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Le nuove schiavitù

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di Vincenzo la Monica

Per i turisti che stanno per atterrare all’aeroporto di Comiso la fascia trasformata è il bordo di un grande scudo di plastica che la terra protende verso il mare, in una accanita lotta di elementi per dominare la forma altrui e imporre le propria. Nessuno dei viaggiatori, naturalmente, pensa a questo. Qualcuno rimane colpito dal grigio impenetrabile di quello scudo in basso e forse, mentre il velivolo lo sbalestra a quote sempre più basse, si accorgere che il sole, assecondando i movimenti dell’aereo in atterraggio, luccica sullo scudo come un indiano in Ombre Rosse, quasi a volerlo avvisare di qualcosa. Ma chi ci pensa più quando sui tabelloni a terra è già apparsa la scritta landed? Tutti i turisti hanno raggiunto la loro quota naturale e corrono via al Duomo di San Giorgio, alla casa sulla spiaggia del Commissario Montalbano, alle cupole di Noto color biancomangiare. Nessuno si ricorda più della paurosa distesa delle serre che coprono interi orizzonti.

Ad altezza uomo, ad andarci in mezzo con un’automobile, le serre non incutono meno timore. L’impressione di compattezza, lì in mezzo, si sfalda. E quella città (Vittoria, Acate, Santa Croce) che credevi finita, lasciata alle spalle, ricomincia. Nel labirinto delle strade provinciali e nel suono lugubre del vento che percuote la plastica. Nel manichino con il vestito corto bianco a fiori viola, che il vento solleva fino a scoprire il pube dipinto di verde. Nelle discariche a cielo aperto, nelle case al mare chiuse, nei tetti di eternit sfondato e nel lungomare di dune. Negli sterrati, nel brulicare di bambini che vengono fuori correndo da quella che una volta era una stalla, nei passi lenti dei rom di Botosani, nel capo velato di una ventenne tunisina a cui la fatica e le gravidanze hanno raddoppiato l’età. Nei vestiti anni ’90 degli albanesi.

(Ph. Emiliano Amico e Domenico Leggio)

E in questa città marginale tutti vanno a piedi e si cantano canzoni in arabo e si respira l’aria di plastica data alle fiamme e di fitofarmaci abbandonati nella curva del fiume Ippari. E non c’è un sindaco né una Chiesa, ma solo e sempre le serre che in estate alla fine si spogliano della loro plastica senza svelare, tuttavia, il mistero dei braccianti che le hanno lavorate, abitate, rese vive.

(Ph. Emiliano Amico e Domenico Leggio)

Questo è il luogo degli invisibili, dei senza residenza, dell’umanità irregolare e dell’economia di cui c’è poco da esser fieri. Questo è il luogo raccontato in un libretto importante e coraggioso edito da Sicilia Punto L: “La fascia trasformata del ragusano” con un sottotitolo di esplicita militanza: Diritti dei lavoratori, migranti, agromafie e salute pubblica.

(Ph. Emiliano Amico e Domenico Leggio)

Nelle sue 188 pagine è raccontata in modo schietto la vita dei lavoratori e dei loro bambini
partendo dalle lotte contadine degli anni ’50 fino ad arrivare ai nostri giorni indagati con il piglio partecipe degli operatori sanitari, economici, sociali. Con studi e testimonianze eterogenee per ruoli ed appartenenza (il sindacato, la Caritas, la Diaconia Valdese, l’università, la scuola, l’associazionismo, il giornalismo, l’arte), ma tutte indirizzate verso la presa di coscienza, in direzione dell’umanità volta a restituire dignità, ma anche autonomia ai lavoratori migranti e ai loro progetti di vita che non fanno di loro esclusivamente delle vittime, ma dei portatori di storie e di progetti. Con una netta scelta di campo, anche se i tempi non sembrano propizi. Anzi, proprio perché i tempi non sembrano propizi.

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