Tag

giovanni verga

Browsing

di Giovanna Giallongo

Il progresso: quella meravigliosa corrente positivista che vede la trasformazione della realtà economica e sociale di un’Italia post unitaria, che promette serenità a coloro che rispondono alla “chiamata”, quasi come fosse qualcosa di divino che scende sulle teste delle persone.

Benché il latino ci insegni che la parola progresso, da progressus, vuol dire sostanzialmente “andare avanti”, ci fu un siciliano di nota rilevanza chiamato Giovanni Verga che, al contrario, si abbatté contro ciò che definì la “fiumana” del progresso annullandone gli aspetti positivi e le false speranze di un futuro migliore.

Scena tratta da “La terra trema” (1948), di Luchino Visconti

Cosa deve scegliere l’uomo? I valori arcaici/tradizionali o il progresso? Quale sacrificio implica la scelta di una delle due e come se ne esce: vincitori o vinti? A questa domanda può ben rispondere la famiglia Toscano detta, secondo l’arte popolare siciliana della n’ciuria, Malavoglia!

Padron N’toni, capofamiglia dei pescatori Toscano di Aci Trezza e sostenitore dei valori tradizionali, assiste negli ultimi anni della sua vita alla rovina della sua famiglia sotto tutti i punti di vista. Dopo due naufragi del peschereccio di famiglia chiamato “Provvidenza”, la morte del figlio Bastianazzo (futuro capofamiglia) e della moglie, l’allontanamento dalla famiglia del nipote, il giovane N’toni il quale partito per il militare, a contatto con il mondo esterno, non riesce più a riconoscersi nel posto in cui è nato e cresciuto decidendo di non farvi più ritorno, Padron N’toni muore lontano dalla sua casa natale con una famiglia ormai distrutta e povera alle spalle.

L’universo arcaico dei Malavoglia costituito dalle tradizioni, dalla regolarità del ritmo della natura fatta di stagioni che scandiscono il lavoro dei campi e della pesca, da uno spazio rassicurante perché sempre uguale, è irrimediabilmente compromesso dall’irruzione della Storia (l’Unità d’Italia e la Rivoluzione Industriale) e dal suo tempo che non ha circolarità bensì è soggetto sempre al cambiamento in uno spazio che può essere considerato minaccioso in quanto non vi è niente di sicuro. In entrambi i casi, tuttavia, vi è la tremenda quanto necessaria lotta per la vita che determina quindi i vincitori e i vinti.

Da “La terra trema”

In un contesto siciliano sottosviluppato la cui legge regnante è quella dello sfruttamento, l’ideale altamente aulico è “la roba” ossia l’attaccamento ai beni materiali necessari per vivere dignitosamente. Una volta perduta per sempre “la roba”, Padron N’toni sopporta passivamente ciò che gli accade limitandosi al “mestiere che sà”, ragion per cui i Malavoglia restano indietro, incapaci di aderire ad un nuovo sistema, sordi alla divina chiamata del progresso. Assolutamente, vinti!

“I Malavoglia” viene pubblicato nel 1881 ma la data di pubblicazione non deve ingannarci perché Verga, attraverso i pescatori Toscano, ci parla di oggi. La sua modernità traspare nel senso di sfiducia nei confronti di un progresso che progredisce solamente a livello tecnico. Nulla a che vedere con la comunità, la sensibilità o i rapporti umani.

Al contrario, è una crisi comunitaria che trascina l’individuo in uno stato perenne di insoddisfazione materiale condita dal tentativo di migliorare la propria condizione. Il risultato? Un miglioramento non è sempre, quasi mai, possibile e questo porta alla sconfitta esistenziale. Oggi più che mai il divario tra vincitori e vinti è sempre più profondo e la sua forza motrice non è altro che un meccanismo cieco che schiaccia il più debole.

Chi sono i vinti di oggi?
Potrebbero essere i laureati o i giovani diplomati che si dimenano tra stage inconcludenti senza compenso e che non possono appoggiarsi a famiglie che detengono le famose conoscenze. Coloro che devono accontentarsi del lavoro in nero pur di andare avanti, coloro che non possono permettersi il lusso di crearsi delle aspettative.

Una visione, questa, pessimista e conservatrice? Non credo! Forse una lucida critica alla realtà, che Verga ha voluto sottoporci, che ancora una volta ci suddivide.

Per l’ultimo articolo di Giovanna Giallongo: Bel Ami.

di Giuseppe Cultrera

Il centenario della morte di Giovanni Verga (Vizzini 2 settembre 1840 – Catania 27 gennaio 1922) è occasione per ricordare uno dei grandi della letteratura italiana e per leggere o rileggere i suoi capolavori. Le novelle innanzitutto. Che hanno raccontato una Sicilia carica di passioni, di sofferta rassegnazione e sommessa rivolta: per nulla stereotipata. Basta citare qualcuno dei titoli – La lupa, Cavalleria rusticana – per arguire la pregnanza ed universalità del racconto (declinato pure per immagini suoni e parole).

rosso malpelo
Giovanni Verga, ritratto fotografico, busto (Catania, Villa Bellini), acquerello di Antonino Gandolfo

Incontrare la scrittura di Verga ed entrarci dentro è un percorso nell’anima antica della Sicilia e dei siciliani. Io l’ho incontrata al primo anno di Lettere, al corso monografico di Carlo Muscetta su Rosso Malpelo.
Il professore Muscetta era un napoletano sanguigno e un militante (come si diceva allora). Ma essenzialmente un affabulatore e un maestro di vita, prima che di letteratura.
Il libro ripiegato in mano, si alzava spesso dalla cattedra e si avvicinava alle prime file come a voler comunicare più incisivamente; alzava e modulava la voce, a seconda del momento narrativo o delle tematiche socio politiche connesse.

rosso malpelo
Carlo Muscetta

Non si riusciva a distrarsi durante le sue lezioni; neppure quando il discorso si attualizzava nelle ‘angustie’ del presente. Come quella mattina in cui irruppero nell’aula quelli del “movimento studentesco”, intimando al professore Muscetta, alle prese con la tecnica narrativa in Rosso Malpelo, «Tutti fuori, per la manifestazione contro la guerra nel Vietnam!». Posò il libro, confabulò animatamente per un po’ con loro e poi rivolto a noi, disse che la lezione finiva lì, che se volevamo potevamo andare in piazza a manifestare. Il professore era stato prima fascista per necessità, poi antifascista per convinzione, infine espulso e mandato al confino: conosceva le cento facce della oppressione dei più deboli e della privazione della libertà. Di Rosso Malpelo, prima che Verga ne raccontasse la vicenda, ne erano esistiti migliaia ed altrettanti ne sarebbero probabilmente seguiti.

rosso malpelo
“Caruso” siciliano al lavoro in una cava

Adesso comprendo che l’oppressione e lo sfruttamento operato dai più fortunati sui derelitti si evolve, perfino si delocalizza. E il siciliano Giovanni Verga – attraverso un costrutto sintattico e linguistico originale – evoca al mondo di oggi radici difficili da estirpare e sempre pronte a rigermogliare. La letteratura serve anche a questo.

rosso malpelo
Adattamento cinematografico della novella, 2007 Pasquale Scimeca