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gruppo di lettura Chiaramonte

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di Giovanna Giallongo

La confraternita dell’uva è un romanzo di John Fante pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1977. È un libro che scorre via facilmente e non si risparmia nel tratteggio di una realtà cruda. Vera.
Il romanzo presenta una prosa fluida e autentica da cui lascia filtrare i problemi e le tradizioni di una famiglia italo-americana forse, a volte, troppo stereotipata. Già dalle prime pagine si avverte un’aria fatta di tensione e rabbia i cui toni e le situazioni che si innescano portano alla ribalta, fin da subito, il famigerato Nick Molise. Ma chi è costui?

Personaggio granitico, dispotico, terribile. Pessimo padre, pessimo marito, ottimo muratore fin troppo orgoglioso delle sue opere edili, uomo dedito al vino e alle donne tranne che alla sua: lui è Nick Molise, quell’uomo da cui una famiglia intera cerca di stare alla larga ma che, in fin dei conti, non ci riesce poi così tanto. La moglie inneggia al divorzio, stanca ormai dei continui tradimenti subiti; i figli sono in continua lotta soprattutto con sé stessi: tra l’incudine della figura paterna che, anche se in malo modo, li ha cresciuti e il martello della frustrazione.

John Fante (1909 – 1983)

Troppi sogni infranti a causa della cecità morale di un padre che altro non vedeva se non il fondo di un bicchiere e le curve irresistibili delle donne. Troppa solitudine sollecitata dalla paura per quel padre che si era fatto sordo dinanzi al richiamo dei sentimenti buoni, protettivi. Semplicemente paterni.
Nick Molise è un catalizzatore di sentimenti estremi che generano rabbia, rancore. È l’incarnazione dei vizi capitali che trova posto e comfort in un gruppetto di amici che funge da portale magico per raggiungere un’altra realtà, una dimensione in cui non esistono obblighi verso moglie e figli. Dunque, cosa resta di buono in tutto ciò?

Henry Molise – il figlio primogenito scrittore allontanatosi da giovane dal nucleo familiare – ritorna fisicamente nei luoghi della sua infanzia ripercorrendo strade note ormai dimenticate, vivendo momenti quasi surreali con un padre che, al culmine della vita, mostra delle debolezze: crepe profonde sui muri apparentemente incrollabili del suo Ego. Per la prima volta, Henry è costretto a fronteggiare un aspetto paterno che non avrebbe mai pensato di vedere: la sua umanità. Un uomo forse marcio per la massima parte ma che conserva delusioni e speranze che sanno di semplicità e innocenza. Henry rivaluterà il padre ricostruendo approssimativamente un rapporto che ormai è destinato ad essere consegnato alla storia senza grandi miglioramenti; subirà un’involuzione quasi per osmosi e un cedimento irrazionale che altro non richiama se non il marchio genetico sociale.

L’intero gruppo di lettura è stato coinvolto nel viaggio all’interno della famiglia Molise. Apprezzata sicuramente da tutti la scrittura agile, secca, ironica e priva di schemi dell’autore, ci si è divisi invece sulla caratura e l’originalità complessiva dell’opera: nulla di memorabile e distante dal “capolavoro” per alcuni, notevole per altri. I temi che affronta Fante, anche se conditi da ironia e schiettezza, hanno acceso lo spirito critico del gruppo soprattutto sull’aspetto psicologico del protagonista principale. Un vero e proprio ventaglio di opinioni variopinte che rende sempre interessante e godibile l’incontro mensile.

di Lucia Battaglia

“Il tuo intento sia dirigere la malevolenza verso i suoi vicini immediati, verso coloro che incontra ogni giorno, e di cacciare la benevolenza lontano, nella circonferenza remota, verso gente che non conosce. La malevolenza diventerà così perfettamente reale, la benevolenza in gran parte immaginaria […] Noi vogliamo mandrie che finiranno per diventare cibo; Egli vuole servi che diverranno, infine, figliuoli. Noi vogliamo assorbire, Egli vuol concedere in abbondanza. Noi siamo vuoti e vorremmo riempirci: Egli possiede la pienezza e trabocca”

Lettura del mese di giugno della nostra “Pizza letteraria” è stata “Le lettere di Berlicche” di Clive Staples Lewis. Un autore anglosassone, vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, che ha una biografia ricca di cambiamenti riguardanti il suo rapporto con la religiosità e il credo cristiano anglicano. Cresciuto in un ambiente religioso e praticante se ne allontana all’età di 15 anni e per circa 30 anni, per poi tornare all’antica fede.

Clive Staples Lewis (1898 – 1963)

L’originale opera è stata scritta dopo il periodo di ateismo ed il tema, al di là dell’apparente paradosso, è la fede. Perché parlo di apparente paradosso? Il libro nasce come libro satirico con l’intento di raccontare la dottrina cristiana per antitesi, muove quindi da un’idea geniale, assumere il punto di vista del diavolo (Berlicche appunto) che istruisce un giovane ed inesperto demone (Malacoda) sulle tecniche atte a dannare l’animo umano del “paziente”.

L’autore riesce purtroppo soltanto per le prime 5 lettere a mantenere uno spassoso andamento con delle trovate ingegnose e divertenti del punto di vista del demonio. Dalla sesta lettera però si smarrisce, o per meglio dire, smarrisce questa verve ironica e in preda a una sorta di delirio mistico non riesce più a tenere fermo il punto di vista del e sul demonio, cade così nella facile trappola di parlare di Dio.

Il tono salace si trasforma gioco forza in tono pedante e catechetizzante e quella che era apparsa una trovata brillante scivola lettera dopo lettera verso una deriva che non esito a definire noiosa. Certo, i giudizi in seno al Gruppo di lettura non sono stati così univoci né così uniformemente negativi. Qualcuno ha trovato le prime lettere inquietanti al punto da provocare una sorta di “senso di colpa” per ritrovarsi quasi a condividere il punto di vista del demonio, mentre ha apprezzato in parte le lettere a seguire proprio perché improntate ad un fine pedagogico (o spudoratamente indottrinante, nella versione più critica) che rivela lo scopo ultimo dell’autore appena riconquistato al cristianesimo.

Un libro che ci ha diviso nei giudizi. Da una parte atei e agnostici, dall’altra i credenti. Dibattito vivacissimo, dunque, che ha cementato ancora di più il gruppo per la consapevolezza che la vera ricchezza risiede nelle differenze, nella disomogeneità e nel rispetto per i distanti e (a volte) inconciliabili punti di vista.

di Salvina Benato

Asylum. È il titolo originale del libro scelto dal gruppo di lettura lo scorso mese di febbraio e sta a indicare “ospedale psichiatrico”. Ed è proprio in un manicomio che è incentrata “Follia” di Patrick McGrath. Un romanzo psicologico che vede Stella, moglie del vicedirettore del manicomio criminale, rompere le catene di una vita monotona unendosi, in un impeto di passione, ad Edgar, un paziente uxoricida.

La sua voglia di libertà viene catapultata nello squallore di un rifugio. Viene spazzata via l’iniziale euforia, mentre paura e sconcerto cominciano a spingerla in un baratro sempre più buio e profondo e verso la perdita della sua stessa identità. Edgar è affetto da frequenti crisi di rabbia. Ossessione, follia, gelosia morbosa, violenza si riversano anche nella sua arte nel desiderio di raggiungere la perfezione.

Patrick McGrath (foto wikipedia)

La narrazione ci spinge a cercare qualcosa di razionale nei gesti istintivi e anticonvenzionali dei suoi personaggi che sfuggono alla “normalità”. I personaggi con i loro comportamenti e la loro storia provocano in noi emozioni contrastanti, tra coinvolgimento emotivo e ricerca di un senso nei loro comportamenti. Lo stile è pacato e questa sensazione è aiutata dal fatto che il narratore è uno psichiatra e ci racconta ciò che è successo senza evidente emozione.

Una scena del film Asylum, trasposizione cinematografica del romanzo

Ci sono tutti gli elementi del romanzo gotico i cui temi narrativi trattano di storie d’amore e di terrore, dove il termine gotico indica le gioie date dalle emozioni estreme. Le descrizioni degli ambienti sono vivide e l’autore ci fa visualizzare ogni scena per tutto il romanzo, anche questo elemento gotico crea l’atmosfera.

Il romanzo è piaciuto alla maggior parte del gruppo per la narrazione e per l’intricata storia d’amore, anche se qualcuno ha fatto notare la costruzione, eccessivamente artificiosa, tipica dei best sellers, atta ad aspirare ad un successo commerciale più che ad ottenere un nobel per la letteratura.

(Immagine unmondofattodilibri.blogspot.com)

di Simona Canzonieri

Il libro scelto dal Gruppo di lettura di Chiaramonte Gulfi, per il mese di Giugno, è stato “Gli indifferenti” di Alberto Moravia. Pubblicato nel 1929 a spese dell’autore appena ventiduenne. “Gli indifferenti” segna l’inizio della sua lunga e prolifica carriera da scrittore.

Il romanzo, con una forte impostazione teatrale, apre il sipario sugli Ardengo, una famiglia borghese ridotta sul lastrico e succube delle manipolazioni di un usuraio senza scrupoli, Leo Merumeci. La madre, Mariagrazia, amante di vecchia data del suo stesso strozzino, vive in una bolla irreale fatta di infantili gelosie, feste di gala, vestiti nuovi e cappellini. La figlia, Carla, profondamente annoiata dalla quotidianità ipocrita e fittizia in cui è costretta a vivere, trova nelle avances di Leo una possibilità di fuga, e alla fine accetterà di sposarlo nonostante la chiara consapevolezza di andare incontro ad un destino per nulla diverso da quello della madre, fatto di inganni e freddi giochi di potere.

Un giovanissimo Alberto Moravia negli USA

E poi c’è Michele, il figlio, l’alter ego di Moravia, colui che più lucidamente di tutti riesce a vedere la ridicola meschinità della maschera che tutti indossano ogni giorno. Michele comprende cosa si dovrebbe pensare e fare per essere autentici, capisce l’impossibilità di una vita lontana dalla verità ma allo stesso tempo non riesce a trovare dentro di lui la forza necessaria per l’azione sovversiva, per fermare e ribaltare tutto. A bloccarlo in questo tormento senza uscita è l’indifferenza, la profonda mancanza di senso che avverte dentro.

Claudia Cardinale nei panni di Carla e Tomas Milian nei panni di Michele. “Gli Indifferenti” (film diretto da Francesco Maselli, 1964)

Il libro, di semplice e scorrevole lettura grazie ad un linguaggio asciutto e senza fronzoli, non si presta però ad una facile interpretazione. Ciò è emerso subito durante il nostro incontro, dove ben lungi dall’avere un parere unanime, i partecipanti si sono subito schierati tra difensori e detrattori – o per meglio dire demolitori – del romanzo. Per alcuni un libro vuoto, fatto solo di chiacchiere inutili, che non si risolve in nulla e nulla lascia addosso; una visione della donna pessima, persa tra dinamiche di potere che la sovrastano e illusorie fantasticherie; un estenuante ed ansiogeno crogiolarsi nella propria impotenza che lascia un senso di frustrazione nel lettore.

Alberto Moravia (Foto dal Fondo Paolo Monti, proprietà BEIC)

Per gli altri un romanzo potente in cui Moravia ha saputo alzare la spessa cortina del perbenismo borghese e, senza filtri, ci lascia guardare, quasi con voyeuristico piacere, le miserie umane di chi ha perso per strada ogni senso di lealtà e onestà verso se stesso e smarrito le proprie “verità”. Miserie umane trasversali ad ogni epoca e ad ogni classe sociale. 

Per stessa ammissione dell’autore, l’intento de “Gli indifferenti” non era quello di realizzare un ritratto impietoso di una classe sociale (la borghesia) di cui lui stesso faceva parte, ma di scrivere un romanzo che avesse l’anima della tragedia. Un romanzo che mettesse in luce il tormento interiore di un uomo – Michele – e in parte anche di una donna – Carla – combattuti tra la propria intima “verità” e quella socialmente e fittiziamente costruita.

Edvard Munch, “Evening on Karl Johan Street” (1892)

Gli eroi tragici di Moravia però sono eroi mancati, perché il tempo in cui lo scrittore scrive non è più quello dei grandi ideali, delle passioni ardenti che smuovono l’animo, ma quello della decadenza, intellettuale prima che morale. E se l’azione perde la sua giustificazione morale, dettata da credenze radicate profondamente nell’animo, forse l’indifferenza resta l’unica risposta possibile all’amoralità di una cultura decadente.

La prima edizione de “Gli Indifferenti” (1929)