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Industria della pece e dei bitumi

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di Giuseppe Barone

A differenza delle tre “rivoluzioni agrarie” (l’enfiteusi del XVI secolo, le colture arboree del XIX, la produzione serricola del XX), il processo di industrializzazione in provincia di Ragusa è stato un fenomeno recente e con due differenti modelli di sviluppo. La tradizionale struttura protoindustriale ed artigianale dell’ex Contea è stata sconvolta dalla scoperta del petrolio nel 1953 ad opera della Gulf e dalla contemporanea speranza di poter impiantare in terra iblea un polo petrolchimico a ciclo integrale.

L’oro nero che cominciò a fuoruscire dalle viscere della terra in contrada Tabuna innescò la prima vera “rivoluzione industriale”, modificando in modo traumatico quadri ambientali, valori patriarcali e mentalità collettive: una rapida modernizzazione ben analizzata nel volume “Ragusa comunità in transizione” curata dai sociologi Anna Anfossi e Francesco Indovina nel 1959. Il vecchio mondo dei “picialuori” ragusani tramandato dai mesti versi del poeta Vann’Antò venne soppiantato da una moderna industria estrattiva con tecnici ed operai qualificati. La grande industria penetrava nell’estremo Sud anticipando di qualche anno i poli petrolchimici di Siracusa e Gela creati dall’intervento straordinario dello Stato.

L’illusione di trasformare questa parte della Sicilia in una sorta di eldorado texano, tuttavia, si scontrò ben presto con difficoltà tecniche e finanziarie, per la scarsa consistenza del giacimento, per i contrasti municipalistici alimentati dalla concorrenza tra il cementificio privato dell’ABCD nel capoluogo e quello regionale dell’Azasi a Modica. Si tratta di una storia documentata da Saverio Terranova e da Angelo Battaglia ( “Una Provincia di Sicilia”, Bonanno 2013 ), con conflitti municipali e lotte politiche che meriterebbero di essere indagati. Comunque l’uscita di scena della Gulf e l’intervento dell’Eni negli anni ‘60 non migliorò la situazione endemica di crisi e nell’arco di un trentennio la grande industria petrolifera si dimostrò assai meno produttiva dell’“oro verde” delle campagne.

Negli anni ‘80 falliva definitivamente la verticalizzazione petrolio-asfalto-cemento e con essa il sogno “americano” di un modello di sviluppo trainato dall’industria pesante. A quel sogno si erano aggrappati i partiti della prima Repubblica, dalla DC allo stesso PCI, ai sindacati protagonisti sconfitti di una ventennale “vertenza Ragusa” basata sull’assistenzialismo pubblico. Alla fine furono smantellati anche la ferriera FAS di Pozzallo e l’intero settore minerario ragusano. Si chiuse una stagione, che lasciava irrisolti conflitti sociali e problemi economici. Sembrava un ciclo breve e senza orizzonte, invece stava cambiando tutto.

Quello che rimane della storica industria di derivati bituminosi “Ancione”, a cui il meritorio “Festiwall” ha cercato di ridare nuova vita con l’arte

Mentre politici, sindacati ed Enti locali combattevano sui tavoli regionale e nazionale una battaglia senza “chances” di successo, prendeva forma una seconda e silenziosa “rivoluzione industriale’ trainata dalla crescita spontanea della piccole e medie imprese destinate a diventare il fiore all’occhiello dell’economia provinciale. Questo autoctono “miracolo”, che è il frutto originale della ben nota laboriosità iblea, ha mosso i primi passi già nel corso degli anni ‘80 grazie alle leggi regionali sulle zone artigianali e sulle Aree di sviluppo industriale (1978-1985) ed è stato accompagnato dall’attenta regìa di alcune organizzazioni datoriali (soprattutto la CNA, Confederazione nazionale dell’Artigianato).

La sede della CNA a Ragusa

Esso ha dato vita ad un circuito virtuoso di imprenditoria manifatturiera che nel 2005 contava circa 5.000 imprese con 12.000 addetti: non a caso, il Rapporto Tagliacarne dell’ Unioncamere collocava a quella stessa data la Provincia di Ragusa al diciottesimo posto in Italia, e addirittura al primo posto nel Mezzogiorno per numero d’imprese rispetto alla popolazione. Pietra e marmo, alluminio, edilizia, industria agroalimentare e sevizi, espandevano una seconda rivoluzione industriale: un autentico successo, che secondo il sociologo Arnaldo Bagnasco accostava il “modello Ragusa” alle più avanzate esperienze tosco-emiliane della “terza Italia”.

La zona industriale di Ragusa

In un saggio del 2009 (“Le PMI nell’area di libero scambio”, edizioni Franco Angeli) ho sottolineato le tre caratteristiche originali della nuova realtà produttiva iblea. In primo luogo, a differenza del passato, le PMI ragusane non sono mai state dipendenti da multinazionali o dalla grande industria delle Partecipazioni Statali, né si sono configurate come semplice indotto dei poli petrolchimici (come nel caso di Siracusa e di Gela) in quanto legate alle subforniture, ma hanno conquistato in modo autonomo spazi di mercato e committenze in diversi settori merceologici attraverso un percorso virtuoso ed “endogeno” dall’artigianato di qualità all’industria. In secondo luogo un tale tessuto produttivo ha trovato linfa e radici profonde nella “rete” delle relazioni fiduciarie e nel cosiddetto “capitale sociale” del territorio, nelle tipiche virtù di lavoro e risparmio dei suoi abitanti, nel tradizionale clima di sicurezza pubblica e di legalità: la cosiddetta “provincia babba” si è rivelata un incubatoio prezioso di imprenditorialità.

Localizzazione dei distretti produttivi siciliani (Fonte: Strumenti di governance per l’attuazione della politica regionale comunitaria. Il caso Sicilia. 2008. Giuseppe Timpanaro e Domenico Spampinato)

La crescita spontanea delle piccole e medie imprese (PMI), infine, si è concentrata in prevalenza in alcuni settori come quelli del legno e della pietra (Modica e Comiso) dell’alluminio (Ragusa), dell’agroalimentare (a cominciare dal polo avicolo) e del terziario avanzato (commercio e turismo) che hanno posto le premesse di veri e propri “distretti produttivi” in analogia a quelli del Nord-Est, pur con significative differenze che nell’ultimo decennio hanno rappresentato alcuni limiti del “modello Ragusa”. Limiti aggravati dalla crisi generale che oggi occorre superare con intelligenza politica e visione internazionale. Non è per nulla facile, ma sono queste le ineludibili sfide da affrontare e vincere per competere sul mercato globale del XXI secolo.

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