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Giuseppe Schembari

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di L’Alieno

Da tempo mi chiedo che senso abbia continuare a dedicare alcune vie importanti di Chiaramonte a certe figure molto discutibili della storia d’Italia. Per tramandarne quale memoria ai nostri posteri?

Come possiamo giustificare l’intitolazione del nostro Corso principale al “Re buono”, Umberto I, che di buono non aveva proprio nulla? Possiamo tacere della sua svolta autoritaria e della convinta adesione ai metodi assassini del Generale Fiorenzo Bava Beccaris che a colpi di cannone aveva sedato i moti di Milano del 1898? Diverse centinaia furono le vittime tra i manifestanti inermi che chiedevano pane e lavoro. Ma la dura repressione colpì anche la stampa e i partiti di opposizione. Furono arrestati circa 2.000 persone, fra cui diversi oppositori politici.
A termine di quella sanguinosa repressione il “macellaio di Milano” Bava Beccaris fu premiato dal “Re buono” con la nomina a Senatore del Regno e con la Croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia.

(Da sx in senso orario) Umberto I, il Generale Bava Beccaris e alcuni esponenti politici di opposizione arrestati durante moti di Milano del 1898

E dell’altro gran campione di casa Savoia, Vittorio Emanuele III, cui abbiamo intitolato un’altra via importante, cosa dovremmo ricordare? Le sue terribili colpe nel concedere il potere a Mussolini dopo la buffonata della “Marcia su Roma”? O la firma sulla vergogna delle leggi razziali? Oppure la disonorevole fuga da Roma verso Pescara e Brindisi, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943?

(Da sx) Vittorio Emanuele III insieme al Maresciallo Badoglio nel 1943

Altra figura oscura fu quella di Costanzo Ciano, titolare della via di ingresso della città dall’Arcibessi. Parliamo di un fascista della prima ora. Ministro del Duce, che nel 1922 partecipò alle violenze squadristiche che sfociarono nell’occupazione del Municipio di Livorno. Dopo il delitto Matteotti si segnalò per la dura intransigenza verso gli oppositori politici e nel perorare misure repressive straordinarie. Insomma, una figura di nazionalista conservatore e autoritario che non disdegnava nemmeno speculare e fare affari all’ombra del suo potere politico.

Costanzo Ciano in uniforme della regia marina

Non esiste una sola ragione per continuare ad intitolare le nostre strade a questa gente. E, per favore, mettiamo da parte la solita retorica del “fanno parte della nostra storia” o, peggio, della “cancel culture”. I simboli contano. Eccome.

Perché allora non reintitolare Corso Umberto al Presidente della Repubblica più amato dagli italiani: Sandro Pertini? E perché no la via Vittorio Emanuele III al grande Alcide De Gasperi o a Piersanti Mattarella? Per la via Ciano, poi, un’idea precisa l’avrei, più casereccia. Però in questo caso preferisco tacere per… conflitto di interessi.

(Da sx) Sandro Pertini e Alcide De Gasperi

di L’Alieno

Chiaramonte ombelico del mondo per un pomeriggio. Una Macondo degli iblei della più meridionale e periferica provincia italiana (siamo sul parallelo di Tunisi) che diventa d’un tratto l’epicentro di un grande evento (“Festacrante;”) con una rilevanza internazionale. Ovvero la presentazione de “Il romanzo della vita passata”. Autore l’“inafabeto” e geniale fu Vincenzo Rabito.

Domenica sera, finita la lunga maratona pomeridiana dedicata a don Vincenzo, immaginavo proprio lui, seduto in prima fila al Teatro Sciascia, a bocca aperta, godere della sfilata di studiosi osannanti i suoi memoriali. Senza riuscire a capacitarsi di tutta questa notorietà e interesse addirittura ai piani alti della cultura. Ma come potrebbe, lui, l'”inafabeto di Chiaramonte Qulfe” aver detto cose così interessanti per tutti questi “profesoroni”? E nella sua “descraziata vita” che ci trovano di così attraente tutti questi letterati, antropologi e storici? “Ma non ànno meglio cose da fare in questa ebica?” – direbbe, forse.

“Poie questa ‘rabetete’ e questo ‘rabetese’ che butana sono? Una parrata ammentata per besogno da uno che non à antato neanche alla prima alimentare, perché la mia madre non poteva compirare neanche li quaterne”. Una lingua piena di errori e di orrori grammaticali come può diventare oggetto di studio, passione e addirittura “malattia” per tanti, anche all’estero? “Devino essere tutti pazze questi abitante di questa bella ebica – avrebbe detto, probabilmente – dove il profesore ampara da uno inafabeto e si accatta macare i libri di questo inafabeto”.

Da parte sua si sarebbe accontentato (come ha scritto) che i suoi memoriali potessero diventare, per i figli e per i figli dei sui figli, un prezioso tesoro di esperienze a cui attingere all’occorrenza. Un “manuale di sopravvivenza”, come lo ha definito qualcuno, ad uso e consumo familiare. Un originale lascito insomma, non potendo trasmettere ricchezze in denaro o altro ai figli. Invece, queste memorie sono diventate un caso editoriale, forse due, adesso.

Tutte cose di un altro mondo. Incomprensibili per il povero “Dommincenzo” del XX secolo. O forse anche no. Perché “questo figlio Ciovanne mi à detto che questa mia passata vita era una vita preziusa, che la casa edetrice di Turino questo che aveva scritto io lo potevino poblicare, e cera di potere quadagniare assaie solde…”.

di L’Alieno

Una settimana dopo lo storico voto che ha consegnato l’Italia alla Meloni, il dibattito politico sembra assumere una piega surreale. Tante le critiche ai presunti provvedimenti di un governo che ancora non c’è e ad una Presidente del Consiglio ancora nemmeno nominata. I toni, millenaristici, sembrano essere ancora quelli della campagna elettorale, atti a delegittimare politicamente i vincitori: rei, di volta in volta, di prepararsi ad una seconda marcia su Roma, stravolgere la Costituzione in senso autoritario e imbottigliare olio di ricino. Nemmeno il buon senso di aspettare la costituzione delle camere e la formazione del nuovo governo. Siamo all’opposizione preventiva.

Giorgia Meloni (foto corriere.it)

Voltiamo pagina. Che la sinistra italiana sia in una profonda crisi di identità non lo si scopre oggi. Un problema antico iniziato con il crollo del muro di Berlino. Adesso la narrazione dominante, paradossale, prevede un solo responsabile della sconfitta: il PD. Presunto colpevole di ogni male della sinistra. Presunto azzerato da questa tornata elettorale.

E quali sarebbero le prove di questa storica disfatta? Forse i numeri? Non mi pare. Il tanto osannato Conte, ad esempio, capo di un partito padronale, che ha fatto e detto tutto e il contrario di tutto in questi 4 anni, ha perso circa 6 milioni di voti. Il PD 500 mila. E dovrebbe essere quest’ultimo a subire un’“OPA” dal primo degli sconfitti?

(Fonte: cise.luiss.it)

Ma la cosa più incredibile della vicenda è l’atteggiamento remissivo della dirigenza del PD che sembra rispecchiarsi acriticamente negli odiosi giudizi di chi lo vuole morto per dividersene le spoglie. Dai nani egoarchi Calenda e Renzi, con il loro misero 3,9% a testa, ai populisti a 5Stelle, fino alla strafallita sinistra antisistema da prefisso telefonico. Complici di questo pensiero distruttivo i soliti noti, tra livorosi ex, vecchie mummie e noiosi intellettuali di area. A completare il cerchio certa stampa capitanata da quel grande manipolatore che è Travaglio.

Un briciolo di orgoglio nel PD, tutt’ora primo partito dell’opposizione, imporrebbe sì un esame impietoso sugli sbagli indecenti della campagna elettorale, sì un doveroso ricambio ai vertici, sì nuove prospettive inclusive, nuovo lessico e diverso modo di comunicare, ma non la cancellazione di una storia politica che ha garantito al paese un equilibrio politico-istituzionale fondamentale in tempi difficilissimi. Occorrerebbe invece una personalità empatica, di rottura, che sappia impostare un lavoro innanzitutto centrato sull’identità socialdemocratica, che possa lavorare in pace e magari… donna. Elly Schlein?

Elly Schlein

Foto banner repubblica.it

di L’Alieno 

Ogni tanto fare un viaggetto in continente, preferibilmente in paesi di lingua tedesca, rinfranca lo spirito e aiuta a superare banali luoghi comuni. Ciò che ho cercato di fare nel mio “on the road” agostano di 2.000 km, in auto, a spasso per Austria.

Salto le considerazioni intorno al loro ben noto senso civico. Cose che sappiamo. Vado oltre. Sull’immigrazione, ad esempio. Quella che, nella narrazione della destra italiana, prefigurerebbe un’Italia letteralmente assediata nell’indifferenza dell’Europa. Come se tutta l’Europa fosse l’Ungheria di razza pura di Orban. In realtà a spingerci ad emettere questi giudizi avventati è solo una buona dose di ignoranza.

(Foto diblas-udine.blogautore.repubblica.it)

L’Austria ha oggi 1/4 di popolazione costituita da immigrati (compresa una quota di italiani) e fa sforzi eccezionali per le politiche di integrazione. Tantissimi i lavoratori stranieri che svolgono lavori dignitosi. Tante le attività commerciali in mano ad immigrati in diverse zone delle città. E a Vienna come a Graz, Innsbrouk o Salisburgo, le periferie non somigliano alle periferie ghetto degradate di tante altre città d’Europa. Ovvero, non esistono né balieu parigine, né kasbe marsigliesi, né esquilini romani.

Hundertwasserhaus è un complesso di case popolari costruite nel 1986 a Vienna dall’architetto Friedensreich Hundertwasser (foto paesionline.it)

Altro aspetto interessante. L’Austria ha saputo sapientemente coniugare passato, presente e futuro declinando il tutto in un’offerta quantomai ricca e variegata di attività culturali. Perché qui di cultura si è sempre vissuto (alla faccia delle stupidaggini del fu ministro Tremonti). Colpisce soprattutto l’apertura ai nuovi fenomeni e alle nuove tendenze dell’arte con le tante esposizioni e musei di arte moderna e contemporanea che richiamano appassionati da ogni dove. Tante le installazioni e le architetture modernissime perfettamente integrate pure nei centri storici: eclatante il caso del kunsthaus di Graz. Cose impensabili per il fondamentalismo conservatore delle Soprintendenze per i Beni Culturali italiane.

La Kunsthaus di Graz, progettata dagli architetti inglesi Peter Cook e Colin Fournier ed inaugurata nel 2003. Ospita continuamente mostre d’arte moderna

Ultime brevi considerazioni. In primis il loro essere molto avanti nella transizione ecologica: per trovare un sacchetto di plastica bisogna andare al museo. La seconda riguarda gli italiani qui emigrati: stanno benissimo e non hanno nessuna voglia di tornare in patria. Chissà perché. Infine un paio di appunti bizzarri. Gli austriaci prediligono i pagamenti in contanti, a volte con motivazioni pretestuose (tipo i tassisti romani). Il carburante costa quanto in Italia (lo dico per i complottisti nostrani). Ma i parcheggi costano un occhio della testa, a meno di avere una Tesla. E se hai una Tesla vai anche a 130km/h in autostrada. Musk è più potente di Soros!

La concessionaria della Tesla a Vienna (foto ecomento.de)

di L’Alieno

Metti due galletti (narcisi) nello stesso pollaio, un sondaggio compiacente che promette risultati (potenzialmente) mirabolanti e il terzo pollo, pardon, polo, è servito. Sembra tutto così facile per il duo Calenda-Renzi. L’assioma di partenza è che gli italiani siano centristi per natura e se gli dai il “contenitore” giusto (e il loro è il più giusto di tutti) non vedranno l’ora di riconoscersi tutti quanti lì, nel fantomatico “grande centro”, che come esclusiva identità e collante avrebbe la famosa “Agenda Draghi”.

I due estremisti moderati… (foto casateonline.it)

Mi chiedo di quale e quanta povertà è fatta ormai la politica italiana, se tutto inizia e finisce con un’agenda di respiro temporale cortissimo. E due leader, a presiederla, con caratteristiche di personalità incompatibili perché fin troppo simili nei difetti. Bene ha fatto Emma Bonino (che donna!) a defilarsi e dichiarare che non si possono smentire i patti sottoscritti a soli cinque giorni di distanza. Non è serio. Ma cosa è rimasto di serio nella politica di questo paese? Senza quasi più partiti (Dio fulmini i movimenti!) e a rimorchio di personalità disturbate? Lasciatemelo dire, la vera novità in questa contesa è la normalità di un Enrico Letta che non ha mai alzato i toni, non ha scomunicato mai nessuno e non ha mai desiderato fare l’azionista (dispotico) di maggioranza. Pur essendo l’unico leader a capo di un partito vero e certo di avere più voti di tutti gli altri messi assieme, da quel lato politico. Lontanissimo, per indole, dal “Lei non sa chi sono io!” di certo estremismo moderato.

Enrico Letta

Una nota di merito pure a Fratoianni e Bonelli, che pur rivendicando con giusto orgoglio l’ala sinistra dello schieramento progressista, come portatori di istanze più legate ad una precisa identità sociale, si sono dimostrati né snob, né dogmatici, né afflitti da quello storico ed insopportabile complesso di superiorità che opprime da sempre l’intellettualismo di sinistra e certo (storico) populismo della stessa specie (Bertinotti). Area politica oggi rapprentata da gruppuscoli politicamente irrilevanti, da un lato, e più corposamente dal qualunquismo dell’“avvocato del popolo”, dall’altro. Quest’ultimo patrocinato dal solito comico vate e dal Signor “Io sono la Via, la Verità e la Vita” de “Il Fatto Quotidiano”. Dio (quello vero) ce ne scansi e liberi.

di L’Alieno

Da vecchio liberale, fossi stato tedesco, non avrei avuto difficoltà a votare la destra di Merkel. Ma come si fa a votare in Italia un diversamente liberale all’amatriciana come Berlusconi? Cosa dovrebbe rappresentare a 85 anni, dopo che ad uno ad uno i moderati del suo partito lo stanno salutando tutti?

Primo populista della politica italiana, “Putiniano” in politica estera, indifferente ai diritti civili, liberista nei giorni pari, statalista in quelli dispari, libertino sempre. È l’accrocco confuso a cui si riduce il suo ideale politico “liberale”. Figuriamoci il resto della compagnia di destra tra “Dio, patria e famiglia”, madonne, rosari, antiabortismi, negazione dei diritti e simpatie per Orban.

Silvio Berlusconi (foto European People’s Party da flickr)

Ma cambiamo pagina. A sinistra il liberal del momento pare Carlo Calenda, che ha oscurato la stella (liberal) di Renzi. Anzi, diciamo che quest’ultimo si è oscurato tutto da solo.
“Qui si fa come dico io!” tuona contro il povero PD, un giorno si e l’altro pure. Nessun dialogo con gli ex grillini di Di Maio e con la piccola ala sinistra di Fratoianni.

Qualcuno ha definito Calenda con il simpatico ossimoro di “estremista moderato” (e in effetti gli calza a pennello). Ma oltre all’arroganza del “qui si fa come dico io!”, quale sarebbe la sua strategia per battere la destra? Anzi, ha una strategia per battere la destra? A me qualche dubbio viene. Sondaggi alla mano, con il sistema parzialmente maggioritario uninominale, la destra unita vince. Mentre Calenda sembrerebbe solo interessato ad arrivare ad una percentuale a doppia cifra, magari per giocarsi la futura leadership progressista. Tanto l’oggi è andato già a Meloni.

Carlo Calenda (foto Lucamaiella da Wikipedia)

Il pericolo è che arrivi a vincere soltanto il primo premio per chi ce l’ha più grosso (l’ego). Premio già vinto da Renzi in passato. Mentre il Conte castiga-draghi, l’ex “avvocato del popolo” tornato a fare l'”avvocato del popolo”, rischia la completa irrilevanza. Nonostante il titanico sforzo dell’unico sponsor (Il Fatto Quotidiano) per farlo apparire il più grande statista italiano dopo De Gasperi.

Discorso a parte per la sinistra antisistema. Quella ortodossa, puritana, dogmatica, comunisteggiante e pure frammentata in dieci diverse sigle insignificanti. Farà la solita (solitaria) fine che ha sempre fatto, con Santoro e senza Santoro: una serie di zero virgola qualcosa che saranno interpretati come sicura base di partenza per un immancabile radioso futuro. Amen.

Michele Santoro (Foto Paolo Benegiamo da flickr)

Foto banner e social Assianir da Wikipedia

di L’Alieno

Siamo a 8 milioni di euro circa. È il mostruoso ammontare dell’evasione dei tributi comunali nella piccola Chiaramonte. Se si pensa che i debiti complessivi ammontano a “soli” 6 milioni, si comprende perfettamente come potrebbe essere sanato lo squilibrio dei conti. Ci arriverebbe anche un bambino delle scuole elementari, ma non chi ha governato la città. Perché, capite bene, esigere il pagamento delle tasse sarebbe stata pratica assai rischiosa per chi voleva essere rieletto sindaco. Soprattutto vicini alle elezioni.

Hai voglia adesso a tentare di uscire dal “rispettoso silenzio” (eufemismo per dire “triste dimenticatoio”) e tentare di giustificarsi sui social in un ardimentoso quanto temerario arrampicamento sugli specchi (si ode ancora l’eco della grattata delle unghie). Il tutto, badate bene, per non nominare nemmeno una volta, nel solito post logorroico, l’unica evidente verità: il problema sono gli evasori dei tributi. Sarebbe stata però un’ammissione di colpa, per non aver fatto nulla per ripristinare la legalità.

Evitare di riscuotere i tributi è la misura populista più vigliacca che si possa immaginare. Quella che avalla e premia la furbizia perché pensa di ottenerne un’immediata contropartita nel facile consenso. Tanto c’è la scusa del Covid. Lo diceva anche Draghi: “Non è il momento di prendere soldi ai cittadini”. Capite il rovesciamento del senso di quelle parole? Non era un invito a non pagare, ma così è stato interpretato.

Dalle indiscrezioni che circolano, quasi il 50% dei cittadini non paga l’acqua, circa il 38% la Tari, per l’Imu siamo al 20%, più o meno.
Comprensibile che tanti abbiano avuto serie difficoltà nei comparti più colpiti dalla crisi. Ma come la mettiamo con quelli legati all’agricoltura e all’allevamento, trainanti per l’economia iblea, e che hanno incrementato pure gli affari? E quello edile con i bonus e i superbonus? E quello della piccola e grande distribuzione alimentare? E chi vive a stipendio (o in pensione) della pubblica amministrazione? Troppa gente ci fa in questo gioco a nascondino.

(immagine triesteprima.it)

Chi lamenta sempre miseria, ma ci manda i selfie dalle vacanze esclusive. Chi accampa diritti, ma di doveri nemmeno a parlarne. Chi odia “l’alieno” Draghi e invoca le “cicale nazionali” (e locali) che amano l’estate: “serate lunghe e progetti a breve” (scrive Severgnini). Con ogni probabilità sono loro gli “sperti” che continuano a farci fessi non pagando le tasse. La demagogia della politica (locale) fa il resto.

di L’Alieno

Il prossimo 15 novembre saremo 8 miliardi su questo pianeta e nel 2023 l’India supererà la Cina come Paese più popoloso del mondo. Lo scrive un report delle Nazioni Unite. Stando alle previsioni, la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere gli 8,5 miliardi nel 2030 e quasi 10 nel 2050. Numeri da febbre alta per un mondo che non ce la fa più a reggere gli effetti collaterali di una presenza così numerosa e vorace di bipedi menefreghisti.
Checché ne possano dire i religiosi, con il loro credo irragionevole, i figli dell’uomo non sono più una “benedizione”. O almeno non lo sono più da tempo nella gran parte della superficie terrestre, tra guerre, povertà, disastri ambientali e selvaggio depauperamento delle risorse naturali.

(Foto Eak K. da Pixabay)

Hai voglia a dire che “il problema è un altro” (i problemi sono sempre altri, se ci fate caso). Che se magari si spendessero buona parte dei soldi per gli armamenti in cibo, sviluppo e istruzione… Se magari diventassimo tutti un pochino più morigerati nel nostro stile di vita, sarebbe tutta un’altra storia. Si, certo. Sarebbe tutta un’altra storia se l’uomo non fosse l’uomo. Ma il nostro pianeta ha a che fare con quello che siamo (e saremo), non con quello che saremmo potuti essere (e potremmo essere). Non ha senso continuare a raccontarci favole tipo “decrescita felice”.

Il fatto è che esiste in noi, tutti noi (sebbene in misura variabile), un gene ineliminabile di “egoismo stronzo” . Elemento che ha la sfortuna di sommarsi da individuo ad individuo. Ecco perché a furia di addizionarsi, per un totale di quasi 8 miliardi di bipedi, il pianeta è diventato invivibile. Ecco perché non c’è nulla da festeggiare ad essere così numerosi. Anzi, urge subito una politica di controllo mondiale delle nascite, soprattutto nei paesi più poveri e sovrappopolati del pianeta.

(Foto tg24.sky.it)

La Terra è troppo piccola per poter continuare a sopportare la moltiplicazione del genere umano (e dei suoi congeniti vizi). Non occorre la palla di vetro per immaginare nuove orribili guerre per accaparrarsi le scarse risorse disponibili. E questo genererà massicce dosi aggiuntive di sofferenze per l’umanità stessa e tutto il pianeta.
Nell’eterna lotta tra bene e male, dal punto di vista della Terra (e dei suoi abitanti non umani), il problema siamo proprio noi, il male siamo noi.

di L’Alieno

Oh Dio! Quanto tempo è passato? Alla notizia della morte di Luciano Nicastro, mio indimenticato professore di storiafilosofia al liceo, mi sono piovuti addosso una valanga di ricordi e pensieri riposti alla rinfusa, in un vano ormai polveroso della memoria.

Socialista onestissimo (cosa affatto scontata ai tempi, mi si conceda la battuta), “cattolico adulto”, per usare un frizzo prodiano di almeno un ventennio dopo, sei stato uomo e professore fuori dagli schemi. Un fuoriclasse. Entravi in aula nelle fredde giornate d’inverno con il tuo mitico colbacco e il pizzetto ancora nero. Mi ricordavi un intellettuale russo, dissidente, materializzatosi in terra iblea chissà per quale magia.

Uno sguardo di pochi secondi alla classe, un sorriso sornione e subito giù con la prima battuta sul primo “malcapitato”. Battute simpaticamente ironiche le tue. Taglienti, ma mai offensive per nessuno. A volte autoironiche, come quel giorno di pioggia, lì, vicino alla finestra, a pochi mesi dalla formazione del governo Craxi… “piove, governo ladro!”, esclamasti, interrompendo la lezione tra le nostre risate.

Non ricordo mai un tuo urlo. La tua auterovolezza era così fortemente percepita in classe che ti bastava un segno della mano per avere l’attenzione e far cessare ogni brusio. Non avresti sfigurato nell’antica Grecia, a discutere con Platone o Aristotele. Anche se il mio ricordo più bello sono state le tue lezioni su Kant, il quinto anno. Si studiava quasi in esclusiva sui tuoi appunti e per responsabilizzarci esigevi soltanto volontari nelle interrogazioni. Funzionava alla grande.

Luciano Nicastro (secondo da destra) in un pubblico dibattito a Chiaramonte a fine anni ’70

L’amore per la filosofia per me fu questione di un attimo. Dalla prima lezione. Dal primo quarto d’ora. Mi ricordo persino i pensieri di quel primo giorno. Per quale bestialità la filosofia si studia solo a partire dal terzo anno di liceo? Già, domanda tutt’oggi senza risposta. O forse no. Non sia mai si possa imparare a ragionare troppo in fretta o, comunque, troppo… Meglio fare spazio a materiucole più “pratiche” o alla religione.

Ti ho rivisto dopo tanti anni a Chiaramonte, circa un decennio fa, in una serata di quella che fu una buona idea: il “Festival di filosofia”. Mi riconoscesti quasi da subito: “don Peppino?” Il pizzetto era diventato bianco, i (radi) capelli pure, ma lo stile sempre quello: inimitabile.
Buon viaggio, professore. Grazie per esserci stato. La terra ti sia lieve.

L’Alieno è una rubrica settimanale tenuta da Giuseppe Schembari (vecchio allievo di Luciano Nicastro al Liceo Scientifico “E. Fermi” negli anni ’80).