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Il giardino dei Finzi-Contini

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di Vito Castagna

Quest’oggi non vi presenterò una recensione, bensì una diatriba che attraversò la stesura di uno dei più bei film italiani e forse tra i più riconosciuti su scala internazionale, “Il giardino dei Finzi-Contini”.
Ben 52 anni fa, correva l’anno 1970, un’intervista di Giorgio Bassani pubblicata sull’Espresso scuoteva il cinema italiano, che in quegli anni stava vivendo uno dei suoi periodi migliori.

Giorgio Bassani

Bassani non era uno scrittore qualsiasi, era il padre di uno dei romanzi più influenti della seconda metà del Novecento, “Il giardino dei Finzi-Contini”. In quelle pagine, le vicende che la comunità ebraica di Ferrara affronta durante gli ultimi anni del Fascismo vengono osservate attraverso un gruppo di giovani, ebrei anch’essi, che si incontrano nel giardino della ricca famiglia Finzi-Contini. Giorgio, protagonista nonché alter ego dell’autore, vive una relazione ambigua con Micol Finzi-Contini, nella quale amicizia e amore si fondono e al contempo si respingono.

Scritto nel 1962, il romanzo ricevette sin da subito una calorosa accoglienza da parte del pubblico. Il regista Valerio Zurlini ne colse le potenzialità e propose alla casa produttrice Documento Film di acquistarne i diritti per la realizzazione di una pellicola. Lo stesso Zurlini venne incaricato di stendere una sceneggiatura ma il risultato non convinse né Bassani né i produttori stessi. A detta dell’autore ferrarese, la stesura fondeva molte delle sue opere, creando un vero e proprio pasticcio letterario.

Valerio Zurlini

Ma le sfortune del riadattamento cinematografico erano appena cominciate. La sceneggiatura venne arrangiata da diversi professionisti senza mai raggiungere un risultato soddisfacente. Nel 1970, il progetto passò a Vittorio De Sica e la stesura del copione venne affidata a Vittorio Bonicelli e a Bassani stesso.

Gli espedienti escogitati dai due sembravano non tradire la complessità del romanzo. Eppure, nonostante un primo via libera da parte della Documento, le riprese cominciarono senza tener conto del lavoro svolto dai nuovi sceneggiatori. La linea seguita da De Sica fu quella tracciata da Ugo Pirro, che aveva escluso dal film l’antefatto e aveva inserito scene estranee al romanzo.

Vittorio De Sica

La pellicola de “Il giardino dei Finzi-Contini” era sventrata in due tronconi: rappresentare gli anni tumultuosi che portarono alla deportazione ebraica e l’amore non corrisposto tra Giorgio (Lino Capolicchio) e Micol (Dominique Sanda), snaturando quella che era una relazione cardine nel romanzo. In particolare, la scelta di far catturare il padre di Giorgio, interpretato da Romolo Valli, quando nel testo ciò non era stato scritto e, per dirla tutta, nemmeno accaduto nella realtà, spinse Bassani a chiedere di non essere inserito tra gli sceneggiatori.

Lino Capolicchio e Dominique Sanda

Come apprendiamo dal diario di Capolicchio, Bassani ne fu particolarmente amareggiato: “da quel momento si è sempre schierato contro il film. Nonostante i premi, il successo mondiale, Bassani non l’ha mai digerita; è venuto sul set, un giorno mi ha anche accompagnato a casa, aveva molte perplessità: ‘De Sica è un grande regista, ma dubito davvero che emerga il senso autentico del romanzo‘”.
A questa rottura seguì la stesura di un saggio dal titolo quanto mai eloquente, “Il mio giardino tradito”, che precedette l’intervista per l’Espresso.

Nonostante tutto, il film di De Sica riuscì a vincere l’Orso d’Oro nel 1971 e l’Oscar come miglior film straniero l’anno successivo. Uno strano epilogo per quello che si preannunciava un disastro assicurato, così attanagliato da dissapori e incomprensioni. Un messaggio tradito eppure così maledettamente iconico.