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Federico II

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di Nunzio Spina

Quasi mille anni di storia per giungere alla soluzione di un giallo. Non un semplice, interminabile sfondo, su cui disegnare l’intreccio di una trama, ma un lungo succedersi di eventi e personaggi che – aderenti alla realtà – avvolgono il mistero di alcuni omicidi, e inconsapevolmente ne muovono le fila; al punto da riservare a vittime e carnefici il ruolo di semplici figuranti.

L’autore di questa originale avventura letteraria è Roberto Bolelli, 68 anni, trascorsi a Catania dall’infanzia alla giovinezza, il resto a Bologna, attratto e poi ghermito dalla musica in tutte le sue applicazioni (suono, canto, insegnamento, anche terapia). Il titolo del libro è quasi un compendio dei suoi legami di cuore: Troparium de Catania; omaggio alla sua città e alle composizioni musicali contenute in un manoscritto del XII secolo (Troparium), che dalla Sicilia prenderà un bel giorno la strada di Madrid, tenendo nascosto in sé l’enigma di quelle vicende criminose.

Roberto Bolelli (secondo da dx) mentre si esibisce col suo gruppo “Al Qantarah”

Il giallo ha per scenario Catania per tre quarti del suo racconto, saltellando dalla dominazione normanno-sveva di Federico II (primi secoli degli anni 1000), a quella spagnola degli Aragonesi e poi degli Asburgo; per l’ultimo quadro ci si trasferisce a Madrid (e siamo già al 1900), dove la ricerca del Troparium – attualmente ancora conservato nella Biblioteca Nacional, ultimo sprazzo di storia vera – porterà finalmente alla luce testimonianze inconfessate. Con l’immancabile colpo di scena, come ogni giallo che si rispetti.

Il sipario si apre sulla morte di due monaci, in due conventi diversi della città etnea ma a breve distanza di tempo e di spazio, che il clero vorrebbe sbrigativamente archiviare come incidente, il primo, e come suicidio, il secondo. Il forte sospetto che si tratti di omicidi, peraltro collegati tra loro, emergerà ben presto, ma dovranno trascorrere secoli, e altri due decessi dalle inquietanti analogie indiziali, prima che si riesca a scavare a fondo per far venire alla luce la verità.

Dato alle stampe lo scorso mese di novembre (con la prefazione del noto scrittore e musicista jazz Paolo Fresu), il libro ha riacceso su di sé una luce di attualità in occasione della recente festa in onore di Sant’Agata, patrona di Catania, giovane martire vissuta nel III secolo d.C., disposta a subire il duplice supplizio dello strappo delle mammelle e dei carboni ardenti pur di non tradire la sua fede cristiana e di non sottomettersi alle voglie del proconsole romano Quinziano.

Giovanni Lanfranco, Sant’Agata visitata da San Pietro in carcere,1613

È lei la figura centrale intorno a cui ruotano tutti gli avvenimenti; è lei che ispira l’istituzione di una “confraternita” di monaci (non per niente chiamati “Agatini”), dove il passionale culto della santa verrà contaminato – complice la suggestione di certa musica innovativa – da fuorvianti interpretazioni teologiche e pratiche aberranti. Da “confraternita” a “setta” il passo sarà breve, e il reclutamento di laici, comprese le donne, finirà per allargare il campo dei delitti, nel pieno sgomento generale.

Dello scrittore erudito e brillante, quale non è per professione, Bolelli dimostra di avere tutti i requisiti. L’ambientazione storica è un affresco variopinto, ancorché curato in ogni sua sfumatura, che trascina con sé il lettore, facendolo emotivamente partecipe – e non distaccato spettatore – di fatti realmente accaduti o quanto meno verosimili. Gli fa respirare quell’atmosfera, gli fa ascoltare quelle voci, lo fa camminare per quelle antiche strade.

L’Etna incombe, le colate laviche e i terremoti scandiscono il trascorrere del tempo e mutano ripetutamente il volto della città, la gente di Catania, rassegnata a questi eventi, guarda sempre benevola il suo vulcano.

Giacinto Platania, Eruzione dell’Etna del 1669

Sembra di vederlo Federico II, l’imperatore Stupor Mundi, aggirarsi tra l’antica cattedrale-fortezza (dove Sant’Agata è già celebrata con inni sacri), il vociante mercato del pesce (trasposizione dell’attuale “piscaria”) e il Castello Ursino da lui fatto erigere a protezione della città. Sembra di entrare nei palazzi gentilizi spagnoli, dove l’idioma castigliano si impasta col dialetto siciliano; o nei monasteri benedettini di San Nicolò e di Via dei Crociferi, dove rispettivamente un cadetto o una figlia delle nobili famiglie locali erano soliti prendere i voti.

E se viene descritta una delle chiese dedicate alla Santuzza – in particolare quella di Sant’Agata al Carcere, luogo per la “confraternita” delle sue riunioni segrete – si ha la sensazione di ritrovarsi nel bel mezzo di una istruttiva visita guidata.

L’autore condisce tutto con il sale di quadretti ironici e divertenti, col pepe di espressioni in vernacolo catanese (anche spinte), ma “quanto basta” per insaporire la pietanza ed esaltarne il sapore, senza sminuire l’alta qualità – diremmo il valore culturale – degli ingredienti principali.

Via dei Crociferi, Catania

Similitudine culinaria che ci suggerisce altri gustosi intermezzi del testo, quando il popolo catanese scopre via via (con diffidenza prima, con pieno appagamento del palato poi) i nuovi cibi introdotti dalle varie dominazioni e i nuovi piatti che ne derivano: i pomodori, le melanzane, la parmigiana; e soprattutto la cassata, dolce a base di ricotta introdotta dagli arabi (qas’at), o la sua versione mini delle “cassatelle”.

Come le “cassatelle di Sant’Agata” o “minne di Sant’Agata”, perché con quella forma emisferica, la glassa bianca che le ricopre e la ciliegina candita che le sormonta, ricordano proprio le mammelle che furono strappate alla vergine e martire. Un simbolo gastronomico che, nella trama del giallo, si eleverà al ruolo di indizio dominante. Per accorgersi in fondo che l’intero caso, più che attorno a Sant’Agata, ruoterà attorno… alle sue minne!

Copertina del libro, con l’immagine iconica di Sant’Agata che tiene in mano, in una coppa, le due mammelle; il quadro, opera dello street artist siciliano Ligama

L’ultimo articolo di Alto_Volume: Due romanzi dai finali incrociati

di Giuseppe Cultrera

 “Rischiamo un ritorno al medioevo” spesso e continuo conclude o stoppa l’allarme per la crisi del nostro tempo: specie dei valori e delle conquiste sociali.

“A Ebrei e Saraceni concediamo le medesime garanzie perché non vogliamo che innocenti vengano perseguitati soltanto perché ebrei o musulmani.” Federico II, Costituzione del Regno di Sicilia, 1231.

D’accordo che Federico II fu uno dei monarchi più colti e illuminati dei suoi tempi, ma i suoi tempi erano il Medioevo! E altri abitatori di quell’oscuro tempo furono Francesco d’Assisi, Giotto, Dante, Petrarca…

 E se questi furono frutti di quei tempi e dei loro inquilini, più che temerli io cercherei qualche spunto, e in ogni caso meglio non farne un moloch.medioevo