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Gioacchino Falsari

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Tra le tante storie che abbiamo raccontato nelle nostre pagine, non poteva mancare la pagina del calcio. Ci ha pensato l’amico Giovanni Catania che, nel 2010, su “Senzatempo” (vol.1 e 3) di Giovanni Bertucci (di cui oggi ricorre il sesto anniversario della scomparsa), ha raccontato quella piccola epopea paesana fatta di grande e genuina passione e che noi di oltreimuri.blog abbiamo rieditato in due puntate, con diverse foto. Il secondo appuntamento sarà per il prossimo mercoledì.

di Redazione

Si giocava anche sei, sette ore al giorno nel polveroso campo di San Vito e credevamo di essere i primi e unici calciatori del mondo. Erano momenti di felicità da raccontare a scuola l’indomani, descrivendo gesta che restavano nei ricordi e nei racconti di quanti trascorrevano le lunghe serate invernali al Bar Nicosia (oggi Bar Arena), o in quello ro Salitu (Caffè Roma) o al Bar Di Giacomo (non esiste più) tra una nota di Salvatore Adamo e una steccata a vuoto nel famigerato biliardo (per noi “carambola”), o qualche anno dopo davanti alle pizzette calde, profumate e dal vago sapore veneto, del Bar Sicilia del Sig. Gatto e gentile Signora.

Quattro degli storici caffè chiaramontani, ieri e oggi

La nostra storia inizia negli anni ’50, ancora prima dell’Inter di Herrera, del Milan di Rocco o della Juve di Boniperti. Inizia precisamente nel 1949, con la tragedia del grande Torino a Superga, dove perì l’intera squadra in un disastro aereo. La tragedia ci apparve come una maledizione biblica che il nostro paese, uscito a pezzi dalla rovinosa guerra mondiale, non meritava.
A Chiaramonte invece, i campioni erano altri. Da noi si chiamavano Noto, Scribano, Morando, Guccione, D’Amato, Zaffarana, Buscema. Le squadre avevano i nomi di gruppi religiosi, politici, di quartiere, di calcio balilla, di bar e ristoranti.

Il grande Torino (campionato italiano 1948/49)

Qui i presidenti spesso erano i segretari delle sezioni di partito (quelli più illuminati, ovviamente), che investivano nei giovani e, senza saperlo, utilizzavano il calcio per operazioni di puro marketing politico. Ancora prima delle sigle politiche, però, il calcio chiaramontano fu “inventato” da un prete e dal presidente di Azione Cattolica dell’epoca. Fu così che tra il 1951 e il 1952 nasce ufficialmente la squadra dell’Azione Cattolica, diretta dallo storico Presidente (e professore) Paolino Failla e da padre Leggio, che curava anche l’oratorio parrocchiale. Padre Leggio fu prete, parroco, vicario, curato di campagna e tutto quanto allora un prete poteva e doveva essere, compreso l’allenatore di calcio. Le magliette erano a strisce giallorosse, un ripiego, perché l’allenatore in tonaca le aveva cercate inutilmente a strisce gialle e bianche: i colori del Vaticano.

La squadra dell’Azione Cattolica (in alto nel 1952, in basso nel 1953) (Collezione S. Morando-Senzatempo)

In un giorno del freddo inverno del 1952, i ragazzi che frequentavano l’Azione Cattolica trovarono un cartello affisso proprio davanti l’oratorio dell’Annunziata dal contenuto inequivocabile: “Vuoi partecipare al torneo di calcio che si svolgerà nel campo di San Vito?…”. Cominciò così l’avventura paesana e finalmente il pallone di gomma fu sostituito da uno più adeguato di cuoio, chiamato “Super Santos”.
Negli stessi anni nasce l’U.S.F (Unione Sportiva Fiamma). Gioacchino Falsari primo Presidente e Vito Failla, dirigente e sindacalista del Movimento Sociale, primo direttore sportivo. Poi a seguire nacquero altre squadre come l’Edera (del Partito Repubblicano) e la Libertas (della Democrazia Cristiana).
Nacque così anche la nostra “Champions League” chiamata “Coppa Monte Lauro”… famosa per le lotte all’ultimo sangue tra squadre iblee, ma soprattutto per le botte!

La squadra della Fiamma (1952) ((Collezione Bertucci-Senzatempo)

Le partite venivano disputate inizialmente nel piano di San Vito, poi sull’Arcibessi, nei pressi della vecchia stazione ferroviaria: un rettangolo di gioco con due pendenze a più di 800 mt di altezza, immerso, d’inverno, nella nebbia e nel gran freddo. In seguito ci si spostò più saggiamente a valle, vicino al Santuario della Madonna di Gulfi, dove il clima, almeno d’inverno, era un po’ più accettabile. L’idea e la realizzazione fu merito dell’allora Presidente della Fiamma, Falsari. Le porte senza pali né reti erano delimitate da due pietre da una parte e dall’altra, poi, successivamente, sostituite da più “professionali” porte smontabili a fine partita.

La squadra del Chiaramonte, con i tifosi, l’arbitro e i dirigenti sul campo dell’Arcibessi vicino alla vecchia stazione ferroviaria (1960/61) (Collezione C. Pulichino-Senzatempo)

Della prima “Coppa Monte Lauro” più che i risultati sportivi si ricordano ancora le botte da orbi tra i giocatori della squadra della Fiamma e quelli di una squadra di Buccheri: uno scontro rimasto epico per il numero dei feriti e per le giornate di squalifica accumulate: praticamente per l’intero campionato. Fu l’occasione per spostare il campo sportivo, come detto, in un rettangolo di terra di fronte al Santuario di Gulfi, preso a prestito e sistemato dagli americani della compagnia petrolifera Gulf (grazie ad una enorme ruspa) in quel periodo impegnati nelle ricerche di petrolio negli iblei. Pare che il proprietario del terreno fosse anche disposto a cederlo per la non-modica somma di 200/250 mila lire, per cui l’acquisto fu prospettato al Consiglio Comunale dai consiglieri di minoranza del Movimento Sociale, ma respinto dalla maggioranza consiliare (democristiana).

La squadra della Fiamma negli anni ’60 (Collezione V. Laterra-Senzatempo)

La prima squadra della Fiamma si sciolse nel 1955, forse per mancanza di fondi, o forse perché le elezioni andarono male, e i suoi giocatori entrarono a far parte di altre squadre. Era un periodo in cui le società sportive aprivano e chiudevano con grande facilità: tutto nella massima precarietà. Ovviamente non si giocava per soldi e nemmeno per i trofei. Ai vincitori dei tornei cittadini spesso andava qualche chilo di salsiccia e nient’altro. Ma il calcio rimaneva forse lo sport più inclusivo: tutti potevano giocare, anche se non sapevano calciare, spesso bastava che sapessero almeno atterrare l’avversario.

La squadra dell’Edera in trasferta nel campo ragusano di via Archimede (1961) (Collezione V. Alescio-Senzatempo)

Le difficoltà erano tante anche per comprare un pallone, che per anni fu sempre lo stesso, di cuoio ruvido, cucito e ricucito mille volte dai ciabattini locali. Le squadre più fortunate avevano tra i loro tifosi addirittura delle ragazze che, grazie al loro savoir faire raccoglievano i fondi necessari a pagare le spese. La compianta Signora Iana D’Amato pare fosse tra le più brave e determinate e riusciva sempre a raggranellare quel che bastava per la partita del giorno e quella seguente.

I fratelli Noto, meglio conosciuti come “l’africani” (perché erano stati a lavorare in Africa) (Collezione Guccione-Senzatempo)
La squadra dell’Azione Cattolica con padre Leggio nel campetto di San Vito (1953) (Collezione S. Morando-Senzatempo)