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Juan Tomas Enriquez Cabrera

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di Paolo Monello

Mentre l’Arcivescovo di Palermo, don Fernando Bazan, esponeva il suo pensiero sulle cause morali di religiosi e non, che avevano a suo dire provocato l’ira di Dio contro gli sventurati abitanti della parte orientale del Regno ed in particolare del Val di Noto; il Viceré don Francisco Pacheco Duca di Uzeda (a cui i Catanesi intitoleranno la porta sul mare all’inizio di via Etnea) e gli uomini della sua cerchia (il segretario don Felix de la Cruz Haedo, il Vicario Generale don Giuseppe Lanza Duca di Camastra ed i tre Commissari Generali don Giuseppe Asmundo, don Giovanni Montalto e Scipione Coppola) miravano invece a ricondurre il fenomeno alla natura dei luoghi, individuando subito una “causa meccanica”: il Mongibello.

La porta Duca di Uzeda a Catania (foto da antudo.info)

Ed il vulcano infatti sarà al centro della nutrita corrispondenza tra il Viceré e la Corte di Madrid, conservata nell’Archivio General de Simancas. In merito a questa documentazione, ho avuto modo di leggere nel preziosissimo volume pubblicato nel 2014 dalla Bononia University Press intitolato “L’Etna nella storia. Catalogo delle eruzioni dall’antichità alla fine del XVII secolo”, che solo nel 2007 le carte di Simancas – esaminate da Emanuela Guidoboni ed altri – avrebbero consentito per la prima volta di avere un quadro di eruzioni dell’Etna prima sconosciute nel periodo dei terremoti del 1693-94.

Il vulcano Etna (chiamato anche Mongibello)

Senza alcuna pretesa di “primogenitura” e con tutto il rispetto dovuto agli scienziati – seppure personalmente privo di cultura scientifica – ne avevo già parlato nel 1994 pubblicandone degli estratti nella ricerca intitolata “Gli uomini e la catastrofe”, traendone guarda caso la stessa deduzione che gli autori del volume ricavano con le seguenti parole: «Scarsamente nota in vulcanologia, l’attività eruttiva – tra il 1693 ed il 1696 – emerge da numerose fonti, di cui 76 manoscritti inediti, la maggior parte corrispondenze istituzionali, contenenti brevi ma puntuali riferimenti al vulcano, un vero sorvegliato speciale: la sua attività eruttiva era interpretata come una valvola di sfogo dei terremoti, quindi “monitorata” anche con ispezioni specifiche sul luogo».

L’Etna in una recente eruzione

Dell’attività amministrativa del Duca di Uzeda come Viceré (1687-1696) si sono occupati Giuseppe Tricoli (“Un periodo del governo spagnolo di Sicilia nella relazione del viceré Uzeda”) e Giuseppe Giarrizzo (“La Sicilia dal viceregno al regno”, in “Storia della Sicilia”, 1978), ma spesso si fa riferimento ai giudizi negativi espressi su di lui da antichi scrittori come Vincenzo Auria e Giovanni Evangelista Di Blasi, che lo hanno definito più interessato all’arte ed alle scienze che agli affari di governo. Ma proprio i riferimenti alla sua passione per le scienze, mi consentono di dire che il Duca di Uzeda fu l’uomo giusto al posto giusto e che senza la sua cultura le cose per la Sicilia sarebbero andate peggio.

(Da sx in alto in senso orario) Gli storici Vincenzo Auria (1625-1710), Giovanni Evangelista Di Blasi (1721-1812), Giuseppe Giarrizzo (1927-2015) e Giuseppe Tricoli (1932-1995)

Nei confronti del nuovo Re di Spagna Filippo V di Borbone (nipote di Luigi XIV), Juan Francisco Pacheco V Duca di Uzeda fece in parte il percorso dell’Almirante di Castiglia e Conte di Modica don Juan Tomás, con la differenza però che mentre l’Enriquez si schierò quasi da subito con il pretendente austriaco Arciduca Carlo, il Duca di Uzeda passò dalla parte dell’Asburgo nel 1711 (dopo che questi era diventato imperatore), rifugiandosi prima a Genova e poi a Vienna, dove morì. Con il conte di Modica condivise però la passione per l’arte (possedeva quadri di Mantegna, Del Sarto, Carracci, Brueghel, Caravaggio, Vasari, Tintoretto, Mattia Preti, Guido Reni ed altri numerosi pittori in gran parte italiani, ed anche disegni di Leonardo e Velazquez), ma rispetto all’Enriquez possedeva in più una biblioteca di 4000 volumi ed era un appassionato di opere in musica di vari compositori dell’epoca (tra cui anche Alessandro e Domenico Scarlatti).

(Da sx) Juan Francisco Pacheco V Duca di Uzeda e don Juan Tomás Enriquez Conte di Modica e Almirante di Castiglia

Pertanto, quando l’Arcivescovo Bazan lamentava la messa in scena di spettacoli musicali a tarda ora (che a suo avviso accrescevano l’immoralità, provocando “l’ira di Dio”) ce l’aveva proprio con il Duca di Uzeda. Il quale, secondo un recente studio della dottoressa Anna Tedesco, nel suo soggiorno palermitano fece rappresentare (nel teatro della Marina, a Bagheria e a Messina) almeno 18 opere, una delle quali il 28 ottobre 1693 (in piena crisi sismica) intitolata “L’innocenza penitente”.

Don Fernando Bazan, Arcivescovo di Palermo dal 1685 al 1702

Lo storico Di Blasi lo accusò di avere spogliato la Sicilia delle opere d’arte più rare (pitture, statue, reperti archeologici) e dei manoscritti più preziosi. In verità, gran parte della biblioteca, secondo Auria, il Duca l’aveva portata a Palermo dalla Spagna ed in essa c’erano numerosi trattati scientifici e di matematica (tra cui un’opera di Archimede). Vero è, però, che portò con sé in Spagna (nel 1696) i manoscritti greci lasciati alla città di Messina da Costantino Làscaris. Questi, fuggito in Italia a seguito della caduta di Costantinopoli in mano turca nel 1453 si era stabilito a Messina nel 1467, insegnando nella scuola di greco istituita presso il convento basiliano di San Salvatore, per la cui cattedra pubblicò una grammatica greca. Grazie al Làscaris ed alla cerchia di studiosi che creò attorno a sé, Messina poté disporre di una invidiabile collezione libraria.

Costantino Làscaris (1434-1501)

Per avere un’idea, è sufficiente accennare che tra i 500 manoscritti che lasciò a Messina abbiamo Omero, Erodoto, Platone, Aristofane, Senofonte, Demostene, Aristotele, Isocrate, Euripide ed altri. Ma dopo la rivolta del 1674-1678, Messina fu ferocemente punita dal Viceré, Conte di Santo Stefano, con la distruzione del Palazzo Reale e il sequestro di ben 1426 antiche pergamene (di cui 250 in greco) contenenti i privilegi della città e delle biblioteche del Senato e della Cattedrale, compresi i preziosi codici greci appartenuti a Làscaris. Al momento di passare le consegne nel giugno 1687, il Conte di Santo Stefano lasciò i libri ed i codici al Duca di Uzeda, che li custodì nel Palazzo Reale e poi li portò con sé in Spagna. Oggi si trovano nella Biblioteca Nacional. Non sarebbe il caso di restituirli a Messina?

Francisco IV de Benavides y Dávila, Conte di Santo Stefano e Viceré di Sicilia tra il 1678 e il 1687

Pertanto, non ci deve meravigliare che tra le numerose lettere inviate da Uzeda a Madrid, il Viceré metta sempre in correlazione le notizie delle nuove scosse con l’attività eruttiva o meno del Mongibello, dimostrando così di conoscere a pieno le teorie “fuochiste” sulle origini dei terremoti, divulgate dal gesuita Athanasius Kircher ed in Sicilia condivise professate e divulgate da Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679) ed in ultimo dal protomedico Domenico Bottone (1641-1726), del quale non a caso si riscontra una lettera del 20 gennaio 1693 in cui il medico-scienziato, autore nel 1692 della “Pyrologia topographica”, aveva analizzato tutte le manifestazioni del fuoco.

Il “De immani Trinacriae Terraemotu’, pubblicata nel 1718, sulla base della relazione fatta per la Royal Society di Londra nel 1693

L’Etna costituiva una “valvola di sfogo” per i fuochi interni che dal centro della terra o da altre sorgenti sotterranee, bruciando ed esplodendo senza avere da dove uscire, provocavano i terremoti. Le eruzioni “garantivano” che i fenomeni rimanessero sotto controllo. Tale teoria fu ulteriormente discussa da Bottone nella relazione elaborata nel 1693 per la Royal Society di Londra, stampata a Messina nel 1718 (testo che si trova nella Biblioteca Regionale ma che possiedo in copia pervenutami appunto da Londra). Questa concezione, diffusa certamente meno della spiegazione dell’”ira di Dio”, è presente in molte comunicazioni tra i funzionari locali e Uzeda e tra Uzeda e la Corte.

Il gesuita Athanasius Kircher (1602-1680)

Comunque, che la lettera dell’Arcivescovo Bazan fosse un po’ provocatoria e che la teoria del gesuita Kircher fosse nota ed accettata all’interno della Chiesa è dimostrato anche dalla lettera del 6 febbraio 1693 inviata dall’Inquisitore di Malta Francesco Acquaviva al Segretario di Stato Cardinale Spada in cui, in riferimento ai danni ed al numero delle vittime di Catania, il religioso scrive che «dal Mongibello non si vedeva uscir tal fuoco che gli havesse potuto render sicuri da nuovi accidenti».

Accenneremo, nel prossimo articolo, ai passi più interessanti relativi alle eruzioni dell’Etna contenuti nelle lettere del Viceré, Duca di Uzeda, ai Consigli d’Italia e di Stato.

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Immagine banner: veduta del teatro greco-romano di Taormina, Pietro Fabris, 1779 (da didatticarte.it) 

di Paolo Monello

Dopo la morte di don Juan Tomàs Enriquez Cabrera avvenuta nel 1705, i suoi diritti su Medina de Rioseco passarono al nipote Pascual, che a sua volta dopo la pace di Vienna del 1725 tra Carlo VI e Filippo V poté entrare in possesso anche dei beni siciliani appartenuti allo zio, fra cui la Contea di Modica, di cui ebbe l’investitura nel gennaio 1729. Il tragico destino dell’Almirante lo rese famoso a lungo nel ‘700 spagnolo ed addirittura nel 1827 la scrittrice francese Laure Junot Saint Martin, duchessa d’Abrantes, scrisse un romanzo tradotto in spagnolo nel 1838 con il titolo “El Almirante de Castilla”.

Quindi, più che davanti ad un “traditore”, ci troviamo di fronte ad un uomo che per la fedeltà ad una causa perse tutto: i beni ed anche la vita, un esempio mirabile di lealtà. Ma che fine fecero gli oggetti preziosi e gli oltre 200 quadri che il conte di Modica si era portato appresso da Madrid fino a Lisbona?

Don Juan Tomàs Enriquez Cabrera e il romanzo “El Almirante de Castilla” di Laure Junot Saint Martin, duchessa d’Abrantes (1838)

L’Almirante destinò tutto il denaro liquido di cui disponeva a Lisbona (oltre 211 milioni di reis portoghesi, equivalenti a circa 5 milioni e 300.000 reales spagnoli: una somma assai cospicua!) alla Compagnia di Gesù, con l’obbligo di fondare un collegio per la formazione di missionari gesuiti destinati alle Indie orientali e alla Cina, sotto titolo di “Nostra Signora della Concezione”.

L’Arciduca Carlo d’Asburgo

Una casa-noviziato da costruire a Madrid nel caso l’Arciduca Carlo fosse riuscito a diventare re di Spagna; a Lisbona, se non ci fosse riuscito. Niente lasciò al fratello Luis né al nipote Pascual (la cosa è comprensibile visto che entrambi lo avevano rinnegato e Pascual aveva testimoniato nel processo contro di lui!), ma volle destinare alla nipote donna Maria Enriquez (figlia del fratello Luis e che nel 1740 avrebbe ereditato dal fratello Pascual la Contea di Modica) un lascito di 5.000 ducati sulle rendite di Pietrabuena (che però era stata sequestrata, con le case ed i palazzi di Madrid e tutto il resto).

La Contea di Modica nel ‘700 e gli stemmi della famiglia Enriquez Cabrera

Oltre al denaro liquido lasciò anche 10 arazzi, gioielli ed altre cose preziose, tra cui servizi di porcellana e d’argento. Juan Tomas era stato molto colpito dalla perdita di ben 280 chili di argento lavorato, depredato dai francesi che avevano catturato la nave su cui viaggiava con destinazione Olanda per farlo fondere (giugno 1703). Infine i quadri, ben 200, come sappiamo. Agli oltre 200 milioni di reis vanno quindi aggiunte le somme ricavate dalla vendita di tutti questi oggetti preziosi.
Scrive la studiosa americana Angela Delaforce nel suo “From Madrid to Lisbon and Vienna: The journey of the celebrated paintings of Juan Tomás Enríquez de Cabrera, Almirante de Castilla” (The Burlington Magazine 2007): 

Ristampa dal testo originale del 1838

«…Nell’estate del 1705, subito dopo la morte di Juan Tomas [avvenuta il 29 giugno], gli arazzi, alcune rare tappezzerie, dipinti, servizi da tavola, argenti, armadi e cassapanche, orologi, pezzi di ambra, gioielli e pietre preziose furono stimati e messi in vendita a Lisbona. Gli arazzi includevano paesaggi o boschi: 12 pannelli con le “Storie di Enea”, che si dicevano tessuti ad Anversa e col marchio di Bruxelles; otto pannelli con le “Storie di Mosè” tessuti in Francia, di cui si sapeva che erano stati acquistati a Roma da[ll’avo] Juan Alfonso; e altri descritti come nature morte e fiori».

Gli oggetti lavorati in oro e in argento, che comprendevano un preziosissimo servizio da tavola fatto in Olanda, furono tutti comprati dal Re del Portogallo, Dom Pedro II, mentre «…un altissimo prezzo (circa 54.777.900 reis) fu pagato per le pietre preziose (smeraldi, diamanti ed altri gioielli con pietre), tutte acquistate dal futuro imperatore, l’Arciduca Carlo».

Un arazzo con le “Storie di Enea”

Juan Tomas aveva portato da Madrid anche argenti liturgici e preziosi reliquiari della sua cappella privata, che nel testamento destinò alla cappella del nuovo Collegio gesuitico da costruirsi, con la disposizione di creare una custodia per il suo cuore, che doveva recare un’iscrizione ed essere collocata sull’altare, dentro la base del piedistallo di una grande statua della Vergine dell’Immacolata Concezione.

Sul destino della collezione di quadri degli Enriquez (ricordo che venne annoverata tra le maggiori della Spagna del XVII secolo), le notizie avute in passato erano non del tutto complete: si scrisse che la collezione fu tra i beni sequestrati all’Almirante nel 1703 e che sarebbe stata dispersa in Spagna (molti quadri però sono oggi al Prado, tra cui quello del duca di Lerma, proveniente dalla collezione di Giovanni Alfonso).

Ritratto equestre del duca di Lerma (particolare), Peter Paul Rubens (1603)

Ma oggi sappiamo che gran parte dei 200 quadri portati nell’esilio, da Lisbona andarono a finire a Vienna. La maggior parte di questi quadri (tra i più preziosi trasportabili), fu acquistata dall’Arciduca Carlo, per il prezzo di 100.000 cruzados (pari a 40 milioni di reis, cioè 1 milione di reales spagnoli), ritenuto dai contemporanei un prezzo irrisorio di fronte al valore complessivo di tanti capolavori.

La fama del valore della collezione del Conte di Modica stuzzicò diversi amanti dell’arte, fra cui anche l’inglese duca di Marlborough, John Churchill (antenato di Winston Churchill) e altri acquirenti olandesi ed italiani. Ma tutti arrivarono tardi o meglio, gli esecutori testamentari dell’Almirante (i padri gesuiti Cienfuegos e Casnedi) preferirono venderli a colui che sembrava stesse per diventare il nuovo re di Spagna, cioè l’Arciduca Carlo e la transazione fu perfezionata il 26 febbraio 1706.

John Churchill, antenato del più famoso Winston Churchill

Dei quadri il 1° febbraio 1705 era stato fatto un inventario, accluso al testamento, purtroppo andato perduto dopo il 1916. Tale documento fu però fra le mani di uno storico gesuita coevo, padre Antonio Franco, che ci riferisce che alcuni quadri erano stati donati dal duca di Medina de Rioseco al re Dom Pedro II e ad altri dignitari della corte portoghese.

Tra i 200 quadri dell’Almirante, padre Franco scrive che c’erano 30 opere di Tiziano (due delle quali acquistate dallo stesso conte di Modica), 9 dipinti di Correggio (uno dei quali sarebbe una copia di “Giove e Io”), 3 di Raffaello, 1 del Perugino, 2 di Michelangelo, 3 di Brueghel, 26 di Van Dyck, 34 di Tintoretto, 1 di Dürer, 5 di Veronese e 3 di Luca Giordano. Per il resto, non ci sono numeri per gli altri artisti, e solo per deduzione possiamo calcolare che c’erano 33 quadri attribuiti a Guercino, Guido Reni, Jusepe de Ribera e Nicolas Poussin; gli altri erano descritti solo come opere di “celebri” pittori, tra cui il genovese Luca Cambiaso, conosciuto come “Luqueto” in Spagna, l’autore di una “Maddalena penitente”.

Luca Cambiaso, conosciuto come “Luqueto”, l’autore di questa “Maddalena penitente” (particolare)

Nel resoconto di padre Franco, Juan Tomàs aveva portato a Lisbona anche 26 quadri dei Bassano (sui 90 registrati nel 1691): uno dei quali potrebbe essere quello denominato “I Cambiavalute”, ora attribuito a Leandro Bassano. I 22 dipinti di Rubens, secondo la lista di padre Franco, suggeriscono che Juan Tomàs nel suo esilio portò con sé tutti i quadri che possedeva del maestro fiammingo (tra essi “Venere, Marte e Cupido”, forse quello ora alla Dulwich Picture Gallery di Londra).

“I Cambiavalute”, adesso attribuito a Leandro Bassano

Tra i quadri di Rubens appartenenti alla collezione Castiglia (così infatti è denominata la collezione degli Enriquez dagli studiosi) ed identificati abbiamo un “Cristo Infante e San Giovanni Battista con due angeli. Gli altri sono “Andromeda legata alla roccia” (ora alla Gemäldegalerie, Berlino), “Un paesaggio autunnale con vista dell’Het Steen” e “Un trionfo romano” (entrambi oggi alla National Gallery di Londra), “Marte e Venere” (oggi al Palazzo Bianco, a Genova) e il quadro citato sopra “Venere, Marte e Cupido”. Inoltre, la collezione conteneva 10 ritratti, due di filosofi e una scena mitologica con Nettuno. Uno dei ritratti, allora descritto come un “Ritratto di Cardinale”, è il “San Gerolamo” di Vienna (foto 7).

“Ritratto di Cardinale”, Peter Paul Rubens

Tra i quadri certamente provenienti dalla collezione Castiglia ed oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna è la cosidetta “Allegoria della Vanità” dell’artista madrileno Antonio de Pereda y Salgado (1611-1678), nota anche come “Desengaño de la vida”, che fu ereditato nel 1691 da Juan Tomàs da suo padre. «Allora era appeso nella galleria dedicata ai quadri di eminenti Spagnoli, la Pieza de Españoles, e viene descritta in dettaglio ed ha una stima alta nell’inventario di quell’anno. In esilio, in disgrazia e contemplando il suo incerto destino, l’ultimo Almirante avrebbe trovato un pungente significato nella Allegoria della Vanità, un’eloquente immagine della effimera natura del potere terreno. Il magnifico angelo con le ali spiegate che sovraintende ai simboli della ricchezza della vita terrena e ai simboli della morte contiene un ritratto-cammeo dell’imperatore Carlo V, e per Juan Tomas la presenza dell’Asburgo avrebbe avuto un profondo significato personale» (Delaforce).

Un altro dipinto potrebbe essere il “San Giovanni bambino e l’Agnello”, ora considerato un’opera di Murillo (1618-1682), mentre del maestro spagnolo Pedro de Orrente (1580-1645) sarebbe il “Cristo al lazzaretto di Bethesda”. A Vienna dal 1720 sono anche presenti altri dipinti, probabilmente acquistati a Napoli da Juan Alfonso tra il 1644 ed il 1646: due del pittore Agostino Beltrano (1607-1656), un discepolo e seguace di Massimo Stanzione (1585-1656): uno rappresenta “Alessandro il Grande”, a cavallo del suo Bucefalo, l’altro “Il trionfo di David”; il terzo, “Il martirio di Sant’Orsola” è del napoletano Scipione Compagno (attivo tra il 1636 ed il 1664).

“San Giovanni bambino e l’Agnello”, adesso considerata opera di Murillo

Passò un decennio prima che i quadri dell’Almirante di Castiglia Conte di Modica lasciassero il Portogallo per il loro viaggio verso Vienna. La ragione del ritardo non è nota, ma potrebbe essere stata connessa alla loro sicurezza in mare in tempo di guerra (la guerra di Successione durò fino al 1714), mentre secondo alcune altre fonti ci sarebbe stato un tentativo della Corte portoghese di trattenerli. Infatti solo il 19 luglio 1715, quattro anni dopo che l’arciduca Carlo era salito al trono imperiale col nome di Carlo VI, padre Cienfuegos partì da Lisbona – via Inghilterra – con i quadri per l’imperatore di Germania.

“Cristo al lazzaretto di Bethesda”, Pedro de Orrente

La Delaforce infine si chiede perché solo così pochi dipinti possano essere identificati fra i circa 200 quadri che, come si è detto, rimanevano della collezione dell’Almirante di Castiglia. Il problema è se e dove questi quadri furono custoditi in Inghilterra durante il loro viaggio, e quando e come essi finalmente arrivarono a Vienna, dove furono sistemati nella galleria della Hofburg fatta predisporre appositamente. Di tutti i quadri fu fatto un catalogo dipinto, opera di Ferdinand Storffer, di cui il pittore napoletano Francesco Solimena (1657-1747) immortalò nel 1733 la presentazione a Carlo VI.

“Il martirio di Sant’Orsola”, Scipione Compagno

La partenza da Lisbona salvò questi quadri per la posterità. Se fossero stati trattenuti dalla Corona portoghese, sarebbero stati distrutti nel tremendo terremoto, tsunami e incendio che 40 anni più tardi, il 1° novembre 1755, distrusse il Palazzo della Riviera e ciò che c’era dentro, insieme con tutta la città di Lisbona. Se politicamente amara fu la sorte di Juan Tomàs Enriquez de Cabrera, lo splendore dei resti della collezione di quadri della famiglia Enriquez ancora oggi illumina i musei europei ed in particolare il Prado di Madrid e il Kunsthistorisches Museum di Vienna. E tanto basta per dare torto al Marchese di Villabianca e a Raffaele Solarino

1733. “La presentazione a Carlo VI”, Francesco Solimena

di Paolo Monello

Si è già detto che nel Consiglio di Stato sedeva anche l’Almirante di Castiglia, Conte di Modica, Juan Tomàs Enriquez Cabrera (1646-1705), considerato dagli storici locali (da Solarino in poi) come “traditore”.

In verità – come ho già avuto modo di sottolineare – dopo aver combattuto per decenni contro la Francia di Luigi XIV, trovarsi un suo nipote sul trono di Spagna fu cosa assai indigesta per molti nobili spagnoli. E Juan Tomas fu uno di quelli che considerarono la cosa insopportabile. Ma vediamo di sapere cosa gli successe.

Juan Tomàs Enriquez Cabrera (1646-1705), Conte di Modica

Il 13 settembre 1702, il Conte di Modica don Juan Tomàs Enriquez de Cabrera aveva lasciato Madrid, con un seguito di 300 persone e 150 carri, di cui 38 pieni di mobili, biancheria, vasellame prezioso, gioielli, arazzi, tappezzerie e almeno 200 fra i quadri migliori della sua collezione (nel maggio 1701 ne aveva donati 140 al convento di Valdescopezo, dove erano sepolti dal 1477 numerosi esponenti della famiglia Enriquez).

La destinazione era Parigi, dove l’Almirante avrebbe svolto il ruolo di ambasciatore presso Luigi XIV, nonno del nuovo Re di Spagna Filippo V di Borbone. In verità i rapporti tra gran parte della nobiltà spagnola ed il nuovo Re dopo i primi mesi si erano guastati.

Filippo V di Borbone, Re di Spagna

Seguendo le disposizioni di Luigi XIV (che almeno fino al 1709 controllò il governo spagnolo del nipote), numerosi nobili spagnoli furono allontanati dai posti di responsabilità e sostituiti con francesi. Ma il caso dell’Almirante fu emblematico e lo avrebbe consegnato alla storia. Infatti, pur avendo giurato fedeltà al nuovo sovrano, il Conte di Modica – come capo riconosciuto del “partito austriaco” (la regina vedova era stata confinata a Toledo) – fu oggetto dei sospetti di Luigi XIV e della ostilità del Cardinale Portocarrero (forse al soldo di Luigi XIV, che aveva “convinto” Carlo II morente a designare suo erede il giovane parente francese). Il quale, subito dopo l’arrivo di Filippo V a Madrid nel febbraio 1701, lo privò delle cariche a Corte e degli incarichi di governo precedentemente ricoperti.

Luigi XIV, Re di Francia

Fra le prime disposizioni date a suo riguardo da Luigi XIV era quella di allontanarlo da Madrid, anche nominandolo ambasciatore a Parigi, un’idea che rimase silente per circa un anno prima di prendere forma nell’aprile 1702. Infatti, prima di partire per l’Italia, Filippo V lo nominò ambasciatore straordinario a Parigi, ma Portocarrero lo declassò ad ambasciatore ordinario con la riduzione di un terzo del compenso e non ci fu verso di costringerlo a rispettare la disposizione del Re.

Umiliato, don Juan Tomas prese la decisione che maturava da tempo, anche perché la situazione internazionale era mutata. Nel maggio 1702 infatti Inghilterra, Olanda e Austria avevano dichiarato guerra alla Francia, dopo che Luigi XIV aveva tradito il trattato di ripartizione del marzo 1700 (l’ennesimo fatto alle spalle della Spagna) e aveva occupato le Fiandre spagnole, auspicando che Francia e Spagna si unissero sotto un’unica corona.

Il Cardinale Portocarrero

Inoltre Filippo V aveva concesso l’esclusiva della tratta degli schiavi neri ad una compagnia francese: era così scoppiata la prima guerra del XVIII secolo, passata alla storia come Guerra di Successione spagnola (1702-1714). Pertanto si costituì un’alleanza a sostegno del pretendente austriaco al trono di Spagna, l’Arciduca Carlo, cui il padre Leopoldo ed il fratello Giuseppe avevano trasferito i loro diritti (si disse allora che per convincere l’imperatore Leopoldo determinante era stato proprio Juan Tomas).

Per poter realizzare il suo proposito di riacquistare la sua libertà d’azione, il conte di Modica finse di accettare la nomina di ambasciatore ordinario a Parigi e chiese l’autorizzazione ad accendere nuovi prestiti per far fronte alle spese: ancora una volta i beni liberi della Contea di Modica (come fossero un odierno bancomat) gli fecero da garanzia per avere pochi giorni prima di partire due prestiti, il primo di 26.800 scudi e il secondo di 12.000 scudi.

L’Arciduca Carlo D’Asburgo, poi Imperatore Carlo VI

Per il suo piano, chiese alla regina reggente Maria Luisa di Savoia anche una lettera di raccomandazione per Luigi XIV, lasciando a Madrid un corriere che gliela portasse appena scritta dalla regina e partì, dirigendosi a nord, con il suo corteo, di cui facevano parte anche il medico personale e tre padri gesuiti, fra cui il suo maestro Álvaro Cienfuegos, autore di una sua breve biografia premessa alla vita di San Francesco Borgia (1726) e fedele seguace dell’Arciduca poi imperatore Carlo VI.

All’altezza di Medina de Rioseco però deviò dal cammino verso Parigi, con la scusa di incontrare il fratello Luis (sposato con una discendente della famiglia reale Inca) e il nipote don Pascual Enriquez: quindi si fermò a Tordesillas, anche per aspettare la lettera della regina. Quando gli arrivò, la sostituì con un’altra, e la lesse davanti a tutti dicendo che la regina gli aveva ordinato di passare in Portogallo come ambasciatore straordinario per trattare con il Re Dom Pedro II un’alleanza o almeno la neutralità.

Dom Pedro II, Re del Portogallo

Insomma, fuggì in Portogallo, dove chiese asilo e prese subito contatto con l’ambasciatore imperiale, mettendosi a disposizione della “augustissima Casa d’Austria”. La scelta di Juan Tomas impressionò tutti. Persino Luigi XIV, pur ordinandone l’estradizione e la punizione, fu colpito dall’agire di un uomo che per fedeltà ad una causa era disposto a perdere tutto.

Infatti immediatamente fu ordinato di processarlo per tradimento, disobbedienza, falsificazione di lettere della regina e si ordinò il sequestro di tutti i suoi beni spagnoli e siciliani (cioè la Contea di Modica e le baronie di Alcamo e Calatafimi). La rottura non poteva essere più totale ed infatti, dopo un processo segreto (in cui testimoniò anche il nipote don Pascual, fuggito a sua volta dal Portogallo dopo aver seguito lo zio, ignaro dei suoi piani), nell’agosto 1703 l’Almirante fu condannato a morte, mentre tutti i suoi beni venivano man mano confiscati.

I castelli in Sicilia dei Conti di Modica. (Sopra) quello di Alcamo, (sotto) quel che rimane di quello di Modica distrutto dal terremoto del 1693

Juan Tomas fu così colpito da una tremenda “damnatio memoriae”, che si materializzò con l’ordine di togliere i suoi ritratti dal Duomo di Milano (di cui era stato governatore per 9 anni) e con la distruzione, secondo Villabianca, degli stemmi degli Enriquez Cabrera nella cappella del Castello a Modica, dove le sepolture erano adorne di «…iscrizioni, quali oggi si veggono cancellate per ordine del Governo sul principio del secolo presente decimo ottavo insieme con tutte le altre più antiche, e moderne di tutti i Conti di Modica a motivo del partito Austriaco, che abbracciò in detto tempo il Conte Gio. Tommaso Enriquez…».

La Contea di Modica nel XVII sec. e gli stemmi della famiglia Enriquez

In un primo tempo lo si era solo condannato all’esilio, ma dopo che gli si attribuì la responsabilità di aver convinto il re del Portogallo ad entrare nell’Alleanza contro Filippo V, gli si comminò la pena di morte. Dopo la condanna, l’Almirante pubblicò un Manifesto politico che fece molto scalpore anche all’estero (fu tradotto e stampato in inglese), in cui, riaffermando la sua lealtà e devozione agli Asburgo e al ramo austriaco, spiegava le ragioni della sua scelta, accusando il Duca D’Angiò (mai chiamato “Re”) di aver asservito la Spagna alla Francia, additando il Cardinale Portocarrero e il suo circolo come coloro che avevano plagiato il morente Carlo II a favore del nipote di Luigi XIV.

Manifesto politico in cui don Juan Tomàs Enriquez Cabrera riaffermando la sua lealtà e devozione agli Asburgo spiegava le ragioni della sua scelta

Accusava in particolare Portocarrero di aver falsificato il testamento dell’ultimo degli Asburgo spagnoli con l’aggiunta della clausola dell’obbligo delle nozze tra il nuovo Re ed una Arciduchessa austriaca, proposta peraltro respinta dall’Imperatore Leopoldo (in seguito l’Almirante scrisse anche i testi dei proclami dell’Arciduca e del Re del Portogallo).

Nella complicata vicenda della guerra, Juan Tomàs giocò un ruolo assai importante, agendo come un vero e proprio inviato dell’imperatore, riuscendo a far passare il Portogallo dalla neutralità al fronte della Lega. Convinse anche Leopoldo a mandare suo figlio, incoronato Re di Spagna a Vienna nel settembre 1703 col nome di Carlo III, a Lisbona per guidare l’attacco alla Spagna.

Guerra di successione. L’assedio di Barcellona (1706) con la flotta anglo-olandese che obbligò i borbonici di Filippo V a ritirarsi dalla città

Il giovane raggiunse Lisbona nel marzo 1704. Ad accoglierlo Juan Tomàs, che fu nominato Generale della Cavalleria. Ma anche nel circolo dell’Arciduca a Lisbona non mancavano i contrasti e sulla strategia da seguire l’Almirante fu messo in minoranza (diceva che nel circolo di Carlo tre soli ragionavano: l’Arciduca, il nano ed il cavallo…).

Juan Tomàs Enriquez de Cabrera, in un primo tempo spalleggiato dagli Inglesi (che avevano approfittato della situazione per impadronirsi di Gibilterra), proponeva di invadere la Castiglia dall’Andalusia. Prevalse invece la linea d’attacco alla Catalogna, che si pensava si sarebbe sollevata contro Filippo V. Ma Juan Tomàs non era destinato a vedere la fine della Guerra di Successione.

La cartina politica d’Europa di inizio ‘700

Infatti subito dopo quel consiglio di guerra in cui era stato messo in minoranza, il 29 giugno 1705 morì all’improvviso ad Estremoz, all’età di 59 anni, forse per un ictus. La sua morte fu salutata con piacere a Madrid e a Parigi, dove alcuni ministri di Luigi XIV avevano pensato anche di farlo uccidere a Lisbona…). Il re del Portogallo, Dom Pedro II, si occupò delle sue esequie e l’Almirante fu sepolto nella cappella maggiore del convento di San Francisco ad Estremoz.

Il convento di San Francisco nella città portoghese di Estremoz, dove fu seppellito don Juan Tomàs Enriquez Cabrera nel 1705

di Paolo Monello

Le prime notizie sui tragici eventi siciliani erano pervenute a Madrid ai primi di marzo. Infatti già il 7 marzo il Consiglio di Stato aveva esaminato il contenuto delle informazioni arrivate da Napoli e trasmesse dal viceré, il Conte di Santo Stefano.

Questi, infatti, con data 30 gennaio, aveva fatto arrivare a Madrid copia di una nota inviatagli dal Marchese Garofalo, Preside della Provincia di Cosenza, relativa ai leggeri danni subiti dalle Due Calabrie l’8 e l’11 gennaio. Niente al confronto di ciò che era accaduto in Sicilia, come facevano presagire invece le lettere di don Baltasar Bazan, Governatore del porto di Messina, del protomedico don Domenico Bottone (autore poi dell’opera “De immani Trinacriae terraemotu”, una copia della quale mi è pervenuta dalla Royal Society di Londra) e del Castellano di Catania don Joseph de Bustos (che a stento si era salvato), con notizie di “rovine e stragi” in numerose città e terre del Regno di Sicilia.

Francisco IV de Benavides y Dávila, noto anche come Conte di Santo Stefano (1640 – 1716). Vicerè di Sicilia dal 1678 al 1687 e Vicerè di Napoli dal 1687 al 1696

Non essendo ancora arrivate lettere ufficiali da Palermo da parte del Viceré, il Duca di Uzeda, e non conoscendo bene l’entità del disastro, il Consiglio di Stato, nella certezza che comunque da un simile evento si dovevano temere gravi perdite nelle entrate patrimoniali dello Stato, non poteva fare altro che suggerire al Sovrano di voler “ordinare si facessero delle rogatorie per placare l’ira divina, ma che si facessero solo al chiuso, nei conventi e senza manifestazioni esterne, per non aggiungere al comune sconforto un simile genere di afflizioni pubbliche”. Con il termine “rogatoria” si intendevano pubbliche processioni, con litanie, per impetrare il perdono divino, a volte anche con effusione di sangue da parte dei partecipanti, con afflizioni varie.

Un rilievo scultoreo di Don Juan Francisco Pacheco, Viceré di Sicilia e Duca di Uzeda

Del Consiglio di Stato nel marzo 1693 facevano parte il Duca di Ossuna, il Cardinale Portocarrero (che gran parte avrà in seguito nel “convincere” Carlo II morente a designare suo erede il candidato francese, il Duca Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV), il Marchese di Mancera, l’Almirante di Castiglia, il Conte di Frigiliana, il Marchese di Villafranca (Presidente del Consiglio d’Italia), il Duca dell’Infantado ed il Duca di Montalto.

Non mancarono in quella seduta gravi preoccupazioni per la situazione militare nel Mediterraneo, per l’entrata delle flotte inglese e olandese, con la necessità di inviare in Sicilia quanti più soldati possibile di fanteria, per riparare all’indebolimento in cui si sarebbe trovato l’esercito di stanza nell’isola a seguito dei gravi danni subiti dalle fortezze di cui già si aveva cenno.

Il Cardinale Luis Manuel Fernández Portocarrero e il Duca Filippo d’Angiò salito al trono di Spagna con il nome di Filippo V

Il Marchese di Villafranca aggiunse che fortunatamente per la Sicilia, nei mari italiani c’era la flotta spagnola che avrebbe potuto assistere quelle popolazioni dove fosse necessario. Di questo intervento della flotta spagnola in Sicilia nulla sappiamo ad oggi: in documenti anteriori e successivi al terremoto leggiamo invece che fu la Sicilia, devastata e bisognosa di tutto, a continuare a fornire denaro e frumento – per la guerra contro la Francia – al Duca di Savoia e al Governatore di Milano, rivelatisi insaziabili e voraci divoratori del sangue della povera Sicilia prima, durante e dopo il terremoto.

Resti dell’architettura iblea pre-terremoto: (da in alto a sinistra in senso orario) il portale di San Giorgio a Ragusa Ibla, il castello di Noto antica, l’arco dell’Annunziata a Chiaramonte, un portale dell’antica Giarratana e il portale gotico dell’ex convento del Carmine di Modica

Come ho già scritto, del Consiglio di Stato faceva parte don Juan Tomas Enriquez de Cabrera, Duca di Medina de Rioseco, Almirante di Castiglia, che in quanto Conte di Modica era stato duramente colpito dalle gravissime distruzioni subite dalla Contea. Il quale però – come si apprende da una nota dei Maestri Razionali del 6 maggio 1693 – non sembrava essersi reso conto “della universal rovina”, al contrario di altri feudatari delle terre vicine “che si sono impegnati fino alle camicie per diseppellire le loro terre dalle rovine e precipitii in cui li ridusse il terremoto” (Giovanni Morana, “L’indomani dell’11 gennaio 1693 nella Contea di Modica”, 1997, pag. 53).

Don Juan Tomas Enriquez de Cabrera, Conte di Modica dal 1691 al 1702

Tra i documenti del Consiglio d’Italia troviamo un verbale del 15 maggio 1693 in cui si autorizza in via del tutto eccezionale l’estrazione da tutti i caricatori del Regno delle 12.000 salme di frumento annue della cui esportazione il Conte di Modica godeva sin dal 1392 (privilegio confermato nella costosa transazione del 1451, per pagare la quale Giovanni Bernardo Cabrera aveva venduto nel 1453 Comiso a Periconio Naselli ed altre terre ad altri): autorizzazione prima negata dal Viceré, il Duca di Uzeda, perché il Conte di Modica poteva esportare solo dai caricatori di Pozzallo, Termini e Castellammare ma poi concessa su parere del Tribunale del Real Patrimonio in base ad un memoriale sui danni della Contea (che purtroppo non abbiamo), dove appunto Juan Tomas giustificava tale necessità di esportare da tutti i porti del Regno per la grave situazione debitoria in cui già versava e che era peggiorata a causa del terremoto.

Le rovine del castello dei Conti di Modica

Passato alla storia come “traditore”, in verità Juan Tomas Enriquez fu personaggio notevole del regno di Carlo II. Nato a Genova nel 1646, fu XI Almirante di Castiglia, VII Duca di Medina de Rioseco, Conte di Melgar e di Modica, visconte di Cabrera e Bas, Grande di Spagna, Gentiluomo di Camera di S.M., Capitano della Guardia Reale. Questi i suoi titoli, conquistati in gran parte sul campo.

Juan Tomas non fu infatti solo un cortigiano. Dopo una gioventù scapestrata (come quella di altri nobili spagnoli dell’epoca), il padre Juan Gaspar lo avviò alla carriera militare. Dal 1671 svolse il servizio militare a Milano, con la carica di Maestro di Campo del Tercio, poi fu Generale della Cavalleria, ambasciatore straordinario a Roma (1676), Governatore di Milano per ben otto anni (1678-1686), nuovamente Ambasciatore a Roma (1686) e poi Vicerè di Catalogna nel 1688. Ritornato a Madrid, dopo la morte del padre, nello stesso 1691 entrò nel Consiglio di Stato e negli anni convulsi della lenta agonia di Carlo II, con la Corte dilaniata dai “partiti” francese, bavarese ed austriaco, venne riconosciuto come uno degli uomini più potenti di Spagna, pur non essendo formalmente un primo ministro.

I possedimenti spagnoli in Europa nel ‘600

Juan Tomas fu l’ultimo Almirante perché dopo qualche esitazione, giurò fedeltà al nuovo re Filippo V e su richiesta di Luigi XIV fu nominato ambasciatore a Parigi dal cardinale Portocarrero suo acerrimo nemico, ma con pochi poteri ed ancor meno risorse: al solo fine di essere allontanato dalla Corte. Finse di accettare e nel settembre 1702 partì da Madrid con decine di persone al seguito e numerosi carri pieni di mobili e suppellettili (e gran parte della sua raccolta di quadri), diretto verso la frontiera con la Francia.

Arrivato però a Medina, deviò verso la frontiera portoghese, portando con sé il nipote Pascual (che subito però capita l’intenzione dello zio tornò a Medina e per questo dopo la pace di Vienna del 1725 riavrà la Contea di Modica). Accolto dal re del Portogallo e dagli Inglesi che controllavano il regno, fece parte dei sostenitori dell’arciduca Carlos (figlio dell’imperatore d’Austria Leopoldo) e fu uno dei comandanti delle truppe alleate nella guerra di successione.

La Contea di Modica nel XVII secolo

Morì all’improvviso dopo un consiglio di guerra, ad Estremoz, il 29 giugno 1705. Dopo la sua fuga, era stato condannato a morte per tradimento e tutti i suoi beni sequestrati. La Contea di Modica divenne possesso personale del Re Filippo V, che in seguito abolì il titolo di Almirante di Castiglia. Ma oltre che per la sua sfortunata vicenda politica, Juan Tomas merita di essere ricordato per altro: la sua straordinaria collezione d’arte che in parte portò con sé in Portogallo e che dopo la sua morte fu acquistata dall’arciduca Carlo, che in seguito la trasferì a Vienna nel nuovo Museo da lui creato: il primo nucleo del Kunsthistorisches Museum.

L’Arciduca Carlo d’Asburgo pretendente al trono di Spagna (nel 1711 diventò Imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo VI) e il Kunsthistorisches Museum dove si conserva parte della collezione d’arte degli Enriquez-Cabrera, acquistata proprio da Carlo.

Già, perché non molti sanno che gli Enriquez furono tra i maggiori collezionisti d’arte del Siglo de Oro spagnolo: una collezione nata dall’amore per l’arte dell’antenata italiana Vittoria Colonna, da lei trasmessa al figlio Giovanni Alfonso (1596-1647), da questi a sua volta al figlio Giovanni Gaspare (1625-1691) e quindi a Giovanni Tommaso. E poiché le notizie sulle collezioni meritano di essere riprese (ne ho già parlato altrove) i lettori mi consentiranno di discostarmi un po’ dall’oggetto principale ed accennare all’amore per l’arte della duchessa e contessa Vittoria Colonna, fondatrice della città di Vittoria e dei suoi figli e nipoti.

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