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Luca Beltrami Gadola

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di Costantino Muscau

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I cookie – o biscotti – che il sabato 24 ottobre 1942, alle 17,57, caddero su Milano avevano un ben altro significato. Erano bombe. Tonnellate. Causarono 150 morti e 331 feriti e abbatterono 64 edifici. A battezzare con un nome così “goloso” quegli ordigni incendiari scesi dal cielo era stato il Bomber Command britannico quando aveva deciso di sferrare il primo attacco su Milano (e altre città) contro obiettivi non strategici.

Milano dopo i bombardamenti degli alleati nel 1943 (foto Wikipedia)

“Ricordo quei tubetti esagonali che piovevano con il loro carico di fosforo. Incendiavano tutto. Qualcuno cadde anche su casa nostra. Corremmo per raggiungere i rifugi antiaerei”. È la memoria di Piero Bassetti, parlamentare e primo presidente della Regione Lombardia. All’epoca aveva 14 anni.
“Dal balcone vedevamo Milano in fiamme. Mia madre – continua Bassetti – era nazionalista, piangeva davanti alla scena di una bomba che aveva ucciso molte persone. Vedere la città che bruciava, anche per un gruppo di ragazzini stupidi come eravamo, era sconvolgente. Corremmo in strada… a me e a mio fratello dissero di sgomberare il pianoforte. Non avevamo altra scelta che prenderlo e buttarlo giù… quando mai ci sarebbe ricapitato di veder schiantare il pianoforte e sentirsi ringraziare?”.

Via Olmetto, a Milano, dopo un bombardamento aereo (1943) (foto Wikipedia)

“Bombe su Milano – ottobre 1942, i testimoni raccontano“. Ottanta anni dopo, quell’orrore venuto dal cielo lo hanno ben impresso sulla loro pelle circa 50 mila milanesi che oggi hanno tra gli 85 e i 100 anni.
Ugo Savoia, 68 anni, una brillante carriera al Corriere della Sera, è andato a sentirne 17 e ne ha ricavato un libro di memorie (Castelvecchi editore, 15 euro, 122 pagine). Memorie indelebili anche per chi all’epoca aveva poco più di 3 anni, come il giornalista Marco Garzonio. “Le sirene, la corsa verso il rifugio, la discussione tra i miei genitori, perché mio padre voleva andare in fretta mentre mia madre perdeva tempo nello scegliere che cosa portare con sé… Dopo i miei decisero che sarebbe stato meglio sfollare… Quando ho visto case e ospedali bombardate in Ucraina ho sentito come un filo che mi tirava lo stomaco e mi riportava alle montagne di macerie che per anni hanno accompagnato la mia infanzia a Milano”

Ugo Savoia, già giornalista di lungo corso del Corriere della Sera

Ci mancava solo l’invasione di Putin a rinnovare un disperato dolore che ancora preme a chi ha provato che cosa significhi la guerra. Anche se c’è chi sfidava bombe e destino. Come Carla Trezzi, classe 1917, lucidissima ultracentenaria, l’ultima telegrafista di Milano: “A un certo punto mi stancai di correre a cercare riparo nei rifugi. Non ne potevo più, volevo soltanto dormire altrimenti sarei morta di sonno anziché sotto le bombe. I momenti di maggior paura li ho avuti quando passava Pippo”.
Pippo non era un personaggio dei cartoni animati disneyani, oltretutto proibiti dal Fascismo, che dal giugno 1942 al dicembre 1943, aveva creato un Topolino autarchico, chiamandolo Tuffolino. Pippo era l’aereo solitario delle forze alleate che arrivava in volo radente per evitare la contraerea e sganciava bombe o mitragliava nel buio della notte.

Carla Trezzi, 105 anni, l’ultima telegrafista di Milano (foto milano.corriere.it)

“Bombe su Milano” non è solo un drammatico documento che le nuove generazioni farebbero bene a conoscere. Anche se qualche capitolo, purtroppo, è stilisticamente poco curato, l’opera fa rivivere la quotidianità fatta di lavoro, famiglia, sfollamento, scuola, miserie dell’umanità. Racconta la giornalista Natalia Aspesi, classe 1929, nata col Fascismo e cresciuta con la guerra. “Più delle bombe, la fame… quando crollò il palazzo di fronte al nostro, a noi fu chiesto di ospitare i senza casa. La nostra coabitante mise subito le galline nel balcone, ma non ci diede mai neppure un uovo”.
“Era un periodo in cui potevi essere ammazzato per strada
– ricostruisce Carla Trezzi – spesso trovavo i cadaveri di persone uccise dai fascisti. E potevi essere denunciato dai colleghi. Nell’immediato dopoguerra mi è capitato di sentirmi dire ‘firma qui che mandiamo via quel collega che era un fascista’. E io rispondevo ‘anche tu eri fascista, disgraziato. Non firmo’”.

Natalia Aspesi (foto Andrea Pellegrini per Wikipedia)

Non mancavano gli atti “eroici”, come quello che salvò la vita a Luca Beltrami Gadola, costruttore, docente universitario e giornalista nato a Milano nel 1938, sfollato in Valle d’Aosta, con la famiglia ebraica. “Eravamo sempre nascosti, per i rastrellamenti. Fummo salvati dalla nostra tata altoatesina. I tedeschi vennero a bussare e lei, che parlava il tedesco, disse che la nostra famiglia se n’era andata”. Anche Aurelio Ascoli, allora tredicenne, poi ingegnere e docente universitario, era ebreo. Un’immagine fra le tante: “Mia sorella Mirella si recava in bicicletta al lavoro e si fermava da un salumiere a mangiare un panino con salame, anche se per noi era vietato. Si scoprì che quel salumiere pagava i ragazzini una lira per ogni topo morto. Era la carne per i salami. Mia sorella finì in ospedale”.
Restano a sigla e conclusione amare, le parole dell’ultima testimonianza: “Uscendo dall’università, suonò l’allarme. Mi misi a piangere. Non per la paura: avevo compiuto da qualche giorno i 18 anni e piangevo sulla mia giovinezza sprecata così”.

(Da sx) Il prof. Aurelio Ascoli e il prof. Luca Beltrami Gadola