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di Luigi Lombardo

Settembre è il mese della vendemmia classica quale si praticava ad esempio a Pachino non molti anni addietro (con le stesse tecniche fino agli anni ‘60 del ‘900). Essa iniziava dopo la festa della Madonna Assunta duoppu a festa ra Maronna (15 Agosto), si ripeteva infatti dai contadini questo detto:
“Duoppu a festa a Maronna r’austu
si pripara a utti po mustu.”
(Dopo la madonna d’agosto / si prepara la botte per il mosto)

Ma spesso le prime piogge d’agosto dissuadevano dall’iniziare le operazioni. I lavori veri e propri si svolgevano lungo l’arco di una quindicina di giorni (di solito a cominciare, come detto, dai primi di settembre). Un paese intero si dava la sveglia quasi all’unisono: vedevi un paese indaffarato, preoccupato, interamente preso dalla vendemmia, fra attese e speranze: in paese non si parlava d’altro. Intere famiglie “a-ccascia i carrettu” si avviavano alle vigne fuori paese: alla Chiappa, Carcicina, Bonivini, alla Scirbia, a Barracchinu, a Terreni nuovi o nei vigneti di Terranobile.

Vendemmia o Autunno, 1786, particolare (Francisco Goya)

Oggi la vendemmia si compie quasi in sordina senza la gioia e il clamore di un tempo. Il ritmo è quello imposto dalla civiltà delle macchine: velocità e risparmio. Un tempo le stesse tecniche tradizionali imponevano ritmi più umani, che lasciavano il tempo all’esplicarsi delle mille forme della comunicazione sociale da individui, gruppi e sessi. Non c’era vendemmia senza canti, battute, e data la presenza delle donne intente a “raccioppari”, nascevano amori e promesse di matrimonio.

La festa della vendemmia, 1893 (Raffaello Sorbi)

I giovani, che speravano in un ingaggio, si portavano con le loro corbelle (cruedda), intrecciate di canne e lentischio (listincu), o di canne e oleastro (agghiastru), nella piazza del paese. Qui venivano contattati dai sinzali, mediatori, o direttamente dai proprietari dei fondi, coi quali pattuivano il prezzo dell’ingaggio: se era di un solo giorno si diceva “a-llivata”, e il compenso si doveva a tutta la ciurma che provvedeva a dividerlo fra i lavoranti. Se, come era più comune, il lavoro si protraeva per più giorni, si pagava a giornata. Il proprietario doveva corrispondere il vino da pasto e il companatico. All’accordo seguiva la consegna della corbella da parte del ragazzo al padrone a pegno dell’ingaggio (se c’era il mediatore bastava la sua parola).

La vendemmia, 1881 (Juan Planella y Rodríguez – Museo del Prado, Madrid)

Giunta all’antu (il nome indicava la vigna da vendemmiare ed era mutuato dal campo da mietere), la squadra sceglie il capo (capuciurma), che provvedeva a sua volta a disporre ciascun uomo nel proprio filare (filagnu). Al segnale convenzionale del capo si inizia: un tempo l’inizio dei lavori era scandito con un’invocazione a carattere religioso “A-nnomi di Diu e di li santi”, poi sostituita da frasi quali “Amici miei, ttaccamu”, o “Susitivi ch’è-gghiornu”.

La vendemmia, 1884 (Léon Augustin Lhermitte – Metropolitan Museum of Art, NY)

Si iniziava con grande lena, e a metà filare ci si cominciava a punzecchiare l’un l’altro, e spontaneo nasceva il canto, o la battuta sarcastica o il proverbio pungente e attinente ad un particolare difetto di qualche vendemmiatore.
In genere il capo iniziava una sfida col compagno a chi riempiva per primo la cesta:
Infatti chi per primo la riempie, agitandola in aria, esclama, rivolto ai compagni:

“Primera […] cu nun è-ccinu si rispera” (“Premiera chi non l’ha piena si dispera”, la premiera è nel gioco delle carte il possesso della maggior numero di carte di sette).
La presenza delle donne “raccioppatrici” stimola il canto e in particolare il canto d’amore spesso a doppio senso:
“Signura zzita, siti bbomminuta
dumani fazzu a-bbui la bol-livata
la vostra vigna stasira si puta
e-ddumani si ttrova vignignata” (Sortino)

La vigna rossa, 1888, (Vincent van Gogh – Museo Pushkin, Mosca)

Quest’altra, molto bella, paragona la donna al grappolo d’uva da pistari:

“Vui siti la rracina e iu vi pistu
vui siti lu tinieddu e iu lu mustu
dammi ssa ucca quantu ca la tastu
ca si m’austa viegnu ppi lu rrestu!
(Voi siete l’una e io vi pesto / voi siete il tinello e io il mosto / dammi quella bocca perché la tasti /ché se mi gusta vengo per il resto!): Cosa sarà “il resto” ciascuno può immaginare.

La vendemmia (Carlo Ferranti 1840–1908)

Fioccavano motti e sentenze dai più anziani a mo’ di ammonimento ai più giovani, specie quando in mezzo c’era qualche lavativu o allintatu o peggio strafottenti, in questo caso si raccontavano apologhi e si ricordavano episodi e fatti successi al fine di insegnare al tizio “l’educazione”. Sempre gli anziani ricordavano il tempo passato e criticavano il presente o gli errori che si facevano dai nuovi padroni che pretendono raccogliere subito l’uva:
“Cuogghi appena matura la rracina
Ccu buon tiempu e asciutta r’acquazzina”

Il che significava che era sbagliato iniziare all’alba la vendemmia. Poi c’era chi rimproverava i giovani per la scarsa cura nel coltivare la vigna e si ricordava che
“Cu avi bbona la vigna
avi pani, vinu e-lligna”.
(La vigna ben tenuta assicurava il pane, il vino e il fuoco).

Vendemmia in Tirolo, 1901 (Peder Severin Krøyer 1851-1909)

Riempita la corbella, ciascun vendemmiatore la trasportava a spalla (ma spesso erano le donne a portarla a destinazione) fino alla tina caricata sul carretto dove veniva svuotata. Se qualcuno dei vendemmiatori cominciava a perdere tempo in chiacchiere inutili, presto arrivava il richiamo del capociurma:
“Càliti e sura!” (abbassati e suda).

Riempita la tina, il carretto si avviava verso il palmento. Se questo era vicino alla vigna, i vendemmiatori erano obbligati a scaricare l’uva raccolta nei pigiatoi del palmento. Alla fine della vendemmia entravano nuovamente in azione le squadre delle “raccioppatrici” che provvedevano a ripassare le vigne, vendemmiando i grappi rimasti (l’operazione prendeva il nome di racciuppari, da raccioppu, piccolo grappolo).

La vendemmia (Daniel Ridgway Knight 1839-1924)

Non era un lavoro vero e proprio, per cui i vendemmiatori che avevano terminato il lavoro le aspettavano per cominciare il solito babbìu a base di battute e “risatelle”, che a volte infastidivano le donne, piegate a raccogliere qualche chicco d’uva per la giornata, ma spesso da questo momento di non-lavoro (come gli esperti operai definivano il raccioppari) scaturivano amori e simpatie, che potevano portare a una rapida e reciproca promessa di fidanzamento e matrimonio: e la vita continuava.

La Vendangeuse, 1875 (William-Adolphe Bouguereau – Art Renewal Center Museum)