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la guerra è finita

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di Antonio, Nunzio e Mario Spina

La sera dell’8 settembre 1943, una parola carica di speranza echeggia lungo la penisola: armistizio!
Il maresciallo Badoglio la pronuncerà poco dopo alla radio, in un proclama che inizia cosi:
“Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta…”.

La stessa sera – come ogni sera – un militare siciliano di 21 anni appunta sul suo diario avvenimenti e sensazioni della giornata. Studente universitario, è arrivata anche per lui la chiamata alle armi, mentre i fuochi della Seconda guerra mondiale sono più che mai accesi. Dopo le disfatte sulle montagne della Grecia, in terra d’Africa e nella sterminata steppa russa, adesso è sui nostri lidi che si combatte, in seguito al recente sbarco degli Alleati; l’esercito italiano in balia degli eventi, sempre più smarrito. Da un mese circa, il nostro giovane militare si ritrova con una batteria della Divisione “Piave” accampata in un altipiano alla periferia nord di Roma. Su quel diario ha già scritto: “…l’aria della guerra si fa sentire sempre più, attendiamo impassibili le novità che da un momento all’altro possono capitare circa il nostro impiego…”. Poi arriva l’8 settembre…

Mercoledì 8 settembre…

Maria è il nome della mamma, morta giovanissima, dopo avere dato alla luce quattro figli, lui il primogenito. C’è la guerra nell’aria; eppure si parla anche di esami, quelli che, nonostante le difficoltà, sono stati indetti per la promozione al grado di caporal-maggiore degli studenti universitari aggregati ai vari reparti.

Lo studio come un dolce rifugio. O, meglio, un utile espediente per esorcizzare le paure del momento e purificare un po’ quell’aria pesante. Il brusco ritorno alla realtà ha il suono incoraggiante di un «gridio», di una parola che inizia per “A”, scritta con la lettera maiuscola. «Troppo bello per crederci!».

“…Armistizio, nessuno ci presta fede , sarebbe troppo bello per crederci.”

Lacrime di gioia, l’angoscia che di colpo svanisce. La guerra è finita anche per i propri cari, che in Sicilia hanno visto e patito i primi scontri armati dopo lo sbarco degli Alleati. Il panorama, adesso, offre solo immagini liete di un ritorno alla vita normale.
Le prime parole della pagina successiva esprimono i sinceri – quasi ingenui – sentimenti di un giovane che ha risposto al dovere di servire la Patria: senza colore politico, senza destra e sinistra. La Patria!
Poi, però, ascoltando le parole di Badoglio, orecchie tese alla radio…

“… Ancora ansimanti gridavano: Armistizio! Armistizio!…”

Ma allora? Che vuol dire quella seconda parte del proclama («Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza»)? Che la guerra continua?
Illusione e disillusione, nel breve volgere di un attimo. La guerra continua, altro che, se continua! Contro il nemico che prima era alleato, ma continua! Il dovere di servire la Patria chiama ancora…

“… possiamo rivedere i nostri cari (?)”

Quella sarà la prima di una lunga serie di notti insonni, o quasi. Abbandonati a loro stessi, dopo il “rompete le righe” del capitano, il gruppetto di militari siciliani – per sottrarsi ai continui agguati delle forze armate germaniche – troverà rifugio nelle campagne di Arcinazzo Romano, ognuno presso una famiglia di contadini. Come dimora andrà bene anche una stalla; di tanto in tanto una “libera uscita” per lavorare nei campi, e ricambiare così la benevolenza ricevuta. Sentiranno più volte il gracchiare di un militare tedesco in perlustrazione, nascosti in ogni angolo possibile, persino sotto il largo vestito di una persona amica. La scamperanno sempre!

“Ognuno sente nel suo io d’aver dato alla Patria quanto essa gli ha chiesto…”

Trascorreranno mesi e mesi prima del tanto sospirato ritorno a casa, utilizzando tutti i mezzi di locomozione possibile: carri, camion, treno. L’attraversamento dello Stretto di Messina potrà avvenire solo dietro pagamento a un pescatore, che metterà a disposizione la sua barchetta, purché sia piena di occupanti e il guadagno di conseguenza cospicuo. Il nostro giovane militare, derubato di tutto, si ritroverà per fortuna dei soldi, che una sua zia – incontrata a Santa Maria Capua Vetere, lungo la discesa – gli aveva accuratamente “cucito” nelle mutande (e lui se ne era pure vergognato). La traversata avverrà di notte, per sfuggire ai controlli; nel buio, le forti correnti dello Stretto faranno sobbalzare pericolosamente l’imbarcazione sovraccarica, la paura di morire si ripresenterà inattesa, a un passo da casa.

“Il Capitano […] dice di tenerci pronti ad imbracciare le armi contro i tedeschi…”
E finalmente l’abbraccio dei propri cari, increduli nel vederselo comparire all’improvviso. Le lacrime di gioia che, stavolta, non si asciugano subito…
Chissà quante migliaia di militari italiani, quella sera dell’8 settembre, hanno ascoltato alla radio il proclama di Badoglio? Chissà cosa hanno scritto sul loro diario? Chissà quanti non ce l’hanno fatta a riabbracciare i propri cari?

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