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di Giuseppe Cultrera

Il centenario della morte di Giovanni Verga (Vizzini 2 settembre 1840 – Catania 27 gennaio 1922) è occasione per ricordare uno dei grandi della letteratura italiana e per leggere o rileggere i suoi capolavori. Le novelle innanzitutto. Che hanno raccontato una Sicilia carica di passioni, di sofferta rassegnazione e sommessa rivolta: per nulla stereotipata. Basta citare qualcuno dei titoli – La lupa, Cavalleria rusticana – per arguire la pregnanza ed universalità del racconto (declinato pure per immagini suoni e parole).

rosso malpelo
Giovanni Verga, ritratto fotografico, busto (Catania, Villa Bellini), acquerello di Antonino Gandolfo

Incontrare la scrittura di Verga ed entrarci dentro è un percorso nell’anima antica della Sicilia e dei siciliani. Io l’ho incontrata al primo anno di Lettere, al corso monografico di Carlo Muscetta su Rosso Malpelo.
Il professore Muscetta era un napoletano sanguigno e un militante (come si diceva allora). Ma essenzialmente un affabulatore e un maestro di vita, prima che di letteratura.
Il libro ripiegato in mano, si alzava spesso dalla cattedra e si avvicinava alle prime file come a voler comunicare più incisivamente; alzava e modulava la voce, a seconda del momento narrativo o delle tematiche socio politiche connesse.

rosso malpelo
Carlo Muscetta

Non si riusciva a distrarsi durante le sue lezioni; neppure quando il discorso si attualizzava nelle ‘angustie’ del presente. Come quella mattina in cui irruppero nell’aula quelli del “movimento studentesco”, intimando al professore Muscetta, alle prese con la tecnica narrativa in Rosso Malpelo, «Tutti fuori, per la manifestazione contro la guerra nel Vietnam!». Posò il libro, confabulò animatamente per un po’ con loro e poi rivolto a noi, disse che la lezione finiva lì, che se volevamo potevamo andare in piazza a manifestare. Il professore era stato prima fascista per necessità, poi antifascista per convinzione, infine espulso e mandato al confino: conosceva le cento facce della oppressione dei più deboli e della privazione della libertà. Di Rosso Malpelo, prima che Verga ne raccontasse la vicenda, ne erano esistiti migliaia ed altrettanti ne sarebbero probabilmente seguiti.

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“Caruso” siciliano al lavoro in una cava

Adesso comprendo che l’oppressione e lo sfruttamento operato dai più fortunati sui derelitti si evolve, perfino si delocalizza. E il siciliano Giovanni Verga – attraverso un costrutto sintattico e linguistico originale – evoca al mondo di oggi radici difficili da estirpare e sempre pronte a rigermogliare. La letteratura serve anche a questo.

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Adattamento cinematografico della novella, 2007 Pasquale Scimeca