Tag

Letizia Dimartino

Browsing

di Letizia Dimartino

I monti di fronte casa mia hanno tratti di rimboschimento, la città si espande troppo – il suo profilo è cambiato – alberi cresciuti coprono la vista dei palazzi, si piegano sulla strada, alcune ville distruggono il paesaggio, le vie hanno negozi nuovi e orientali o vani abbandonati, le auto nomi differenti, i palazzi colori sgargianti, la stazione è vuota, il treno passa solo due volte sui binari che vedo dal mio balcone, la vallata è inondata dal verde incolto, i campanili non si stagliano più nel cielo e il suono delle loro campane non si sente.

Ragusa. Stazione di Genisi. (Archivio Piero Murè)

Io non viaggio da trenta anni, da allora non vado in un albergo: il piacere di scorgere una stanza dal letto immacolato, il panorama insperato oltre le vetrate, la colazione col suo profumo, il risveglio fra lenzuola fresche. E il mattino da iniziare in luogo diverso. Tutto è successo, e gli anni sono trascorsi veloci e pure lenti, e io devo aver perso tanto. Tanto. Mentre mi aggiravo in queste stanze credendo di vivere. Inconsapevole, forse. Forse.

Panorama da Ragusa Ibla. (Archivio Piero Murè)

Foto banner e social Giancarlo Tinè

di Letizia Dimartino

Schiacciavamo noci, il figlio col bavaglino, mio padre alla finestra con le mani in tasca, il vapore sui vetri, la pioggia a rigarli. La cucina calda, il desiderio di vivere, quel senso della giovinezza che piano piano scivolava. Genitori vicini, i bambini che piangevano ad ogni tuono e che guardavano sgomenti il temporale, il fuori che era ancora mio, col freddo ghiaccio sulla testa dolente. Si faceva Natale presto presto, desideravo un bacio vero. Un abbraccio che fosse intenso e come l’ultimo.
Guardavo la tavola, le stanze che ancora non erano la mia unica esistenza, mia madre che rideva con le labbra rosse, le malattie che vivevano in noi due ma anche no. Perché erano Natali lontani, i mandarini facevano odore di cena finita, di sonno col capo sul tavolo e i riccioli di mia figlia si appoggiavano in disordine sul suo viso arrossato, le mani strette alle mie. E tutto finiva, col brodo caldo e con i pensieri leggeri. Il bacio che non arrivava, la notte piena di sogni, le coperte smosse dal sonno pesante. E gli anni a venire sarebbero stati altri. E niente sapevo, niente immaginavo. Il mio oggi, la mia mano come a toccarvi, ad uno ad uno… in augurio.

di Letizia Dimartino

Prima di Natale andavamo a Catania, nel sole e nel tepore dell’auto. Durante sentivamo le musiche di Bacarach, e i giardini di aranci avevano i frutti appesi ai piccoli alberi disposti in file ordinate, lungo la strada. Il cielo celeste nel primo pomeriggio, la mia gonna cortissima e scozzese, le gambe velate dai collant per sentirmi una londinese. La testa appoggiata al finestrino, il desiderio di essere nella città amata che era diversa da Ragusa, i negozi moderni, le pasticcerie profumate, il nero dei palazzi, il tempo come fermo, le donne piccole e scure, la bellezza nostra, le compere affannose e la sciarpa da togliere, e il cappotto da scostare dalle spalle, la diversità e la gioia. Una spremuta, un cannolo, lo sguardo sulla Villa Bellini, sul teatro, sulla piazza di Santa Agata, il senso, l’eros dei miei giovani anni, tutto ciò che si poteva godere, la sera che si posava sull’Etna maestosa e già bianca in fondo alla via del centro, l’arancio del tramonto. Il ritorno per strade con curve impossibili, nel buio e nei sogni che facevo: d’amore, solo d’amore. Ed era Natale subito subito.

di Letizia Dimartino

Il Natale vuol dire: figli. Figli tornati da me. E tavole di tutti i giorni piene di cibo. E di dolci. E poi pomeriggi sonnolenti, lunghissimi. E foto antiche da rivedere insieme, e armadi, riaperti, con gli abiti miei non più messi da anni e da riguardare insieme mentre fuori tramonta subito e le nuvole sono arancioni. E poi il classico camino acceso che mi fa venire la cefalea feroce e scappo, mentre loro stanno sui divani e hanno calzettoni a righe e capelli spettinati, ed escono andando per campagne e portando al ritorno odori di eucalipti. Mentre io li attendo nel mio letto e prendo una pillola, due pillole, tre pillole, e scrivo agli amici.

E loro vanno al mattino al mare, che è vicino, lasciando i monti celesti e con la nebbia di tulle, e il mare brilla e il sole è caldissimo e i loro nasi si arrossano. E tolgono i giubbotti, le sciarpe e mangiano la brioche. Ma poi pensano che sia bello rivedere Chiaramonte, paese alto e freddo, con i ristoranti antichi, con la carne sugosa, e con il panorama ampio ampio e a volte con la neve in pineta. E io resto sempre nelle mie stanze larghe, fra il luccicare dei festoni messi per loro, e mi viene pure sonno e mia figlia ha il mal di testa e un basco sui capelli tinti in rosa. E pensiamo ai gatti della nostra vita. I cuscini sono tanti e le poltrone ci accolgono. E mi sento male ma rido, piano, per non disturbare.

di Letizia Dimartino

Camilleri era di un’altra Sicilia. Parlava un altro dialetto. Aveva modi lenti, sguardo puntuto e di sottile furbizia pur con una beffarda bonomia. Alzava il capo piano. Conosceva uomini diversi, che non hanno ironia (penso invece ai catanesi), immaginava donne brune dalla pelle diafana, dal seno morbido e imperfetto, buono per l’amore. A Camilleri piaceva ascoltarsi, lui sentiva la sua voce, le parole che giungono facili, e rideva, in una stanza tappezzata di libri. Lui vedeva lo stesso tutti, ogni persona passava attraverso i suoi occhi, scriverne fu facile, così come il mare increspato del mattino e le campagne brulle, le spiagge solitarie. I miei luoghi sono quelli dei suoi libri, ma sono di ognuno di noi, ormai. E come reliquie preziose vanno visitati. Camilleri che sapeva di questa isola. Noi lo rispetteremo nel ricordo, così come si dice qui, con il cappello sul petto e la preghiera per la vita nuova.

Andrea Camilleri (1925-2019) (Foto G. Leone)

Foto banner e social Giuseppe Leone

di Letizia Dimartino

A Ragusa in un tempo molto lontano le donne anziane tenevano scialli nerissimi sul capo e se li avvolgevano intorno al corpo con gli occhi bassi, sotto mettevano grembiuli scuri e poco odorosi, le scarpe allacciate e sgangherate, i capelli raccolti in crocchia intrecciata, due pettinini a trattenerli. Nelle stanze quadri raffiguranti il cuore trafitto di Gesù, piccoli ceri accesi, le finestre basse sulle strade grigie, le cucine nude, i tavoli con i piedi alti e tarlati, le verdure selvatiche col vapore lungo le scale. Le chiese fermissime nel rigore di un cielo spesso bagnato di pioggia, l’ave Maria scandita. La povertà e ciò che si è perso.

(Da archiviodegliiblei.it – Ph Giuseppe Leone)

Le donne del nostro Sud vanno amate nel loro pallore siciliano, nel nero degli occhi morbidi, nel sorriso indolente e smarrito. Ci sono i nostri colori sui volti e pure l’amore e il senso. Loro vedono il mare, o i monti azzurri, escono per strade scure, mangiano nelle mattine assolate, conoscono il libeccio e lo scirocco e tutto diventa mollezza e vita. La voce di noi donne, dell’isola orientale, in cui il grido è dramma e allegrezza al contempo. E libertà. E bellezza purissima.

(Foto da “Pausa Pranzo” (particolare) – Ph Giuseppe Leone)

Foto banner e social Giuseppe Leone

di Letizia Dimartino

Trenta anni fa nella nostra casa di campagna, circondata da muri a secco tipici ragusani, venne in estate un uomo che li sapeva riparare. Era naturalmente senza età, con la schiena sempre piegata. Non si raddrizzava mai. Lavorava durante la controra. Noi stavamo a letto, le persiane abbassate, il silenzio caldo intorno. E lo sentivo che parlava. Sapevo che non c’era nessuno oltre lui. Mi alzai e uscii sulla veranda per sincerarmi. Stava piegato con un arnese tenendo nell’altra mano una grossa pietra e le parlava, dicendole in dialetto: vieni qui, non avere paura, resta ferma, non ti faccio male, vuoi carezze? Aspetta e vedrai che ti farò bella.

Restai interdetta. Tutto il pomeriggio ebbe un colloquio ad alta voce con le pietre grigie e porose e mute. Erano la sua vita. Adesso noi parliamo invece con i computer, ho visto e sentito un mio collega bistrattare il proprio e adirarsi con lui allo stesso modo di quell’artigiano antico.
E così il mondo in trenta anni è cambiato. Ma forse ancora chi scolpisce la pietra parlerà nei pomeriggi e farà carezze, chissà.

(Foto Giulio Lettica)

Foto banner e social Giulio Lettica

di Letizia Dimartino

Quando al mare piove si fa intorno tutto un silenzio. Per primi siamo noi che parliamo a voce bassa, gli uccelli zittiti e increduli. I vicini come scomparsi nel loro vocio continuo. La campagna sola, il fruscio intensissimo degli alberi, il paese che da qui sembra non esista più. Tutto è sospeso. Solo il ticchettio intenso sui tendoni della pioggia, sul granito della veranda. Io sto di colpo male, mi sdraio, prendo le gocce e guardo il mare di un colore non estivo e cupo. Suona l’orologio del campanile l’ora: ed è subito tutto bello.

Stamattina mi sveglio poco prima delle sei: piove. Cielo scuro. Freddo in questa campagna sbattuta dal vento, gli alberi coi rami a dondolare. E allora penso subito al ritorno in città, ai negozi con i golfini pesanti in vetrina, alle sciarpe soffici, alle camicie da notte lunghe che indosserò fra non molto. Voglio lasciarlo questo mare incupito, questa casa con le persiane e con gli spifferi. Non siamo in Scozia, nessun camino acceso, ma un letto dalle lenzuola lisce e calde, in cucina oggi spaghetti con i pomodori essiccati e l’olio aromatico, le foglie del basilico in ciuffo. Due gatti randagi sostano sulla soglia a ripararsi, mia figlia a giorni andrà via, il tormento e il pensiero che si fanno pesanti, il sibilo all’orecchio. La città che mi aspetta e quello che vorrei e mai più sarà. Mangio una fetta di pane tostata, metto una giacchetta. La voglia di fuggire.

di Letizia Dimartino

Nella mia città in estate piove ogni pomeriggio, proprio quando ci mettiamo a letto e cerchiamo il sonno pesante di queste ore. Piove come se fossimo in montagna.
Una pioggia diritta, forte, rumorosa nel cielo di un grigio semiluminoso. Fu sempre così, anche quando ero bambina, e finiva la festa del Patrono, e la cera della processione sulle strade in discesa si scioglieva, e le bancarelle tradizionali venivano coperte in gran fretta, e le zingare, che un tempo si accampavano sulla via Leonardo Da Vinci, scappavano coi loro figli in braccio e noi ne avevamo paura, le loro vesti fiorate e gli orecchini in cerchi e i biglietti della fortuna con la gabbietta degli uccellini. Il nostro futuro, il loro ghigno, le gonne ampie e ricce. E poi spunta sempre un sole pallido e gli Iblei si stemperano in un celeste netto. I tuoni su Giarratana e Monterosso e Chiaramonte, le strade che emanano un caldo umido che infastidisce, e scuote il cuore e pure la mente. È così che l’estate finisce in questi luoghi, e i carrubi diventano lucidi. Ma io ho un’altra vita, lo so.

Foto archivio Giorgio Colosi

di Letizia Dimartino

Il vento che sento viene dalla Provenza, è lieve stamattina e soffia fra gli ulivi e gli eucalipti. Ha un soffio diverso da quello di levante, porta un mistero e i rami si incurvano inchinandosi. In casa vi è aria fresca, con lame di luce. Le gazze fanno un gran rumore adesso, arrabbiate da sempre. Son belle nei colori, ma insopportabili. E ora la veste si solleva, i capelli sbattono sugli occhi, gli occhi si fessurano. No, non finisce l’estate. È ancora presto. Eppure noi siamo diversi, senza aspettative. Un tempo facevo le valigie e andavo a Milano. Stazione nera e cielo a strati. Ci scordavamo di questo vento di ponente. Ma eravamo noi in ogni passo che facevamo. In ogni notte che si chiudeva con un temporale. In ogni ritorno troppo assolato. Quando il mare dello stretto era blu, come nero e ghiaccio. Il piede si tendeva oltre la ringhiera del traghetto, e tornava questo vento. Lui. Sempre lui.