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di Anonimo*

Il 16 ottobre a Chiaramonte Gulfi in occasione di “Festacrante;” il grande evento organizzato per festeggiare la riapparizione in libreria di Vincenzo Rabito, si è tenuto il primo raduno semi-clandestino dei rabitisti anonimi. In quell’occasione uno dal palco del Teatro Leonardo Sciascia ha rivendicato la propria condizione di rabitista anonimo, delineandone un breve profilo.

Intanto, come appena detto, rabitista anonimo non è una patologia bensì una condizione, nel senso che fa riferimento ad un particolare stato fisico, morale o mentale e non certo ad una malattia. Ma quali sarebbero i tratti che consentono di riconoscere tale condizione ed eventualmente di riconoscere sé stesso, o sé stessa, come rabitista anonimo/a?
Vediamoli qui di seguito.

• Il rabitista anonimo quando parla si esprime utilizzando spesso parole in “rabitese”, come “quinte”, “crante”, “lavoriato”, “immienzo”, “noie”, “maie”, “fatocrafieie”, e tante altre. Questo avviene perché il rabitista anonimo in genere pensa anche in rabitese, ad esempio quando “recorda”.

• Il rabitista anonimo, nel progredire della sua condizione, comincia a trovare difficoltà a leggere testi di letteratura scritti in italiano ordinario: “è troppo facile – sostiene il rabitista anonimo – sarebbe come per un ciclista pedalare esclusivamente in discesa: non c’è gusto.”

• Il rabitista anonimo tiene sempre sul comodino vicino al letto un libro di Vincenzo Rabito, “Terra matta” o “Il romanzo della vita passata”. Quando la vita gli pone davanti degli ostacoli o delle difficoltà apre a caso il libro e legge qualche riga per trovare conforto: “se ce l’ha fatta Vincenzo – pensa il rabitista anonimo – che vuoi che siano le mie difficoltà?”

• È molto raro che il/la partner del rabitista anonimo sia rabitista anonimo anche lui (o lei). Questo può ingenerare delle difficoltà nella sua vita familiare, finanche degli scontri, che il rabitista anonimo cerca di affrontare come indicato nel punto precedente (vedi cap. di Terra matta “La querra in casa”).

• Nelle forme più acute il rabitista anonimo arriva a suonare ai citofoni dei condomini per chiedere: “scusi, conosce Vincenzo Rabito? È uno scrittore che ha scritto le memorie della sua vita in oltre 3.000 pagine. Posso salire a leggergliene qualcuna?” Insomma, un po’ come facevano una volta i Testimoni di Geova. In questo caso il rabitista anonimo assume l’ulteriore condizione di “Testimone di Vincenzo Rabito”.

• Il rabitista anonimo è convinto che Vincenzo abbia conosciuto di persona altri grandi scrittori. Come ad esempio Ernest Hemingway, nato anche lui nel 1899 e coinvolto, come Vincenzo, nella primavera del 1918 nelle operazioni di guerra in corso intorno al Piave. È il rabitista anonimo, infatti, che ha notato che in “Addio alle armi” di Hemingway, l’unico reparto dell’esercito italiano menzionato esplicitamente (pag. 100) è la Brigata Ancona, proprio quella a cui apparteneva Vincenzo Rabito. Se non si sono conosciuti di persona, i due si sono certamente sfiorati e chissà che il talento di Hemingway non abbia contagiato, in modalità wi-fi si direbbe oggi, Rabito. Oppure viceversa, come tende a pensare il rabitista anonimo.

(Da sx) Ernest Hemingway e Vincenzo Rabito

• Talvolta il rabitista anonimo cerca di essere ancora più anonimo e si presenta come “arrabitista anonimo” (per comprendere questo vedi “Terra matta”, pag. 146)

• In ultimo, ma non per importanza, il rabitista anonimo, è tale non solo di giorno ma anche di notte. Proprio sul palco della “Festacrante;” è stato raccontato un sogno che il rabitista anonimo ha fatto il 10 aprile del 2021: “di prima mattina – ha raccontato – ho sognato il funerale di Vincenzo Rabito. Mi trovavo di fronte al carro funebre in cui giaceva la sua salma. Era una vettura molto elegante, come quelle che in tali occasioni si utilizzano per le autorità o personalità importanti. E la bara era avvolta in una grande bandiera italiana. Insomma – ha aggiunto il rabitista anonimo – nel sonno gli ho organizzato un funerale con tutti gli onori.”

Avendo riscontrato nel grande raduno di “Festacrante;” che anche altri condividevano alcuni dei tratti sopra indicati e si sono entusiasticamente riconosciuti come rabitisti anonimi, appare giunto il tempo di lanciare un accorato appello attraverso questo blog: “Rabitiste anonime di tutte li paese, uniteve!”.

* Testo redatto in modo anonimo da Saverio Senni.

L’articolo di oggi è tratto da un articolo di Giovanni Portelli, di Scicli, autore di numerose ricerche e pubblicazioni nel settore etnografico, e pubblicato nel volumetto n.3 di “Senzatempo” del 2010, edito dal compianto Giovanni Bertucci.

di Redazione

Pare che una delle maggiori preoccupazioni dei legislatori medioevali (e pure oltre) fosse l’eccessiva ostentazione femminile. L’abbigliamento sfarzoso delle donne poteva diventare motivo di confusione nella società per colpa delle donne “disoneste”, che nei luoghi pubblici spesso potevano apparire abbigliate in maniera più lussuosa rispetto alle donne “oneste”.

Si narra addirittura che Luigi IX di Francia, fratello di Carlo d’Angiò, fu il primo Re a minacciare serie conseguenze per le meretrici abbigliate in maniera sfarzosa. Soprattutto dopo l’episodio che vide coinvolta sua moglie: Margherita di Provenza. Questa, infatti, recandosi un giorno in Chiesa, fu avvicinata da una donna di malaffare lussuosamente vestita. Scambiata per una gran dama, la moglie del Re l’abbracciò e la baciò come era uso fare all’epoca. Fu solo dopo l’indignata reazione delle “oneste” dame presenti in chiesa che la povera Regina Margherita comprese l’imbarazzante equivoco in cui era caduta.

Luigi IX e Margherita di Provenza

I Viceré in Sicilia, già a partire dal 1534, emanarono diverse “prammatiche” che regolavano l’abbigliamento delle prostitute, perché fosse distinguibile da quello delle gentildonne. Ed essendo considerata materia assai intrigata, si stabilì addirittura di istituire un ufficio speciale: l’Ufficium bacchettae.

Alle meretrici venne inibito di portare manti, vestiti di seta o di oro e “nessuna spetie di oro, né argento, né seta, né gioie, né di potere andare accompagnate con homini, né con più di due femmine”. Il motivo dichiarato nella disposizione era quello di poter distinguere tra donne “honeste et disoneste, maximamemente nelli habiti vestiti et apportamenti”.

Meretrici XVIII sec. (Giovanni Grevembroch 1731-1807)

A seguito di queste disposizioni, non potendo coprire il capo con il manto, le prostitute non andarono più a messa né alle prediche. Solo qualche anno dopo venne loro nuovamente concesso di portare il manto, ma solo dietro il pagamento di un obolo mensile a favore dei monasteri delle Repentite (nel frattempo sorti un po’ ovunque in Sicilia, proprio allo scopo di dare ricovero alle donne traviate e pentite).

Questi monasteri assunsero il nome di “rifugi”, “ritiri” “reclusori”, “conservatori delle discole e delle male maritate” e ben presto divennero famosi quali luoghi di miserevole e orrenda clausura. A costituire pericolo e scandalo, secondo il comune modo di sentire e giudicare la dissolutezza, non era soltanto l’abbigliamento, ma soprattutto la bellezza.

“Il parlatoio delle monache di San Zaccaria” (Francesco Guardi 1712-1793)

In un Istituto di Repentite fondato a Messina nel 1542, infatti, la donna deviata e pentita per essere accolta doveva essere sana di corpo, non maritata, non maggiore degli anni venticnque e, anzitutto, bella. La bellezza era considerata fonte di pericolo anche dai numerosi legati di maritaggio, che prescrivevano di preferire tra le candidate quelle più belle, perché ritenute più pericolose.

Alle numerose proibizioni facevano da triste accompagnamento le pene che potevano essere inflitte alle povere sfortunate sorprese a violare le rigide disposizioni. Era consentito strappare loro le vesti e i monili indossati e avere diritto alla metà dei valori sequestrati. Oltre alle atroci frustate: inflitte in numero non inferiore a cinquanta e fino ad un massimo di cento. Era poi imposto il taglio dei capelli e, in caso di recidiva, potevano essere rasate anche le sopracciglia.

“Ritratto di cortigiane alla toletta” (Paris Bordon 1500-1571)

La curia si limitava, invece, alla fustigazione o ad una pubblica penitenza da scontare davanti alla porta maggiore della chiesa. Come quella imposta nel 1603 ad una tale Mattea La Russa da Vizzini, la quale dovette rimanere genuflessa per tutto il tempo della messa, tenendo una candela accesa con le mani legate

Al rigido regime di controllo e proibizioni non potevano passare inosservate nemmeno le calzature, considerate altro elemento di lusinga dell’epoca. Le “impudiche” non potevano calzare scarpe ma era imposto loro di portare i “tappini”, sorta di zoccoli usati per stare in casa. L’imposizione non ebbe il solo scopo di inibire l’uso delle scarpe, quale possibile elemento di ostentazione, ma anche quello di segnalare le meretrici presenti in luogo pubblico. E fu proprio a seguito di questo obbligo che la donna di malaffare venne indicata pure con il termine di “tappinara”.

di Redazione

Venerdì 12 Novembre 2021 Italia-Svizzera qualificazioni mondiali. Al 90′ Jorginho calcia alto sopra la traversa il rigore conquistato da Berardi: si resta sull’1-1. Gli azzurri compromettono il loro cammino verso l’appuntamento in Qatar. Per molti, forse per tutti gli italiani che amano il calcio, il centrocampista del Chelsea è stato il giocatore più odiato del 2021. Oggi forse (anzi senza forse) a conti fatti l’italo-brasiliano potrebbe mutarsi in una sorta di eroe. Perché questo ribaltone a 360 gradi? Presto svelato il mistero.

Jorginho sbaglia il rigore con la svizzera. (Foto corriere.it)

Per capire cosa succede dovreste comprare il libro di Valerio Moggia “La coppa del morto”. Storia di un Mondiale che non dovrebbe esistere (Ultra editore). Ecco come si presenta il volume. Come tutti sanno, la ventiduesima edizione del Campionato mondiale di calcio è ospitata dal Qatar, un piccolo ma ricchissimo stato retto da una monarchia assoluta accusata di diverse violazioni dei diritti umani. Sono i primi Mondiali che si svolgono nel mondo arabo e tra i più controversi e discussi di sempre.

Dal momento dell’assegnazione, ormai più di dieci anni fa, molte denunce sono state scagliate contro l’organizzazione del torneo e molte forme di protesta e boicottaggio sono state messe in campo. Ma nonostante tutto il Mondiale in Qatar si giocherà, a testimonianza del potere e dell’influenza raggiunti a livello globale dal regime degli Al Thani. Per questo occorre essere informati su cosa è successo davvero intorno ai luoghi che ospiteranno le partite, a partire dalle morti di migliaia lavoratori immigrati nei cantieri di Doha, per decidere se e come seguire una competizione che si candida a essere la più ambiziosa operazione di sportwashing mai attuata.

“La coppa del morto” racconta come si è arrivati a questo punto, non solo analizzando la cronaca più strettamente legata al Mondiale ma anche indagando le origini del sistema di potere del Qatar e della dipendenza del calcio dai soldi dei regimi del Golfo. Una guida critica al più grande evento del 2022 che mette i lettori nelle condizioni di sapere nei dettagli cosa è successo prima del fischio d’inizio.

Ecco questa è la premessa, ma già sta montando in molti paesi la repulsione per questi mondiali. In Francia, come ha scritto Il manifesto, sta crescendo un consapevole ostracismo verso questo ultimo consesso della pedata. Nessun evento pubblico a Parigi. E niente maxi-schermi o aree riservate ai tifosi neppure a Marsiglia, Lille, Bordeaux, Nancy, Reims, Rodez. C’è una buona fetta della Francia che si sta ribellando ai Mondiali di calcio in Qatar che iniziano tra poco tra 23 giorni.

Tutto è stato documentato in diverse occasioni da The Guardian: un reportage di tre anni fa ha prodotto la prima stima sui migranti deceduti, raccontando dell’indifferenza rispetto al dolore di famiglie di migranti che hanno cercato di ottenere un risarcimento danni (richiesto poi da Amnesty alla Fifa, 420 milioni di dollari) e lasciate anche senza notizie sulle misteriose circostanze che hanno portato alla morte dei lavoratori sui cantieri.

Ormai il dado è tratto, i Mondiali sono dietro l’angolo e i manovratori, ovvero i main sponsor della competizione, Budweiser, Adidas, Coca-Cola, McDonald’s, Visa e oltre ovviamente alla Fifa, sono proiettati a promozionare al meglio l’evento. Sui diritti violati, è troppo tardi. Noi italiani come ci saremmo comportati? La risposta è semplice: il rigore sbagliato di Jorginho ci ha salvati…

di Redazione

Numeri spaventosi. Sessantotto (68) sudici dall’inizio dell’anno nelle nostri carceri. Pensiamoci. Bisogna riflettere su quello che sta accadendo. A due terzi dell’anno in corso, è già stato superato il totale dei casi del 2021, pari a 57 decessi. È quanto emerge dal dossier sui suicidi in carcere nel 2022 realizzato dall’Associazione Antigone onlus, che si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale. I numeri di questi dieci mesi generano un vero e proprio allarme, non avendo precedenti negli ultimi anni. Finora il numero più alto mai registrato era quello del 2010, con 45 casi di suicidio: 23 in meno rispetto ad oggi.

Delle 68 persone che si sono tolte la vita in carcere nei primi 10 mesi di quest’anno, 4 erano donne: un numero particolarmente alto se consideriamo che la percentuale della popolazione detenuta femminile rappresenta solo il 4,2% del totale. Ancora più impressionante se paragonato agli anni passati. Secondo i dati pubblicati dal Garante Nazionale, sia nel 2021 che nel 2020 soltanto una donna si era tolta la vita in carcere. Nel 2019 non si era verificato invece nessun caso di suicidio femminile.

(Foto partitoradicale.it)

Sul fronte anagrafico, l’età media delle persone che si sono tolte la vita è di 37 anni. La fascia più rappresentata è infatti quella tra i 30 e i 39 anni, con 28 casi di suicidi. Segue quella dei più giovani, con 17 casi di suicidi commessi da ragazzi con età comprese tra i 20 e i 29 anni. Vi sono poi 14 decessi di persone tra i 40 e i 49 anni e 9 decessi di persone dai 50 anni in su. I più giovani in assoluto erano due ragazzi di 21 anni, detenuti nelle Case Circondariali di Milano San Vittore e Ascoli Piceno. Il più anziano era un uomo di 70 anni detenuto nella Casa Circondariale Genova Marassi.

(Foto lindipendente.online)

Queste tragedie fanno rimanere attonite le persone perbene, tranne i politici. L’ennesima tragedia nelle carceri italiane di cui la politica politicante, quella che si scanna tra tweet e devianze, non sembra volersi occupare. Nessun commento, nessuna riflessione: “Non è stato tema da campagna elettorale”, dice a “Il Foglio” il Garante dei diritti delle persone private della libertà. E le ragioni di questo scollamento, spiega Mauro Palma, in carica fino al prossimo febbraio, sono almeno tre: “C’è disinteresse perchè è un settore che non porta voti e consensi. C’è la miopia di gran parte della politica, che non si proietta in avanti ma guarda solo l’immediato, rinunciando a ridurre i costi che il mancato reinserimento dei detenuti produce, sul piano sociale, sanitario e su molti altro livelli”. E c’è poi un terzo tema: “Aver reso il carcere terreno di scontro ideologico. Da un lato sembra si voglia tutti fuori, dall’altro tutti dentro a marcire, buttando via la chiave”.

Mauro Palma, Presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (foto Wikipedia)

È chiaro allora che partendo da queste basi un dibattito efficace diventa impossibile. “Bisogna porsi su un altro piano, perché se il diritto penale non riesce a costruire anche percorsi di positività, a riaffermarsi come strumento sussidiaro insieme ad altri modelli di regolazione sociale, è inutile”, argomenta Palma. Il carcere “andrebbe depurato di questo elemento di rappresentazione simbolica. Non serve l’approccio duro, né quello troppo compassionevole, ma ragionare in termini di funzionalità”. A questo proposito Palma individua e suggerisce le tre priorità che tutti partiti potrebbero inserire nelle loro agende: “Un investimento culturale, ovvero istruzione e formazione massiccia all’interno delle carceri. Su quasi 55mila detenuti ce ne sono 1.200 che frequentano l’università ma anche 900 analfabeti”.

(Foto redattoresociale.it)

C’è poi una dimensione che non riguarda direttamente i detenuti, ma risulta comunque decisiva per la vita negli isituti di reclusione: “Una verifica delle competenze e una revisione dei regolamenti interni, che riservi maggiore attenzione alle necessità di chi è recluso e potenzi tutti i percorsi di connessione con il mondo esterno. È necessaria una maggiore presenza di operatori sociali. Compiti che oggi vengono a volte ricoperti dalla polizia penitenziaria che, oltre al ruolo di sorveglianza, finisce per farsi carico di altri tipi di problemi per i quali non è preparata”.

(Foto repubblica.it)

Infine, conclude Palma, bisognerebbe istituire delle “Case di controllo e accoglienza, con il supporto e la responsabilità dei sindaci”. A beneficiarne sarebbero tutte quelle persone che “non accedono a misure alternative in quanto senza fissa dimora, pur avendone diritto. Una situazione che riguarda migliaia di detenuti con pene brevi. Sarebbe anche una risposta al sovraffollamento e permetterebbe di restiruire centralità ai territori”.
Meno strumentalizzazioni, più soluzioni: i politici prendano nota. Forse è arrivato il momento di modificare radicalmente l’assetto carcerario italiano, sviluppando nuove prospettive di reclusione e rieducazione. Ma questi propositi sono rimasti prigionieri dei nostri pregiudizi.

di Giovanni Rabito

Come ben sanno i lettori di “Terra matta”, mio padre non è mai andato a scuola. Ha imparato a leggere e a scrivere da solo, come da solo ha imparato il mestiere di vivere e l’arte di lavorare duro per vivere meglio. Allo stesso modo, da solo, ha imparato a usare la macchina da scrivere, uno strumento tecnologicamente avanzato almeno per i suoi tempi, e infine a diventare scrittore: scrittore della sua vita, del suo paese natale, della sua gente e forse addirittura del suo secolo.

L’edizione di “Terra matta” pubblicata nel 2007 da Einaudi è «una scelta dalle 1.027 pagine del dattiloscritto originale», a opera dei curatori Evelina Santangelo e Luca Ricci. Allo stesso modo, anche questo Romanzo della vita passata è una scelta dalle 1.486 pagine di un secondo dattiloscritto di Vincenzo Rabito: quindici quadernoni in formato A4 da cento pagine l’uno, tutti scritti a interlinea zero, senza un centimetro di margine superiore, inferiore o laterale.

Vincenzo Pirrotta (a sinistra) insieme a Giovanni Rabito

Ma quanti sono i dattiloscritti di Vincenzo Rabito? All’inizio si pensava ce ne fosse solo uno, in mio possesso dal 1970. Lo donai all’ Archivio di Pieve Santo Stefano in occasione del «Premio Pieve» del 2000, che vinse in ex aequo con quello di Armando Zanchi. «ll capolavoro che non leggerete», disse un giurato del Premio, un «Gattopardo popolare» che non verrà mai pubblicato: contrariamente a tutte le previsioni, la storia di mio padre invece venne pubblicata eccome, e da allora non ha mai smesso di camminare nel mondo. Fu solo in seguito al successo di “Terra matta” che mi ricordai dell’esistenza di un secondo plico di dattiloscritti conservati a casa di mio fratello Turi, a Ragusa.

Dopo la morte di mio padre ero stato proprio io a consegnare quel malloppo a mia cognata Lucia per preservarlo dalla distruzione. Temevo che mia madre avesse intenzione di buttarlo via, come fece d’altronde con tutto ciò che c’era nella stanzetta dove mio padre, quasi in segreto, per tredici anni aveva lavorato alla sua storia di scrittore «inafabeto». Vennero perduti, oltre alla scrivania, alle sedie e alla sua Lettera 22, soprattutto i suoi diari, i quaderni scritti a penna, i documenti, gli oggetti, gli appunti di tutta una vita.

I quindici quadernoni che compongono il secondo memoriale da cui è tratto questo Romanzo della vita passata, per fortuna, sono scampati al disastro. Non solo: nel plico conservato a Ragusa ci sono altri due quadernoni, che sembrano suggerire il tentativo di un terzo memoriale, e un ultimo quaderno chiamato Cantastoria, dove mio padre, allora militare di stanza nella «bella cità di Ferenze», racconta, o meglio riporta, quanto ascoltato da un cantastorie in piazza della Signoria.

(da sx) Un giovane don Vincenzo Rabito il giorno del matrimonio insieme alla moglie Vita Cusumano e negli anni ’70

In totale, dunque, Vincenzo Rabito ha dattiloscritto quasi 3.000 pagine, quasi tutte in tormato A4, di Terre matte, storie e cantastorie, nelle quali ha perfezionato un linguaggio cosí particolare che in molti l’hanno definito «rabitese». E non è tutto, perché da un memoriale all’altro le differenze sono anche di stile e temperamento: il narratore istintivo, immediato e selvaggio che abbiamo conosciuto in “Terra matta” adesso, in questo Romanzo della vita passata, cede il passo a un io narrante pacato e fluido, attento, accurato nei dettagli. Uno che ha imparato bene la sua arte, insomma, senza maestri né modelli.

Gli stessi incipit dei due memoriali testimoniano questo passaggio, «Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato…». Cosí comincia “Terra matta”: il richiamo immediato alla «bella vita» e l’uso della prima persona sembrano subito voler agguantare il lettore per la giacca e portarlo con sé. “Il romanzo della vita passata”, invece, inizia in questo modo: «Questo il romanzo della vita passata di questo inafabeto del povero Rabito Vincenzo, che era nato…».

Scegliendo la terza persona, l’autore avvisa chi legge che si trova davanti a un romanzo, letteratura in piena regola, nonostante piú avanti lo rassicuri e si richiami piú volte alla verità dei fatti. Dalla vita semplicemente «bella», come torse si era presentata alla sua memoria quando ha iniziato a batterla a macchina, nel giro di qualche anno mio padre è passato a voler raccontare il «romanzo» della sua vita, come se quella semplice parola, «romanzo», una vita potesse sorreggerla e formarla anche a posteriori, nel ricordo.

Quando Vincenzo scriveva il secondo memoriale, oltretutto, non aveva sott’occhio il primo, che era con me a Bologna. Non poteva quindi confrontare gli episodi, le persone e le corrispondenze, motivo per cui molto spesso, pur raccontando grossomodo le stesse vicende, si riscontrano notevoli differenze tra le due opere: scene tagliate o aggiunte, personaggi nuovi, situazioni inedite… Senza contare che “Terra matta” si ferma al 1970, mentre Vincenzo continuerà a scrivere fino a tre giorni prima della morte, avvenuta il 18 febbraio 1981.

La consapevolezza di questa evoluzione nella scrittura di mio padre, unita alle differenze sostanziali che si apprezzano tra le due opere, mi ha convinto a una riduzione e trascrizione del secondo memoriale in quello che ora viene presentato ai lettori come “Il romanzo della vita passata”. Lo avevo promesso, a mio padre, che mi sarei occupato del suo lavoro, e questa promessa deve aver contribuito a fare in modo che la sua innegabile vocazione di «cuntista» e «cantastorie» orale, esplosa nei «fuoche alte uficiale» di “Terra matta”, lo trasportasse alla lunga nel regno misterioso e affascinante dei romanzieri, la terra dei libri di «Alesantro Domise, come il romanzo di Montecristo, come il romanzo daie tre moschitiere, come il romanzo della signorina de compagnia, e come il romanzo dei 20 anne doppo».

Mio padre sapeva, ecco, che «il figlio Ciovanne» si sarebbe certamente preso cura del suo romanzo: «Perché io è vero che scriveva la mia vita passata, ma però io la scriveva seconto linterlicenza che io aveva, e tante non la potevino capire, perché io alla scuola non ci aveva stato, e quinte Ciovanne che era assaie interlicente, che a 17 anne si nantato alloneversetà, che sempre mi laveva detto: “Papà, scrivila la tua vita… che quanto tu papà a centanne muore, io ci posso fare uno bello romanzo di questa tua vita passata».

La manifestazione (16 ottobre) in omaggio all’opera di Vincenzo Rabito, ‘Festacrante’ è stata voluta ed organizzata da Archivio degli Iblei e Oltreimuri.blog in collaborazione con i figli Giovanni, Tano e Salvatore, il Comune di Chiaramonte Gulfi, Cliomedia Public History, Associazione Teatro club ‘Salvy D’albergo’ Ragusa, Amici del teatro e Pro Loco di Chiaramonte. La nostra redazione ha ritenuto, inoltre, di proporre, prima durante e dopo l’evento, una serie di contributi, articoli e analisi relativi a “Il romanzo della vita passata” e al personaggio Rabito. Il primo contributo è di Saverio Senni, docente presso l’Università della Tuscia, tra i relatori alla Festa di domenica prossima.
In coda al testo, per coloro che fossero interessati, è disponibile il link di “Qui Terra matta”, dove sono raccolti gli articoli inerenti a Vincenzo Rabito e “Terra Matta” già pubblicati nel nostro blog.

di Saverio Senni

Giovanni Rabito mi sta aspettando all’ingresso della prestigiosa Società Dante Alighieri, dove siamo venuti per presentare “Il romanzo della vita passata” di cui è il curatore.
“Ma sei alto!” esclama quando mi vede per la prima volta in carne ed ossa. Fino a quel momento, infatti, avevamo avuto solo contatti a distanza. Era marzo del 2017, quando gli scrissi la prima e-mail. Da quel giorno è iniziato un e-pistolario, come mi piace dire, di alcune centinaia di messaggi, dall’Australia all’Italia e viceversa, che raccontano di come ha preso corpo il nuovo Romanzo di Vincenzo Rabito, suo padre.
Ma andiamo con ordine.

(Da sx) Giovanni Rabito e il padre don Vincenzo

La corrispondenza con Giovanni iniziò nel 2017 quando cominciarono le repliche del reading teatrale sui “Ragazzi del ’99 nella Grande Guerra”, tratto da Terra matta e scritto con Aldo Milea. Quell’anno era, infatti, il centenario della chiamata alla leva della classe 1899, narrata magistralmente da Vincenzo nelle sue memorie. È solo nel 2019 però che è partita l’avventura che ha portato alla pubblicazione del nuovo libro. Ad aprile di quell’anno, infatti, Giovanni mi inviò la “traslazione” (così lui preferisce chiamarla) che aveva fatto delle pagine del secondo memoriale del padre dedicate alla sua partecipazione alla Grande Guerra. Pensava che avrebbero potuto essermi utili per lo spettacolo. Nulla lasciava presagire cosa è poi scaturito da quell’invio. Sbadatamente per oltre un anno non aprii gli allegati presenti in quel messaggio. Lo feci nel luglio del 2020 e quando cominciai a leggere quei testi ne rimasi letteralmente folgorato.

La corrispondenza tra Giovanni Rabito e Saverio Senni è stata raccolta in due volumi dal titolo emblematico

“Caro Giovanni – gli scrissi – mi sto divorando le pagine che mi hai inviato più di un anno fa: musica per le mie orecchie. È come ascoltare un inedito di Mozart o di Bob Dylan. Un “bootleg” si direbbe per la musica pop. A mio avviso anche queste memorie andrebbero pubblicate.”
Ci accordammo per parlarne in una videochiamata in cui Giovanni mi spiegò che negli anni precedenti aveva cominciato a trascrivere il secondo memoriale ma si era fermato al 1938, quando Vincenzo era in Africa orientale. Non avendo una specifica finalizzazione di natura editoriale non aveva motivo di proseguire speditamente.

Mi mandò allora le altre parti trascritte e la mia folgorazione fu confermata. Ragionammo allora su come proporre ad un editore la pubblicazione di un testo che poteva apparire poco interessante dal momento che c’era già Terra matta. Eravamo pieni di dubbi. Ma ci dicevamo, per scherzarci un po’ sopra, non era successo qualcosa di simile per Alessandro Manzoni? Prima scrisse “Fermo e Lucia”, poi lo riscrisse e ne venne fuori “I promessi sposi” che com’è noto oscurò del tutto la prima versione del romanzo.

La Olivetti lettera 32 di Don Vincenzo insieme al nuovo romanzo

Concordammo che la cosa più opportuna era sentire Einaudi e, nel caso di un diniego, esplorare altre vie. La prima risposta della casa editrice torinese fu incerta perché si trattava di spiegare ai lettori che non era vero, come scritto nell’ultima pagina di “Terra matta”, che Vincenzo smise di scrivere nel 1970. E poi il timore che potesse essere una sorta di “doppione” (di Terra matta), visto che in fondo si trattava del racconto della medesima vita.
Ma quando Giovanni inviò i primi capitoli la redazione di Einaudi trovò quelle pagine bellissime e concordò sull’opportunità di pubblicare anche il secondo memoriale, seppure in forma ridotta vista la sua mole.
La strada ormai era tracciata e in discesa.

L’abbiamo percorsa, passo dopo passo, insieme discutendo dei tagli da fare e dei termini che potevano risultare incomprensibili ai non siciliani, per prevedere alcune note a piè di pagina. Giovanni mi chiese anche un aiuto per i titoli dei capitoli, cosa che feci estraendoli dal testo, come in Terra matta. Preparai pure la lista dei nomi di tutti gli altri personaggi menzionati nel secondo memoriale: da Rafaele Picireditto a Vita la Milinciana, da don Ciovanne lo Sparato a don Turiddo Picicanedda e tanti altri. Individuai nel racconto oltre duecento personaggi secondari, a testimonianza della grande coralità, anche umana della scrittura di Vincenzo.

La prima pagina del dattiloscritto del secondo memoriale di Vincenzo Rabito

Per farla breve ad un certo punto del nostro dialogo telematico, divenuto presto quotidiano, Giovanni mi scrisse:
“Saverio, vedremo ‘sta mazza una buttana vo’ cari!’… frase che mio padre usava parecchio quando prefigurava una operazione dagli esiti incerti. La attribuiva a Salomone, che una volta, parlando al popolo avrebbe detto: ‘puopulu, ri cca banna e ddabbanna ro mari, vardati sta mazza unni buttana vo’ cari!’ (Popolo, da questa parte e dall’altra parte del mare, guardate questa mazza dove cavolo va a cadere!) Frase oscura e zaratustreggiante che a me è sempre piaciuta moltissimo.”

E oggi questa “operazione dagli esiti incerti” ha raggiunto il primo obiettivo: la mazza dal 20 settembre è in libreria. Il secondo risultato, ovvero il riscontro che avrà di pubblico e di critica è ancora incerto, ma la comunità dei “rabitisti anonimi”, a cui appartengo, è ottimista.
Sapremo presto “sta mazza una buttana vo’ cari”.

8 ottobre 2022. (da sx) Giovanni Rabito, Matteo Motolese, Saverio Senni e Maurizio Ridolfi, alla libreria Spazio Sette di Roma durante la presentazione de “Il romanzo della vita passata”

Articoli archiviati su “Qui Terra matta”

di Giovanna Giallongo

Definire “La pelle” di Curzio Malaparte (edito nel 1949) solamente un romanzo è talmente riduttivo da disperderne perfino l’intrinseco valore storico, emotivo, sociale, etico e culturale che un’opera letteraria di questo spessore offre ai suoi lettori. “La pelle” è cronaca vera, senza veli, priva di falsi quanto inutili tentativi di addolcire avvenimenti la cui immane importanza non si riversa solamente sulla politica e sulla storia mondiale e, nella fattispecie, italiana, ma anche e soprattutto sull’essere umano in quanto tale e sul concetto di umanità che ne deriva.

Un giovane Curzio Malaparte con la divisa di Alpino

La penna di Malaparte si mostra straordinariamente rivelatrice degli orrori che lo circondano, dell’amoralità di cui egli stesso è spettatore sorpreso, a tratti disgustato, a volte persino divertito. La mente del lettore si ritrova sul dorso di un pendolo che oscilla ma che non scandisce il tempo, bensì le contraddizioni delle emozioni e dei pensieri intorno ai fatti vissuti. Ossimori e crude contraddizioni sono la rappresentazione del limbo in cui si agitano le anime umane rese confuse dal dolore e dalla disperazione. La continua lotta per la sopravvivenza tira fuori uno schietto e crudele dualismo che si estende per tutto il romanzo: lottare per non morire e lottare per vivere. Quale tra le due è la più dignitosa? Quale delle due porta l’anima dell’uomo a decomporsi e a imporre la fredda logica dell’hic et nunc (qui e ora)?

Curzio Malaparte, nel suo confino a Lipari, in compagnia del fedele Febo (protagonista di uno dei più toccanti capitoli del romanzo)

Difficilmente l’immaginario collettivo è capace di abbinare l’orrido al sarcasmo o all’ironia, Malaparte ci riesce. Irrompe con la sua grande maestria per dare vita ad un neorealismo che indaga sul significato dell’essere vincitori o vinti, mostrando una Napoli che incarna entrambi gli aspetti. Contraddizione, sarcasmo e crudele schiettezza tingono quelle pagine che mostrano il popolo partenopeo come specchio fedele delle profonde contraddizioni dell’Europa. Incomprensibili per la rigidità e il sentimento di malcelata (quanta ingenua) superiorità degli americani. Ed è qui che il popolo napoletano attua la sua “vendetta” attraverso la leggendaria furbizia di cui è stato sempre capace: si spaccia furbescamente per vinto per meglio approfittare dell’ingenuità e delle debolezze del vincitore. È la crudele lotta per la sopravvivenza.

Cosa rimane da difendere allora? Per cosa si combatte tutti i giorni in un contesto che spinge sempre di più oltre ciò che può essere considerato lecito ed etico? Se non esiste più un’anima a cui aggrapparsi, cosa rimane se non la pelle?

Negli anni ’50

La complessità della lettura porta inevitabilmente alla diversità di opinioni e, come ci si poteva aspettare, all’interno del nostro gruppo di lettura, non tutti hanno mostrato particolare gradimento per l’angosciante ma vivida forza descrittiva (quasi violenta) degli avvenimenti. Comprensibile alla luce dello stato emotivo personale quando ci si approccia alla lettura. Tuttavia la grandezza dell’opera è stata unanimemente riconosciuta, anche nella sua tragica attualità.

La prima edizione del 1949, edito da Aria d’Italia

Dopo il racconto in sette puntate di Vito Veninata sull’Epopea della ‘Monti Iblei’ (1951-1999), oggi il graditissimo ricordo di uno dei protagonisti assoluti della nostra cronoscalata: il ‘principe del volante’ Enrico Grimaldi che, con il suo record di otto vittorie assolute, ha segnato un’epoca nello sport automobilistico ibleo. Forse il periodo più ‘ruggente’ di tutta la sua storia.

di Enrico Grimaldi di Nixima

Iniziai la mia avventura nell’agonismo automobilistico nell’anno 1969, con una Fiat Dino spider, alla Cefalu’ Giabilmanna, ottenendo il II posto di classe dietro Armando Floridia con una Porsche 911S e lasciandomi dietro tutte le altre Porsche della classe.

La mia seconda e ultima gara di quell’anno fu la ‘Catania-Etna’ dove le posizioni si invertirono: primo il sottoscritto e dietro tutte le Porsche con in testa ‘Amphicar’. Erano le due gare di fine stagione.

Le mitiche Porsche 911 tra fine anni ’60 e anni ’70

Nel 1970 il mio primo approccio con la bellissima ‘Coppa Monti iblei’, a Chiaramonte Gulfi, dove riuscii ad ottenere il primo posto di classe con una Fiat 500. Erano due le gare classiche: ‘Avola- Avola Antica’, che apriva la stagione motoristica e la ‘Monti Iblei’ con il suo bellissimo percorso che verso la fine, dopo il tornante stretto della cosiddetta ‘Madonna del volo’, a sinistra, e il successivo, a destra, si immetteva nei due tratti storici, stupendi e velocissimi, nella periferia del paese, per arrivare finalmente all’ultima curva, a destra (qualcuno lo chiamava  tornante, ma non lo era) che immetteva nel rettilineo dello storico arrivo in Corso Europa. Eccezionale! Peccato che sia stato spostato per motivi di sicurezza, credo verso la seconda meta’ degli anni ’80, sulla nuova circonvallazione.
Poi tutti a festeggiare al Ristorante ‘Majore’, non distante dal vecchio traguardo.

Il debutto alla ‘Monti Ibei’ di Enrico Grimaldi avvenne nel 1970 con una Fiat 500, subito vittorioso nella sua classe

Mi sono assentato, se ricordo bene, per un paio di anni dalle gare siciliane per correre in pista in tutti gli autodromi italiani (chissà perchè escluso Pergusa) con una Formula Italia, monoposto offertami e sponsorizzata a un prezzo promozionale dalla CSAI. Numero di gara 1, ‘per meriti sportivi’.

Il vecchio traguardo di Corso Europa

I miei compagni di avventura erano Giacomelli, Patrese, Francia, Martini e tanti altri nomi dell’automobilismo italiano. Decisi, a quel punto, di passare alla carriera agonistico-professionale, ma ebbi il veto assoluto della mia Famiglia. Mio padre mi aiutò nell’acquisto di un prototipo March Bmw nel 1975 con la promessa, ogni tanto disattesa, di correre solo nelle cronoscalate siciliane.

Ritornando alla ‘Monti Iblei’, ricordo che non riuscii a parteciparvi nel biennio 1975/76 perché Osella non fu in grado, in ambedue le stagioni, di consegnarmi per tempo le auto da corsa. A Chiaramonte si correva a inizio stagione a quel tempo, cioè ad aprile.

Nel 1977, finalmente, riuscii a  partecipare e con grande soddisfazione vinsi la gara. Primo assoluto! Per poi continuare a vincere ancora per ben 5 volte consecutive fino al 1981. Nel 1992 l’ultima mia vittoria, per un totale di otto vittorie assolute.

1977. Enrico Grimaldi su Osella PA3 parcheggiato in Corso Umberto vicino alla farmacia Puglisi. Fu l’anno della sua prima vittoria

Erano quelli gli anni del grande  entusiasmo per la gara chiaramontana, e addirittura il presidente della mia scuderia (Etna), Italo Cultrera, organizzava ogni anno un pulmann di tifosi. Una volta arrivo’ in ritardo a percorso gia’ chiuso. Italo non si perse d’animo e sceso dal pulmann spiego’ al poliziotto (che lo aveva bloccato) che necessariamente doveva portarsi alla linea del traguardo per consegnare i ‘piricotti della Scuderia’ che trasportava. Il poliziotto lo guardo’ perplesso per un attimo, e poi, data l’importanza dei ‘piricotti’, che non ebbe il coraggio di chiedere cosa fossero, autorizzò subito il passaggio del mezzo.

Il ‘principe del volante’ con la sua Osella PA9 nel tratto veloce di Corso Kennedy

Fra l’altro avevo conosciuto il tifoso, e poi caro amico, Salvatore Alescio, che  aveva  una  bellissima casa con grandi spazi a 3-4 Km dalla partenza della gara, e quella casa iniziò a diventare nei giorni della corsa la mia base logistica.

Salvatore e sua moglie Giovanna, ogni anno, oltre al mio staff di 6 persone (più il mio alano), invitavano a fine gara tutta la Scuderia (40 persone circa). Fu cosi’ che tramontò l’era del ristorante ‘Majore’, perchè oltre le gentilezze, le premure e l’affetto, dai Signori Alescio si mangiava benissimo.

L’uscita dalla difficoltosa curva delle ‘quattro cappelle’

E che dire delle premiazioni nella Piazza Duomo di Chiaramonte o ai giardini comunali? Pieni zeppe di gente che applaudiva. Splendidi momenti che ci hanno onorati e ripagati dalle fatiche della gara. Peccato siano stati vietati dalla metà degli anni ’90 circa. I nuovi regolamenti hanno infatti previsto le premiazioni sul posto di arrivo. Quindi con poco pubblico e poi… tutti a casa!

La cerimonia di premiazione in una Piazza Duomo gremita di folla

Ho concluso le mie ‘arrampicate’ sulla collina chiaramontana nel 1992. Nel ’93, infatti, mentre effettuavo alcuni giorni prima della gara delle prove di ricognizione sul percorso, senza per questo creare alcun pericolo alla circolazione (due miei collaboratori, uno all’entrata e uno all’uscita delle curve da provare, mi segnalavano a mezzo di ricetrasmittente eventuali mezzi in senso opposto) e cercavo di studiare meticolosamente le possibili traiettorie, che possono variare di anno in anno per colpa della scivolosità dell’asfalto o per il deterioramento dello stesso, o ancora in funzione delle temperature, ebbi la sfortuna di imbattermi in un zelante carabiniere della locale stazione (maresciallo, briagadiere o appuntato non ricordo) e non ci fu verso di spiegargli che il mio lavoro non costituiva un pericolo per nessuno.

Il nostro campione mentre transita sul traguardo di Corso Europa nei primissimi anni ’80

Non capì o non volle capire o forse c’erano altri motivi e mi contestò anche i segnali di riferimento fatti da me (ma anche da altri piloti) sui muretti o sulla strada. Insomma ne nacque una spiacevole discussione, e poiché a termini di legge aveva ragione decisi di arrendermi ad un così valente tutore dell’ordine e di non correre più a Chiaramonte.
E dire che quasi ovunque sono stato sempre rispettato e benvoluto dalle  forze dell’ordine proprio per la mia attenzione nell’evitare i pericoli.

All’uscita della curva del ‘frantoio’

Un vero peccato, perchè a parte tale sfortunata circostanza, a Chiaramonte mi stimavano tutti e il pubblico era sempre numerosisimo, ordinato e stupendo.
Unica eccezione negativa dei miei bei ricordi chiaramontani fu nel 1982, quando arrivai quarto assoluto. Un grande dispiacere per una cattiva prestazione in una gara dove mi ero sempre distinto.

Avevo iniziato la stagione brillantemente, vincendo una dietro l’altra le prime tre gare: ‘Termini-Caccamo’, ‘Coppa Belmonte’ ad Avola, e  la ‘Cammarata–Santa Rosalia. Come quarta gara avevo deciso di partecipare alla prima gara del campionato italiano a Foggia, la  ‘Macchia Monte S. Angelo’ dove, evento rarissimo per me, ebbi un incidente di gara in un tratto veloce. Per fortuna  dopo aver divelto il guardrail e una parte del muretto di protezione, il prototipo si fermo’ quasi in bilico sul ciglio di uno strapiombo della vallata (70 metri!). L’anno successivo, nello stesso punto avrebbe perso la vita il pilota pugliese Paolo Gargano con una sport prototipo Alfa 33 mondiale. Non fu altrettanto fortunato. Non tenne il muretto e nemmeno il guardrail.

La sfortunata partecipazione alla ‘Monti Iblei’ del 1989

Da quel momento l’inizio brillante del 1982 si trasformò per le restanti gare (Monti Iblei compresa) in una serie di clamorose sconfitte. Sara’ stato il trauma dell’incidente? Non credo! Forse piu’ probabilmente il non perfetto riassetto del telaio riparato in fretta e furia per permettermi di continuare la stagione.
Puntualizzo che mi rifeci a partire dall’anno successivo, Monti Iblei compresa, avendo sostituito la vettura incidentata con una nuova.

Enrico con la sua Osella PA9/90 all’ultima partecipazione vittoriosa del 1992

La  mia attivita’ sportiva si conclude nel 2001 e mi pento di avere rinuciato a partecipare ad almeno nove edizioni della Monti iblei. Avrei voluto tentare di vincere ancora quella che considero tutt’ora una delle piu’ belle gare in salita della Sicilia.
Ho smesso mentre ancora ero in auge (ci vuole coraggio!) e non quando qualcuno avrebbe potuto ironizzare sulle mie prestazioni con frasi del tipo: ma come? Questo corre ancora? Perché non si ritira?
E a testa alta, consapevole di aver sempre rispettato i regolamenti tecnici, altrimenti dentro di me mi sarei sentito un perdente (ma c’è chi questi problemi non se li è mai posti!)

Un saluto a tutti gli appassionati, con l’augurio che la gloriosa ‘Monti Iblei’ possa avere ancora lunga vita e distinguersi nel bene come sempre ha fatto.
VIVA LA MONTI IBLEI!

Ringraziamo l’amico Vincenzo Barone per la preziosa collaborazione

Una foto di qualche anno fa del vecchio campione insieme all’amico (pilota) Vincenzo Barone
Una curiosa foto del nostro campione mentre si cerca di tenere in forma nel balcone di casa

Con la presente nota termina la narrazione di Vito Veninata sull’epopea della nostra ‘Monti Iblei’. Una cavalcata storica affascinante partita dai suoi ricordi di ragazzino, nel 1951, accanto al padre Filippo, ideatore (insieme al cav. Domenico Arezzo) della nostra cronoscalata e proseguita negli anni in cui diventò abile pilota (con due secondi posti assoluti negli anni 1975/76). Infine nelle vesti di organizzatore fino al 1999. Nessuno più di lui può dirsi testimone qualificato di un evento sportivo che ha segnato, come nessun altro, la storia iblea tra la seconda metà del XX secolo e il primo ventennio di quello attuale. E la storia continua…

di Vito Veninata

L’edizione del 1994 nasce sotto nuovi auspici. Il consiglio direttivo dell’A.C.I., sempre sotto la presidenza del dr. Di Blasi, si era radicalmente rinnovato ed il sottoscritto era entrato a farne parte con lo scopo essenziale di mettere a disposizione la grande esperienza acquisita in tante gare anche a livello mondiale.

Un tratto del percorso misto-veloce sul monte Arcibessi, sopra Chiaramonte, che tra il 1995 e il 1999 si aggiungerà al vecchio percorso.

Con il caloroso aiuto di tre giovani appassionati (dr. Raffaele Schembari, Maurizio Casa e Maurizio Gurrieri), iniziammo subito il lavoro per rilanciare la nostra prestigiosa manifestazione, che negli ultimi anni aveva molto sofferto. Ricordo il rapporto negativo ed estremamente critico del delegato nazionale della CSAI (Commissione Sportiva Automobilistica Italiana) che evidenziava l’insoddisfazione dei piloti e la delusione del pubblico, oltre alle scarse iniziative promo-pubblicitarie.

Due grandi campioni: Mauro Nesti e Domenico Scola

Obiettivo primario della nuova edizione diventa il livello dello spettacolo (bello per quanto si voglia deve avere un inizio ed una fine), la qualità dei partecipanti e la soddisfazione degli stessi. Il puntuale inizio della gara, le interruzioni ridotte al minimo grazie alla collaborazione dei commissari di percorso, opportunamente istruiti e dotati tutti di ricetrasmittente, permise di fatto impercettibili interruzioni. Si cercò di migliorare al massimo la quantità e la qualità dei concorrenti (azzerata la quota d’iscrizione ed ottenuta la partecipazione di Mauro Nesti dietro buon compenso).

Mauro Nesti alla partenza nel 1994. Il suo palmares è stato di assoluta grandezza: 9 titoli europei della montagna e 17 titoli italiani. Nessuno come lui

Inoltre fu creato un montepremi per i primi tre classificati ascendente a qualche milione di lire. A tutti i concorrenti fu offerto un ‘voucher’ per due persone per presenziare al pranzo di premiazione e saluto in un’importante struttura della zona, capace di ospitare oltre 400 persone. Furono premiati con sontuosi trofei i primi tre di ogni classe e durante il pranzo fu proiettato su uno schermo gigante in diretta la gara di Formula 1. Le poche parole di commiato e di invito alla successiva edizione da parte dell’organizzazione furono accolte da un sentito applauso.

Il campione ibleo Gianni Cassibba, dopo il grave incidente del 1992, riuscirà a vincere la ‘Monti Iblei’ anche nel biennio 1997/’98, nel 2000 e dal 2002/05. Eguaglierà Enrico Grimaldi nel record di 8 edizioni vinte

La gara fu vinta da Mauro Nesti, su Lucchini BMW, che realizzò il miglior tempo in entrambe le ‘manches’. Applauditissimo dal pubblico locale, che ebbe modo di apprezzare il numero uno al mondo della specialità, vincitore con una superiorità devastante di ben nove titoli europei e 17 campionati italiani.

Angelo Palazzo su GISA (vetture sport prototipo costruite a Biancavilla CT). Si classificherà alle spalle di Nesti nel 1994, ma con uno scarto di 7 secondi.

Autentica leggenda delle corse automobilistiche in salita, Mauro Nesti è stato senza dubbio una vera icona della specialità. Toscano di Bardalone (Pistoia) ha dettato legge su tutte le ‘rampe’ del vecchio continente con imprese leggendarie. Qualche settimana prima aveva vinto, sempre in Sicilia, la “Trapani-Erice”. Al secondo posto troviamo Angelo Palazzo, staccato di ben sette secondi, mentre sull’altro gradino del podio sale Emilio Scola che precede Rocco Aiuto ed il padre Domenico Scola, staccatissimo. Prestigioso sesto posto assoluto per il comisano Franco Caruso (Ford Escort). Gianni Cassibba si aggiudica invece la ‘gara club’ disputata in una sola ‘manche’.

Emilio Scola, secondogenito del grande Domenico. Terzo classificato nel 1994

Archiviata con soddisfazione di tutti questa edizione, gli organizzatori pensano già al futuro ed in particolare alla realizzazione di una ‘nuova Monti Iblei’, una gara trasformata, modificata nel percorso, da svolgersi in una sola ‘manche’, con ambizioni di campionato italiano prima ed europeo successivamente. In questo l’opera della Provincia Regionale di Ragusa, presieduta dal giovanissimo Giovanni Mauro, sarà oltre modo preziosa. La ‘Monti Iblei’ deve tantissimo all’Ente Provincia che si è, sin dal 1967, prestato a tutti i vari aggiornamenti e migliorie per rendere sempre più sicuro e valido il percorso di gara.

Una vecchia conoscenza della ‘Monti Iblei’. Rocco Aiuto, quarto classificato nel 1994 con una Hydra

Ma nel 1995 lo ‘Staff’ dirigenziale dell’Ente superò se stesso. Fu infatti riammodernato il tratto che dall’abitato di Chiaramonte conduce fino alla ‘Vecchia Stazione’ rettificando alcune curve e dotandolo di opportuni ‘guard-rail’. Notevole anche il contributo economico (ottanta milioni di lire) che insieme ai venti del Comune di Chiaramonte, Sindaco Gurrieri, costituirono l’intero budget. Niente arrivò invece dal disastrato A.C.I. di Ragusa, mentre ancora una volta si rinunziò alle quote di iscrizione dei vari concorrenti al fine di incrementare il numero degli iscritti e continuare a stimolare sempre più l’interesse degli appassionati spettatori iblei.

Mauro Nesti su Lucchini BMW, ancora primo nel 1995, impegnato su un tratto del percorso dell’Arcibessi

Ovviamente sorsero tanti nuovi problemi per l’Organizzazione: il percorso, più lungo di circa 3 km, richiedeva una presenza quasi doppia del servizio prestato dai Vigili del Fuoco, delle ambulanze, delle Forze dell’Ordine, dei Commissari di percorso, dei radioamatori, da sempre grandi collaboratori (indimenticabile il dr Nino Greco), del servizio di radio-diffusione che aggiornava costantemente gli spettatori sull’esito della manifestazione. Il tutto gravò pesantemente sul bilancio organizzativo, che però continuò a mantenere la premiazione con annesso pranzo offerto ai piloti e ai collaboratori.

Salvatore Giardina su GISA (pilota e costruttore della sua sport prototipo)

Considerevoli premi in denaro per i primi tre della classifica assoluta, generosa distribuzione di coppe e trofei ai meglio classificati. La gara, 38ª edizione (di fatto la 28ª), fu ancora una volta vinta da Mauro Nesti, sessant’anni compiuti, felicissimo di ritornare fra la nostra gente dopo la grandissima accoglienza che gli era stata riservata l’anno precedente. Personalmente sono stato grande amico del “Re della Montagna“ ed ho avuto modo di apprezzare le sue grandi doti di collaudatore.

Carmelo Fiorilla su Lancia Delta integrale (decimo assoluto nel 1994)

Ricordo che non tralasciava mai di rievocare la bella accoglienza ricevuta dalla nostra generosa gente. Mi raccontò anche che una volta uno sportivo gli mise a disposizione la sua Fiat 126 per provare il percorso: la sua voglia di vincere non era per niente inferiore alla sua tecnica perfetta ed al suo grande cuore. Ancora una bellissima giornata per l’automobilismo Ibleo.

Pasquale Irlando su Osella PA20 vincitore dell’edizione 1996

Meno fortunata l’edizione del 1996, svoltasi il 7 ottobre. Il tempo assolutamente inclemente non aveva permesso l’effettuazione delle prove del Sabato. La Domenica le cose non andarono meglio: si decise di ritardare la partenza di un’ora per consentire ai prototipi di effettuare una ricognizione e per dare una ripulita al percorso. Piccoli ed insignificanti incidenti, dovuti all’asfalto bagnato, causarono qualche interruzione, gestita al meglio dal direttore di gara Elio Russino, ottimamente coadiuvato da Raffaele Schembari.

Salvatore Anelli quarto classificato nel 1996

A vincere sarà Pasquale Irlando dopo uno strenuo duello con Gianni Cassibba, su un percorso reso insidiosissimo dalla pioggia, specie nel tratto finale. Terzo assoluto, anche se notevolmente staccato, sarà un altro comisano, il bravo Franco Corallo su Osella PA20 BMW che precederà i due fratelli Scola, Carlo ed Emilio, figli del grande Domenico. Un onorevole ottavo posto per il Chiaramontano Giuseppe Presti su Lucchini, autore di una bella prestazione, anche in considerazione dell’inferiorità del mezzo meccanico.

Il chiaramontano Giuseppe Presti su Lucchini BMW ottimo ottavo assoluto nel 1996

Nel 1997 Gianni Cassibba si prende una meritata rivincita in una splendida giornata di sole davanti ad un foltissimo pubblico, stimato vicino a 30.000 presenze. Dopo l’edizione ‘bagnata’ dell’anno precedente, l’organizzazione torna ad essere perfetta, grazie anche alla collaborazione di tutti. Il pilota comisano precede Angelo Palazzo, Salvatore Anelli e Antonino Iaria. Il percorso viene aperto dalla ‘ Lancia Flaminia dell’Amministrazione Provinciale con a bordo il direttore di gara Elio Russino, il Presidente della Provincia Giovanni Mauro ed il sindaco di Chiaramonte Sebastiano Gurrieri.
Come prologo ovviamente la solita sfilata di auto d’epoca sempre più interessante sotto un profilo tecnico e spettacolare.

Gianni Cassibba vincitore delle edizioni 1997/98

Nel 1998 bis di Giovanni Cassibba (un ottimo tempo 4’33’’,61) con largo margine su Palazzo, Iaria e Carlo Scola, separati fra loro di pochi decimi, in una radiosa giornata di fine estate. Bellissimo spettacolo per un pubblico delle grandi occasioni, assiepato lungo gli oltre 8 km. Gianni Cassibba, entusiasticamente osannato dopo il successi del 1988 e del 1997, consegue il terzo alloro. Nella gara ‘Club’ vittoria di Giuseppe Distefano che precede il comisano Giuseppe Brafa, entrambi su Fiat X1/9.

Angelo Palazzo ancora una volta secondo assoluto su GISA nel 1998

L’anno successivo, pur continuando a scegliere una data ottimale (13 settembre), una serie di temporali imperversarono sull’intero territorio ibleo, ostacolando prima la verifica tecnica (oltre 300 iscritti), poi le prove ufficiali (sospese) ed infine la gara, annullata sotto l’infuriare di un violento acquazzone. Ci si aspettava per la verità un’edizione record per la quantità e qualità dei partecipanti, ma anche per le brillanti iniziative del nuovo direttore di gara, dr. Raffaele Schembari, che proprio in quell’anno aveva sostituito il bravo e storico Elio Russino. La gara infatti era stata scelta dalla CSAI come prima prova di riserva del “Trofeo Italiano della Montagna“. Era l’aspirazione di tutti gli sportivi.

Il veterano Giuseppe Brafa ancora protagonista nel 1998, ma nella gara ‘Club’ storiche.

Purtroppo l’anno successivo, per una drastica riduzione dei contributi erogati, i sogni furono dolorosamente riposti per sempre in un cassetto. Personalmente presentai le mie irrevocabili dimissioni. L’organizzazione fu affidata alla locale ‘Scuderia Tecno Racing’ che, obbligata dalle difficoltà economiche, fu costretta ad accorciare il percorso e ritornare quindi alle due ‘manches’. I bravi organizzatori della ‘Tecno Racing’ riusciranno per anni a tenere alto il buon nome dello sport automobilistico ibleo. Da parte mia nel 2004, a oltre 62 anni, ho accettato l’invito a partecipare con la mia Osella, vincendo fra le auto storiche. Indubbiamente un piacevole ricordo. (Per leggere la puntata precedente cliccate qui)

Piloti Chiaramontani che hanno corso tra il 1994 e il 1999

Giuseppe Molè (titolare del ristorante ‘U Dammusu’) su Peugeot 205
Giampiero Tumino su Alfa Romeo 33. Il padre Salvatore fu uno dei primi piloti chiaramontani a partecipare alla ‘Monti Iblei’
Giuseppe Nicastro (ex Sindaco di Chiaramonte) su Lancia Delta 16V integrale
Vittorio Cultrera su Ford Escort
Roberto Ventura su Peugeot 205
Vito D’Avola su Peugeot 205
Mario Cusumano su Renault 5 Turbo
Nello Gurrieri su Peugeot 205

di Vito Veninata

Il brillante succeso dell’edizione del 1967 spinse i migliori piloti del Sud ad assicurare la loro presenza. Oltre ad Alfio Gambero vincitore dell’edizione precedente, si diedero battaglia l’esperto Domenico Scola su Abarth 2000 Sport ed il giovanissimo Ignazio Capuano che, dopo due anni di incontrastati successi, aveva sostituito la sua Porsche Carrera 6 con la più prestazionale ma impegnativa Carrera 10.

Ignazio Capuano su Porsche Carrera 10, vincitore mancato nel 1968 (Corso Kennedy)

Il percorso di gara era stato ulteriormente migliorato, sia per quanto riguardava il fondo stradale, che la sicurezza. La presenza di tantissime protezioni (guard-rail), lo aveva reso un piccolo circuito e, alla maniera appunto dei circuiti, da parte degli appassionati e dei piloti era stato dato un nome a tutte le curve!

Panoramica del percorso

Così come a Monza esistevano le curve di Lesmo, la variante Ascari, la parabolica e il rettilineo dei box, i piloti iblei parlavano dello strettissimo ponte ‘ra Baruna’ che immetteva sul lungo rettilineo della ‘esse’ successiva, impegnativa e velocissima, della curva del ‘Frantoio’, del primo tornante, di quello successivo del bivio del Santuario, delle famosissime ‘4 Cappelle’, del tornante che seguiva e immetteva in un tratto veloce che portava al tornante della ‘Timpa’ (penultimo), del velocissimo tratto delle ‘Case Popolari’, dove il sogno era quello di tenere giù il piede dell’acceleratore. Anche se, in verità, pochi ci riuscivano. Era in quel tratto che spesso si decidevano le sorti della gara. Le capacità di guida dovevano essere assecondate da un buon assetto della vettura che andava particolarmente curato per quel tratto. L’ultimo tornante portava finalmente al traguardo.

Salvatore Calascibetta su Abarth 1000 SP, quarto assoluto nel 1968

La vittoria assoluta arrideva al più bravo e fortunato. Il sottoscritto nel 1975 e nel 1976 riuscì a conquistare un ‘onorevolissimo’ (cosi disse la stampa locale) secondo posto, che mi servì solo a ricordare che il secondo è solo il primo degli… sconfitti!!

L’edizione del 1968 (22 settembre) si svolse alla presenza di oltre ventimila spettatori, in una bella giornata di sole e fu una delle tante interessanti e combattute ‘Monti Iblei’.
Il bravissimo Capuano, dopo una gara impeccabile che quasi lo avrebbe salutato vincitore incappò, alla penulima difficilissima curva, in un pericoloso testacoda che non gli permise di raggiungere il traguardo.

Domenico Scola

Vinse Scola, che forse era stato più prudente e non aveva commesso alcun errore. Alle sue spalle Lo Turco, Calascibetta e Gambero. Ottimo il comportamento di tutti i piloti ragusani, ma un elogio particolare va rivolto agli organizzatori: Comune di Chiaramonte, Ente Provincia, ACI Ragusa. A dirigere quest’ultimo, l’ACI di Roma aveva designato un validissimo giovane funzionario, il dott. Antonio Vittorio, che fino al 1971, servendosi opportunamente dell’esperienza e disponibilità di alcuni giovani dipendenti dell’ACI di Ragusa (Titta Belviso, Elio Russino, Franco Moltisanti, Saro Lami, Raffaele Licitra) si era prodigato con fare encomiabile per la felice riuscita della manifestazione.

Un momento della premiazione del 1968

Nel 1969 riscontriamo l’assenza di Domenico Scola (impegnato altrove) e di Ignazio Capuano. La scuderia Pegaso di Palermo evitava accuratamente lo scontro in tamiglia fra i due “cognatini d’oro’ Capuano e ‘Codones’ che disponevano dei mezzi più potenti e competitivi esistenti al tempo in Sicilia.

Fu pertanto il turno del fortissimo ‘Codones’, ​​su Ferrari Dino 206 S.
Dietro questo pseudonimo ci celava uno tra i migliori piloti della storia dell’auto in Sicilia: il giovanissimo Ferdinando Latteri. Nato nel 1945, a vent’anni iniziò l’era dei suoi successi con una potente Ferrari 250 GTO da 3000cc. per passare subito dopo alla Dino 206S, e concludere infine con una Alfa Romeo 33TT da 3000cc.

Ferdinando Latteri (‘Codones’) su Ferrari 250 GTO

Il buon Ferdinando fece invero tutto a gran velocità. Si laureò in Medicina e sulle orme del padre si specializzò in Chirurgia nel 1973. Nel 1975 diventa docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Catania, arrivando a ricoprire la prestigiosa carica di Rettore della stessa Università tra il 2000/06. Ebbe anche una carriera politica da deputato nazionale (1987/1994 – 2006/2011)

Ancora l’ex Rettore dell’Università di Catania, Ferdinando Latteri su Ferrari Dino206S (tornante bivio santuario)

Alla ‘Monti Iblei’ del 1969 rientrava dopo uno spaventoso incidente sul circuito di Imola con una Porsche 906 spaccata in due e gravi ferite riportate. Disponeva di una aggiornatissima Ferrari Dino 206S. Problemi al cambio lo costrinsero al secondo posto. Vinse il concittadino ed amico Mariano Spatafora su Abarth 2000 Sport con un buon margine di vantaggio.

Latteri si rifece ampiamente nel resto della stagione, ma in cuor suo aveva già deciso l’abbandono dalle corse. Una scelta per molti versi inspiegabile, accompagnata dal fermo proposito di non guardare mai più al suo glorioso passato e chiudendo per sempre con un mondo che gli aveva dato tanto ma che aveva rischiato di prendersi tutto! Morì a soli 66 anni. Eravamo amici e l’ho incontrato tante volte, ma di corse mai più una parola.

Tornando alla gara ottima vittoria di classe per il ragusano Giovanni lacono (Fiat 500 Giannini) e del vittoriese Girolamo (Mimmo) Bertone nella classe granturismo 1600 con una Alfa Romeo ottimamente preparata dal giovanissimo suo concittadino Salvatore Lombardo.
Bertone vincerà l’edizione successiva, mentre Lombardo collezionerà una serie infinita di successi sia come pilota che come preparatore.

Mariano Spatafora, vincitore assoluto, fu rapito qualche anno dopo (1971) a scopo estorsivo. Anche per questo abbandonerà le corse per dedicarsi alla gestione del patrimonio di famiglia.

Il Marchese Mariano Gutierrez di Spatafora, vincitore assoluto nel 1968, fu sequestrato nel 1971 a fini estortivi

L’edizione del 1970 vede come meritatissimo trionfatore il giovane pilota vittoriese Mimmo Bertone che al volante di una agile formula Tecno Ford riusci a mettere dietro le più potenti Abarth 2000 Sport di Domenico Scola, ‘Amphicar’ e Vincenzo Virgilio.

Grandissimo entusiasmo per il folto pubblico ibleo, letteralmente impazzito nel vedere al vertice della classifica un giovane locale. II buon Mimmo compiva in quella data 25 anni ed aveva ottenuto con la sua vettura un solido terzo posto nel campionato italiano di formula Ford per i colori della “Scuderia Italia”.

Girolamo (Mimmo) Bertone vincitore dell’edizione della Monti Iblei del 1970

Più in sordina l’edizione del 1971. Si ripresentava il bravo Bertone, questa volta alla guida di una potente formula 3 (Brabham Ford), che però non riusciva a ripetere l’exploit dell’anno precedente per noie meccaniche, dando via libera all’ottimo ‘Amphicar’ (al secolo Eugenio Renna).

Eugenio Renna (‘Amphicar’) su Chevron 2000 vincitore dell’edizione del 1971

Circa 30.000 spettatori si assieparono lungo i tornanti della collina chiaramontana per assistere alle prodezze degli oltre 200 partenti.
Purtroppo, malgrado la buona volonta degli organizzatori, ci fu qualche carenza: la partenza, fissata per le 9:30, venne ritardata, seguirono delle lunghe interruzioni e la gara si concluse ben oltre le 14:30.

Il Corso Europa pieno di spettatori nei primissimi anni ’70

Fortunatamente, anche se con il malcontento del pubblico presente, l’esame venne superato. A dirigere l’edizione del 1972 fu chiamato il Dott. Cono Mollica, da tempo funzionario dell’Aci di Ragusa. Una certa inesperienza circa i rapporti con le scuderie siciliane ridusse a circa 150 il numero dei partenti e anche questa volta ci furono numerose interruzioni.

Il pubblico, sempre numeroso, salutó il successo dell’Abarth 2000 Sport di Raffaele Restivo, brillante avvocato palermitano e figlio dell’omonimo ministro.

Raffaele Restivo su Abarth 2000 Sport vincitore nel 1972 (in Corso Europa vicino all’Arrivo)

Nel 1973 il palernitano ‘Frank McBoden’ spezzò la lunga egemonia delle Abarth affermandosi con una nuovissima Chevron Ford 2000. Pur non migliorando Il tempo delle precedenti edizioni vinse agevolmente, favorito dalle negative vicissitudini in cui incorsero i palermitano Ferlito, tradito dal motore della sua Abarth e il sottoscritto (Chevron 2000), rimasto con il cambio bloccato in terza velocità a circa metà percorso.

La curiosa Lancia Fulvia barchetta F&M con cui Matteo Sgarlata conquistò il terzo posto assoluto nel 1972

Grande fu la delusione del numeroso pubblico per questo mancato duello. Partito per ultimo incontrai tanta folla sul percorso, che per incoraggiarmi e applaudire mi creò non pochi problemi. L’apposita Commissione di Vigilanza stigmatizzò il comportamento dell’Organizzazione. Questi problemi portarono alla mancata effettuazione dell’edizione del 1974
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Frank McBoden su Chevron 2000 vincitore assoluto nel 1973
Un giovanissimo Benny Rosolia secondo assoluto nel 1973 con una Lancia Fulvia Zagato 1.3 (4 Cappelle)