza suoni.

Un fatto è certo: non si vive in Sicilia senza esserne turbato e affascinato. Chissà se anche le Strèuse di Marinella Fiume hanno avuto questo stesso pensiero… 

di Luisa Santoro

L’Associazione “Amici Giuseppe e Turi Rovella”, in collaborazione con Associazione “Meraki” e “Meraki book festival“, ha presentato, il 14 giugno 2023, presso la Sala delle Aquile Verdi del Comune di Palazzolo Acreide l’ultimo libro di Ester Rizzo intitolato “Trenta giorni e 100 lire” (Palermo, Navarra editore, 2022). L’autrice è una studiosa della condizione sociale delle donne in vari periodi storici “scovando narrazioni antiche per dare loro luce nuova”. 

Ester Rizzo (a sx) durante la presentazione del suo “Trenta giorni 100 lire” (foto: Associazione Meraki)

Trenta giorni e 100 lire” narra la tragica condizione delle donne siciliane durante la Prima Guerra Mondiale. La Rizzo ha dichiarato di non riuscire a scrivere senza aver prima consultato i documenti, ma spesso ha incontrato difficoltà nel rintracciarli. Tra le carte, consultate presso l’Archivio di Stato di Agrigento, ha recuperato le testimonianze di donne che hanno sofferto e protestato contro la guerra, di siciliane pacifiste, quindi, il cui messaggio non poteva essere ignorato.

Secondo Rossana Florio, direttrice dell’Archivio agrigentino, «quei fili della memoria, così sottili, così fragili e leggeri, o a volte mossi da soffi, richiedono sguardi attenti che sappiano vederli, mani delicate che sappiano afferrarli, animi sensibili che sappiano comprenderli e che riescano a legarli nuovamente». In questa ricostruzione tutta al femminile, spiccano le donne di Palma di Montechiaro, di Licata, di Ravanusa, di Campobello con la loro volontà di esprimere dissenso nei confronti del conflitto.

Una pagina triste e travagliata della condizione femminile è quella delle lavoratrici morte a causa dell’incendio della Triangle Waist Company di New York, nel 1911. Ester Rizzo ha trattato questo episodio in “Camicette Bianche. Oltre l’8 marzo” (Navarra editore, 2014)

La Rizzo ha affermato che: «Contro l’oblio sentivo di avere una sola arma: la parola scritta e l’ho usata per restituire alla nostra contemporaneità il loro messaggio di pace». Questa storia di donne contro il potere, ha aggiunto la Florio: «restituisce il vero e autentico senso di un incontro, che è la condivisione, un’azione rivelatrice della sensibilità femminile e di un modo di sentire, di conoscere e di comprendere l’animo umano».

Questa protesta, come si può intuire, non fu priva di contrasti. L’archeologa Concetta Caruso, dialogando con l’autrice, ha messo in evidenza che diverse dissenzienti furono arrestate. Ed è in carcere che queste donne raccontano le loro storie per trascorrere il tempo durante le lunghe notti: Lorenzina (una delle carcerate) parlava di alcuni proverbi alle sue compagne di cella che “non conoscevano i misteri delle cose”. 

(foto: Associazione Antigone)

Il titolo del libro, “Trenta giorni e 100 lire”, si riferisce ad un episodio avvenuto durante le proteste organizzate il 20 marzo 1917 nel quale le donne riuscirono a fuggire all’assalto di un manipolo carabinieri. Soltanto una, Maria Ponticello, venne arrestata, processata e condannata agli arresti per un mese (trenta giorni) e a 100 lire di multa. Pagò lei per tutte… 

Il senso di questo libro si condensa nelle parole scelte da Ester Rizzo per la sua postfazione. Ella si rivolge ai suoi lettori, divenuti linfa vitale contro le difficoltà della ricerca, «… La loro presenza – sostiene – mi fa sentire meno sola nel tentare di ricostruire con le parole un mondo migliore di pace, di solidarietà e di rispetto dei diritti». Perché “Trenta giorni e 100 lire” si rivolge ad un futuro migliore parlandoci del passato di donne coraggiose. Un insegnamento che non dovremmo dimenticare.

di Letizia Dimartino

La serie Montalbano è girata nella mia città e nei suoi bei dintorni. Sono le donne che mi fanno sorridere. Intanto sono senza tempo, hanno abiti che non si rifanno a nessun decennio, portano a qualunque ora del giorno scollature che solo l’immaginario maschile tiene dentro, vorrebbero essere il prototipo della femmina siciliana dalla pelle lunare, dal seno come gravido, dalla mollezza della carne, dall’occhio e dagli atteggiamenti che si trovano solo nei sogni.
A lui hanno ormai messo accanto un’attrice androgina del nord e priva di senso che vuole esplicitarsi negli abbracci ondulati e nelle sottovesti setose ma che porta gli anni settanta segnati nella faccia, quando le donne facevano venire grandi sensi di colpa. Così questa nostra isola esprime ancora la femminilità ferma di un tempo, quella che ci voleva dietro le persiane e accompagnate dal padre ma con amori di fiamma nascosti e odore di ascelle e di sesso. Non so più chi siamo

(Foto da “Pausa Pranzo” – Ph Giuseppe Leone)