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Fulvio Stanganelli

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di Redazione

Il primo scritto “Perché in Sicilia manca un vero ambiente intellettuale” fu pubblicato su una rivista romana: siamo nel 1901 ed il giovane sacerdote Raffaele Flaccavento ha trent’anni e vive nella Sicilia d’oriente, a Comiso. Dove il suo percorso umano, dentro il ministero sacerdotale, sarà tenacemente permeato dall’impegno culturale, come bibliotecario (dal 1919) e come ricercatore e studioso di “cose patrie”. Sarà persino, per un breve periodo negli anni venti, assessore alla Pubblica Istruzione.

Padre Raffaele Flaccavento (Comiso, 1870 – 1951) da giovane (foto di G. Iacono) e in età matura.

Un intellettuale insomma, che andava creando anche un ambiente proficuo nella piccola città iblea per un cenacolo (l’archeologo Biagio Pace, nello stesso tempo, s’imponeva all’ambiente culturale italiano come apprezzato studioso, operatore culturale ed infine esponente politico). Inquieto, come tanti suoi contemporanei, e moderno per certi versi. Le Vicende storiche di Comiso antica e moderna (1926) sono la prima “storia” municipale che esula dalla storiografia provinciale ancorata a stereotipi e campanilismi. Lo rilevava nell’iniziale “capitolo proemiale” l’amico Biagio Pace. Stessa metodologia storiografica che ritroviamo nei due saggi sul filosofo Tommaso Campailla ed il poeta Giovanni Meli e su molti dei sui studi ed interventi per riviste; tra le quali c’è anche La Siciliana, rivista mensile illustrata di storia, archeologia e folklore diretta dall’avolese Gaetano Gubernale sulla quale pubblicò un originale Fiore di proverbi comisani.

L’archeologo Biagio Pace (Comiso 1889-1955); Comiso, Chiesa Madre (Ph: Giulio Lettica)

In tutte le sue fatiche letterarie o ricerche storiche, quasi a rimarcare una formale cesura col suo impegno sociale e religioso, si firmava con lo pseudonimo di Fulvio Stanganelli: forse da intendere, anche, come tributo ai cenacoli letterari, accademie o associazioni culturali a cui l’intellettuale Flaccavento apparteneva per ascendenza ed aspirazione, ma verso cui lo spirito irrequieto e moderno – comune a tanti giovani in quelle tempérie di fine ottocento ed inizio novecento – manifesta insofferenza. Lo si legge nella posa fotografica con cui l’amico Gioacchino Iacono, agiato esponente della nobiltà terriera locale, lo ritrae nel cortile di casa sua. Lo rende palese anche il “ritratto” di Gesualdo Bufalino in Museo d’ombre.

Gesualdo Bufalino (Foto Giuseppe Leone); la copertina di ‘Museo d’ombre’

“Lassù, nella sua nuvola immensa, inforcando spessi occhiali di tartaruga sulle pupille invecchiate, ancora con polpastrelli scuri d’inchiostro sfoglia e postilla e difende da tarli e topi gli innumerevoli in folio della biblioteca dell’universo. Non gli basta un milione di giorni per schedare un solo palchetto, un milione di passi è poco per fare il giro di una sola stanza. Ma lui procede senza contarli, fermandosi solo ogni tanto a scuotere dalla sottana, così sbiadita oramai, la polvere solenne dei libri.” (G. Bufalino, Museo d’ombre, Palermo, Sellerio, 1982; p. 112)

Karl Spitzweg, Il topo di biblioteca, olio, 1850. Museum G. Shafer, Schweinfurt

Ma veniamo al citato “Fiore di proverbi comisani”. Si tratta, come sottolinea lo stesso Stanganelli nella presentazione, di una selezione di proverbi raccolti direttamente dal popolo suddivisi in agricoli, domestici e sociali. Per ognuno l’autore fornisce una nota esplicativa, dove la corda pazza (ricordate la definizione sciasciana?) sollecita l’acume del curatore. E se a volte il moralismo del sacerdote Flaccavento fa capolino, assieme ad alcuni pregiudizi – specie per il genere femminile – pur tuttavia trova subito compensazione nella pacata ironia e nel disincanto “greco” comune alla Sicilia d’oriente. Che ritrovavo, affabulatorio e barocco, nel professore Bufalino. E che potete voi stessi reperire in molti anziani iblei: e i comisani in questo sono i più iblei!

Georg Reimer, In biblioteca,olio,1850; Museo Nazionale di Varsavia. Francois Foisse, Natura morta con libri, 1741

Però non cercateci “chi sa quali tesori inattesi”. D’altronde lo stesso autore aveva ricondotto il suo studio ad uno spunto per far conoscere un frammento della civiltà popolare e per sollecitare più impegnative ricerche sull’argomento che si prestava ad approfondimenti utili per i nuovi studi etnografici. L’intellettuale Stanganelli che gli approfondimenti in letteratura, storia e studi sociali li aveva avviati con rigoroso metodo, riconosceva alla nuova scienza, quella che allora si chiamava la filosofia del folklore, una sua dignità e validità: cosa non comune agli studiosi del tempo ancorati a consolidati schemi e metodologie. Anche in questo, il nostro, dimostrava modernità.

G. Arcimboldo, Il bibliotecario, olio, 1562; Castello di Skokloster, Hòbo. Anonimo, Avvertenza contro il furto di libri, 1700 ca. Museo del Prado, Madrid

Ed ora un breve saggio (o assaggio) di proverbi raccolti a Comiso e argutamente postillati da Padre Raffaele Flaccavento (Comiso 19 agosto 1870 – ivi 10 gennaio 1951) alias Fulvio Stanganelli.

D’a matina pari ‘u bon giornu.
In senso proprio significa che da un bel mattino s’indovina una buona giornata; in senso traslato, che un buon principio è augurio di lieta fine.

L’asinu puta e ‘u Signuri fa rracina.
Nel fatalismo di cui è posseduto il nostro popolo, si crede fermamente che non ci sia bisogno davvero di stillarsi il cervello, per escogitare la maniera più acconcia di coltivare i campi, per la ragione che la natura fa tutto lei, concedendo un raccolto ubertoso a un terreno coltivato alla bell’e meglio, e negandolo invece a un altro coltivato con i più razionali metodi di questo mondo. Il proverbio è usato anche in senso traslato.

Cu si marita nt’a so’ strata, / vivi nt’o bicchieri; / cu nt’o paisi, n’to bummulu; / cu frustieri, nt’o sascu.
Questo proverbio è pieno di sapienza popolare, perché realmente chi sposa una persona della sua via stessa, del suo vicinato, sa di sposare una persona conosciuta, le cui virtù e i cui vizi sono a tutti noti e chiari come l’acqua in un bicchiere, che non nasconde veruna sua impurità. Chi invece sposa nello stesso paese, è come se bevesse a una bombola, perché piglia una persona forse piacente, ma su le cui virtù non si può giurare, come non si può giurare sulla purità dell’acqua di una bombola. Peggio ancora chi si sposa una persona d’un altro paese: è lo stesso davvero che bere a un fiasco, dove tante volte invece di vino genuino c’è del vino sofisticato, quando non c’è addirittura dell’aceto. Checchèsia di tutto questo, si soggiunge che:
O puorcu e o zzitu si ci anzigna ‘na vota ‘a via.
Con similitudine poco lusinghiera per la vanità sua, il fidanzato qui è paragonato al signor porco, che – il fidanzato non il porco – una volta appresa la via della casa della sua zzita, difficilmente la dimentica.

Barthèlemy d’Eyck, Natura morta con libri in una nicchia, 1442,olio;Rijks museum, Amsterdam

Pensa la cosa prima ca la fai / Ca la cosa pinsata è bella assai.
Perché le cose su cui si è bene riflettuto e a lungo, riescono sempre bene. E il Leopardi facendosi eco della più parte degli assennati già lo disse: «Nessuno detto mai ti esca di bocca, che tu non l’abbia considerato prima nel tuo pensiero». Alle quali savie parole, serve di commento quest’altro proverbio:
La vucca ca nun parrau mai fu riprisa: / La testa ca nun parrau si ciamau cucuzza.
Nel quale la seconda parte è per coloro che non curano di parlare quando loro tocca, particolarmente a propria difesa. Malgrado tutto però, s’insiste:
Parrari picca e vestiri di pannu,/ Nun fa mai dannu.
Cioè, il parlar poco e a proposito è tanto igienico moralmente, quanto lo è fisicamente il vestire di panno.

Ken Davies, La libreria, 1951

Accussì va ‘u munnu: / Cu nata e cu va a funnu, / E cu natari nun sa, / A funnu scinnirà.
Nel mondo che, a detta del Leopardi, è una grande lega di birbanti, bisogna perciò destreggiarsi bene, per non essere sopraffatti dagli altri; chè se si è sopraffatti, la festa è fatta: si cola a fondo, con grande piacere di quelli che son rimasti a galla.

Cu va a vèrra, o mircatu o firutu.
Cioè, alla guerra si ci deve andare con la certezza di rimanervi o ferito, o storpiato, se non morto addirittura. Caratteristica di tutte le guerre è la menzogna sistematica, d’onde l’altro proverbio:
A tiempu di vèrra / I minzogni terra terra.
Quest’ultimo proverbio era di stringente attualità nel suo tempo. E purtroppo lo è ancor oggi.

Giuseppe Maria Crespi, Libreria, 1725; Civico museo bibliografico, Bologna. Vincent Van Gogh, Natura morta con romanzi francesi e una rosa, 1887: coll. privata.

di Pippo Inghilterra

Un quadro, una facciata, un antico paesaggio, sono pagine scritte di frammenti di storia. Nelle chiese di Comiso, sopravvissute alle insidie del tempo e degli uomini, ci sono dei quadri erranti provenienti dalle chiese sconsacrate o demolite. Uno di questi (oggetto dell’indagine) potrebbe essere la pala dell’altare del Purgatorio del transetto della chiesa SS. Annunziata. Nel mestiere di storico dell’arte è fondamentale mettere in dubbio le proprie convinzioni. La conoscenza del passato è qualcosa in continuo progresso, che “di continuo si trasforma e si perfeziona”, sosteneva Marc Bloch. 

Pala dell’altare del Purgatorio della chiesa dell’Annunziata di Comiso.

Sappiamo che nel 1667 fu realizzata la chiesa del Purgatorio nel “quartierio della bocceria” di fronte piazza della fontana. Nell’altare di questa chiesa (adesso al suo posto si trova un palazzo) doveva esserci un quadro dedicato alle anime del Purgatorio.

La “Congregazione del Purgatorio” o delle “Cento messe”, che risale al 1606, ebbe la possibilità di acquistare un quadro da un artista famoso (molti monaci del tempo viaggiavano e potevano incontrare a Roma grandi artisti). E a Comiso esistono due quadri raffiguranti il Purgatorio. Uno sull’altare della cappella mortuaria annessa alla chiesa dei Cappuccini, l’altro, appunto, sull’altare del transetto dell’Annunziata. Fulvio Stanganelli, in riferimento a quest’ultimo dipinto, scrive “… graziosa quantunque molto leccata” opera dei fratelli Vaccaro nel 1857.

Quadro dell’altare della cappella mortuaria annessa alla chiesa dei Cappuccini

Salvatore Pelligra, minore conventuale, che ci guarda coi suoi occhialini dal quadro della Sala Consiliare del Comune di Comiso ha scritto in Casmene Devota (Mondovì, 1881), che la “Chiesa comisana ha consagrato sempre diversi tempi al suffragio delle anime sante del Purgatorio e nella Collegiata della SS. Annunziata n’esiste ab immemorabile l’altar con la privativa di non potersene erigere al di qua di tre miglia distante dalla dalla suddetta chiesa, con Provvisionale del 7 gennaio 1777” . In quell’anno, l’antica chiesa dell’Annunziata era stata demolita per ricostruirla più imponente. Nel 1774 i capitolari pregavano don Baldassarre Naselli di poter occupare del suolo pubblico, cosa che fu concessa, per dare “la forma e lo sviluppo voluti all’abside del tempio”.

(Da sinistra) Fulvio Stanganelli (pseudonimo del canonico Raffaele Flaccavento) e il frate Salvatore Pelligra

Risulta strano che allo Stanganelli, acuto osservatore di fatti e vicende storiche comisane, gli sia sfuggita l’ubicazione della chiesa del Purgatorio “che dovette essere presto lasciata in abbandono, se dopo non se ne fece più menzione”. Strano l’abbandono di una chiesa che sembra non aver subito danni dal terremoto del 1693 e che i fedeli frequentavano per la celebrazione delle “cento messe” in suffragio delle anime del Purgatorio (dovevano dare congrue rendite).

Si ha il sospetto, che il “conflitto” tra la grande chiesa dell’Annunziata e la “chiesula” del Purgatorio fosse nato per questioni di vicinanza o economiche. Rimane l’ipotesi che questa fosse stata volutamente abbandonata e poi alienata alla potente famiglia Caruso-Comitini.

Facciata dell’ex Chiesa del Purgatorio. Dipinto di Emanuele Pace.

C’è un altro quadro appeso al muro dell’Aula Capitolare della chiesa dell’Annunziata che ci guarda. Si tratta di quello del Sac. Antonino Comitini (fratello del dott. Nunzio Comitini Sindaco di Comiso e temibile “nunziataru”), tesoriere, Arcidiacono e prima Dignità della Collegiata, che lavorò molto per ornare l’interno della chiesa dell’Annunziata e forse anche l’altare del Purgatorio.  Osservando il quadro lì posto notiamo la raffigurazione di un grande altare per celebrare le messe per le anime immerse nel fuoco del Purgatorio e uno scorcio di cielo dove volano gli angeli, che sollevano le anime. In particolare ce n’è uno, vestito di verde, che vola leggero nel cielo di una squisita bellezza raffaellesca, dai toni morbidi e sfumati. Sembra uscito dalla bottega di Guido Reni.

Il Sacerdote Antonino Comitini e un particolare della pala dell’altare del Purgatorio della chiesa SS. Annunziata