Tag

liceo classico Umberto I

Browsing

di Giusi Pizzo

Luglio, da almeno un decennio (fateci caso), è il mese delle fake news sulla scuola. Alle notizie palesemente false o riportate male seguono, secondo un copione consolidato, le sentenze sull’inutilità della scuola, sull’inettitudine degli insegnanti e sull’ignoranza degli alunni misurata dall’Invalsi e decretata dal titolone in prima pagina delle riviste specializzate ad “orientare” l’opinione delle persone sulla scuola pubblica.

Anche gli articoli che non parlano di scuola, a luglio, si concludono con un’accusa alla scuola. Poco fa ho letto sul web qualcosa in merito al fenomeno antropologico di un gruppo di persone in cui si riconosce un certo disagio e il cui tratto comune, si dice nelle prime righe, è quello di essere “poco scolarizzate”. Ebbene, l’articolo termina così: “Infine, un altro aspetto evidenziato dall’antropologia è il fallimento della scuola che fornisce modelli culturali sbagliati e va decostruita”. Così. Una conclusione frettolosa e in contraddizione con quanto detto prima: o tali persone non sono andate a scuola e allora la scuola non ha colpa del loro disagio, oppure sono andate a scuola e il loro tratto comune non è la scarsa scolarizzazione. Tertium non datur!

La logica non è cosa facile. A proposito di logica, capita pure, con i conoscenti social, che se un giorno ti va di scrivere su Fb “oggi ho fatto le lasagne”, puntualmente arriva il commento di chi, seguendo un filo logico misterioso, sente l’urgenza civica di ricordarti come l’Anticristo si sia già manifestato attraverso la scuola! Va bene, vuol dire che non farò più le lasagne.
Le pseudo notizie si susseguono ad un ritmo incessante, destinato a rallentare solo a fine agosto, quando il problema capitale della depressione da rientro dalle vacanze, dei rincari delle bollette e delle pandemie incombenti, richiede legittimamente spazio e attenzione.

Luglio, quest’anno, però ritorna anche ad essere il mese della Maturità, del compito di Italiano e della seconda prova. E del colloquio finale. In verità, il Miur ha lasciato pressocché invariato quest’ultimo: un’accozzaglia di cose costrette a stare insieme con l’ospite inquietante, lui, il PCTO (ex Alternanza scuola -lavoro). Il racconto delle esperienze fatte in seno al PCTO, richiesto ai candidati, ricorda una surreale scena raccontata da Bulgakov ne “Il Maestro e Margherita”, in cui l’Autore descrive, quasi materializzandolo fisicamente, il senso della stanchezza che segue alla ripetizione ossessiva di un gesto (Margherita che per ore e ore stringe la mano agli ospiti). Tanto che, alla fine del capitolo, il lettore chiude il libro, sfinito e privo di forze. Anche le commissioni d’esame chiudono stremate dai PCTO.

Ed è proprio attraverso il mio sguardo sul famigerato colloquio che vorrei tentare una narrazione diversa poiché è sempre più facile racchiudere dentro categorie semplificanti o tenere gli occhi aperti solo sugli aspetti negativi della faccenda, per rafforzare e perpetuare la “vulgata” comune, cioè che la scuola, come qualcuno ripete e fa ripetere, “fa schifo” e che l’esame di maturità è una farsa.

Forse il colloquio può avere due significati. Nel primo caso, può essere solamente il finale atto formale di un procedimento burocratico atto ad assegnare una valutazione numerica, veloce, asettico e glaciale. Non c’è nulla di male, s’intende, se quella pratica razionale e aritmetica ha come esito una corretta valutazione che tenga in giusto conto impegno, performance e grado di maturità dell’allievo. Tuttavia, anche il sistema oggettivo e matematico può incepparsi se, nelle commissioni malamente assortite dal punto di vista umano, si mette in scena l’atto unico del teatrino degli individualismi e della lotta eroica per far prevalere una volontà sull’altra. In passato accadeva spesso.

(Foto da orizzontescuola.it)

Nel secondo caso, il momento del colloquio, per i docenti interni, può diventare occasione per ricevere “il feedback dei feedback” sulla loro azione educativa e, per gli alunni, una sorta di prova generale, metafora dell’approccio futuro agli ostacoli e alle situazioni problematiche che incontreranno quotidianamente. Ma questo può sembrare solo retorica e forse lo è.
Il miracolo più bello a cui può accadere di assistere è che l’impegno, il lavoro, la dedizione, il peso e lo spazio dati alla relazione umana prendano forma nelle parole e negli occhi dell’esaminando/a.

Un collega ha simpaticamente individuato e descritto, nel suo Diario d’esami, le tipologie di esaminando (l’intortatore, il genio, il poeta e così via). Mentre leggevo, pensavo di aggiungerne alcune, poi mi sono detta che le mani tremanti sul foglio, l’intelligenza illuminante, la sicurezza di chi ha già trovato la sua strada, la fragilità di chi è ancora alla ricerca di risposte, la sfida vinta con la propria timidezza, la teatralità dei gesti, la profondità o la superficialità, il tormento o la serenità con cui hanno affrontato questo evento, sommati a quei contenuti culturali e scolastici di cui hanno parlato o non parlato, rendono unico ciascun esaminando, collocandolo al di fuori da ogni categoria descrittiva o preconcetta.

(Foto ilfattoquotidiano.it)

E in fondo il colloquio non serve a classificare ma a capire dove la tua parola ha scavato e trovato casa, cosa ha prodotto il tuo esempio, se la mano che hai teso o hai ritirato ha costruito ponti o innalzato muri. Serve a capire fino a che punto loro sono disposti a crederti e a lasciarsi accompagnare ancora, mentre, nello spazio di 50 minuti, ti affidano speranze, paure e sogni.
Se proprio dovessi circoscrivere la loro unicità e raggruppare per categorie, potrei ricorrere a tre sole opzioni:
1. alunni che ricambiano il dono prezioso e doveroso della fiducia, dell’ascolto, del dialogo, della cura, della stima che genera autostima;
2. alunni che nonostante quel dono decidono di non restituire nulla;
3. alunni a cui si recidono le ali, con i pregiudizi mortificanti e con una comunicazione svalutante.

(Foto studenti.it)

Il colloquio, se c’è onestà da parte di tutti i suoi attori, è una sorta di baconiano experimentum crucis e permette di verificare quale, tra le varie opzioni, sia vera.
Qualora risulti convalidata la seconda, c’è poco da fare. Su chi e perché ha generato l’ultima tipologia di alunni, che come i primi tendono a restituire quello che hanno avuto, corre l’obbligo (per tutti) di interrogarsi. La validità della prima spiega invece la gratificazione, la reciprocità della gratitudine, il coinvolgimento emotivo. E ciò che riempie, arricchisce e restituisce il senso autentico dell’educare, non può essere una farsa.

di Giusi Pizzo

È possibile, nel tirannico spazio di 30 minuti, spiegare a circa ottanta alunni di terza media che cos’è la Filosofia e perché essa ci interpella ancora e sempre nella “lingua favolosa” della civiltà occidentale?

Gli alunni di III D e alcuni alunni/e di II D e V A ginnasio del Liceo classico “Umberto I” di Ragusa – guidato dalla Dirigente Tina Barone – ci hanno provato, giovedì scorso, nell’ambito delle attività di Orientamento e di prima alfabetizzazione alla lingua greca che, ogni anno, si svolgono presso la sede del Liceo, curate dalle docenti di Lingua greca e destinate agli alunni delle classi terminali delle scuole medie della provincia iblea.

Un intenso momento di riflessione, durante il quale gli studenti, guidati dalle loro docenti di Lingua greca e di Filosofia, hanno dato voce ad Aristotele, a Pitagora, a Socrate e a Platone attraverso le parole della Metafisica, del Simposio, dell’Apologia di Socrate ma anche attraverso brevi testi “costruiti” sui personaggi che, di volta in volta, hanno preso la parola. Così Pitagora di Samo, per esempio, costretto per motivi politici a fuggire dalla sua patria, ha ricordato la sua “isola sull’Egeo color cobalto, laddove le viti e gli ulivi danno frutti abbondanti”.

Una nostalgia pungente ma breve, subito svanita per fare posto alla ieratica, quasi leggendaria figura del mago, musico e matematico che ascolta l’armonia degli Astri e legge nel segreto delle cose. Lui racconta che “filosofo è colui che va alla gran festa di Apollo non per divertirsi, non per incontrare gente, né per fare affari, ma per vedere”. D’altronde la filosofia, come la civetta sacra ad Atena, vede dove gli altri vedono solo ombre e tenebre.

E Diotima, la sacerdotessa di Mantinea a cui Platone affida la verità sulla natura di Eros, tramite le voci all’unisono di Vittoria e Federica, definisce il filosofo “simile ad Eros, figlio di Ingegno e Povertà”. Un mezzo-dio che sta tra la sapienza e l’ignoranza: “Infatti, nessuno degli dei ama la sapienza, né desidera diventare sapiente, poiché lo è già. D’altro canto, nemmeno gli ignoranti amano la sapienza, né desiderano diventare sapienti, poiché pensano di non esserne privi. Eros, invece, è amante della sapienza, è desiderio di ciò di cui manca”.

Il filo della riflessione, teso tra passato e presente, si è snodato a partire dalle domande fondamentali che l’umanità, da sempre, tra mýthos e logos, si pone grazie alla capacità di provare meraviglia difronte alle cose del mondo e all’esistenza. Così Giulia ha spiegato il significato del termine θαῦμα (thauma/meraviglia) e del verbo Θαυμάζειν, come l’angosciante stupore, il movente profondo della mitologia, della religione, della filosofia, della scienza stessa, modi diversi di cercare risposte al turbamento provocato appunto dalla “meraviglia” e dalla terrifica scoperta che ogni cosa nasce e muore (è in divenire).

La figura di Socrate, poi, ha reso possibile la focalizzazione del tema della scelta e della conoscenza di sé, perché “Se ignori le meraviglie della tua casa come pretendi di trovare altre meraviglie?”. Alessandro e Mattia hanno rievocato la calunnia sulla sapienza di Socrate, pronunciata dall’oracolo di Delfi: “La domanda era: c’è un uomo più dotto di Socrate? Affiorò la voce della sacerdotessa: nessuno era più dotto!” Socrate, che per molto tempo prova imbarazzo sul senso di quel dire, infine capisce perché l’oracolo lo ritiene sapiente: perché sa di non sapere. Proprio perché sa di non sapere desidera mettersi alla ricerca delle risposte che non conosce.

La sua ricerca, che è anche la ricerca di ogni uomo, presuppone l’indagine su se stessi e la conoscenza di sé. Il motto γνῶθι σεαυτόν (Conosci te stesso) è un invito a scoprire la via dell’eudaimonia, cioè della felicità, laddove il termine “felicità” significa anche “prendersi cura del proprio talento”, in direzione di un benessere inteso come una particolare condizione in cui le capacità della persona maturano e si esprimono. Scoprire il proprio daimon, dunque, è il segreto di una buona scelta, condizione “filosofica” di chi si trova a decidere dentro quale spazio e luogo educativo, umano e relazionale intende trascorrere gli anni di formazione e di costruzione di sé.

Perché scegliere, dunque, il Liceo classico, oggi, tempo in cui impera il cosiddetto paradigma della spendibilità? È vero, come sostengono i detrattori, che al Liceo classico impari un mucchio di cose che non ti serviranno? Agnes Heller definisce “cose inutili” il greco antico, il latino, la matematica pura e la filosofia, ma dice anche che questo bagaglio di sapere inutile consente di fare tutto, “mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose.”

Insomma, discipline come metodi formativi che insegnano a pensare. E quale sia l’urgenza sociale e globale di formare menti pensanti è drammaticamente chiaro, come lo sguardo della “fanciulla dagli occhi di gufo, nata dalla testa di Zeus”.

OLTREIMURI.BLOG