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di Redazione

Una delle figure più originali del panorama imprenditoriale chiaramontano del dopoguerra è stato di certo il Cavaliere Giovanni Alescio. Uomo di grandi idee, che seppe navigare gli anni difficili della miseria e dell’arretratezza del primo dopoguerra, quando in Sicilia mancava di tutto, cavalcando poi da protagonista gli anni del boom economico, fino al fisiologico declino dei primi anni ’90.

Giovanni Alescio

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La sua idea geniale di aprire un hotel-ristorante sull’incantevole monte Arcibessi diede grande notorietà a tutta la comunità chiaramontana, fino al punto di diventare un “must” nel suo genere. Punto di riferimento per l’intera Sicilia sud-orientale degli anni ’70-’80

Nasce a Chiaramonte nel 1920, il Cavaliere, e qui trascorre tutta la sua infanzia fino alla leva militare obbligatoria con destinazione Padova. Il periodo non era certo dei più felici. Spiravano fortissimi i venti di guerra che avrebbero sconvolto il mondo intero da lì a poco e travolto l’Italia fascista nella rovinosa guerra mondiale. Così giocoforza rimase lontano dal paesello natio fino alla fine delle ostilità.

Seconda guerra mondiale. Padova bombardata

Eppure in quegli anni difficili, sotto le armi, sviluppò la passione per il legno imparando il mestiere di falegname. Abilità che lo salvò dalla partenza per il fronte di guerra in Russia.

A salvarlo fu il casuale regalo di una culla di legno per il figlio appena nato della famiglia del Comandante della caserma, in cui era di stanza. Da quel momento diventerà il falegname di casa del Colonnello. L’arte a volte può salvare la vita.

Una falegnameria degli anni ’40

Tornato a Chiaramonte dopo sette anni, l’idea di aprire una falegnameria gli venne naturale, specializzandosi soprattutto nella costruzione di giocattoli di legno per bambini (ovviamente la plastica non esisteva a quel tempo). In quel frangente della sua vita conosce anche la simpatica Rosa Morales, donna intelligente, di spiccata personalità, capace di aiutarlo nella gestione delle sue attività commerciali. La sposerà nel febbraio del 1947 e dal loro amore nascerà prima il figlio Vittorio e poi la figlia Enza.

Giovanni Alescio insieme alla moglie Rosa Morales

In quegli anni il mestiere di falegname cominciò a stare un po’ stretto al nostro giovanotto dalle tante idee che, in un paesino mancante di tutto, si inventò la prima sala matrimoni. Si trovava nella palazzina della sua stessa abitazione, in via  San Giovanni 24, primo piano, angolo via Terlato. Sala che divenne presto gettonatissima in paese, essendo un’assoluta novità.

La casa dove il Cavaliere aprì la prima sala matrimoni

Un’idea che nella testa del Cavaliere si evolverà, come vedremo, fino ad assumere le sembianze del progetto dell’hotel-ristorante “La Pineta”, a fine anni ’60. Le migliorate condizioni economiche nell’isola avevano creato infatti un ricco mercato. Le famiglie cominciavano a spendere senza risparmio per i sontuosi ricevimenti dei matrimoni dei figli.  Questione di status sociale.

Giovanni Alescio con la famiglia al completo

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Torniamo a fare un passo indietro a fine anni ’40. Il nostro Vannino insieme alla moglie apre un negozio-bazar in  via San Vito, angolo piazzetta San Paolo, dove vendeva un po’ di tutto: dall’insetticida DDT, alla ferramenta, alle bombole di gas, fino ai materiali edili e persino le casse da morto che produceva lui stesso.

I coniugi Alescio nel negozio di via San Vito angolo piazzetta San Paolo

La chiesa mezza diroccata e sconsacrata di Santa Elisabetta era il suo deposito, poco più in basso nella stessa via San Vito. Qui erano nate le storie fantasiose su misteriose apparizioni di fantasmi e di anime dannate urlanti di dolore. E si favoleggiava in paese pure di “truvature” (tesori) che Vannino avrebbe lì scovato. Ovviamente leggende tipicamente paesane inventate soprattutto per invidia nei confronti di un uomo che stava dimostrando una certa abilità negli affari.

L’antica chiesa di Santa Elisabetta (non più esistente) in una tela di Carmelo Battaglia

Per le consegne a domicilio delle bombole del gas il Cavaliere aveva assunto Benito, un ragazzone veneto sempre allegro e simpatico a tutti che parlava un dialetto incomprensibile alla gran parte dei chiaramontani. Era uno di quei profughi dell’alluvione del Polesine del 1951, un’immane tragedia che aveva sconvolto un paese ancora alle prese con le profonde ferite lasciate dal conflitto bellico.

L’alluvione del Polesine del 1951

“Sembrava apparso dal nulla come portato dalla corrente impetuosa del fiume Po fino alla nostra lontanissima terra”, racconta Pippo FaillaGirava giornalmente per tutta Chiaramonte con una nuova “Ape Piaggio” stracarica di bombole per consegnarle a domicilio. Poi misteriosamente scomparve alla stessa maniera di come era apparso. Non si seppe più nulla di lui.

Un’Ape Piaggio come quella che guidava Benito

Una ne pensava e cento ne faceva, Vannino Alescio. Così in via Ciano aprì una moderna fabbrica per realizzare mattonelle di marmo e cemento e, nella strada che conduce al Santuario di Gulfi, insieme ad un socio, si inventò un Frantoio per la macinazione delle pietre.

Dalla vendita di materiali edili all’impresa edile il passo fu breve. Negli anni ’50 cominciò a costruire case e palazzine sia a Chiaramonte che nel comune limitrofo di Giarratana. Gli affari andavano a gonfie vele e le sue attività d’impresa riuscirono a dare sollievo alle diverse famiglie dei propri dipendenti, in un periodo di gravi difficoltà economiche e di tassi di emigrazione spaventosi.

Sulla sinistra si vede il vecchio frantoio di macinazione delle pietre nella strada che conduce al Santuario di Gulfi

Eppure l’apertura di un grande ristorante, come ricorda la figlia Enza, rimaneva sempre il suo più grande desiderio. E quel sogno in effetti si materializzò nel 1968. Lì dove l’aria era più pura e con una vista mozzafiato. Nella primavera di quell’anno fu posata la prima pietra per la costruzione de “La Pineta”. Un progetto, come detto, rivoluzionario ed innovativo per i tempi e realizzato nel cuore della pineta sul monte Arcibessi, a pochi passi dalla chiesetta della Madonna delle Grazie.

La posa della prima pietra nel 1968

Venne innaugurato la sera del 31 Dicembre 1970 con il cenone di San Silvestro e fu subito un grande successo. Gli sposini accorrevano da tutta la Sicilia sud-orientale per intrattenere i loro numerosi ospiti in quella grande sala con vista mozzafiato, che in breve divenne conosciutissima.

L’hotel-ristorante “La Pineta”

In quegli anni il Cavaliere gestì la struttura con sagacia investendo ingenti risorse per farla conoscere in tutta la Sicilia orientale. A tale scopo non si risparmiò nell’invitare le migliori vedette dello spettacolo per le speciali serate che spesso organizzava: da Pippo Baudo a Nuccio Costa, da Domenico Modugno e Claudio Villa a Fred Bongusto e Ornella Vanoni, da Marcella Bella e Lara Saint Paul a Guido Renzi e i Dick Dick fino al tenore Placido Domingo. Furono tantissime le star dell’epoca che transitarono per Chiaramonte.

Nella seconda metà degli anni ’70 “La Pineta” ospitò persino una squadra di calcio di serie A per la preparazione estiva: la famosa Lanerossi Vicenza di Gian Battista Fabbri e del giovanissimo campione Paolo Rossi, poi diventato protagonista assoluto del vittorioso “Mundial” spagnolo del 1982.

Il Lanerossi Vicenza della stagione 1977/78

Per primo venne inaugurato il ristorante-sala trattenimenti. Poi nell’estate del 1974 toccò sia all’Hotel che alla discoteca Popi-Popi: una delle prime della provincia iblea. Nata dalla estrosa voglia del Cavaliere di stupire, l’originalissimo design degli interni fu opera della geniale matita di Roberto Guastella, artista fuori da tutti i canoni, coadiuvato dal compianto Giovanni Bertucci.

Il compianto Giovanni Bertucci e la moglie in un brindisi. Al suo Studio Tecnico si deve il design della Discoteca PopiPopi

Il giorno dell’inaugurazione era numerosissimo il pubblico presente, anche per l’occasione di una selezione organizzata per la finale di “Miss Italia”. Data l’importanza dell’evento venne chiamato a presentare la serata il famoso presentatore TV Nuccio Costa.

Nuccio Costa, il terzo da destra, il giorno della selezione per la finale di Miss Italia

“Tutto era pronto – ricorda Pippo Failla – ma si tardava incomprensibilmente a dare inizio all’evento. Il Cavaliere era stranamente agitato e nervoso e ad un certo punto gli abbiamo chiesto spiegazioni. Visibilmente arrabbiato ci rispose che il ritardo era dovuto ad un errore della Prefettura di Ragusa che non aveva mandato in tempo i documenti per l’agibilità della discoteca. Nessuno dei presenti si arrese al problema burocratico, tanto meno il Cavaliere che ad un certo punto ruppe gli indugi e diede inizio ugualmente alla serata, anche senza il nulla osta della Prefettura“.

Marcella Bella con la Signora Maria Morales, cognata del cav. Alescio

La città di Chiaramonte fu spesso all’avanguardia della provincia iblea quanto a novità e idee a quel tempo. Le prime serate di carnevale, ancorché in piazza, si organizzarono proprio nei locali de “La Pineta” con grande successo di pubblico. Così come molti “the danzanti” delle scuole superiori iblee al PopiPopi e le notti magiche dei cenoni di fine anno nella grande sala ricevimenti. I clienti arrivavano sempre numerosi da mezza Sicilia.

Ornella Vanoni mentre canta nei locali de “La Pineta”

Gli anni d’oro furono certamente gli anni ’70, poi dalla seconda metà degli anni ’80 cominciò un lento quanto inesorabile declino fino alla chiusura avvenuta nel 1994. Nulla è per sempre. Il Cavaliere Alescio venne a mancare all’alba del nuovo millennio, come a voler sottolineare che quello non era più il suo secolo. 

Vannino Alescio e la Moglie Rosa negli anni ’80

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Si ringraziano per la gentilissima collaborazione e le foto: Enza Alescio, Erika Interdonato e Pippo Failla

L’amico Giuseppe Arabito, se il destino gliene avesse concesso la possibilità, sarebbe stato forse uno dei più entusiasti e partecipi collaboratori del progetto oltreimuri. Purtroppo il maledettissimo Covid lo ha strappato all’affetto dei suoi cari e degli amici qualche mese prima della nascita del nostro blog, nella primavera del 2020. Vogliamo comunque rendergli omaggio pubblicando un suo gustosissimo racconto dell’infanzia (adattato per l’occasione) che lo legava alle sue radici chiaramontane.

di Giuseppe Arabito

Le ruote corrono, perfettamente appaiate. Nere, coi numeri bianchi. Procedono parallele, ipnotiche.
Mi affascina, guardarle girare.
Mi metto sull’attenti davanti alla colonnina della normale e le scruto. Ruotano silenziose, mostrando litri e lire.

Un forte odore di benzina si diffonde intorno. A un sapiente comando del Don, le ruote rallentano e si fermano esattamente su di un numero. Quella di destra indica la cifra da pagare. È sempre un multiplo di quella dei litri, a sinistra. Dieci litri mille lire. Oppure venti duemila, se l’automobilista è ricco. Il Don apre un borsello nero che tiene alla cintura e incassa i soldi. L’auto riparte.

Primi anni ’60. Don Giovannino nella sua piccola area di servizio in Corso Umberto. (Ph. Carmelo Cupperi)

Giovanni Cutrone è il benzinaio e io il bambino che l’osserva. Per me lui è semplicemente Don Giovannino. Negli anni Sessanta l’unico distributore Shell a Chiaramonte, paese dei miei nonni, si trovava in Corso Umberto. Ce n’era anche un altro, scendendo verso la Villa. Era l’AGIP di Don Matteo, ma noi non ci andavamo. Troppo lontano!

(Ph. Carmelo Cupperi)

Io e mio cugino Pippo abitavamo ai lati opposti del Corso. Tutte le estati arrivavo a casa del nonno coi miei per trascorrervi due o tre settimane. Pippo abitava dirimpetto. Non appena giungevo lui correva subito a incontrarmi. Mi voleva bene.

Giocavamo sempre sullo stesso lato del marciapiede. Ad esempio con la sua automobile a pedali rossa fiammante. Andavamo a turno. Molti giri lui, uno solo io. Ma non faceva niente. Lui era più piccolo, e gli volevo bene.

L’autore, Giuseppe Arabito,  insieme al cuginetto e compagno di giochi

Sul marciapiede c’erano nell’ordine: il Salone Centrale del nonno, la Shell e lo spaccio dei Fratelli Scollo. Ci era proibito oltrepassare quest’ultimo. Più in là veniva “u’ stratuni” ed era severamente proibito scendere in Piazza. Per attraversare il Corso era necessario farci accompagnare. Non è che si potesse andare in quattro e quattr’otto sulla sponda opposta da Don Vito Calabrese, calzolaio.

Così poteva accadere una mattina di agosto 1963, quando la mia sorellina di 3 anni e mezzo si svegliò all’alba e scese di soppiatto dal lettino accanto a quello dei miei. Disorientata dalla casa estranea, lei scese per le scale e s’inoltrò in Corso Umberto. Don Giovannino era lì che stava aprendo la stazione di servizio e vide una bambina svestita, scalza e con una bambola in mano, in mezzo allo stratuni. Non sapeva chi fosse ma le corse dietro, la prese in braccio e cominciò a bussare ai vari campanelli. Dopo alcuni tentativi trovò quello giusto. Non c’era ancora il citofono e lui da sotto gridò “Don Peppino… vossia veni, ‘sta carusa?” e nel trambusto così provocato aggiunse “…a picciridda si nni stava iennu sula p‘o stratuni!

Anni ’50. Don Giovannino (secondo da sinistra) insieme ai fratelli Vito, Mario Scollo (proprietari della bottega di generi alimentari) e ad altri amici. (Collezione Salvatore D’Amato)

Pochi secondi e scesero mia mamma in sottana, ansiosa e scarmigliata, e mio padre in mutandoni con le mani fra i capelli. Subito Don Giovannino depose fra le braccia di mia mamma la piccola intorpidita. Emanuela era intimidita più che altro perché, dalle voci alterate dei vicini e dalle facce spaventate dei grandi, capiva d’aver commesso qualcosa di tremendo.
L’inconsueta sveglia mattutina si concluse col rientro in casa dei miei, tanti ringraziamenti al benzinaio e le chiacchiere delle comari.
Dopo quest’episodio io e mio cugino cominciammo a frequentare il distributore Shell.

Don Giovannino c’insegnava un sacco di cose. C’erano due benzine, che costavano 100 e 105 lire al litro e venivano fuori da due colonnine apposite. Mi piaceva molto, il simbolo giallo e rosso della Shell, e mi chiedevo sempre “ma che cosa rappresenta quel ventaglio?” senza capire che non era un ventaglio ma una conchiglia.

Accanto alla colonnina della normale c’era quella della super. Il suo contatore mi piaceva meno. A causa del costo differente, la ruota dei soldi correva un po’ più veloce di quella della benzina. Questo rompeva la simmetria, cosa che a me dava – non so perché – fastidio.

L’odore delle benzine era inconfondibile e lo si avvertiva appena il Don estraeva l’erogatore come una pistola facendo il gesto di spararci, prima d’infilarlo nel serbatoio. Per noi lui era un pistolero. Nel 1963 i western c’incantavano. Il Cinema D’Avola lì vicino ne dava in quantità. Il gestore ci faceva entrare gratis da una porticina nascosta e noi c’installavamo seduti e buoni per due spettacoli di fila.

Anni ’60. Il Cinema D’Avola in via Santa Caterina

Il bocchettone della benzina era la Colt di Don Giovannino. Quando ci minacciava noi due alzavamo le mani, arrendendoci. Lui sorrideva e si girava verso l’automobile per sparare all’autista.
“Don Giovannino, possiamo sparare anche noi?”
“Fermi picciutteddi, chidda ddà nun si po’ tuccari!”

Ma appena il Don si distraeva noi aprivamo la porticina della sua piccola guardiola a vetri e ficcavamo il muso dentro. C’erano uno sgabello e due ripiani. Uno faceva da scrivania: lui si sedeva e compilava moduli. Dal lato del Corso la parete era occupata da tutta una pila di lattine d’olio e prodotti colorati. Sul ripiano opposto c’era un oggetto nero e misterioso. Ma il Don era sempre vigile e ci sgamava.
“Carusi, chi faciemmu dduocu rintra? Nisciemmu fora!”

Giovanni Cutrone (a centro) appoggiato ad un autobus delle autolinee “F.lli Schembari”

Anche nello spaccio dei fratelli Scollo non potevamo entrare senza essere subito presi in osservazione. C’era un odore misto di salumi, formaggi, olio, saponi; e anche pile accatastate di bucatini e spaghetti, lunghissimi. Il doppio dei Barilla.
Uscivamo dallo spaccio perché in quel momento Don Giovannino stava entrando nel casotto a vetri a prelevare un paio di lattine d’olio. Ecco il diversivo!

Come un macellaio lui infilzava un apposito beccuccio a coltello nella prima lattina e si dirigeva verso la macchina ferma a cofano aperto. E noi, appresso. Glu glu… è bravo, Don Giovannino, e non fa cadere neanche una goccia d’olio a terra mentre lo versa direttamente nel motore, senza imbuto. Poi con un rapido movimento scanna pure la seconda lattina, come un pollastro.

Ecco un bestione in arrivo. Il suo motore ruggisce di sete e il pachiderma procede fino alla terza colonnina, quella del gasolio. Non è mai sazio! Occorre qualche minuto, per farlo dissetare.

Una Vespa scalcagnata si avvicina e il proprietario poggia la gamba a terra.
Ordina: “Miscela!”
Il Don si trasforma in oste, e noi dietro. Lui si dirige verso la colonna lontana (quella che ci fa un po’ paura dato che somiglia a un robot) con la sua tipica andatura claudicante. Già, claudicante.
Don Giovannino ha certamente sofferto di poliomielite ed è rimasto con una gamba offesa.

Nel frattempo il Don muove ritmicamente una leva e pompa olio nella testa del robot (un cilindro trasparente). Regola la tacca di una ruota dentata con le percentuali e dosa altra benzina sempre all’interno della testa dell’automa, che si riempie. Infine fa scorrere la miscela nel serbatoio del motociclo. Pare un acrobata: esegue strane contorsioni delle braccia per farsi aiutare dalla gravità.

Quell’anno scoprimmo anche un’altra operazione, veramente speciale. La riparazione di una ruota bucata. Era un vero teatro e ci accovacciavamo a terra, gambe incrociate, per goderci tutto lo spettacolo. Dapprima bisognava aprirla ed estrarre qualcosa, da dentro. Come avrebbe fatto? La ruota giaceva a terra, ferita. Et voila. Con un sapiente gioco di mani il Don ficcava, toglieva, rificcava dei ferri argentei che facevano uscire il copertone dal cerchione. Doveva infilarne tre assieme per superare il punto morto, e quando metà copertone era fuori e metà dentro… allora il
Don montava letteralmente sopra la ruota e faceva leva col piede zoppo esattamente sul ferro critico mentre ne ficcava un altro nel ventre indifeso del copertone. Zach… e quello cedeva di colpo, usciva dal cerchio metallico e sbatteva a terra sconfitto. Plàf… Don Giovannino vincitore estraeva l’anima della ruota: uno straccetto di gomma nera e floscio. “Chista è ‘a cammara r’aria”, spiegava.

Alle prese con la riparazione di una gomma… (Ph Carmelo Cupperi)

Ma il bello doveva ancora venire. Prendeva lo straccetto, lo gonfiava con la pistola ad aria compressa (un’altra arma portentosa!)… PFFFFF e lo straccetto diventava un grosso salvagente nero. Allora lo immergeva in un secchio pieno d’acqua, nel contempo roteandolo.
“È per lavarlo?” chiedevamo.
Lui non rispondeva, intento com’era a individuare il buco, tradito dalle bollicine. Eccolo. Trovato! Tutto soddisfatto portava la camera nel casotto, la sgonfiava, prendeva
una lima e grattava la zona attorno al buco invisibile. Dopodiché estraeva un tubetto di mastice e religiosamente cominciava a spalmarlo attorno alla ferita.

Poi ci deponeva un cerchietto di gomma che ritagliava lui stesso da una vecchia camera d’aria, con le forbici. E veniva finalmente il turno dell’oggetto misterioso. Era una pressa a caldo. Lui metteva la gomma malata sotto le ganasce e accendeva un tasto. “Si riscalda”, diceva. La camera d’aria doveva restare là sotto per un quarto d’ora. Per evitare guai Don Giovannino chiudeva a chiave la porticina della guardiola e andava a sbrigare altre faccende. E bene faceva, perché ci saremmo precipitati dentro a toccare la pressa calda.

L’ultima fase eccitante era il rimontaggio della gomma sanata all’interno del copertone. Era divertente perché la pistola ad aria compressa faceva gonfiare la camera dentro al copertone ma noi già sapevamo che… ecco… PAM! PAM!… E gli orli del copertone rialloggiavano per bene nel cerchione.

Se eravamo fortunati gli scoppi avvenivano nel momento esatto in cui una massaia con le borse (o una ragazzina) uscivano dallo spaccio Scollo. Facevano un bel salto di
spavento!
Infine la ruota poteva tornare sotto l’automobile che attendeva, sollevata, sul martinetto idraulico del Don.

Un simpatico adesivo che Don Giovannino regalava ai bambini nei primi anni ’70

Un giorno, mentre stiamo tutti quanti a tavola, bussano al campanello.
“Cu’ è?” chiede nonna Elena senza alzarsi.
“Iu!” si sente dabbasso.
“Iu cui?” alza la voce mia nonna.
“Iu sugnu!” rispondono. Non si capisce chi sia.
“Ma cui, iu?” grida mia nonna, un po’ indignata.
“Ca iu, sugnu!” ripetono laggiù, indignati anche loro. Non capisco perché qui in Sicilia nessuno voglia mai pronunciare il suo nome e cognome.
Don Peppino Arabito si netta le labbra dal sugo della pasta principessina, si alza e si affaccia all’imbocco delle scale. Non vola una mosca. E lui, con voce stentorea:
“Cu è, dduocussutta?”
“Don Peppieno, iu sugnu! Ne purtai tanticcia ri racìna!”
Capiamo finalmente che si tratta di Don Giovannino, il quale ha portato un dono per la tavolata: la racina. Uva! Allora il patriarca scende di persona per tutta la rampa di scale.

È un gesto di riguardo: il Don non riuscirebbe a salire facilmente. Aguzziamo le orecchie.
“Salutammo, don Pippino…”
“Talè talè, che bedda! Grazie assai, don Giuvanninu!”
“Ri nenti. Vossia ‘bbinirica!”
Mio nonno risale con un cartoccio e lo depone a tavola. Dalla carta paglia spuntano grappoloni di chicchi enormi. Grandi come noci, se non addirittura uova. Fra chiacchiere e risate tutti allunghiamo le mani, golosi…
Ancor oggi, dopo più di cinquant’anni, ricordo il sapore di quegli acini di moscato e di come mi riempissero la bocca di succo dolcissimo e profumato.

Il padre (Nenè) e la mamma (Pina) di Giuseppe Arabito

E venne un’altra estate.
Corsi subito alle colonnine. Il costo della benzina era differente: le cifre sfasavano su entrambi i contatori. La normale segnava 105 e la super 110 lire al litro. “Anche la normale imbroglia i numeri” pensai indispettito, senza sapere che questo era solo l’inizio
del cambiamento.
Ma anche se non avessi guardato le ruote mi sarei ugualmente reso conto che del tempo era trascorso.
Per riparare le camere d’aria Don Giovannino non spalmava più il mastice col dito, né ritagliava gomma. Ora c’erano delle pezzette tonde con la colla dietro, già confezionate in barattolo. Stick adesivi. E poi lui gettava la cartina. Proprio come facevo io a casa con la cellina dei miei album di Calciatori Panini. Usare e buttare!
L’innovazione tecnologica era arrivata.

Anni 50. Don Giovannino con la moglie e una delle figlie

L’estate dopo, le colonnine di Don Giovannino indicavano 120–140. E quella successiva, 140–160. Il tempo scorreva sempre più veloce. E l’anno seguente smisi di occuparmene. Mio nonno aveva ceduto il Salone e si era messo in pensione, mentre io e Pippo eravamo adolescenti e avevamo altri interessi.

Neanche mi diedi pensiero quando Don Giovannino, al distributore Shell di Corso Umberto, non lo vidi più. E neanche quando scomparve pure la conchiglia. Il bel logo giallo e rosso della Shell venne sostituto da quello insignificante di un’altra marca americana, che neanche ricordo. Infine, le ruote delle colonnine fecero l’ultimo giro.

Quella pompa di benzina oggi non esiste più. Rivedo adesso Don Giovannino che si allontana zoppicando per il Corso. Porta con sé, faticosamente, la valigia della sua vita.
Ma stavolta faccio in tempo. Corro su per le scale del nonno, apro il balcone, mi affaccio e lo chiamo.
“Don Giovannino?!”

Lui non sente neanche più. Continua ad allontanarsi. Allora io gli grido con tutto il fiato che ho: “Grazie, Don Giovannino! Grazie per aver salvato mia sorella! Grazie per la racina! E grazie per avermi insegnato a riparare una ruota sgonfia… Addio!”
Lui si ferma. Si volta stancamente, mi vede e fa un cenno di saluto. Poi, sempre più claudicante, riprende il suo ultimo viaggio lungo ‘u stratuni..

Don Giovannino negli ultimi anni di vita insieme al Vescovo Urso

Il 26 settembre 1902 Modica fu colpita da un terribile alluvione che ne deviò il destino. Due torrenti strariparono nel cuore della città con una violenza inaudita provocando una catastrofica distruzione: case e ponti furono spazzati via in pochi minuti dalla tempesta che si lasciò dietro una tragica scia di 112 morti e un numero imprecisato di feriti. Tutta l’Italia si mobilitò prontamente per quanti avevano perduto ogni cosa nel disastro, dimostrando grande solidarietà…

di Grazia Dormiente

Non appare superfluo riflettere sulla commemorazione del 119° anniversario della grande alluvione, che sconvolse Modica nel lontano 26 settembre 1902 e ne mutò il volto da “città dei torrenti” in quello di “deposito enorme di gigantesche alluvioni fantastiche” per dirla con Paolo Revelli.

Se la scenografia tardo-barocca, gemmata dal terribile sisma del 1693, determinò il radicale cambiamento della fisionomia della città medievale, a trasformare ancora una volta l’identità urbana ed i sistemi insediativi di Modica fu l’alluvione del 1902.

Il centro storico consente di recuperare la morfologia urbana medievale, determinata dalle profonde valli, un tempo solcate dal corso inferiore dei torrenti Janni-Mauro (San Francesco) e Pozzo dei Pruni, (Santa Maria) che isolavano il promontorio del Castello e la parte alta della città, difesa da mura non più esistenti. Ai piedi della precipite rupe e alla confluenza dei due torrenti che originavano il Motucano, o Fiume di Scicli, sorgevano gli altri insediamenti.

Il volto di città rupestre, ancorata agli alvei dei suoi torrenti, incanalati ed in parte coperti solo dopo la definizione urbana ottocentesca, evocò a più di un viaggiatore l’immagine della città lagunare, avvalorata anche dai ponti che collegavano gli opposti argini torrentizi. L’alveo dei torrenti costituisce perciò l’asse dell’attuale Corso Umberto: arteria principale arricchita da significativi brani architettonici, su cui reinventare il futuro della memoria.

La distruzione delle case a ridosso della Chiesa di S. Maria di Betlem

La celebrazione del 119° anniversario della tragica alluvione potrebbe essere motivata sia dal sacro ricordo che l’umano sentire suffraga, sia dalla divulgazione di relazioni tecniche, di atti parlamentari, degli scritti coevi di Giovan Pietro Grimaldi, di Giovanni De Benedictis, di Raffaele Grana Scolari, di Arturo Catanzaro, dalle corrispondenze giornalistiche del tempo e dalla splendida e coinvolgente narrazione di Giovanni Modica Scala edita nel 1969.

(da sinistra) La raccolta dei fondi per la città di Modica a Milano e la prima pagina de “Il Secolo Illustrato” del 5 ottobre 1902

Nel 2002 l’Amministrazione Comunale di Modica celebrava i cento anni della grande alluvione pubblicando il libro, “Modica: settembre 1902 i giorni dell’alluvione”, da me curato e impreziosito da immagini e documenti dell’Archivio dei Fratelli Antonio e Giovanni Di Raimondo, bibliofili e collezionisti di notevole e rara passione. Da tali fonti si ricava soprattutto il forte monito a risanare, il degrado e gli scempi orchestrati dall’incuria umana e dalla regia occulta della storia. Mitigate, probabilmente, dal fiume di solidarietà nazionale che il luttuoso evento modicano suscitò in molte città dell’Italia del primo ‘900 con la costituzione di Comitati Civici e di Passeggiate di Beneficenza che promossero la raccolta di consistenti aiuti da devolvere alla città disastrata. Sicché Milano e Palermo rifulsero con la realizzazione nel quartiere d’Oriente (“Dente”) di quella edilizia popolare, edificata nel 1903-1904 dall’Ente morale Milano – Palermo appunto, per accogliere le famiglie modicane scampate al tremendo assalto dell’alluvione.

(Sotto) il quartiere d’Oriente (“Dente”) edificato nel 1903-1904 dall’Ente morale Milano-Palermo. Sopra (da sinistra) il Comm. Carlo Castiglione del Comitato pro-Modica di Milano e il Sen. Giuseppe Tasca Lanza Presidente del Comitato di Palermo

Anche la sollecita costituzione a Modica del Comitato di Soccorso per i danneggiati della violenta inondazione merita particolare apprezzamento, non solo per la rappresentatività dei suoi componenti, ma perché configurò la sua organizzazione come esempio ante litteram di struttura di Protezione Civile. Se gli Atti del Comitato di Soccorso pei danneggiati dell’alluvione del 26 settembre 1902 in Modica, pubblicati nel 1903 dalla tipografia Carlo Papa, attestano a distanza di tempo competenza e provvida equità, le scritte della Chiesa di S. Maria di Betlem, la lapide murata nell’atrio del Palazzo San Domenico e la linea del livello dell’acqua tuttora visibile sui prospetti dei palazzi di Piazza Municipio, permangono quali segni del far memoria al di là di tutte le discusse celebrazioni.

Le cartoline illustrate provengono dall’Archivio dei Fratelli Antonio e Giovanni Di Raimondo

La stampa inglese dei primi del secolo parla dell’alluvione di Modica

di Giuseppe Schembari

1946. La rovinosa guerra mondiale era finita da pochi mesi con tutto il suo carico di tragedie e distruzione. Proviamo dunque ad immaginare cosa volesse dire fare impresa in quel contesto desolato e desolante, fatto di miseria e arretratezza storica. Eppure, in un angolino di Sicilia periferica come la nostra, don Peppino Schembari, con coraggio, rese possibile un piccolo-grande miracolo: l”invenzione’ di un’impresa che rivoluzionò i trasporti pubblici, emancipando Chiaramonte da una condizione di isolamento secolare.

Chiaramonte nella prima metà del XX secolo

Don Peppino nasce a Ragusa all’alba del XX secolo, primo di nove figli. Famiglia ragusana la sua, che si era trasferita a Chiaramonte per lavoro tra il 1905 e il 1906. Papà Giovanni (1870-1951), mamma Giuseppina Martorana (1877-1967) e tre fratellini: Raffaele (1902-1979), Turiddu (1903-1933) e Angelino (1905-1984). Mentre gli altri fratelli nacquero tutti nella nuova residenza di Corso Umberto: Vito (1907-1970), Giovannino (1909-1915), Paolino (1911-1997), Vannino (1917-1997) e Neli (1919-1999).

U ‘gnuri’

Nel nuovo paesino di residenza, Giovanni Schembari diventa presto ‘u gnu’ Banni’ (o Vanni) per via del suo mestiere di ‘gnuri’; cioè di cocchiere che si guadagnava da vivere facendo servizio taxi con cavallo e carrozza, soprattutto tra la stazione ferroviaria dell’Arcibessi e Chiaramonte, portando su e giù viaggiatori e sacchi di posta (di cui aveva l’appalto).

Anni ’20. Don Peppino con il fratello Vannino su una Mas 175

Così Peppino, sin da ragazzino, cerca di aiutare il padre nella sua attività e dà una mano pure nelle scuderie della nobile e ricca famiglia dei Cultrera di Montesano. In seguito, da giovanotto, si metterà in proprio comprando un’auto che diventerà il primo taxi della città: un’Ansaldo sette posti dotata di strapuntini.  Sua anche la prima corriera che a fine anni ‘20 faceva da spola tra la stazione dell’Arcibessi e Chiaramonte. 

Anni ’30 Piazza Duomo. L’Ansaldo taxi sette posti di don Peppino Schembari

Il sogno di Peppino però era quello di stabilire collegamenti regolari verso il capoluogo Ragusa e la città di Catania. Come reperire però gli ingenti capitali per comprare i costosi autobus? E’ qui che intervenne la favorevole circostanza determinata da due fattori: il prezioso aiuto dei Cultrera di Montesano (di cui Peppino era diventato nel tempo uomo di fiducia) e dell’unica piccola banca presente in città: la Cassa Rurale Maria S.S. di Gulfi (oggi Cassa Rurale dei Castelli e degli Iblei).

Fine anni ’20 primissimi anni ’30. La prima corriera che fece da spola tra la stazione ferroviaria dell’Arcibessi e Chiaramonte. Don Peppino è il primo a destra, il piccolo Vannino il terzo, dietro, con il cappello, Paolino

A don Peppino furono accordati crediti per ben tre milioni di lire (tra la fine del 1946 e la metà del 1948) e furono i fratelli Raffaele, Giuseppe e Mario Cultrera di Montesano, esponenti di un’aristocrazia cittadina illuminata, a rendere possibile quel progetto, fornendo le necessarie garanzie a copertura del debito bancario. 

Anni ’50. Vito Schembari

Così l’azienda ‘F.lli Schembari’ vide la luce alla fine del 1946, costituita con la partecipazione dei fratelli Vito, Raffaele e Vannino.
Si iniziò con un solo autobus OM di una trentina di posti e la concessione di due linee: la Chiaramonte-Ragusa, attiva quattro giorni la settimana, e la Chiaramonte-Catania (passante anche per Licodia, Vizzini, Francofonte e Lentini) attiva i rimanti tre giorni.

Anni ’50. Giovanni Gurrieri (il secondo da destra) uno dei primi autisti, davanti ad un Fiat 642

Nel 1949 gli autobus erano già tre e due le linee regolarmente attive per tutta la settimana, con l’aggiunta di qualche tratta urbana che collegava il centro abitato al suo vasto territorio. Erano tempi in cui non era raro vedere gli autobus viaggiare strapieni di persone, al punto da ricorrere ai posti di fortuna sopra i tetti (resi accessibili dalle scalette esterne). Ci si aggrappava alle lamiere dei portapacchi per non cadere e spesso ci si riparava dalle intemperie grazie ad un grande telo cerato.

Un Fiat 642 degli anni ’40

Nella linea Chiaramonte-Catania, tra fine anni ’40 e gli anni ’50, a viaggiare così poco comodamente erano i tanti braccianti agricoli chiaramontani che andavano a lavorare negli agrumeti di Francofonte. ‘Torinesi’ era uno dei curiosi nomignoli affibbiati a quei lavoratori un po’ a simpatico sfottò. Forse perché Francofonte, come Torino, a quei tempi meta di emigrazione operaia dal sud, si trova a nord di Chiaramonte. Provenivano quasi esclusivamente dalle campagne ed erano talmente tanti da rendere spesso necessaria l’organizzazione di una corsa speciale per riportarli, il sabato, in paese.

Anni ’60. Vito Schembari e i suoi ragazzi dell’officina

Le Autolinee ‘F.lli Schembari’, a metà degli anni ’50, avevano già in dotazione cinque autobus e, grazie ad una sana politica di bilancio, era diventata una florida azienda capace di produrre utili e assumere nuovo personale. Aumentarono di pari passo anche le linee in concessione: la Chiaramonte-Ragusa venne potenziata gradualmente con nuove corse e venne aggiunta, nel 1959, la tratta Acate-Pedalino-Chiaramonte-Ragusa.

Si era soliti istituire anche delle corse straordinarie in occasione delle feste patronali chiaramontane per i numerosi residenti nelle campagne. A festa finita, questi, si radunavano in piazza Duomo e venivano riaccompagnati a casa in autobus, quasi con servizio ‘a domicilio’.

C’era anche la disponibilità per i servizi turistici: le canoniche gite di comitiva per mete non troppo distanti (all’interno della Sicilia o poco oltre). E, curiosamente, anche per i servizi matrimoniali, se la chiesa scelta dagli sposi per il giorno di nozze si trovava fuori dal centro abitato.

Un matrimonio al santuario della Madonna di Gulfi.

Poi, in assenza di corrieri espressi specializzati, mezzi e dipendenti dell’azienda svolgevano anche tale servizio accessorio per recapitare merci di tutti i tipi lungo le linee percorse giornalmente dai bus. Erano piccoli favori che servivano a fidelizzare la clientela nei confronti di un’impresa ormai fortemente radicata nel territorio e diventata nel tempo qualcosa di più di una semplice azienda di autolinee.

Peppino Schembari nel 1954

Arrivarono anche le gratifiche ‘ufficiali’ per don Peppino, che insieme al concittadino Peppino La Terra Majore (proprietario dell’albergo “Stella”, oggi ristorante “Majore”), furono i primi chiaramontani ad essere insigniti, per i loro meriti d’impresa, del titolo di ‘Cavalieri della Repubblica’ dal Presidente Einaudi, nel 1954.

Su “La Sicilia” giugno 1954

Tutto come nelle favole? Purtroppo no. Nelle storie umane raramente si chiude la scena con un ‘e vissero tutti felici e contenti’. Così Don Peppino di lì a poco sarebbe venuto a mancare prematuramente a causa di un male incurabile. Era il febbraio 1956 e la sua scomparsa, a soli 56 anni, suscitò viva emozione in tutta la città.

Febbraio 1956. Il funerale di don Peppino Schembari con la partecipazione di una straordinaria folla

L’azienda da lui fondata continuò comunque a prosperare fino all’alba degli anni ’70 grazie a Antonino (Ninì) Scarso, stimatissimo amico di famiglia, che ne assunse nei fatti la guida.
In quegli anni si arrivò ad avere sei-sette autobus giornalmente attivi con circa dodici dipendenti e vari apprendisti in officina.

Febbraio 1956. La folla aspetta il passaggio del feretro in via Montesano

Nel 1970 la sorte avversa colpì nuovamente l’azienda. In un quadro di storiche mutazioni sociali ed economiche venne a mancare prematuramente anche Vito, a soli 63 anni, divenuto insostituibile pilastro portante dell’azienda per le molteplici mansioni svolte. Nello stesso anno seguì anche l’abbandono del Sig. Scarso dalla direzione dell’azienda e, per finire, nel 1979 venne a mancare anche Raffaele.

Raffaele Schembari, insieme all’autista Pino Catania, in Piazza Libertà a Ragusa

Tali eventi negativi segnarono prima l’avvento e poi l’accelerazione finale di un inesorabile declino dell’azienda, la cui proprietà, nel 1970, si era allargata per successione ai fratelli Angelino, Paolino e Neli. Furono gli anni cruciali in cui mancò il ricambio generazionale (i possibili eredi fecero altre scelte professionali) e una guida autorevole e rigorosa capace di avviare una seria ristrutturazione che potesse dare nuove prospettive all’azienda.

Si scelse invece di proseguire nell’ordinaria amministrazione, probabilmente per evitare di procedere agli inevitabili e dolorosi tagli del personale in eccedenza. Così, al lumicino delle risorse disponibili, con un parco mezzi ormai vecchio e inadeguato, l’azienda fu consegnata definitivamente alla storia nella primavera del 1984. Un’impresa che aveva garantito per tanti anni e a diverse generazioni di giovani studenti chiaramontani la possibilità di proseguire gli studi nelle scuole superiori di Ragusa e a tanti lavoratori maggiore mobilità e opportunità di lavoro. 

Il parcheggio di via Ciano sulla sinistra e il garage-officina aperto sulla destra

Fu rilevata dall’Azienda Regionale di Trasporti (AST) al costo simbolico di Lire una, grazie ad un’operazione dagli evidenti contenuti politici, ma che ebbe il pregio di salvare tutti i posti di lavoro al non più giovane personale dipendente.

Anni ’70/’80 Uno degli autobus con l’autista Peppino Sammatrice alla guida
Anni ’70. Una tessera di abbonamento per gli studenti

di Vito Veninata

Il poco felice epilogo dell’edizione del 1973 non faceva presagire niente di buono. Da parte degli organizzatori la cosa fu presa con una certa leggerezza, mentre oscure nubi si addensavano sul futuro della gloriosa manifestazione. Una rinnovata commissione di vigilanza, con poca esperienza pratica, aveva individuato una serie di pericolosità su un percorso che, negli ultimi anni, grazie essenzialmente all’Ente Provinciale, era diventato uno fra i più sicuri in assoluto.

L’avv. Carmelo Campo su Abarth 1000 SP. Negli anni ’60/’70 era titolare della concessionaria Lancia a Ragusa

Voglio raccontare un aneddoto che mi riguarda personalmente. Nel tentativo di spendere una buona parola in nome dell’automobilismo ibleo, invitai a titolo personale, due esponenti della commissione di vigilanza per una ricognizione dal vivo.

La folla dei tifosi tra il tornante del bivio del santuario e la curva della ‘croce’

Forte della mia esperienza cercai di far capire che non era il caso di recintare l’intero percorso (prerogativa richiesta per gli impianti permanenti quali Monza, Imola, Vallelunga, etc.) e che invece sarebbe bastato inibire al pubblico le zone più pericolose, quali le uscite delle curve veloci.
Spiegai anche che le vetture da corsa, da pochissimo dotate di ‘ali’ (alettoni) non volavano di fatto e che quindi non sarebbero stati di effettivo pericolo per gli spettatori che si sistemavano sui pendii della collina chiaramontana per assistere alle evoluzioni dei concorrenti.

Corso Umberto. L’Osella è quello di Piero La Pera (a centro con il casco al braccio). A sinistra i fratelli Mario e Lucio Casciaro. Dietro Aldo Fina. Piero sarà vittima di un tragico incidente nel 1981 (a Sortino)

Commisi purtroppo una leggerezza. Evidenziai la pericolosità della famosa curva del ponticello ‘ra baruna’ (oggi del ‘Pentagono’). Certamente memore dell’ingente massa di sostenitori che l’anno precedente, per incitarmi, mi aveva creato non pochi problemi.

Il vecchio e pericoloso ponticello ‘ra baruna’. Nel 1975 fu ridisegnato il percorso per escluderlo

Sarebbe bastato predisporre un buon servizio d’ordine e dichiarare la zona interdetta al pubblico! La richiesta invece avanzata alla Provincia fu molto più drastica: eliminazione del ponte e della doppia curva. Un gioco. L’ente provincia intervenne rapidamente in tal senso pur di salvaguardare la gara, ma il buon Ing. Ignazio Civello, simpaticamente, non mi perdonò mai questa esternazione: per come andavano allora le cose sarebbe stato meglio stare zitti.

Articolo de ‘La Sicilia’ dell’11 settembre 1974 sull’annullamento della Monti Iblei

Alla luce di quanto suesposto, l’edizione del 1974 saltò di brutto. Grandissima delusione degli sportivi dell’intera provincia che non risparmiarono feroci critiche ai tecnici, ai politici, ai burocrati ed anche agli organizzatori. Anche l’ACI di Ragusa, con l’elezione di un nuovo consiglio di amministrazione, sembrava in tutt’altre faccende… affaccendato.

Domenico Scola su Lola Cosworth 3000 in Corso Umberto (primo assoluto nel 1968 e nel 1975)

Per il 1975 però si decise di ripartire. Un’ulteriore rinuncia sarebbe stata controproducente per tutti. La 19ª edizione (di fatto era solo la 10ª) prese il via il 13 aprile su un percorso decisamente migliorato. La media oraria passo da 82 a 108 km/h grazie all’eliminazione di alcune curve ed al rifacimento del manto stradale.

Vito Veninata su Chevron 2000 B23 (secondo assoluto nel biennio 1975/76)

Presero il via ben 186 partecipanti provenienti da tutte le parti dell’isola: bella giornata primaverile, partenza puntuale, poche interruzioni e chiusura in bellezza alle 13:30. Vinse il bravo Domenico Scola, veterano delle cronoscalate del sud Italia, con una nuovissima Osella BMW PA3. Al secondo posto l’estensore delle presenti note con la Chevron B23 che era stata di Scola l’anno precedente ed al terzo posto, sempre su Chevron, il vittoriese Giuseppe Iacono.

Angelo Giliberti su Chevron B27 (più volte sul podio)

Nel complesso un ottimo successo tecnico e spettacolare che riesce a far dimenticare le iniziali traversie. Si ricomincia ad aprile del 1976 in una bellissima giornata di sole con temperature quasi estive. La vittoria assoluta va ad ‘Amphicar’ con una fiammante Osella BMW PA4 (un mese dopo con la stessa vettura trionferà alla Targa Florio, in coppia con Armando Floridia) senza però abbassare il record di Scola. Secondo assoluto il sottoscritto sempre con la vecchia Chevron B23, che invero già dall’ottobre precedente avevo consegnato in permuta all’importatore Trivellato di Vicenza per l’acquisto di un nuovissimo modello tipo B36.

La Chevron B26 di ‘Amphicar’ (vincitore assoluto nel 1971 e nel 1976)

Ritardi vari nella consegna (il costruttore Roger Bennet, titolare della Factory che realizzava la vettura, aveva perso la vita in un incidente con il deltaplano) indussero a ritirare provvisoriamente la vecchia vettura ormai superata e perlopiù con gomme vecchie. Nondimeno mi difesi onorevolmente giungendo a pochissimi secondi dal bravissimo ‘Amphicar’ (Eugenio Renna) al quale sono stato sempre legato da grandissima stima ed amicizia. Al terzo posto un altro ibleo, ‘King’, al secolo Franco Fronterrè con una March BMW.

1977. Enrico Grimaldi su Osella PA3 in Corso Umberto. Plurivincitore assoluto dal 1977 al 1981 e poi ancora negli anni 1983/86/92

Alle buone prestazioni tecniche ha fatto da contorno un meraviglioso pubblico, ordinato e responsabile, valutato in oltre 30.000 presenze. Alla fine grande soddisfazione per tutti, organizzatori, cronometristi, radio amatori, forze dell’ordine, ma essenzialmente per il comune di Chiaramonte, che si era adoperato nella maniera migliore.

Un poker di campioni (da sinistra): Domenico Scola, Vito Veninata, Enrico Grimaldi e Angelo Giliberti

L’edizione del 1977, pur venendo spostata agli inizi di giugno, fa purtroppo registrare l’annullamento delle prove ufficiali per un improvviso temporale, impedendo di fatto ai “Big” di provare il percorso. Vince il giovane Grimaldi (28 anni) inaugurando una serie di successi, (ben otto), che di fatto ne faranno il beniamino degli sportivi iblei.

Il bravissimo Salvatore Di Giacomo su Dallara 1300 X1/9 (ottavo assoluto nel 1977)

Riuscirà a vincere per cinque volte consecutive dal 1977 al 1981. Nel 1977 precederà Scola e Barberio nel 1978, sotto la pioggia, secondo sarà Casciaro, anche lui su Osella. Da registrare l’ottimo sesto posto assoluto di Salvatore Di Giacomo con la sua Dallara 1300 X1/9, con la quale quell’anno vince il Trofeo Nazionale della Montagna e l’anno successivo il Campionato Italiano Velocità in pista. Il bravo “Turiddu“ continuerà con grande successo la sua brillante attività, vincendo ovunque fino al 1982, data in cui appenderà il casco al chiodo. Anche la bellissima ‘Dallara’ fu conservata nel ‘salotto’ della casa di famiglia, al secondo piano! Da qualche mese fa parte di una importante collezione italiana, ceduta dalla famiglia dopo la dolorosa scomparsa dello sportivissimo Salvatore. Ho avuto con lui un fraterno rapporto, avendo condiviso tantissime gare su tutti i circuiti italiani.

Benny Rosolia con la sua nera Osella 2000 al traguardo in Corso Europa (vincitore assoluto negli anni 1982/84/85)

Grandissimo l’apprezzamento per la sua generosità: nel 1967 dopo un incidente che gli causò la frattura del braccio sinistro, mi mise a disposizione la sua ‘Cinquecentina’, consentendomi di vincere la classe alla “Colle San Rizzo“ a Messina. Cercai di disobbligarmi offrendogli la coppa vinta (allora erano rigorosamente d’argento); da vero signore non accettò, lasciandomi quel trofeo che ancora oggi conservo nel suo ricordo.

Il bravissimo Salvatore Lombardo con la mitica Fiat 124 Abarth gr.5 (Corso Kennedy)

Tornando alla Monti IBlei, dopo questa doverosa ‘rimembranza’, nel 1979 il nobiluomo catanese precederà sul traguardo Angelo Giliberti, terzo sarà Beppe Virgilio, davanti a ‘Perrier’ ed al sottoscritto che vincerà la classe 1300 con una nuovissima Osella destinata a numerosi successi nelle piste di tutta Italia, che mi porteranno alla conquista del mio primo titolo italiano nel 1980.

Salvatore Gagliano su Ford Escort gr.5. Con Salvatore Lombardo diedero vita a diversi duelli avvincenti nella stessa classe

L’edizione del 1980 (22 luglio) vede ancora protagonista Enrico Grimaldi che precede sul traguardo Benny Rosolia e ‘Perrier’. Oltre 30.000 spettatori, buona l’organizzazione e grande disponibilità del primo cittadino chiaramontano Dr. Cirino Paradiso. L’anno successivo Grimaldi, precedendo di un soffio l’ottimo Domenico Scola annovererà la quinta vittoria consecutiva e verrà premiato come ‘Re della Montagna’. Il prestigioso trofeo verrà consegnato in una splendida premiazione nei giardini pubblici, stipati da migliaia di persone, dal prestigioso giornalista sportivo Candido Cannavò della ‘Gazzetta dello Sport’.

1981. La stampa locale annuncia l’ennesima vittoria consecutiva del ‘Principe del volante’, con un ottimo Giuseppe Brafa sesto assoluto su Dallara X1/9

Riceverà anche un premio alla memoria dedicato al compianto pilota, suo amico e concittadino, Piero La Pera, tragicamente scomparso fra le fiamme della sua auto nelle prove ufficiali della Val d’Anapo-Sortino del 1980. Nel 1982 Benny Rosolia riuscirà a infrangere il dominio di Grimaldi (solo quarto) in una gara che sarà l’ultima per Salvatore Di Giacomo e che vedrà invece le brillanti prestazioni di due piloti Chiaramontani: Giuseppe Presti e Giuseppe Filesi.

L’A112 Abarth del chiaramontano Pino Filesi, vincitore più volte della sua classe (il terzo da sinistra)

L’anno successivo (1983) Grimaldi si rifarà battendo Alfio Canino, ‘Arriva’ (già ‘Perrier’) e Domenico Scola. Vale la pena evidenziare come le vetture che occupano le prime otto posizioni sono tutte realizzate da Osella, a testimonianza della sua indiscussa superiorità nel campo delle vetture da competizione e che ancora oggi, nel 2020, lo vede leader e sempre in prima linea. Attivo e vincente!

Il chiaramontano Giuseppe Presti, anche lui più volte vincitore di classe, su Abarth A112

Il percorso di gara era stato variato con l’eliminazione del tratto del ‘case popolari’ e dell’arrivo in Corso Europa. Verrà deviato sulla nuova circonvallazione, alzando ulteriormente la media oraria che sfiorerà i 120 km/h. Detta media sarà invece superata da Rosolia nel 1984 e nel 1985: in entrambe le manifestazioni precederà Grimaldi ed il nostro Cassibba, davanti ad un foltissimo pubblico (circa 40.000 spettatori) per un’organizzazione che poteva essere migliore e che invece porterà alla mancata effettuazione dell’edizione del 1987.

L’amico Vincenzo Barone di Caltagirone con la sua Fiat 128 sport. Forse il più longevo dei piloti della Monti Iblei tutt’ora in attività. Presente fin dal 1967

Spuntava all’orizzonte la stella Cassibba che negli anni successivi regalerà agli sportivi iblei una serie interminabile di vittorie.
Lo racconteremo nel prossimo appuntamento!
(Link alla puntata precedente. cliccate qui) (Link alla puntata successiva. Cliccate qui)

Giuseppe Virzì con una bella Lancia Stratos (tornante della ‘casetta’)

Ringraziamo per la cortese collaborazione l’amico Maurizio Castello, gestore del gruppo facebook ‘Quelli che la Monti Iblei’.

Una carrellata di piloti chiaramontani che hanno corso tra il 1975 e il 1986

Uno dei primi piloti chiaramontani: il compianto Salvatore Tumino su fiat 600
Il compianto Giovanni Ravalli su Fiat 124 Abarth
L’amico Vito Roccalumera su Fiat 500. Bravo pilota e ancor più bravo preparatore
Peppino Pavone con la sua Lancia Fulvia coupé
Vito Castaldi su Abarth A112
Paolo Lorefice su Simca Rally. Auto con cui corse anche Giovanni Iacono
Orazio Terranova (‘Cuddianu’) su Simca Rally. Auto con cui corse anche Giovanni Salafia
Carmelo Pavone su Alfasud 1300
Nunzio Terlato con la sua A112 Abarth
Aldo Miano su Fiat 128 preparata dal compianto Giovanni Flaccavento
Paolo Gulino su Fiat 126
Pino Pavone su A112 Abarth
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