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di Vito Castagna

Sono molte le personalità che hanno influenzato la storia politica della Sicilia e del Meridione d’Italia. Tra queste vi fu un personaggio d’eccezione, Maione da Bari, che fu a capo della cancelleria del normanno Guglielmo I, sovrano del Regno di Sicilia, dal 1154 al 1160.

Maione era nato dall’unione tra il protogiudice Leo de Rayza e Kuraza, membri di una delle famiglie arabe più influenti della città pugliese. Oltre a ciò, non sappiamo nulla della sua infanzia né del modo col quale riuscì ad entrare nelle grazie di Ruggero II e a divenire membro stabile della cancelleria palermitana. Sicuramente, le sue capacità dovettero avere un forte ascendente sul re.

La brillante carriera di Maione cominciò proprio alla morte del primo sovrano normanno, quando, dopo l’incoronazione del figlio di questi, Guglielmo, venne eletto Ammiraglio degli ammiragli, titolo di derivazione araba. Oltre alla nomenclatura, ciò che più conta è che il barese acquisì un potere notevole nel Regno, scalzando le figure che precedentemente avevano composto la cancelleria. Ben presto, coloro i quali ne erano stati esclusi tentarono di restaurare lo status quo vigente durante il governo di Ruggero II. Fu in questi frangenti che Maione ebbe modo di dimostrare tutte le sue qualità. 

Nel 1155, Roberto di Basunvilla, conte di Loretello, guidò una rivolta contro il sovrano di Sicilia. Forte dell’appoggio di papa Adriano IV e dell’imperatore bizantino Manuele Comneno, egli riuscì ad occupare buona parte dei domini continentali del Regno. Le spinte centrifughe intaccarono la salute di Guglielmo I, che, senza opporre alcuna resistenza, si chiuse nelle sue stanze.

Furono in tanti a credere che il re fosse morto; eppure, inaspettatamente, Guglielmo si riprese e la sua risposta fu quanto mai violenta. Attraversato lo stretto, il sovrano assediò e rase al suolo Bari. All’arabo Maione venne affidato il compito di trattare col pontefice e, grazie alla sua mediazione, Guglielmo ottenne un concordato nel 1156. Questi accordi, stretti a Benevento, misero in luce l’abilità diplomatica del cancelliere, senza la quale Guglielmo non sarebbe stato in grado di risultare vincitore su tutti i fronti.

Nonostante ciò, l’opposizione aperta contro la monarchia continuò a serpeggiare. Nel 1158, i baroni siciliani e calabresi infiammarono una nuova rivolta nel cuore dell’Isola. La risposta di Maione fu immediata, ma i torbidi messi in moto erano ormai in procinto di travolgerlo.

Matteo Bonello, uomo di fiducia del re ma in combutta coi ribelli, organizzò una congiura contro l’Ammiraglio e cercò appoggio in Ugo, arcivescovo di Palermo. Nella sera del 10 novembre del 1160, Maione, venuto a conoscenza della malattia dell’arcivescovo, si era recato a rendergli visita. Uscito dalla casa del presule e raggiunta porta Sant’Agata, Matteo Bonello e alcuni armati gli sbarrarono il cammino; poi, dopo averlo ingiuriato, lo assassinarono.

La reazione del sovrano fu terribile: il Bonello, dopo alterne fortune, venne imprigionato, accecato, e infine, dopo una lunga agonia, i suoi tendini furono recisi. Ancora una volta il re faceva del terrore la sua arma più affilata.

La morte di Maione segnò la fine della politica accentratrice di Guglielmo I e il fallimento di un esperimento quanto mai complesso. Eppure, grazie al barese, il Regno di Sicilia riuscì a superare un’impasse su ben quattro fronti: quello interno, quello papale, tedesco e bizantino. La sua è la storia di un arabo che raggiunse i più alti vertici in un regno cristiano.

Le miniature sono tratte dal manoscritto “Liber ad honorem Augusti sive de rebus Siculis” di Pietro da Eboli.

di Arturo Barbante

A Firenze Arturo Di Modica frequentava una giovane americana della quale era innamorato e con la quale si sposerà appena giunto a New York nel 1971.

Nella Grande Mela avvia i primi passi per trovare un posto dove realizzare il suo laboratorio di scultura. Il primo studio lo apre in Grand Street le sue sculture le lascia fuori attirando la curiosità dei passanti compreso il giovane Basquiat esponente della nuova tendenza che si andava affermando a New York, quella dei writer o della street art.

È il periodo in cui l’arte usciva dalle gallerie dai musei si appropriava dei muri, dei treni così da portare la nuova arte-protesta in giro, Basquiat e Kit Haring sono i rappresentanti più noti di questa nuova tendenza. Generalmente il fenomeno veniva definito come Azione Vandalica, come spesso avviene, molto presto però gli amanti dell’arte e i galleristi si metteranno alla ricerca dei più bravi tra di loro. Anche organizzazioni pubbliche e musei si accorgono del nuovo che avanza e per loro organizzano eventi e mostre.

Naturalmente Arturo da poco giunto nella Grande Mela osserva attentamente quanto succede attorno a lui. In pochi anni ha realizzato tante sculture con materiali diversi, ha bisogno di più spazio, inizia la ricerca dove costruire il suo atelier. Dopo tanto girovagare, trova nel quartiere di Soho lo spazio necessario dove poter realizzare il suo studio, siamo nel 1983, a Crosby street acquista un terreno tra due alti immobili e inizia la costruzione su tre livelli esterni e due sotterranei, tutto da solo, aiutato da due collaboratori messicani.

Sono questi anni di lavoro molto intenso, di sacrifici, realizza una serie importanti di opere con marmi incastrati di vario colore e forme, è la serie “Architettural Form” si tratta di grandi blocchi di marmo a volte alti due metri, con incastri di marmi pregiati che creano un effetto policromo straordinario, usa il giallo di Siena, il porfido, il nero d’Africa assoluto, la malachite, il rosso Verona, blocchi dove alterna parti ruvide a parti lucide, valorizzando il gioco dei volumi, in alcune sculture usa inserti di bronzo o d’acciaio lucidati. 

Per Arturo era arrivato il momento di farsi vedere, di mostrare il suo lavoro alla critica che conta. Nell’estate del 1977 esponeva una quindicina di sue opere a Battery Park, era la sua prima uscita pubblica. Decide di contattare il più importante critico del New York Times, Hilton Kramer, che al suo invito fa seguire un rifiuto con una frase rimasta incisa nella mente del nostro Arturo, un laconico “Non mi interessa”.

Arturo abituato alla difficile vita di una metropoli, prende atto che la critica guarda solo agli artisti legati alle gallerie e al potere economico. Non si arrese e in una notte di qualche giorno dopo escogitò il primo blitz con otto sue grandi sculture caricate su due tir con gru. Nel giro di una manciata di minuti, scaricò i grossi blocchi a Rockfeller Center nel posto più guardato e controllato di tutta New York. Subito dopo arriva la polizia, Arturo e i suoi amici collaboratori vengono circondati, la polizia è accolta con dei volantini che chiariscono l’eclatante gesto.

Il Sindaco della città vuole incontrare quel “pazzo di siciliano barbuto”, dopo un dialogo conciliante gli viene concesso di lasciare le sue opere per otto giorni e invitato a pagare una multa simbolica di appena 25 dollari. 

Una veduta di Rockfeller Center

Ogni volta che mi raccontava questo avvenimento con un certo orgoglio mi diceva: 

mo fra all’indomani ero su tutta la stampa di New York con le Frontpage, (le prime pagine), avevo scardinato il silenzio attorno al mio lavoro, il giudice che mi doveva giudicare mi chiese perché hai fatto tutto questo, risposi: in una grande metropoli come New York per avere successo e per essere notato devi fare qualche cosa di eclatante, ieri ero nessuno ora il mondo dell’arte in questa città ha un artista nuovo, Arturo Di Modica il siciliano pazzo barbuto. Il giudice commosso pagò di tasca sua la multa lasciandomi con un sorriso paterno

Anche il Cavallo ipparino, nell’atto di girarsi per afferrare la coda formando un cuore, è stato collocato a Lincoln Center abusivamente e con grande rapidità per il Giorno di San Valentino, era il 1985.

Diceva: “questo è il cavallo da tiro e del lavoro che vedevo da ragazzo nella mia città, attaccato ai carramatti, per il trasporto dei prodotti agricoli, delle vinacce e dei sacchi di frumento era il protagonista con l’uomo della civiltà contadina, a questo nobile animale ho dedicato la mia opera e nel giorno di San Valentino è il mio regalo ai tanti innamorati. 

In questa scelta estetica rivela tutto il suo attaccamento alla Sicilia e alla sua Vittoria.

Il Cavallo Ipparino a Vittoria, Sicilia(foto: IC Giovanni XXIII – Colonna)

Queste azioni eclatanti lo portano all’attenzione di grandi collezionisti, le sue opere le lascia in giro, da Cipriani, con il quale aveva instaurato un rapporto di grande amicizia. Davanti al suo ristorante lascia il Cavallo ipparino e altre sculture, anche davanti alla Trump Tower. Un giorno Ivana Trump lo contatta telefonicamente lamentando che la gente uscendo dall’ascensore vedeva i testicoli del cavallo. Arturo scherzando rispose: “Ok domani vengo con la biancheria per lui”.

Il successo è arrivato, vende ai più prestigiosi collezionisti, anche l’inserto settimanale il Venerdì del quotidiano Repubblica gli dedica alcune pagine e lo iscrive tra i dieci artisti più noti del momento in America. 

Sono gli anni in cui la moda italiana di Armani, Versace, Valentino e dell’amico di Firenze, Roberto Cavalli, esplode a New York. Tutto sembra andare liscio, ma un lunedì d’ottobre del 1987 tutto cambia, il crollo della borsa mette a nudo l’economia di tanti risparmiatori e di tutto il mondo economico americano.

Lo stilista Roberto Cavalli (foto: la Repubblica)

Arturo diceva: “devo fare qualche cosa in un momento così difficile per il popolo americano, per la città che vent’anni prima mi ha ospitato e reso famoso. Come artista potevo donare solo la mia creatività, dovevo realizzare un’opera, a mie spese, che potesse elevarsi a portafortuna, un Toro simbolo del rialzo della Borsa”.

Il faber magister siciliano inizia a lavorare, si divideva tra la sua fonderia di fiducia, la Bedi Makky di New York, e il suo studio, lavorava sette giorni su sette all’assemblaggio dell’enorme toro. I lavori proseguono alacremente, quelli di lucidatura sono quasi alla fine, nei primi di dicembre 1989 comincia a pensare al blitz, dove collocare il suo Toro.  Questo è stato anche l’anno dei grandi cambiamenti, politici, sociali, economici.

A Pechino un giovane si fermò davanti ai carri armati, Gorbaciov, annunciava il progressivo ritiro dai paesi del Patto di Varsavia, Ceausescu in Romania veniva deposto e giustiziato, a novembre cadeva il muro di Berlino, in Italia ci lasciavano personaggi come Sciascia e Sergio Leone e la prima Repubblica faceva posto alla seconda dopo i fatti di Mani pulite.

Piazza Tienanmen, 1977 (foto: la Repubblica)

In questo contesto internazionale l’opera di Arturo il suo Charging Bull sono un sogno realizzato, il sogno che celebra lo spirito del ‘si può fare‘ dell’America, dove persone provenienti da ogni dove, grazie al duro lavoro superano qualsiasi ostacolo pur di affermarsi. Lui stesso diceva: “Ho fatto sempre quello che ho sentito di fare e New York mi ha aiutato molto. Sapevo che lì non mi avrebbe bloccato nessuno. Se fossi rimasto in Italia ci sarebbero volute dieci vite per realizzare quello che ho fatto qui”.

Nelle sere antecedenti al blitz, Arturo cosciente di lasciare sulla strada due anni e mezzo di duro lavoro e 360.000 suoi dollari, disse ai suoi amici collaboratori: ‘’Se dovessero arrestarmi? Prenderò il toro e lo metterò in un altro posto. Questo è il Toro che ho fatto per il popolo americano, per i giovani, per il futuro, per un’’America migliore’’

Il suo Toro, inaspettatamente, lontano da ogni previsione, è diventato per New York il “monumento”: sembra, più visitato della statua della Libertà. Negli anni il Charging Bull è diventato emblema di fortuna e prosperità economica. Non è raro vedere turisti, ma anche uomini di affari, accalcarsi per toccare i punti della statua che sono ritenuti essere di buon auspicio, ovvero il naso, le corna o i testicoli; per unirsi a questo rito porta fortuna occorre mettersi in fila.

Il toro è diventato simbolo e luogo di proteste, di installazioni artistiche come quella dell’artista polacca Olek che ricoprì tutto il toro con una coperta realizzata all’uncinetto di colore rosa, viola e nero. Più recentemente, il 7 marzo del 2017, Kristen Visbal posiziona la sua Fearless Girl  (la bambina senza paura) con le braccia ai fianchi in modo dispettoso davanti al toro, la scultura era stata commissionata da un’agenzia d’investimenti per denunciare la mancanza di donne nei consigli d’amministrazione del settore finanziario, naturalmente la statua della ragazza fu immediatamente criticata da Arturo, ci furono denunce e alla fine la statua fu rimossa, poiché sminuiva il significato positivo del suo toro.

Il fotografo più famoso del mondo Peter Bread, conosciuto casualmente presso Cipriani, era seduto al tavolo vicino al suo, chiacchierava con una bella ragazza di elefanti, tigri, deserti ed era desideroso di compiere un’azione forte e originale; Arturo, con la semplicità che lo caratterizzava, propose loro di prendere in considerazione l’idea di fare un servizio fotografico sul suo toro in bronzo. La reazione fu immediata, l’uomo si alzò in piedi esclamando: ‘Ma sì, fantastica idea. Facciamolo subito!’’ La ragazza che si prestò a posare quella gelida notte era la modella Natalie White.

Aziende commerciali lo hanno sfruttato come immagine per promuovere i propri prodotti. Il toro, anche se con qualche piccola differenza, è andato oltre America, lo troviamo nel 2010 nel distretto finanziario di Shangai. Nel 2012 un altro toro, più piccolo dell’originale, viene installato davanti alla Borsa di Amsterdam.  Per scaramanzia venne installato di notte. I suoi collaboratori distribuivano volantini con la scritta: L’Europa è in crisi economica, pensate positivo, insieme saliremo!

Nel 2011 dopo l’attacco alle due torri il toro fu un punto di riferimento, posto ove attaccare tanti nomi di dispersi, le foto lo ritraggono invaso da detriti e polvere. Nel 2019 un camionista in segno di protesta contro il presidente Donald Trump lo prese a martellate danneggiandolo seriamente, il Maestro, avvisato, corse a ripararlo insieme a due saldatori.

Durante la pandemia anche il toro portava la mascherina… Nel 2021 venne collocata accanto al Toro la scultura del gorilla Harambe, ucciso dai guardiani dello zoo di Cincinnati. Quel gorilla divenne l’icona delle disuguaglianze create dal sistema capitalistico.

Nel 2022, la piattaforma d’investimento Trade Station voleva a Miami un’opera che rappresentasse il futuro della criptovaluta, una scultura in cromo e fibra di vetro, che simboleggiasse il passato e il futuro. Venne realizzato un toro-robot con le sembianze del Charching Bull e negli occhi due laser: il Miami Bull. Arturo sicuramente non avrebbe apprezzato

Il toro è sempre pronto ad accogliere singoli turisti e visitatori in gruppo; anche piloti famosi come Scott Dixon, Dan Wheldon e il resto del team, hanno posato per i media con il toro più famoso al mondo. Vignette umoristiche, parodie, rielaborazioni grafiche, pittoriche, tatuaggi, circolano sui media così come succede con l’altra icona mondiale dell’arte e della bellezza: la Gioconda di LeonardoAnche un gruppo del famoso Circo di Mosca lo ha visitato facendo esibire accanto al toro uno dei loro orsi. 

Noi conosciamo Arturo Di Modica come scultore del Cavallo Ipparino, del Charcing Bull e forse per  qualche altra sua opera. Il Maestro ha però realizzato tantissime altre sculture come la serie Erotic Form, Pescecani quasi al naturale in acciaio lucido, leoni, orsi, figure femminili atletiche, un bozzetto per il monumento a Cristoforo Colombo da collocare nell’isola di San Salvador, La Trinacria una scultura in acciaio e bronzo modellata per la Fontana della Legalità, dove i delfini sono i magistrati in difesa della propria terra.

Per i suoi facoltosi amici e collezionisti non si è risparmiato creando per loro arredamenti: il Principe italiano Caetani, concessionario a New York di Ferrari e Maserati, gli affidò l’arredamento del suo loft e della sua enorme casa. In questi ambienti collocò una cianca fatta arrivare dalla Sicilia e inserì una grande testa di toro. Il multimiliardario Joè Lewis, oggi proprietario del toro di New York, comprò anche i tre tori più piccoli ancora da fondere, collocati in tre diversi parchi di sua proprietà. Uno si trova tra due opere di Henry Moore. Arturo ne sarebbe stato felicissimo.

Il grande amore per la sua terra lo ha riportato a Vittoria. Qui lavorava per la realizzazione di un grande parco, una casa studio, un teatro, il Piazzale delle Primizie con le gigantesche mani pronte a sorreggere i prodotti della nostra terra, uva, pomodori, peperoni, melenzane, zucchine, prodotti già pronti per essere realizzati in marmi policromi. Aveva trovato nella collaborazione di Peppi Pizzenti, scultore vittoriese, un abile collaboratore che lo ha assistito sino alla fine.

All’interno di questo grande parco, si trovano grandissime strutture per la realizzazione della Scuola Nuovo Rinascimento. Particolare impegno aveva profuso per il museo in Via Bari, che avrebbe dovuto dove contenere le sue opere e quelle di altri artisti suoi amici, tra i quali Lorenzo Quinn, una casa di notevoli dimensioni, situata ai margini del centro storico di Vittoria e affacciata sulla valle dell’Ippari, dove scorre il fiume, dove sognava di collocare i due cavalli rampanti alti 40 metri.

Nell’ultima competizione elettorale ha voluto incontrare i candidati sindaci perché si impegnassero, una volta eletti, a sostenere il suo sogno. Nella sua casa studio, in un enorme giardino con palme e alberi d’ulivo, giacciono i due cavalli rampanti fusi in bronzo alti otto metri e che la sua salute aggredita da un terribile male non gli ha consentito di innalzare. Oggi, tutto è rimasto come cristallizzato.

Diceva: È arrivato il tempo per il Rinascimento di Vittoria e dell’intera area iblea.  

Per questa sua disponibilità a dare un senso al suo ritorno in patria aveva accettato l’invito del Pedagogista dott. Giuseppe Raffa a legare il suo Charcing Bull ad una campagna contro il Bullismo, con Peppe andava nelle scuole, incontrava i giovani e con loro dialogava sul suo modo d’essere artista e del loro futuro, del valore del rispetto e dell’amicizia.

Il concetto di Rinascimento se lo portava dietro dai tempi della sua esperienza fiorentina, la Scuola Nuovo Rinascimento era il legame forte con la sua formazione giovanile da riportare a Vittoria nel suo studio con la presenza di artisti di livello internazionale.

Amava ripetere: Bisogna impegnarsi e non lasciare più spazio all’ignoranza e alle devianze, sono determinato a sensibilizzare le menti e iniziare un cambiamento radicale, a partire dalla mia terra.

Lino di Tommaso

La guerra fa schifo”. Io mi ritengo fortunato ad avere interrotto una tragica serie “dispersi in guerra”, ovvero morti, appartenenti alla famiglia Di Tommaso.

Ma procediamo con ordine e iniziamo questo altro racconto riguardante la mia famiglia, evitando di parlare delle guerre Ottocentesche e concentriamoci su quelle che hanno insanguinato il Novecento.

Quando il capitano Salvatore Todaro, interpretato nel film “Comandante” dal bravissimo Pierluigi Favino, indicando il sommergibile della Regia Marina Italiana “Cappellini” dice ai suoi marinai che stanno per imbarcarsi: “Saliamo su una bara da dove non usciremo vivi”, il mio pensiero è andato a mio zio Gaspare.

Una scena di “Comandante” di Edoardo De Angelis (2023), con Pierfrancesco Favino (foto Officinema feltre)

Gaspare Di Tommaso, classe 1920, non l’ho mai conosciuto perché il 30 gennaio del 1942 il sommergibile, “Medusa” dove prestava servizio fu affondato dal quarto siluro lanciato dal sottomarino britannico “Horn”. Tre siluri furono evitati grazie a manovre evasive messe in atto dal comandante del Medusa, il capitano di corvetta Enrico Bertarelli. il quarto centrò in pieno lo scafo italiano nelle vicinanze dell’isola di Fernera nell’alto Adriatico. Il corpo di mio zio non fu mai ritrovato perché l’esplosione che squarciò il Medusa avvenne nella parte centrale dello scafo, dove il sottocapo Gaspare  Di Tommaso prestava servizio.

La Regia Marina italiana lo dichiarò disperso e sua madre, mia nonna Carmela, sperò per anni che si fosse salvato e che un giorno potesse bussare alla sua porta. Per avvalorare questa sua opinione non uscì più di casa onde evitare che il figlio non la trovasse. Si vestì di nero, per il lutto, solo dopo che il Ministero della Difesa dichiarò ufficialmente morto suo figlio.

Il sommergibile “Medusa” nel cantiere di Monfalcone, 10 dicembre 1931

A mio padre che serviva la Patria presso l’aeroporto di Sciacca, venne comunicato solo che suo fratello minore era disperso e che non si avevano più sue notizie. Questo particolare deve avere colpito in qualche modo anche lui perché non mi ha mai parlato di mio zio se non per dirmi che era un nuotatore eccezionale e che non c’erano anfratti delle scogliere e dei fondali nei pressi di Siracusa che lui non conoscesse.

A dire la verità la definizione “Disperso in guerra” non era una novità nella mia famiglia, anzi era vissuta con qualche apprensione per un altro precedente.

All’interno del Pantheon di Siracusa c’è una lapide che ricorda Gaspare Di Tommaso caduto per la Patria nella battaglia dell’Isonzo durante la Grande Guerra. Si tratta del fratello di mio nonno Pasquale, zio di Gaspare disperso nella Seconda guerra mondiale. Una cannonata austriaca, raccontano le cronache, centrò il suo reparto e non essendosi trovato il corpo fu dichiarato: “Disperso in guerra”. Successivamente alla famiglia fu comunicato che le testimonianze raccolte lo davano per morto.

Il Pantheon dei Caduti a Siracusa o Chiesa di San Tommaso, presso Piazza Pantheon

Per ricapitolare: mio nonno perse il fratello Gaspare nella guerra del 15-18, così dette quel nome al suo secondogenito, anche lui tragicamente scomparso come lo zio a soli 22 anni. Mio padre Natalino, le sue sorelle e soprattutto i miei nonni, e non facevano mistero di volere chiamare il futuro nascituro Gaspare Di Tommaso, per obbligo morale nei confronti di questi due giovani caduti prematuramente per la patria.

Mia madre, incinta, taceva, ma non era convinta che si trattasse di una buona idea; penso non fosse scaramantica, ma non voleva sfidare il fato. Ironia della sorte nacquero per prime le mie due sorelle, così tutta la famiglia aspettava con ansia la nascita del terzogenito. Venni fuori io, completamente inconsapevole del dramma che viveva la mia famiglia sul nome che mi avrebbe segnato la vita, ma nel caos che susseguì la mia nascita ci fu un capovolgimento di intenzioni. Il nome Gaspare venne messo da parte con grande felicità di mia madre e con non poche doglianze dei nonni.

La flotta della Regia Marina in azione, durante la Seconda Guerra Mondiale (foto Ocean for Future)

Da ragazzino della vicenda ho parlato con mia madre che ripeteva: “Perché sfidare la sorte? La guerra, io l’ho vissuta, è terribile; dei giovani muoiono lasciando grossi vuoti nei familiari che restano e che li piangeranno per tutta la vita. Se cambiare un nome può essere di augurio per allontanare un pensiero così catastrofico come quello della guerra, penso di essere stata fortunata nel darti un nome che non ricordi la morte”.

E io ne sono felicissimo.

di Giovanna Giallongo

Un cuore che batte” è il titolo dato ad una petizione lanciata da Ora et labora in difesa della vita, nota associazione antiabortista che prevede l’obbligo, da parte del medico che effettua la visita antecedente l’interruzione della gravidanza, di far vedere alla donna intenzionata ad abortire il nascituro che porta nel grembo e di farle ascoltare il battito cardiaco.

Dulcis in fundo, il VI Municipio di Roma ha così tanto “sentito” tale iniziativa da sponsorizzarla sulla sua pagina Facebook indicando data, ora e luogo per la raccolta firme.

La proposta di legge presentata dal VI Municipio della Capitale (foto Agenzia Dire)

Oltre alla normale indignazione suscitata da un sito istituzionale che sponsorizza questa iniziativa popolare piuttosto che altre lasciate nell’indifferenza, bisognerebbe interrogarsi su quale sia il vero volto di questo proiettile mediatico (che io chiamerei induzione al senso di colpa) pronto a colpire la così poca emotività umana rimasta. Strano interrogativo, è vero, tuttavia leggiamo sempre tanti titoli volti a conquistare le nostre emozioni – desiderio occulto del marketing – ma quasi mai la nostra logica.

Il senso di colpa viene descritto come il prodotto derivante dal giudizio negativo di un determinato atto (mancato o compiuto) che genera emozioni di rimorso e rimpianto. Uno stato emotivo che schiaccia il proprio corpo, che opprime i sensi e deturpa la visione della nostra etica agli occhi del mondo.

Il senso di colpa ci rende consapevoli di una mostruosità che si riflette allo specchio quando ci guardiamo. Una donna che decide di “eliminare” ciò che per secoli l’ha identificata come capace e in dovere di fare solamente quello, si sente come Dorian Grey alle prese con la sua anima dipinta in quel quadro maledetto. Nessuno deve vederlo. Nessuno deve sapere.

Il fronte antiabortista già in passato si era dimostrato particolarmente agguerrito. Qui in una manifestazione a Verona nel 2018 (foto Internazionale)

Nessuna, dunque, osi fare o tradire quel battito di cuore che per obbligo deve ascoltare, che contro la sua stessa volontà deve sentire fino alla rottura dei timpani perché, altrimenti, una punizione ben più severa la attende. Ebbene, tutto ciò non è già di per sé una punizione? Non può forse essere annoverata tra i sensi di colpa principi dell’emotività di una donna la volontà di interrompere una vita che non  è ancora nata?

Sebbene la caccia alle streghe sia ormai un argomento ampiamento descritto nei volumi di Storia, il rogo che oggi si costruisce in pubblica piazza è meno evidente ed ingombrante ma più infimo e malvagio. Non mira alla tortura del corpo, per finirlo nel dolore, ma alla distruzione dell’anima per farla vivere nell’agonia di un fuoco che brucia qualsiasi tentativo di libertà decisionale.

Se interrompere una gravidanza è un atto contronatura e se tale scelta deve essere ostacolata da obblighi che opprimono ancora di più uno stato emotivo tormentato, perché mai tale imposizione non può essere considerata una colpa o essere essa stessa causa di un senso di colpa? Il rispetto alla vita, a prescindere da qualsiasi fede o ateismo, è possibile che debba dimostrarsi attraverso l’empatia per cose, situazioni e persone che non condividiamo, che non abbiamo mai vissuto e che non conosciamo; è possibile che debba dimostrarsi non puntando più contro nessuno quel dito inquisitore che usiamo come bussola delle buone e lecite virtù.

La reazione da parte di numerose associazione e di singoli cittadini alle proposte dei gruppi pro-vita è stata immediata in tutta Italia (foto Alfemminile – la Repubblica)

Il rispetto alla vita – se davvero è questo ciò che vogliamo celebrare – va dimostrato anche attraverso l’ascolto di un cuore che batte già da tempo, i cui battiti hanno corso molte volte più velocemente di altre per la paura, l’indecisione o la semplice e tragica vergogna. Il battito del cuore che abbiamo l’obbligo di ascoltare è quello delle donne che chiedono comprensione per delle scelte che non ci appartengono e che, comunque, non ci competono.

La moralità non è qualcosa che esige l’uso della bacchetta a pugno chiuso piuttosto è il delicato petalo di una rosa che continua a mantenere vivo il suo colore perché si conosce la giusta dose di delicatezza e forza con cui trattenerla nel palmo della propria mano.

 

Nel banner: Manifestanti di Ora et Labora a Roma nel 2022 (foto EuropaToday).

di Redazione

Parleremo oggi di un personaggio controverso che ha affascinato due autori del nostro tempo, Eco e Fo; ma anche il conterraneo Guastella e, cinque secoli prima, il sommo Dante (Inferno, canto XXVIII). Di Dante era contemporaneo il francescano fra Dolcino vissuto a cavallo del XIV secolo, seguace degli Apostolici che, per le loro scelte libertarie e pauperistiche, entrarono in contrasto con i Vescovi e i potenti feudatari della Valsesia e di Novara. Fu lotta armata, dal 1304 al 1307, e contrappose i frati ribelli, i contadini e gli oppressi di quelle valli, all’armata crociata che rappresentava legalità e chiesa. Gli “eretici” furono sconfitti e fra Dolcino e la compagna Margherita condannati al rogo.

Guastella e l'Eco di Fra Dolcino
Fra Dolcino e Margherita di Novara al rogo, stampa popolare

Ma non riuscirono a bruciare le loro istanze sociali e libertarie, se secoli dopo riaffiorarono, esplicitando spesso le ascendenze medievali, con Giordano Bruno, l’illuminismo, la rivoluzione francese, il socialismo, persino il moderno movimento pacifista. Quest’utopia anarchica affascinò Dario Fo che dedicò al movimento pauperista e ai suoi romantici eroi, Dolcino e Margherita, una testimonianza di affetto e una raffigurazione grafica.

Guastella e l'Eco di Fra Dolcino
Fra Dolcino, Margherita e i ribelli della montagna, disegno di Dario Fo, 2004

Umberto Eco invece era interessato dal contesto (gli Apostolici e i Dolciniani riproponevano istanze e approcci religiosi che erano del francescanesimo originario e che fluirono nel grembo della chiesa ufficiale, settant’anni prima; chissà se Francesco d’Assisi nelle aspre temperie del 1307 sarebbe stato proclamato santo o avviato al rogo?) e dai percorsi sociale e culturale, quando il “buio” medioevo si avviava al rinascimento. Oscurantismo – rappresentato dall’inquisitore e dalla curia romana – e colto umanesimo, espresso da fra Guglielmo da Baskerville, si confrontano e scontrano ne Il nome della rosa, coinvolgendo il lettore tra romanzo storico (centrale è la scoperta di un piccolo nucleo di eretici dolciniani all’interno del convento) e conte giallo.

Guastella e l'Eco di Fra Dolcino
Umberto Eco – Dario Fo – S. Amabile Guastella

E Guastella, direte, cosa c’entra? Il baronello chiaramontano compose la prima, o una delle prime, opere giovanili con soggetto la tragica storia d’amore e morte del frate condottiero e della compagna la nobile Margherita di Novara, che abbandonò ricchezza e potere per sposare la causa degli oppressi. Un testo autografo ritrovato e pubblicato qualche anno fa (Fra Dolcino, un’opera giovanile del Guastella, in: Giuseppe Cultrera, Il canto di Dafni, Utopia, 2011) intriso di poetica romantica.

Fra Dolcino è probabilmente un testo teatrale, da rappresentare nel proprio palazzo baronale, per il divertimento di familiari e amici, in occasione di un avvenimento mondano o una festa di famiglia. Lo si evince dalle pagine finali dove sono appuntati alcuni nomi di notabili, destinatari dell’invito.

La sua narrazione sposa la versione tradizionale: la componente erotica nella scelta rivoluzionaria, l’amore per la bella novarese (Bettina, nella trasposizione del Guastella), la tragedia annunziata verso cui il protagonista con sprezzo corre incontro, il drammatico finale d’amore e morte. E accentua una rappresentazione caricaturale dei personaggi, che non è soltanto per la presunta trasposizione teatrale, ma è la poetica in nuce del futuro Guastella, dove la vicenda umana è filtrata attraverso la lente deformante del disinganno e dell’ironia.

Guastella e l'Eco di Fra Dolcino
La cattura di fra Dolcino, dipinto popolare nella chiesa madre di Trivero (BI)

«Era il mese di Dicembre! Le montagne tutte di Novara erano avvolte in un nebbione fitto fitto e profondo… piovigginoso era il cielo e tutto nero a la vista, quando un uomo incappucciato tutto, e succiandosi il fiato saliva ad una specie di pianura, ove c’erano una quantità prodigiosa di trabacche di legno, dipinte a vari colori… saliva saliva, ma anelava affannoso del petto, per l’erta faticosissima, e ripida… infine giunse ad una de le trabacche … bussò, e gli venne aperto …. un uomo, di bello e maestoso portamento.

– Oh fra Dolcino!… oh Santo Apostolo…

– Risparmiate meco il titolo e che son io se non un poco di fango al cospetto di Dio? Ma veniamo al sodo. Che si dice di noi in Novara

– Male… male nuove o San… o fra Dolcino!!!  Tutto il popolo si arma, dai signori alla plebaglia c’è un grido di vendetta, un impugnar di armi, che è spaventoso a vedersi…

– E che? Così presto vi scoraggiate o fra Luca… temete dunque che la nostra causa sia pessima e riprovata da Dio, per abbandonarvi a così vili paure? Dubitate forse voi ch’io non sia l’Apostol di Dio! O l’armi dell’uomo son pur di ghiaccio, a paraggio di quelle della religione? E poi… non siam noi forti d’uomini e di bagagli, e d’armi, e di cibo? lasciate che vengano o fra Luca, e saranno tra due giorni a dormir coi lor padri…

Oh Bettina, Bettina mia – vieni ch’io ti dia un bacio! così – così è giusto. Senti, senti Bettina mia tuo marito ha suscitato tutta Novara a venirci contro.

– Mio marito! O quale empietà! Andar contro l’apostolo di Dio! O fra Dolcino siamo in un secolo assai nefando, nefando assai… Niente più si rispetta nemmeno la religione!»

 

Un’ennesima conferma della modernità della letteratura siciliana del secolo XIX che si nutriva non solo di apporti e cifre stilistiche mitteleuropee ma recuperava fascinazioni e istanze sociali dal presente e dal passato per farne oggetto di studio. E il giovanissimo Guastella, incespicando magari un po’ in questa prima prova, vi approda. Restituendoci, oltre alla figura epica di un personaggio controverso, aspirazioni, fermenti e istanze che apparentano il tardo medioevo alle epoche moderne e contemporanee.

Proponiamo la seconda parte della storia della Tipografia Fratelli Ferrante di Chiaramonte Gulfi.

 

di Giuseppe Cultrera

La Fratelli Ferrante di Chiaramonte, pertanto, fu anche un progetto editoriale e non soltanto un’attività economica di “fornitura di servizi” come si direbbe ora.

Nell’elenco di questa produzione provinciale, nei nomi degli autori dei soggetti e delle ricerche, si dipana uno spaccato di storia sociale e culturale del piccolo centro ibleo in un arco temporale molto significativo, che è quello che va dall’Unità d’Italia alle due guerre mondiali; quella che fu detta l’età moderna, per repentini cambiamenti, incontri di popoli, aspirazioni al primato dei valori e della coesistenza pacifica. I personaggi che frequentarono la tipografia Ferrante, in nuce ne sono anelito e rappresentazione.

storia di una tipografia
Cartolina degli anni ‘30 con l’indicazione delle scuole secondarie e superiori nella nuova provincia di Ragusa

La maestra elementare Sabatina Gambogi (coniugata Giuseppe Maria Ferrante) veniva dal nord Italia. Per lei la scuola era missione e impegno sociale. Lo si capisce dai suoi scritti, dalle sue letture, dai suoi interessi culturali. Una donna moderna e di idee progressiste, oggi diremmo. La sua prosa fluente e empatica, intrisa di deamicisiana aura, era incline più al verbo romantico che all’austero classicismo. I cognati tipografi pubblicarono diversi volumetti della dinamica insegnante (che fu pure ispettrice scolastica, in età matura).

Sul fronte opposto stava il professore Giovanni Interlandi, detto Vanni, fautore di un insegnamento rigoroso e austero; nelle sue pubblicazioni L’efficacia educativa (1894) e La donna nelle scuole maschili (1896) lo ribadisce con convinzione. Anzi in quest’ultima sembra avere nel mirino la maestra del nord Gambogi affascinata dal Cuore di De Amicis e forse pure dalle sue idealità socialiste. E qui il confine si faceva netto: il conservatore e un po’ misogino Interlandi, che già litigava in paese con idealisti e “pacifisti”, schiumava di indignazione per amor patrio. Interventista nella grande guerra, esortava i suoi alunni a difendere i confini come volontari. Suo figlio Telesio e alcuni dei colleghi più giovani corsero al fronte. L’approdo, poi, al fascismo e al suo becero razzismo, furono l’epilogo. Il figlio Telesio, scrittore e giornalista di valore, vi sprofondò.

storia di una tipografia
Vanni (Giovanni) Interlandi con il figlio (a sinistra) nel 1922, a Roma

Anche il barone Corrado Melfi di S. Giovanni fu cliente assiduo ed esigente: carta intestata, biglietti da visita, partecipazioni sono attestati da alcuni eleganti clishes ancora esistenti. I quattro volumi che pubblicò con i tipografi Ferrante (con il successore Vacirca molti di più) sono interessanti per eleganza formale e cura tipografica. Specie Memoria ai miei posteri (1886) dove oltre alle testatine, fregi, finalini, eleganti caratteri sono presenti numerose tavole, opera del litografo Giuseppe Maria Puccio (Chiaramonte 1852 – Ragusa 1937).

La tipografia era anche luogo di incontro e di confronto per tanti altri intellettuali: i nobili Guastella, Melfi, Saverio Nicastro, i borghesi avvocato Giovanni Rosso, i dotti prelati Giuseppe Maggiore, Alfonso Rosso e Giovanni Rosso e persino il pretore Espartero Bellabarba, che pur non essendo chiaramontano della storia e tradizione del piccolo borgo fu affascinato.

storia di una tipografia
Fregio tipografico per la carta intestata del barone Corrado Melfi (a sinistra); particolare di una litografia di Giuseppe Maria Puccio per un volume del Melfi

Il regio pretore Espartero Bellabarba veniva da Fano (dove era nato nel 1851); laureato in giurisprudenza all’Università di Urbino, era giunto a Ragusa, nel 1878. Qui sposò Angela Scribano imparentata con Raffaele Solarino, futuro sindaco di Ragusa. Liberale con simpatie “democratiche” era colto e appassionato di letteratura e archeologia. A Chiaramonte incontrò il barone Corrado Melfi che stava scavando le Antichità di Gulfi e fu subito amicizia e collaborazione, appassionandosi alla traduzione delle iscrizioni greche e latine rinvenute. Decise così di pubblicare un corposo studio sulle iscrizioni rinvenute dal Melfi e lo fece per fascicoli. Ma usciranno soltanto i primi due. Motivo dell’interruzione uno scontro con il barone Melfi sul metodo e sulla sostanza delle “interpretazioni gulfiane”. Il Bellabarba si affidava spesso nelle sue ricerche più alla fantasia che al metodo scientifico, per altro assente nel nostro per mancanza di studi specifici. Un esempio è la digressione storico–filologica–teologica sulle Statue bisantine in Chiaramonte (1893) tesa a dimostrare la veridicità della tradizione che attribuiva le statue marmoree della Madonna di Gulfi e del Salvatore ad artista greco dell’VIII secolo con consequenziale provenienza da Costantinopoli.

Ferrante
Il barone Corrado Melfi (1850 – 1940) e (a destra) l’archeologo Paolo Orsi (1859 – 1935)

Nel repentino cambiamento del Melfi c’era, però, lo zampino dell’archeologo Paolo Orsi, direttore del Museo di Siracusa, che in uno scambio epistolare col barone chiaramontano aveva sottolineato l’approssimazione di metodo e di studio del Bellabarba consigliandogli di servirsi per le traduzioni di gente più qualificata.  Così, di lì a poco, le Poche osservazioni sulle “Iscrizioni gulfiane interpetrate da E. Bellabarba” sancivano la rottura di un sodalizio e forse anche di un’amicizia.

Saverio Nicastro del Lago era un rampollo dell’aristocrazia chiaramontana (una famiglia ben inserita nel potere economico e politico con un deputato al parlamento del Regno e il sindaco della città) preso da aspirazioni letterarie. Alunno del Guastella, che lo aveva pregiato della prefazione al suo primo volume di versi, spaziava dalla letteratura, alla poesia religiosa, all’impegno civile. Il libretto dell’azione sacra Maria di Gulfi (musiche del maestro Raffaele Corsini) ebbe più edizioni.

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Lo scrittore Serafino A. Guastella; Saverio Nicastro del Lago; copertina di un volumetto del Nicastro stampato dalla Tipografia Ferrante

 E siamo già sul finire del secolo. Dagli inizi del novecento e sino agli anni venti la produzione della stamperia artigianale subirà una evidente flessione (almeno relativamente agli opuscoli e libri) ripiegando sul materiale di cancelleria, stampati e legatoria. Ma la crisi, con la contrazione non solo economica, si era insinuata nella vita sociale.

Sul finire degli anni venti la piccola tipografia, sempre con sede all’inizio del Corso Umberto, verrà acquistata da Don Peppino Vacirca, che assocerà nella gestione il giovane lavorante Giovanni Fornaro. Dal secondo dopoguerra costui ne diverrà l’unico titolare. Intorno al 1988 la rileverà Salvatore Castello, con l’attuale denominazione di Grafiche Castello.

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Chiaramonte Gulfi, corso Umberto, cartolina della metà novecento: la prima porta sulla sinistra è l’ingresso della tipografia Ferrante dapprima, poi Vacirca, dal dopoguerra Fornaro e infine oggi Grafiche Castello

di Giuseppe Schembari

Hanno tutte un nome le belle Lancia Flaminia della Presidenza della Repubblica: Belfiore (targa Roma 454308), Belvedere (Roma 454307), Belsito (Roma 474229) e Belmonte (Roma 454306), che corrispondono ai nomi dei cavalli delle Scuderie del Quirinale. Ma soltanto le prime due stanno nei garage del Colle. Le altre due sono esposte rispettivamente nel Museo della Motorizzazione militare della Cecchignola, a Roma, e nel Museo dell’Automobile di Torino.

La Lancia Flaminia presidenziale “Belvedere”. Uno dei 4 esemplari carrozzati da Pininfarina nel 1961 (photo by Wolfgang Moroder da Wikipedia)

Oggi, dunque, sarà la “Belfiore” o la “Belvedere” ad avere l’onore di accompagnare il “nuovo” Presidente Mattarella nel tour romano che da Montecitorio lo porterà all’Altare della Patria e infine al Quirinale. Un servizio che le Flaminia presidenziali svolgono sin dal lontano 1961. Presidente della Repubblica il lancista Giovanni Gronchi, che pensionò le vecchie Fiat 2800 Torpedo del 1939.

La prima ospite straniera. La Regina Elisabetta d’Inghilterra insieme al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi a Roma (1961)

A partire dalla Regina Elisabetta d’Inghilterra sono stati molti i capi di stato ospitati nelle Flaminia da parata: da John F. Kennedy a Charles De Gaulle. Addirittura diversi giornali favoleggiano tutt’ora di una quinta Flaminia regalata alla stessa Regina Elisabetta. Circostanza mai provata e addirittura negata dallo stesso Giovan Battista Farina (diventato Pininfarina proprio nel 1961), che carrozzò le ben note quattro Lancia Flaminia 335 di color blu notte (più scuro rispetto al tipico blu Lancia). Carrozzerie speciali derivate dall’Ammiraglia di serie presentata al Salone di Ginevra nel 1957 e motorizzata con un 6V da 2500 cc ereditato dall’Aurelia.

Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat insieme a quello francese Charles De Gaulle il giorno dell’inaugurazione del traforo del Monte Bianco (1965)

A partire dal Presidente Gronchi (1955-1962) queste “regine da parata” sono state usate regolarmente da Antonio Segni (1962-1964) e da Giuseppe Saragat (1964-1971). Poi con la Presidenza di Giovanni Leone (1971-1978), per colpa della recrudescenza del fenomeno terrorismo, cominciarono ad essere sostituite da auto blindate. Il Presidente Sandro Pertini (1978-1985) addirittura non le usò mai. Anzi, sotto la sua presidenza, nel 1982, fu ordinata una Maserati Quattroporte blindata color “Dark Aquamarine” e personalizzata con un ampio portacenere e relativo porta pipa al centro delle sedute posteriori.

Il giorno dell’insediamento del Presidente della Repubblica Antonio Segni (1962)

Le belle Lancia sembravano ormai avviate al pensionamento, ma il destino “piaciruso” ci mise lo zampino, giusto il giorno del giuramento del Presidente Francesco Cossiga. Quel mercoledì di luglio del 1985 la Maserati Quattroporte lasciò a piedi il neo-Presidente rifiutandosi ostinatamente di partire da Montecitorio. Panico. In fretta e furia fu richiamata in servizio una delle vecchie Flaminia che partì al primo colpo come un orologio svizzero.

Il Presidente Pertini sulla Maserati Quattroporte, la sua preferita (foto da ilmessaggero.it)

Così, scherzo del destino, ad essere pensionata fu proprio la fiammante Maserati preferita da Pertini e non le vecchie ammiraglie di casa Lancia che, in maniera impeccabile, hanno continuato il loro servizio al Colle con lo stesso Cossiga e poi con i successivi Presidenti: Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999), Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), Giorgio Napolitano (2006-2013), fino a Sergio Mattarella. Nessuno più si è sognato di pensionarle.

La Flaminia “Belmonte” esposta al Museo dell’automobile di Torino (Archivio Paolo Giusti)

Ad oggi sono 61 gli anni di onorata carriera delle Flaminia 335 della scuderia del Quirinale (numero dovuto alla lunghezza del passo della vettura). Un’ammiraglia vanto dell’industria automobilistica italiana negli anni del boom economico, quando il marchio Lancia era emblema nel mondo della classe e dell’eleganza tutta Made in Italy. Automobili che si facevano ricordare più che notare (e lo scrivente sa bene di cosa parla, avendo avuto la fortuna, nella vita, di possederne due di Flaminia: in versione convertibile carrozzata Touring e coupè Supersport carrozzata Zagato).

Davanti alla Reale Palazzina di caccia di Stupinigi a Torino (©Archivio Riccardo Moncalvo-Torino)

Lunga vita dunque alle Flaminia presidenziali. Con la speranza che il Gruppo Stellantis, oggi raggruppante tutti i marchi italiani e americani di FCA e la francese PSA, lungi dalle politiche aziendali ottuse del Gruppo Fiat degli ultimi 30 anni, possa far tornare il marchio Lancia agli antichi fasti.

La Flaminia fu l’ammiraglia di casa Lancia dal 1957 al 1969 in diverse versioni. (In alto a sinistra in senso orario) la Flaminia Convertibile carrozzata Touring (esisteva pure la coupé Touring), la Flaminia Supersport carrozzata Zagato, la coupé carrozzata Pininfarina e la Berlina

di Antonio, Nunzio e Mario Spina

La sera dell’8 settembre 1943, una parola carica di speranza echeggia lungo la penisola: armistizio!
Il maresciallo Badoglio la pronuncerà poco dopo alla radio, in un proclama che inizia cosi:
“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta…”.

La stessa sera – come ogni sera – un militare siciliano di 21 anni appunta sul suo diario avvenimenti e sensazioni della giornata. Studente universitario, è arrivata anche per lui la chiamata alle armi, mentre i fuochi della Seconda guerra mondiale sono più che mai accesi. Dopo le disfatte sulle montagne della Grecia, in terra d’Africa e nella sterminata steppa russa, adesso è sui nostri lidi che si combatte, in seguito al recente sbarco degli Alleati; l’esercito italiano in balia degli eventi, sempre più smarrito. Da un mese circa, il nostro giovane militare si ritrova con una batteria della Divisione “Piave” accampata in un altipiano alla periferia nord di Roma. Su quel diario ha già scritto: “…l’aria della guerra si fa sentire sempre più, attendiamo impassibili le novità che da un momento all’altro possono capitare circa il nostro impiego…”. Poi arriva l’8 settembre…

Mercoledì 8 settembre…

Maria è il nome della mamma, morta giovanissima, dopo avere dato alla luce quattro figli, lui il primogenito. C’è la guerra nell’aria; eppure si parla anche di esami, quelli che, nonostante le difficoltà, sono stati indetti per la promozione al grado di caporal-maggiore degli studenti universitari aggregati ai vari reparti.

Lo studio come un dolce rifugio. O, meglio, un utile espediente per esorcizzare le paure del momento e purificare un po’ quell’aria pesante. Il brusco ritorno alla realtà ha il suono incoraggiante di un «gridio», di una parola che inizia per “A”, scritta con la lettera maiuscola. «Troppo bello per crederci!».

“…Armistizio, nessuno ci presta fede , sarebbe troppo bello per crederci.”

Lacrime di gioia, l’angoscia che di colpo svanisce. La guerra è finita anche per i propri cari, che in Sicilia hanno visto e patito i primi scontri armati dopo lo sbarco degli Alleati. Il panorama, adesso, offre solo immagini liete di un ritorno alla vita normale.
Le prime parole della pagina successiva esprimono i sinceri – quasi ingenui – sentimenti di un giovane che ha risposto al dovere di servire la Patria: senza colore politico, senza destra e sinistra. La Patria!
Poi, però, ascoltando le parole di Badoglio, orecchie tese alla radio…

8 settembre 1943: diario di guerra di un siciliano
“… Ancora ansimanti gridavano: Armistizio! Armistizio!…”

Ma allora? Che vuol dire quella seconda parte del proclama («Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza»)? Che la guerra continua?
Illusione e disillusione, nel breve volgere di un attimo. La guerra continua, altro che, se continua! Contro il nemico che prima era alleato, ma continua! Il dovere di servire la Patria chiama ancora…

8 settembre 1943: diario di guerra di un siciliano
“… possiamo rivedere i nostri cari (?)”

Quella sarà la prima di una lunga serie di notti insonni, o quasi. Abbandonati a loro stessi, dopo il “rompete le righe” del capitano, il gruppetto di militari siciliani – per sottrarsi ai continui agguati delle forze armate germaniche – troverà rifugio nelle campagne di Arcinazzo Romano, ognuno presso una famiglia di contadini. Come dimora andrà bene anche una stalla; di tanto in tanto una “libera uscita” per lavorare nei campi, e ricambiare così la benevolenza ricevuta. Sentiranno più volte il gracchiare di un militare tedesco in perlustrazione, nascosti in ogni angolo possibile, persino sotto il largo vestito di una persona amica. La scamperanno sempre!

8 settembre 1943: diario di guerra di un siciliano
“Ognuno sente nel suo io d’aver dato alla Patria quanto essa gli ha chiesto…”

Trascorreranno mesi e mesi prima del tanto sospirato ritorno a casa, utilizzando tutti i mezzi di locomozione possibile: carri, camion, treno. L’attraversamento dello Stretto di Messina potrà avvenire solo dietro pagamento a un pescatore, che metterà a disposizione la sua barchetta, purché sia piena di occupanti e il guadagno di conseguenza cospicuo. Il nostro giovane militare, derubato di tutto, si ritroverà per fortuna dei soldi, che una sua zia – incontrata a Santa Maria Capua Vetere, lungo la discesa – gli aveva accuratamente “cucito” nelle mutande (e lui se ne era pure vergognato). La traversata avverrà di notte, per sfuggire ai controlli; nel buio, le forti correnti dello Stretto faranno sobbalzare pericolosamente l’imbarcazione sovraccarica, la paura di morire si ripresenterà inattesa, a un passo da casa.

8 settembre 1943: diario di guerra di un siciliano
“Il Capitano […] dice di tenerci pronti ad imbracciare le armi contro i tedeschi…”
E finalmente l’abbraccio dei propri cari, increduli nel vederselo comparire all’improvviso. Le lacrime di gioia che, stavolta, non si asciugano subito…
Chissà quante migliaia di militari italiani, quella sera dell’8 settembre, hanno ascoltato alla radio il proclama di Badoglio? Chissà cosa hanno scritto sul loro diario? Chissà quanti non ce l’hanno fatta a riabbracciare i propri cari?

PAGINE DEL DIARIO IN FORMATO PDF

di Giuseppe Leone

‘Contammo le lastre. Erano più di quattrocento, un tesoretto da faraone. Affidate per lo sviluppo ad un esperto, palesarono una galleria di ritratti e scene, frammenti di vita d’una minuscola fattoria fra la fine del secolo scorso e l’esordio del nostro; e, insieme, la cronaca-storia d’una famiglia, dei suoi fasti, lutti, vacanze, incombenze quotidiane…’
Affido alle parole di Gesualdo Bufalino l’inizio di questo mio pensiero sull’amico Dino, che fa parte della mia storia personale, professionale e di amicizia con alcuni di quei grandi scrittori che hanno segnato la storia della nostra letteratura.

Gesualdo Bufalino nella campagna iblea

Era il 1977 quando Sellerio mi richiese una consulenza, in casa editrice, per visionare delle stampe da lastre, di fine ottocento, ricevute da uno sconosciuto professore di Comiso. D’accordo entrambi che potessero essere stampate decisamente meglio, soprattutto ai fini della realizzazione di una stampa tipografica, presi l’incarico di restaurarle e stamparle. Inoltre mi si chiese di fare da tramite con l’ignoto professor Bufalino.

nel suo studio

Il timore di Enzo Sellerio era ovviamente che ci si ritrovasse di fronte ad uno studioso di storie patrie, grafomane pericoloso. Mi disse che il progetto era nato a seguito del ritrovamento di un gran numero di quelle lastre in vetro, da parte di un nobile di Comiso, all’interno di un cassettone nel ripostiglio del suo palazzo. Queste risultarono essere, poi, circa quattrocento e tutte rappresentanti scene di vita signorile di una famiglia siciliana, fotografie di contadini, di campieri e di tutta quella gente che viveva all’interno del feudo. Immagini straordinarie che raccontavano scorci di vita e di storia umana in Sicilia.

Gesualdo Bufalino e Leonardo Sciascia con Elvira Sellerio

Il nobile di Comiso coinvolse il professor Bufalino affinché ne realizzasse una pubblicazione, mettendo in moto una macchina che avrebbe segnato la vita di tutti. Gesualdo, che stava già scrivendo il testo, attraverso l’assessore regionale Alberto Bombace, incaricò la casa editrice Sellerio di occuparsi della pubblicazione e io fui, come detto, coinvolto nel restauro e nella stampa delle lastre.

Sciascia, Bufalino e Consolo

Accettando l’incarico mi trovai da un lato Enzo Sellerio che premeva per capire quale fosse la qualità del testo dell’anonimo professore e lo stesso, dall’altro, che insisteva nell’aggiungere più immagini. Dopo circa due mesi conclusi il restauro e la stampa e, apprestandomi a consegnare tutto alla casa editrice, Gesualdo mi affidò il testo completo chiedendomi, a sua volta, di recapitarlo alla Sellerio.

Enzo Sellerio

Lo scritto fu consegnato come richiesto ai Sellerio, contenuto in una grande busta, lo lessero e rilessero con avidità, rimasero sbalorditi per la bellezza e le straordinarie capacità del professore di Comiso, per la scrittura incisiva, poetica e fortemente evocativa. Il seguito è storia nota, il testo sorprese tutti e i Sellerio si chiesero subito se il sessantenne docente avesse altre opere conservate nel cassetto; dopo alcune pressioni, tra queste l’intervento spronatore di Leonardo Sciascia, Bufalino si decise a consegnare il manoscritto dal titolo ‘Diceria dell’untore’, che venne pubblicato dalla casa editrice e che vinse nel 1981 il premio Campiello.

Momenti di amabile conversazione

Da quel momento in poi quell’anonimo professor Gesualdo Bufalino fu conosciuto e riconosciuto come grande scrittore. E questa è soltanto una piccola parte, tra le tante della mia storia, che narra dell’amicizia che mi legò ad alcuni dei grandi scrittori del Novecento.

Giuseppe Leone, siciliano (vive e lavora a Ragusa), con i suoi scatti racconta la Sicilia attraverso fotografie di persone, paesaggi, architettura feste, luoghi e moda. A colori e soprattutto con il prediletto bianco e nero. Ha collaborato con riviste Nazionali ed Internazionali, con case editrici e con case di moda note, come Dolce & Gabbana. Ha esordito illustrando il volume di Antonino Uccello La civiltà del legno in Sicilia (Cavallotto, 1973). Da allora le sue fotografie hanno arricchito numerosi libri, cataloghi e riviste di editori italiani e stranieri.

A Comiso

di Mimmo Arezzo

In un crogiolo di grandi tesori, Modica può annoverarne ancora un altro che meriterebbe di essere conosciuto meglio. Io stesso, fino a un paio di anni fa, non avevo mai notato una linea a forma di 8 molto allungato che occupa quasi tutto il transetto del Duomo di San Giorgio, e che viene presentata come “meridiana” (probabilmente non l’avevo ben capita e, quindi, rapidamente rimossa).

Il Duomo di San Giorgio di Modica (foto di Ruggero Poggianella da Wikipedia)

Il primo problema che questa pone riguarda proprio il nome, perché la parola “meridiana” è di derivazione latina e significa “linea del mezzogiorno”. Ora, noi siamo abituati a definire con quel nome i disegni che si trovano nelle facciate di molti edifici e che non riguardano solo il mezzogiorno ma indicano le varie ore del giorno, a secondo di dove si trova l’ombra dello “gnomone” (il bastoncino). Un nome più corretto per quei disegni sarebbe quello di “orologio solare”. Il disegno del pavimento di San Giorgio riguarda invece proprio il mezzogiorno e quindi è esatto chiamarlo “meridiana”.

È stato realizzato nel 1895 (non ha quindi la stessa età della chiesa), per conto della Confraternita delle Cento Messe, dal matematico Armando Perini, nato nell’isola d’Elba, ma inseritosi bene nel tessuto sociale e politico modicano fino al punto di diventarne assessore comunale.

La meridiana tracciata dal matematico Armando Perini nel transetto del duomo

Ora, addentrandoci un po’ più sul tecnico, sappiamo che a causa della inclinazione (di circa 23,5°) dell’asse di rotazione della Terra sul piano della sua orbita il Sole ci appare, alla stessa ora, più alto d’estate e più basso d’inverno. Se potessimo fare un segno nel cielo per identificare la posizione del Sole a mezzogiorno di tutti i giorni dell’anno, dovremmo aspettarci di avere non un punto, ma un segmento.

(Immagine di Andrea Pittalis da Wikipedia)

Poiché non si può fare un segno nel cielo, facciamo un buchetto, per esempio, sul tetto di una chiesa, e facciamo un segno sul pavimento nella posizione dell’occhio di luce a ogni mezzogiorno dell’anno. Questa volta il “segmento” sarà facile da realizzare. Sorprendentemente però non otteniamo un segmento, ma l’8 allungato della curva di Modica. Come mai?

Precisando che cosa sia il “mezzogiorno” diciamo subito che ne esistono due. Quello “vero”, in un certo punto P della superficie terrestre, è l’istante del passaggio del centro del Sole sul semipiano che contiene l’asse terrestre, e il punto P.

Il giorno “vero”, di conseguenza, è l’intervallo di tempo che intercorre fra i due passaggi successivi. Ma i giorni “veri” non hanno tutti la stessa durata. Nell’intervallo fra l’inizio e la fine di un giorno la Terra ha percorso un tratto della sua orbita e dunque alla fine “vede” il Sole secondo una angolazione leggermente diversa.

Poiché il sistema non subisce nel tempo influenze significative dagli altri corpi celesti, sono state compilate delle tabelle con le durate dei vari giorni e si è adottato come “giorno” la media aritmetica dei dati raccolti suddividendolo in 24 ore; quindi state tranquilli, non sto sconvolgendo proprio tutto quello che sapete.

Esistono allora due mezzogiorni, uno “vero” e uno “medio”, che a volte precede e a volte segue quello vero. I segni fatti per terra in corrispondenza dei mezzogiorni veri costituiscono, lungo l’anno, un segmento diritto; quelli fatti in corrispondenza del mezzogiorno medio costituiscono una curva a forma di 8 che prende, un poco di sbieco, tutto il transetto di San Giorgio.

E qui si possono notare alcune cose veramente sorprendenti. La prima è la larghezza della curva, perché la differenza fra i due mezzogiorni va (a Modica) dai circa -15 ai circa +15 minuti primi. La seconda cosa che colpisce è la profondità culturale di una società capace di concepire ed evidenziare una realtà del genere, proprio in quell’ambito ecclesiastico che tanto aveva fatto soffrire, proprio su quei temi, Galileo Galilei.

Modica con il Duomo di San Giorgio al Centro (foto di Renata Testa da flickr.com)

Infine, colpisce che avendo a disposizione un gioiello scientifico di tale livello non sia mai diventato punto di riferimento delle visite di tutte le scuole iblee, rendendone possibile la conoscenza in età scolare e non alle soglie degli ottant’anni, com’è avvenuto nel mio caso.

Mimmo Arezzo si è laureato a Pisa nel 1966, ha svolto la sua attività all’Università di Genova, come docente di Algebra e Geometria, fino al 2010. Negli ultimi anni di attività è stato eletto Direttore della Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario (SSIS), organismo che conferiva le abilitazioni all’insegnamento scolastico (di tutte le discipline).