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Leonardo Sciascia

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“In quel momento [il libro] si è inserito pienamente in questa ricerca di verità che c’era in Italia e che faceva capo a “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi. Io però non mi sentivo un neorealista, mi sentivo soltanto un realista che dava conto di una determinata realtà, in un determinato paese siciliano”
(Leonardo Sciascia in una intervista del 1984).

di Giuseppe Schembari

Chi ama Leonardo Sciascia non può non leggere “Le parrocchie di Regalpetra”. Probabilmente uno dei romanzi meno conosciuti dello scrittore di Regalbuto, scritto nel 1956, ma che contiene gli embrioni, come lui stesso avrà a dire, di tutta la sua produzione successiva.

Leonardo Sciascia

È un’opera dove l’autore ci appare già dotato di una scrittura possente, capace di arrivare a vette di assoluto valore quando, da giovane maestro di scuola elementare (qual’era), affronta la parte dedicata alla scuola, il cuore del romanzo:
“Non amo la scuola; e mi disgustano coloro che, standone fuori, esaltano le gioie e i meriti di un simile lavoro. [..] Qui, in un paese remoto della Sicilia, entro nell’aula scolastica con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie…”
Un inferno dantesco dove miseria e dramma si palesavano come elementi essenziali del vivere e dove il miraggio del riscatto era passato dal sogno dell’indossare la divisa del carabiniere alla “divisa” della banda del fuorilegge Salvatore Giuliano, diventato leggenda.

Chiaro che nel giovane scrittore si intravede già anche il filosofo dotato di spirito illuminista, che vive e scrive con acume impietoso in una terra maledettamente immobile, conservatrice e zavorrata da problemi irrisolti da sempre. Un illuminismo consapevole che progresso e libertà non saranno mai raggiungibili, fino a quando non avremo la forza di liberarci dalle secolari ingiustizie sociali e dalle catene della necessità, dentro cui troppo spesso si nasce in quest’angolo di mondo. E Sciascia ci metterà tutta la passione civile di cui sarà capace nella vita, per contribuire a dare questa speranza di riscatto.

Una rara foto di Leonarda Sciascia maestro con una sua scolaresca a Caltagirone (collezione Giovanni Venniro)

Un libro che è un viaggio nella storia della nostra isola, in una mitica Regalpetra, città dell’entroterra, che rappresenta la Sicilia tutta come metafora. Un viaggio nel dolore e nel paradosso di una terra, nell’esistenza drammatica di un popolo sventurato, come quei salinari la cui vecchiaia è tutta “dolore di ossa”. Tutto inizia dalla morte del Conte Girolamo Del Carretto, avvenuta nel 1622, e giunge fino al secondo dopoguerra in una interpretazione socio-storica originale e affascinante.

Un po’ romanzo, un po’ saggio, “Le Parrocchie di Regalpetra” sono anche l’impietoso ritratto di una Sicilia e di un’Italia mai cresciute, di secolo in secolo ostaggi della stessa retrograda mentalità. Così si arriva alla dittatura fascista e poi al “regime democristiano”, dominato spesso dagli uomini riciclati dalla passata dittatura e da una nuova borghesia dove
“si incontra spesso l’uomo che si è fatto da sé ed è tutto d’un pezzo, l’autodidatta della ricchezza; e come l’autodidatta propriamente detto resta in posizione di irregolarità, in una specie di terra di nessuno tra l’ignoranza e la cultura, così l’autodidatta della ricchezza resta tra il mondo della povertà e quello della ricchezza: parla come un ricco e agisce come un povero, disprezza i ricchi che non hanno conosciuto la povertà e i poveri che non sanno pervenire alla ricchezza, lascia i parenti poveri e non sa trovare parenti ricchi”.
Sciascia parla coraggiosamente anche di mafia che per molti commentatori, negli anni ’50, non esisteva nemmeno.

Il libro è piaciuto al gruppo di lettura di oltreimuri.blog, anche se si è levata qualche voce critica sui primi capitoli un po’ più noiosi e i più giovani hanno mostrato qualche perplessità legata più che altro alla difficoltà di orientarsi nelle dinamiche politiche siciliane (e italiane) del XX secolo.

La prima edizione del 1956 (Laterza editore)

di Giuseppe Cultrera

A Natale si regala anche il libro: generalmente si tratta di bestseller o di novità fresche di stampa. Si compra, si mette persino sotto l’albero e si distribuisce la notte del 24. Poi il destinatario lo legge, oppure lo ripone sul comodino in attesa di aver il tempo di darci un’occhiata; o, caso più comune, lo abbandona al suo destino di solitudine e di inutilità.

Assodato che leggere non è una prescrizione ma un atto di libertà e di amore, vorrei proporvi per Natale qualche titolo di libro. Che non dovrete comprare (e anche se vorreste non lo trovereste in libreria) ma potrete rintracciare, nella vostra stessa casa, in biblioteca, in qualche bancarella di libri usati. Uguale il titolo e il tema per i quattro diversi percorsi. Intriganti e vivaci.

La Contea di Modica: quattro percorsi
Fine ottocento. Notabili e politici ad Ibla. Sulla destra il sindaco dott. Raffaele Solarino

La contea di Modica è il titolo del lungo saggio che introduce i Canti popolari del Circondario di Modica di Serafino Amabile Guastella, pubblicato a Modica nel 1876. Un saggio che è un racconto sugli abitanti di quella parte della Sicilia d’oriente che dal XV secolo al XIX si chiamò Contea di Modica e che oggi è gran parte dell’attuale provincia di Ragusa. Una introduzione che è corposa quanto il soggetto del libro, vale a dire la raccolta di Canti popolari; e forse sarebbe stata anche superiore, se il tipografo non avesse tralasciato o volontariamente cassato un paio di quinterni.

La Contea di Modica: quattro percorsiv
Ritratto fotografico di S. A. Guastella (1819/1899). Il frontespizio dei Canti popolari del 1876 (a destra)

“Il tipografo mi assassinò in modo indegnissimo – si lamentava con l’amico Giuseppe Pitrè in una missiva del 27 settembre 1876 – e non solo negli errori tipografici, che qualche volta feriscono il senso, e qualche altra volta la grammatica, ma con l’aver tralasciato di stampare per lo meno una terza parte della prefazione, cioè una decina di pagine, forse le più importanti.”

Una ragione in più per addentrarsi nella lettura di una delle prime opere di Guastella (tra l’altro mai ristampata) che riserva non poche sorprese, per la scrittura, le notazioni storiche e antropologiche, la verve e l’ironia abbondantemente profusa.

La Contea di Modica: quattro percorsi
Il dott. Raffaele Solarino (1844/1903); a destra copertina di una ristampa anastatica de La Contea di Modica

Vent’anni dopo, il ragusano Dott. Raffaele Solarino, che fu pure sindaco della sua città, pubblica il primo volume di una impegnativa ricerca storica, intitolandola La Contea di Modica (il secondo uscirà postumo nel 1905). Rimane ancora un pilastro della storiografia iblea, per la vastità dei dati e della documentazione d’archivio, specialmente per il periodo medievale. Una lettura, in verità, non facile per la mole e la specificità della trattazione, ma con numerosi varchi e suggestioni per il lettore curioso. Esistono varie ristampe.

La Contea di Modica: quattro percorsi
Nobildonne a passeggio sulla spiaggia. Foto di Carmelo Arezzo barone di Trifiletti (1871/1899)

Invece, è gradevole e ‘leggero’ il racconto degli usi e costumi degli abitanti di questa parte della Sicilia d’oriente, specie se a tesserne la trama è una colta donna del settentrione, venuta a stabilirsi a Ragusa dopo aver contratto matrimonio col nobile Paolo La Rocca Impellizzeri. La piemontese Esther Manari, a differenza della maggior parte delle donne di Sicilia (comprese le nobildonne), ha frequentato un corso regolare di studi. Scrive e pubblica alcune raccolte di poesie, si impegna socialmente nell’istruzione e nel riscatto delle donne meno abbienti anche con la creazione di corsi di avviamento al lavoro.

Possiamo dire che è una donna moderna. E lo si legge nella sua Contea di Modica: indagini del folklore (1912) dove riti ed antiche costumanze, comprese le superstizioni, vengono porte al lettore come sostrati di un’antica cultura o aspetti identitari di varie comunità. Così le feste civili e quelle religiose, la cucina, la vita sociale di cento e più anni fa rivive nelle pagine briose della piemontese che divenne ragusana. Una curiosità: l’opera, dedicata a Giuseppe Pitrè, fu premiata con medaglia d’oro alla Esposizione Etnografica di Buenos Aires del 1911.

La contea
La Contea di Modica della baronessa Ester La Rocca Manari (1910) (a sinistra). La torre di guardia di Mazzarelli trasformata in residenza estiva dal barone La Rocca Impellizzeri nel 1885 (al centro). Un volume di versi della baronessa La Rocca Manari (a destra)

La Contea di Modica di Sciascia e Leone (1983) è quella fra le quattro ancora reperibile in qualche libreria, oltre che nelle bancarelle e librerie antiquarie per le precedenti edizioni, ed è quella che abbina la scrittura arguta ed essenziale di Leonardo Sciascia alle immagini evocative e visionarie del fotografo ibleo Giuseppe Leone. Il racconto della Contea, insomma, si fa immagini e parole per i lettori che non conoscono la Sicilia e per coloro che ci vivono, ma la riscoprono singolare e magica.

La contea
Giuseppe Leone e Leonardo Sciascia (a destra); copertina della prima edizione de La Contea di Modica (Electa, 1983)

Un consiglio: se trovate in qualche bancarella o antiquario la mitica prima edizione della Electa (1983), fatevi un regalo di Natale! È uno dei prodotti editoriali degli anni ’80 più significativi. Per l’impaginazione, la carta, la rilegatura, la essenziale eleganza. Parola di bibliotecario.

Serafino Amabile Guastella, Canti popolari del Circondario di Modica, Modica, Tip. Lutri & Secagno, 1876.
Raffaele Solarino, La Contea di Modica, 2 volumi, Ragusa, Piccitto & Antoci, 1895,1905. (Varie ristampe anastatiche).
Ester La Rocca Manari, La Contea di Modica. Indagini del Folklore, Ragusa, Tip. Vincenzo Criscione, 1910.
Leonardo Sciascia, Giuseppe Leone, La Contea di Modica, Milano, Electa, 1983. (Varie ristampe. In catalogo nelle Edizioni di passaggio di Palermo).
La contea
Una foto di Giuseppe Leone nel volume La Contea di Modica (1983)

Immagini: Archivio Utopia Edizioni.

Intervista a Salvatore La Terra Majore

di Redazione

Non c’è più il cielo di penduli salami e soppressate – immortalato in una foto del 1986 di Giuseppe Leone – ad accoglierci nella saletta di ingresso. Per il resto il tempo si è fermato: sulla destra la bella cucina a vista con i cuochi indaffarati; proseguendo, dritto di fronte, la saletta per i clienti (la stessa da oltre cento anni) e sul lato superiore l’altra più ampia e recente per quando il numero eccede, specialmente nei giorni festivi. Tra i due corpi un disimpegno-studio.
Qui incontro Salvatore Laterra, quarta generazione Majore.

Salvatore Laterra Majore

Sciascia in quella foto è assieme alla moglie Maria e alcuni amici e sta per acquistare le vostre specialità, specialmente quelle soppressate che sembrano fargli l’occhialino dall’alto…
Ricordo quel giorno, estate del 1986. Sciascia aveva terminato di pranzare assieme ad un gruppo di amici e tutti insieme stavano comprando alcune delle nostre specialità: cosa che il grande scrittore di Racalmuto, per la verità, faceva tutte le volte che veniva nel nostro ristorante.

Leonardo Sciascia, la moglie e alcuni amici nella saletta-cucina d’ingresso del ristorante immortalati dal Maestro Giuseppe Leone (1986)

Quindi non era la prima volta che Sciascia approdava a Chiaramonte?
No assolutamente. Sciascia era un cliente già dagli anni 60, come si evince dal un trafiletto di un suo articolo, quando era venuto a Chiaramonte “per vedere i luoghi in cui era vissuto Serafino Amabile Guastella, delizioso narratore e finissimo studioso di tradizioni popolari” e come spesso capita in un viaggio “si fanno due servizi”. Che erano, nel caso specifico, complementari poiché anche nella trattoria ritrovava il mondo di Guastella: “quelle pareti dipinte con gli affreschi e, dentro una scodella programmatica e imperiosa: qui si magnifica il porco”.

Era una sua definizione?
No, l’autore dell’epigrafe “Qui si magnifica il porco” – poi diventato il motto della casa – fu il Professore Salvatore Pugliatti, Rettore dell’Università di Messina, insigne giurista e uomo di grande cultura che frequentava spesso Ragusa, dove improvvisamente morì nel 1976.
Alla fine di una cena luculliana con tutte le specialità della casa ci regalò la famosa frase.

Particolare di un decoro del Maestro De Vita nella storica saletta di Majore. Sul piatto dipinto campeggia il motto del ristorante

Salvatore Pugliatti a Ragusa incontrava il poeta Vann’Antò allora Provveditore agli Studi e altri uomini di cultura, anche della vicina Modica. Poi si finiva inevitabilmente a Chiaramonte. I modicani Raffaele Poidomani, Franco Libero Belgiorno e i figli Duccio e Franco Antonio erano altri abituali clienti del vostro ristorante; da Comiso approdava con gli amici il famoso pittore Salvatore Fiume. Si può dire che Majore ha rappresentato, specialmente nella seconda metà del secolo scorso, un piacevole luogo di incontro conviviale per molti intellettuali siciliani.
Ma torniamo a Sciascia e gli amici ragusani.
Sciascia, Bufalino, accompagnati da Peppino Leone intensificarono le loro visite presso il nostro ristorante a partire dal 1986 quando presiedette a Chiaramonte il Convegno Nazionale di Studi su Serafino Amabile Guastella. Ricordo la signorilità e la modestia di Bufalino, che mangiava di solito una pastina con olio. Ma che per non disturbare non la chiedeva mai, eravamo noi a prepararla e mettere il grande scrittore a proprio agio.
La comitiva di solito si componeva di una diecina di persone e amavano mangiare nella saletta storica nel tavolo entrando a destra; diverse volte furono presenti Vincenzo Consolo e Matteo Collura. Grandi uomini ma soprattutto grande modestia.

(Da sx) un trafiletto di Leonardo Sciascia scritto su “L’Ora” di Palermo e una nota sul registro degli ospiti con le firme dello scrittore e di alcuni amici negli anni’60

Hai conservato gelosamente alcune testimoniane del loro passaggio: fotografie, ritagli di articoli, note sul libro firme…
Credo che anche queste, siano testimonianze storiche e culturali, intinte ed intrecciate di schiettezza ed umanità. Ricordi di uomini che hanno inciso nella vita sociale culturale e politica del Paese, il più delle volte con pari passione e discrezione.

1986. La dedica scritta da Leonardo Sciascia sul registro degli ospiti, vent’anni dopo la sua prima visita

Vedo pure, nell’album, un articolo di Pippo Fava…
Pippo Fava venne a Chiaramonte agli inizi di settembre del 1983 per intervistare mio padre; era il giorno del funerale del dott. Giuseppe Nicosia, già sindaco di Chiaramonte come si vede nel fotoservizio che accompagnò il pezzo. L’intervista fu pubblicata sul n.9 / 1983 de “I Siciliani”. “Sulle strade del buon mangiare in Sicilia” si intitolava l’articolo e riusciva a raccontare l’anima e la passione di due generazioni di ristoratori, il valore della tradizione e della genuinità dei cibi antichi. Tre mesi dopo veniva assassinato dalla mafia.

(Da sx) uno schizzo del famoso pittore comisano Salvatore Fiume sul registro degli ospiti (1996) e il frontespizio di un articolo di Pippo Fava su”I Siciliani” nel 1983

Continua a sfogliare il corposo album zeppo di commenti, firme, disegni: un fiume di ricordi che profumano di buona cucina e di incontri variegati. Si ferma su un foglio.
Ecco, cercavo proprio questo: “Dopo vent’anni – a magnificare il porco (quello vero). 21/8/86. Leonardo Sciascia”. Lo scrisse, probabilmente, a fine pranzo, il giorno di quella foto che lo ritrae nella saletta d’ingresso sotto il cielo di salami.

Link all’articolo precedente. Clicca qui!

Per la serie di articoli “Omaggio a Sciascia“, nel primo centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto, presenteremo altri cinque contributi sul tema ‘Leonardo Sciascia e la provincia di Ragusa’. Avranno cadenza settimanale a partire dal presente contributo del prof. Federico Guastella.

di Federico Guastella

Motivi di salute impediscono a Leonardo Sciascia di portare avanti un lavoro sulla vita di Telesio Interlandi, di cui aveva raccolto una copiosa documentazione, attinta in particolare dal figlio Cesare. Nella lettera del 15 gennaio 1989 a questi Sciascia scriveva: «La ringrazio di tutte le notizie che mi dà, e che mi saranno utili, anche se meno – nel taglio che intendo dare al racconto – mi interessano i rapporti di suo padre col fascismo, il suo fascismo, e più il dramma del ‘45. Le due vite, mi interessano, e quel tragico momento: di suo padre, dell’avvocato Paroli».

Leonardo Sciascia e Telesio Interlandi

Una storia dunque che l’aveva appassionato, vagheggiandola e quasi accarezzandola senza averla mai scritta. Ecco ora un cenno dell’intellettuale più famoso del regime fascista: Telesio Interlandi (Chiaramonte Gulfi 1894 – Roma 1965). Del padre Vanni (Giovanni), maestro elementare, rimangono alcuni scritti pedagogici ed un breve saggio su Serafino Amabile Guastella, mentre di lui è noto l’inserimento nell’apparato dello Stato fascista che gli consentì di essere una delle espressioni più autorevoli attraverso la direzione del giornale “Il Tevere” (1924), ottenuta dopo il delitto Matteotti e successivamente a diverse esperienze giornalistiche a Roma e a Firenze. Vi scrissero famosi scrittori. Per citarne alcuni: Luigi Pirandello, Emilio Cecchi, Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Cardarelli, Vitaliano Brancati, Elio Vittoriani, Corrado Alvaro, Ardengo Soffici, Alberto Moravia.

“Il Tevere”, quotidiano fascista edito a Roma. Telesio Interlandi ne fu il fondatore e il direttore dal 1924 al 1943.

Dell’Interlandi ricordiamo: il settimanale “Quadrivio” (1933); “Pane bigio” sottotitolato “Scritti politici”, edito a Bologna nel 1927 con la prefazione del poeta Vincenzo Cardarelli; nel 1938 diresse il quindicinale “La difesa della razza”; il primo numero apparve il 5 agosto del 1938 recante in copertina due versi di Dante tratti dalla terza cantica della Commedia (“Corriere della sera” dell’11 novembre del 1938 informava, in prima pagina, che il Consiglio dei Ministri aveva approvato le leggi per la difesa della razza), e nel medesimo anno pubblicò un insieme di scritti nel libro “Contra Judeos” che, per Guido Piovene, ebbe la virtù principale “di aver ridotta all’osso la questione ebraica” (“Corriere della sera”, 15 dicembre 1938).

(In alto) Il primo numero di Quadrivio (1933) diretto da Telesio Interlandi. Vitaliano Brancati dirigeva la redazione. (Sotto) “Pane bigio” edito a Bologna nel 1927

Egli appare come l’intellettuale smaliziato che, distaccandosi dal suo microcosmo per avventure più gratificanti e cedendo alle lusinghe del potere, si distinse per aver sostenuto le tesi antisemitiche dell’epoca, nonché le leggi razziali (1938), il cui spaventoso esito si ebbe poi ad Auschwitz, a Dachau e in altri numerosi lager nazisti. Catturato dopo il 25 aprile e destinato al carcere di Canton Mombello a Brescia per essere destinato quasi sicuramente alla fucilazione, fu fatto evadere dall’avvocato bresciano, socialista militante e antifascista, Enzo Paroli. Insieme alla famiglia (la moglie e il figlio), lo nascose a casa sua, quasi di fronte al carcere, dal 17 novembre 1945 al luglio 1946, mettendo a rischio la propria vita. Il ‘maledetto’ Interlandi veniva infine assolto grazie alla difesa del suo avversario politico.

Il quindicinale “La difesa della razza”. Il primo numero (primo a sx) apparve il 5 agosto del 1938

Pietro Gibellini, critico letterario bresciano, parlando del suo rapporto con Sciascia, riferisce di una lettera che il nostro gli scrisse, comunicandogli la nuova ricerca che avrebbe voluto trasformare in un libro-inchiesta: «Se ben ricordo, voleva sapere in che misura agissero in Paroli scelte etico-ideologiche e quanto entrasse in gioco una componente femminile, forse una donna amata da entrambi» (P. Gibellini, Manzoni, D’Annunzio e Interlandi. Alcuni ricordi su Leonardo Sciascia, luglio/agosto 2021 – la Biblioteca di Via Senato, Milano, Speciale Centenario Leonardo Sciascia, in bibliotecadiviasenato.it).

Pietro Gibellini (foto da ateneodisalo.com)

Prima che morisse, Sciascia diede le carte e gli appunti al giudice catanese Vincenzo Vitale che ne fece il racconto “In questa notte del tempo” (Sellerio, Palermo, 1999). Così Massimo Gatta: «Questo libro non scritto, e quindi il libro poi effettivamente scritto, rappresentano un caso unico in quanto entrambi accessibili su piani diversi al lettore. Il primo, indubitabilmente di Sciascia, perché storicamente documentato e inverato dalla cogenza dell’argomento, dalla riflessione, dalla documentazione; il secondo, il pamphlet di Vincenzo Vitale, perché pubblicato (…) e reso materialmente nella disponibilità del lettore» (Sciascia e il paradigma del libro mai scritto. Telesio Interlandi: “l’ossessione particolare” (Luglio/agosto 2021 – la Biblioteca di Via Senato Milano, Speciale Centenario Leonardo Sciascia).

“In questa notte del tempo”, di Vincenzo Vitale (Sellerio, Palermo, 1999)

C’è anche da dire che Giampiero Mughini sul personaggio aveva già scritto “A via della Mercede c’era un razzista” (Rizzoli, Milano, 1991). L’anno successivo il giornalista bresciano Tonino Zana, rovesciando il titolo del romanzo di Stendhal “Il rosso e il nero”, pubblica il saggio monografico “Il nero e il rosso” – Il romanzo bresciano che Sciascia non scrisse (Gussago – Editrice Ermione, 1992). Gli sembra che Leonardo Sciascia recasse una specifica sensibilità ricognitiva: “La profezia della vicenda stava forse nell’avere il coraggio di ridefinire l’antica scala dei valori ponendo in cima, l’uomo, nudo, intorno al quale, a lenti cerchi concentrici, mobilitare il circolo delle piccole bontà quotidiane, piano, piano, lentamente, giù giù fino al cerchio finale dell’orizzonte dove sarebbe potuto apparire lo Stato”.

(In alto) “A via della Mercede c’era un razzista”, Giampiero Mughini (Rizzoli, Milano, 1991). (In basso) “Il nero e il rosso”, Tonino Zana (Editrice Ermione, 1992)

Nel libro si cita la lettera, datata 12 novembre 1988, che Sciascia aveva scritto all’avv. Stefano, figlio del penalista Paroli: “Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il dovere di non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare”. In definitiva, il “nero” e il “rosso”“ si alleano proprio per sfuggire con la forza della pietas alla logica della spietata vendetta di cui è vittima l’umano dell’uomo.

di Federico Guastella

Dal poderoso scritto “Il maestro di Regalpetra” di Matteo Collura apprendiamo che una copia di Fatti diversi di storia letteraria e civile (Sellerio, Palermo 1989), in cui sono raccolti diversi saggi, fu consegnata da Elvira Sellerio a Sciascia prima della sua morte. E’ il quarantatreesimo libro cui egli ha dedicato le ultime attenzioni. Lo tiene in mano mentre aspira alcune boccate da una sigaretta che subito spegne. L’opera, il cui titolo dal gusto francesizzante richiama quella di Croce (da lui preferita), tratta argomenti sull’essere siciliani, tra cui scrittori e artisti che della Sicilia hanno dato un’immagine di universalità.

(foto da Lariobook)

Tre i bei saggi dedicati al territorio della provincia di Ragusa: La contea di Modica, Invenzione di una prefettura, in cui recupera il pittore del regime Duilio Cambellotti che decorò i saloni del palazzo prefettizio, Guastella, il barone dei villani. Soffermiamoci in particolare sull’ultimo, essendo Guastella un singolare autore dell’Ottocento siciliano nominato per la prima volta nell’opera Morte dell’inquistore (Pubblicato da Laterza nel 1964 e definito da Sciascia come «breve saggio o racconto»). E’ probabile che egli abbia scoperto la presenza di Serafino Amabile Guastella leggendo il libro “Del Sant’uffizio a Palermo e di un carcere di esso” (opera postuma “di strettissima stampa”, curata da Giovanni Gentile), scritto dal demologo dell’Ottocento Giuseppe Pitrè.

Serafino Amabile Guastella

Parlando della pena del “collaro” (un anello di ferro, infisso in una murata della piazza, il quale si apriva o chiudeva con apposito congegno), diffusa anche a Racalmuto, Sciascia cita i versi raccolti da Guastella, trascritti ne “I canti popolari della Contea di Modica”, libro rarissimo e non più pubblicato da quando per la prima volta fu dato alle stampe (1876). Indubbiamente lo scritto dovette destare la sua curiosità, e sicuramente l’avrà nel frattempo reperito in qualche biblioteca. Se ne servirà in modo analitico nel saggio sulla Contea di Modica, riportando distici e stornelli su fatti storici, verseggiati dal popolo.

Ecco un esempio. Quando il popolo parlava del matrimonio di un’orfana, alludeva a Venezia Palazzi che, sposa di Simone Chiaramonte, aveva istituito una dote per le orfanelle del paese. Da qui i versi che ricordano la circostanza:

“Vinezia, l’armi santi fannu festa
C’addutàstivu a tutti l’urfaneddi”

Dopo i Chiaramonte, Bernardo Cabrera, nel 1392 in seguito all’investitura fatta da Re Martino, ricevette, con i più ampi privilegi il territorio della Contea di Modica e un distico – scrive il Guastella – udito da una popolana di Modica, pare potesse adattarsi a quel Giovanni Cabrera, prima divenuto esoso con le angherie, poscia benemerito con le concessioni enfiteutiche ai vassalli:

“Crapuzza, ca ppi nui si’ crapa r’oru
Rinnillu, si spiddiu lu tiempu amaru!”

La Contea di Modica ai tempi di Bernardo Cabrera

Puntuale la conoscenza di Sciascia dei testi di Guastella: specificamente Padre Leonardo e Le parità e le storie morali dei nostri villani di cui si occuperà nel saggio Feste religiose in Sicilia (1965), dove sostiene che il mondo religioso in Sicilia “ha radice in un profondo materialismo, in una totale refrattarietà a tutto ciò che è mistero, invisibile rivelazione, metafisica”. Lo studio confluirà poi nell’opera La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia (1970), in cui nel saggio “Verga e la libertà” (datato 1963), oltre a citare un brano dei Canti popolari di Guastella sulla natura ribelle del contadino modicano, riporta il canto della messe, considerato “il canto della scatenata anarchia contadina, dell’odio verso ogni altra classe, e categoria sociale, della devastazione di ogni valore”.

Gustoso il brano tratto dal racconto Padre Leonardo sulla Guerra di santi di verghiana memoria a testimonianza di una “sicilitudine” che abbracciava il fanatismo come deformazione del significato religioso. Poi don Leonardo prende in esame l’opera Le parità e le storie morali dei nostri villani, inquadrando le parabole guastelliane, raccolte dalla viva voce popolare, in un organico antivangelo: «E crediamo sia difficile trovare, nell’animo e nella cultura di altri popoli, una visione della vita così rigidamente e coerentemente in opposizione al messaggio evangelico».

Incisione di G. Vuiller, da La Sicilia. Parigi, 1896 (particolare)

A sostegno della sua tesi, riporta una parabola e una storia: la prima si riferisce all’egoismo di San Paolo, rappresentato come un capo-mafia “accorto e cinico” (sarà ripresa nell’opera Nero su Nero, pubblicata da Einaudi nel 1979 e da Adelphi nel 1999); la storia è quella di fra Illuminato, monaco questuante e sant’uomo di stampo francescano che vorrebbe andare a denunziare un assassinio, ma in nome dell’omertà viene dissuaso dal farlo da tre animali (un coniglio, un cane, un agnello, una statua): “Dio non vuole che lo denunzi”. In un primo tempo egli resiste agli insulti, ma alla fine cede, scegliendo di tacere, convintosi che la volontà di Dio è superiore alla decisione di volere giustizia.

La conclusione di Sciascia è severamente obiettiva: «E tutte le altre “parità” e storie contengono crudi rovesciamenti della morale cristiana, prescrivono – avallati dai santi e dal Signore in persona – comportamenti inflessibilmente asociali e antisociali: il Signore che confida ai poveri che il principale loro male è lo sbirro e che raccomanda ad Adamo di usare sulla moglie il bastone (che per questo servizio non si chiamerà più bastone, ma Ragione); san Gerlando che fa il ladro di mestiere; san Giuseppe che va a rubare fichi con Gesù Bambino per mano, san Martino la cui santità non vien meno anche se eccessiva è la sua dedizione al vino; san Francesco di Paola che a cuor leggero fa testimonianza falsa, san Cristoforo, per sua parte parricida, che consiglia a sant’Elmo di praticare il contrabbando, e così via”.

Leonardo Sciascia (foto da huffingtonpost.it)

In conclusione, ecco la domanda: per Sciascia chi è Guastella, l’aristocratico di Chiaramonte Gulfi? Quale posto occupa negli studi del folklore e nella letteratura? Profonda l’intuizione. Il barone dei villani, utilizzando la definizione di Cocchiara, è visto in una zona di equidistanza tra Verga e Pitrè: «Ora a me pare che Serafino Amabile Guastella stia, con la sua opera, come un punto intermedio tra “l’epopea del vicinato, così come veniva svolgendosi nei cortili e nelle case nei pomeriggi estivi e nelle sere invernali, e I Malavoglia e le novelle rusticane del Verga…

E dicendo “un punto intermedio” non voglio indicare un valore letterario che sta tra la registrazione di una voce narrante (coi mezzi del Pitrè o con quelli di oggi) e il suo trasformarsi, trasmutarsi e decantarsi – in uno scrittore come il Verga – in memoria e fantasia; voglio dire, piuttosto, di un intendimento, di un tipo di attenzione, di un giudizio per cui quel mondo, il mondo contadino della contea di Modica nella seconda metà dell’Ottocento, viene come assunto in vitro al di sopra del documento e prima che lo si assuma nel sentimento: dando luogo a una specie di genere letterario che tiene più del “conte philosophique” che del romanzo o racconto di verismo lirico qual viene manifestandosi in quegli anni».

(Da sinistra) Giovanni Verga e Giuseppe Pitrè
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