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Fondazione Bufalino

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Tratto da un soggetto cinematografico inedito di Gesualdo Bufalino

di Rosario Minardi

Non era facile raccontare nel breve spazio di una mise en scene teatrale la storia di una famiglia entrata nell’iconografia storica di mezza Europa tra il XIX e il XX sec.: I Florio. Ignazio e Franca. Dare corpo e vita ai personaggi, poi, basandosi non su un vero e proprio testo finito ma su un semplice trattamento cinematografico, rappresenta un’impresa in grado di mettere a dura prova chiunque vi si appresti.

Il personaggio in questione è la baronessa Francesca Motta di San Giuliano, consegnata alla storia come Franca Florio in quanto moglie di Ignazio Florio, rampollo dell’omonima dinastia di imprenditori siciliani. Le vicende di questa famiglia diventano, inestricabilmente, storia e metafora della Sicilia di quel tempo.

I Florio in una tela del XIX sec.

Donna Franca non fu solo la saggia e avveduta consorte di uno degli uomini più illuminati e intraprendenti che la storia della Sicilia abbia conosciuto, ma divenne ispiratrice nella saga di una famiglia che ha costruito la Palermo moderna, tentando di rendere onore alla sua storia e di farne una vera capitale europea: un sogno che le successive e tristi vicende, legate all’espandersi del cancro mafioso e della cattiva politica connessa, hanno bruscamente interrotto.

Franca e Ignazio Florio

Da allora, Palermo non è più stata la stessa. Un soggetto cinematografico è dotato di un linguaggio e di una grammatica diversi da quelli teatrali, perciò è stata un’operazione innovativa ma ardua, se si considera che tale soggetto è costituito da una serie di appunti che hanno sempre atteso il conforto di una sceneggiatura definitiva mai sopraggiunta. Non una classica commedia pronta, da servire al pubblico in una serata d’estate ma una vera sperimentazione teatrale contemporanea.

Alice Canzonieri nei panni di Franca Florio

Il manoscritto è stato ritrovato nei cassetti del grande scrittore comisano Gesualdo Bufalino, da sempre studioso e conoscitore della Storia e del Cinema, il quale aveva dedicato le sue fatiche alla narrazione di una saga inimitabile servendosi proprio della sua grande passione per il Cinema. La sfida del nostro regista (amico) Giampaolo Romania è stata quella di rimanere fedele alla partitura cinematografica pur interpretandola con spirito teatrale; e credo che l’abbia vinta abbondantemente.

Vari momenti dello spettacoloso con Rosario Minardi, Giovanni Arezzo e Anita Indigeno

Lo spazio scenico (il cortile della Fondazione Bufalino di Comiso) si presta poi a soluzioni suggestive; il sapiente gioco di luci, le musiche e gli effetti assurgono a dignità di veri attori-personaggi e affascinano il pubblico che vi assiste. Noi attori-attrici coinvolti dovevamo essere capaci di rendere in maniera credibile più personaggi anche su diversi livelli spazio-temporali.

Naturalmente il pubblico, alla fine, tributa la riuscita o meno di un’operazione di questo tipo. Dalla reazione suscitata mi pare che si possa parlare di missione compiuta… e anche bene.

Rosario Minardi e Anita Indigeno