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Madonna di Gulfi

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di Giuseppe Cultrera

Era usanza, durante le serate del solenne Novenario in onore della Madonna di Gulfi, che alcune persone portassero da casa la sedia per assistere alle funzioni sacre, risultando quelle in dotazione della Chiesa Madre spesso e volentieri insufficienti. Anche in questa suppellettile l’appartenenza e la rilevanza sociale veniva evidenziata: modeste le sedie, col fondo intessuto di zammara, del ceto contadino artigiano e popolare, più ricercate quelle dei professionisti e cavalieri, ancor più quelle dei nobili.

Il rogo ‘re vanchitta
Antica stampa della Madonna di Gulfi (1760); uno dei quattro quadri della tradizione (1901); apparato per il Novenario della Madonna di Gulfi (1910)

Quest’ultimi si erano fatti approntare dai loro falegnami delle panche a più posti che venivano recate in chiesa e sistemate dai loro inservienti, in occasione delle cerimonie religiose e specialmente delle azioni sacre. Come epoca siamo tra fine settecento e prima metà dell’ottocento. Questo “orpello” così andò sempre più qualificandosi come segno dello status sociale: le panche divennero sempre più eleganti, con alzata ed inginocchiatoio e cassetto nella seduta per accogliere cuscini e libro delle devozioni. La spalliera, in consonanza, sempre più vistosamente decorata ed elevata. Al punto da limitare la visione a coloro che stavano nella parte retrostante. E che erano, ovviamente, i ceti meno abbienti e influenti.

Il rogo ‘re vanchitta
Chiaramonte Gulfi, Piazza Duomo

La faccenda creava parecchi malumori e discussioni. Ma con i potenti del paese non era facile spuntarla, né il parroco e il clero della matrice avevano voglia di imbarcarsi nella spinosa questione.
La scintilla scoccò nella serata del sabato dei jurnatari (siamo intorno al 1920/22). Furono costoro, appartenenti alla classe più emarginata e povera della piccola comunità, a trovare una drastica soluzione. I vanchitta (così erano chiamati in dialetto le eleganti panche) migrarono velocemente dalla chiesa al centro della piazza. “Ficiru nu’ vuolu” sintetizza il narratore popolare che rievoca l’episodio che – mi dice – ha avuto raccontato dal padre. E la rivolta, come la pentola quando raggiunge la massima pressione, esplose inconsulta e violenta con un gruppo di persone non più controllabili. Non paghi di aver dato fuoco a quel simbolo di arroganza del potere, tornarono in chiesa decisi a mettere in funzione ‘u cuonzu (la macchina per salire e scendere la pesante statua dall’altare) per riportare la Madonna di Gulfi al Santuario: fine della festa per tutti!

Il rogo ‘re vanchitta
Una foto di fine ‘800 dell’arrivo della Madonna di Gulfi in Piazza Duomo

Intervennero i carabinieri, i sacerdoti e specialmente il Sindaco barone Giuseppe Nicastro de Leva, abile e navigato politico che aveva una buona ascendenza sul popolo. E la faccenda si calmò.
Le panche ridotte in cenere, però, non ebbero eredi. Negli anni successivi tornò un “democratico” approccio al posto a sedere durante le serate del novenario. Mentre i facinorosi autori del rogo e delle turbolenze, che i carabinieri avevano ‘singaliàto’ passarono brutti quarti d’ora; e fu grazie al sindaco Nicastro, che adoperò sagacia e buon senso, se tanti ‘padri di famiglia’ non passarono guai seri.il rogo 're vanchitta

di Giuseppe Cultrera

Una delle più suggestive feste religiose di Sicilia si svolge la Domenica in Albis a Chiaramonte Gulfi, piccolo centro di origine medievale in provincia di Ragusa. La domenica dopo Pasqua una folla di fedeli, di primo mattino, si reca nella vallata sottostante il paese dove in un’antica chiesetta, Santa Maria la Vetere (meglio nota come Santuario di Gulfi), è custodita una taumaturga statua della Madonna.

Alle dieci in punto inizia la veloce ascesa verso la città: davanti a tutti i devoti, che con le funi alleviano il peso della pendenza ai portatori, numerosi sotto il baiardo sul quale è fissata la statua della Madonna; poi appresso la banda e il popolo. Il percorso di quattro km, tortuoso e con notevole pendenza, viene effettuato in un’ora esatta. Così vuole la tradizione. Sicché alle 11, coloro che sono rimasti in città e i devoti dei paesi vicini, accolgono la patrona in piazza Duomo tra un tripudio di voci, musica e mortaretti.Regina Claramontis: l'ascesa di un popolo

Continua l’antico rituale con il “cuncursu”, la solenne processione nelle vie cittadine, subito dopo pranzo, con la partecipazione delle quattro confraternite di S. Vito, S. Giovanni, S. Filippo e del Salvatore i cui stendardi riccamente ricamati precedono il Simulacro.Regina Claramontis: l'ascesa di un popolo

Quindi ha inizio il solenne novenario (che risale al 1644 e trae origine da un editto di Filippo IV, re di Spagna, allora anche sovrano di Sicilia).  La Madonna di Gulfi posta sull’altare della chiesa Madre (Santa Maria La Nova) riccamente addobbato con fiori, ceri, festoni di velluto rosso, verrà onorata, in ciascun giorno, da una categoria sociale, secondo un rituale codificato nei secoli: il lunedì coltivatori e venditori di ortaggi (urtulani e putiari), martedì i mugnai (mulinari), il mercoledì le donne (fimmini), giovedì i pastori (picurari), il venerdì gli artigiani (masci) il sabato i braccianti agricoli (jurnatari), la domenica gli apicoltori (vasciddari), il lunedì successivo gli agricoltori (massari) e il martedì, infine, i lettighieri e gli staffieri (vurdunari). Chiaramente oggi molte di queste maestranze, che nel passato rappresentavano tutta la classe popolare, sono o scomparse o minoritarie; suppliscono categorie similari, ma sempre nel solco della tradizione.Regina Claramontis: l'ascesa di un popolo

Tradizione, fede e identità cristiana stanno alla base di questa antica festa, che affonda le radici nei primordi del Cristianesimo (la chiesetta di Gulfi è testimonianza della comunità paleocristiana) e ancor prima per alcune connotazioni del rito che rimandano agli antichi culti della terra madre.

Il legame tra i cittadini di Chiaramonte e quella che chiamano «la Nostra Madre» è visibile nella corale partecipazione al rito annuale al quale, anche coloro che per qualsivoglia motivo sono dovuti andar via dal paese, fanno di tutto per esser presente, anche affrontando un lungo e costoso viaggio. Il ritorno del simulacro al Santuario, il mercoledì, è metafora anche di tanti ritorni alla terra patria, di approdi vagheggiati, di affetti ricongiunti e di speranze rincorse in questo lembo del Sud.Regina Claramontis: l'ascesa di un popolo

Fotografie di Sebastiano Gueli.

di Giuseppe Cultrera

Quell’aprile del 1910 doveva essere memorabile per Chiaramonte. Scriveva il cronista sul Foglio Ufficiale dell’Arcidiocesi di Siracusa, Maggio 1910: «Per una felice coincidenza di circostanze possiamo dire che la festa della Madonna di Gulfi di quest’anno segna una pagina delle più belle della nostra storia. La riapertura della Chiesa Madre col nuovo splendido pavimento di marmo già completo, l’inaugurazione del nuovo organo liturgico, la schola cantorum di Ragusa, ci faranno ricordare per un pezzo delle feste di quest’anno.»

Il Foglio Ufficiale dell’Arcidicesi di Siracusa, Anno III, n. 5 – Maggio 1910.

Sua Eccellenza  Mons. Luigi Bignami, arcivescovo di Siracusa «il 2 (aprile) nel pomeriggio, rilevato dall’arciprete Rosso e da suo fratello, Sac. Giuseppe, incontrato lungo il viaggio prima dai seminaristi, poi dal Clero, e per ultimo dal Sig. Sindaco, salì a Chiaramonte. Dalla Chiesa di S. Filippo trasportò processionalmente il SS. Sacramento alla Matrice, che così si riapriva solennemente, dopo quasi due anni di chiusura per restauri degli stucchi, del pavimento e dell’organo: la processione, come si espresse l’Arcivescovo, era la più condegna inaugurazione dei restauri e dell’organo e la più indicata apertura delle feste. L’Arcivescovo predicò il novenario della Madonna. La Domenica 10, tenne il Pontificale: tutti i giorni amministrò le sante Cresime nelle diverse chiese.»

banda
Un momento della festa della Madonna di Gulfi. In piazza duomo, in una posa di Raimondino Palermo del 1890 (a sx) e in una di Giovanni Rosso dei primi del novecento (a dx)

Fin qui il resoconto ufficiale. Ma quell’anno successe dell’altro, che le cronache ufficiali solo in parte raccontarono: una insolita prova di forza, tra l’Arcivescovo Bignami, parroco Alfonso Rosso e sindaco Cav. Giuseppe Nicastro da una parte e il  comitato dei festeggiamenti della Madonna di Gulfi e la banda musicale dall’altra. Per la verità i contorni della contrapposizione sfumano ancor più se, alla voce del bollettino siracusano, si aggiungono alcune cronache giornalistiche del tempo e specialmente la memoria popolare che come ben sappiamo è sciolta dai ceppi del politically correct.

Mons. Luigi Bignami, Arcivescovo di Siracusa – Chiaramonte Gulfi, Chiesa madre: apparato per il solenne Novenario della Madonna di Gulfi (1910)

Tutto partiva dall’anno precedente, per i festeggiamenti  di San Giovanni Battista, quando l’arcivescovo aveva vietato l’ingresso in chiesa della banda musicale, per eseguire la marcia reale durante le funzioni religiose. Così ad inizio aprile del 1910, in occasione della festa e novenario della Madonna di Gulfi e delle inaugurazioni del nuovo pavimento e dell’organo, Mons. Bignami con «parole più che paterne» auspicò «che non volessero turbare la festa con un vero atto di disubbidienza» ribadendo il divieto ai chiassosi intermezzi della banda con entrata ed uscita.

In verità il prelato di Siracusa aveva avuto qualche soffiata che già il primo giorno di festa, la tradizionale salita, la banda – ovviamente spinta da comitato dei festeggiamenti, portatori e devoti – avrebbe replicato il solito refrain. E così avvenne l’indomani, profittando pure che l’arcivescovo non fosse presente.

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Una rara foto della banda, con al centro il maestro direttore, causa del “diverbio” con l’Arcivescovo di Siracusa. La foto è del 1909 (l’anno precedente ai fatti) (coll. Sebastiano Molè)

Il quale, ovviamente, andò su tutte le furie intimando ai sacerdoti ed autorità civili di vigilare sui focosi devoti e sull’intemperante corpo bandistico comunale. «Allora» scrive, in una nota al vetriolo, sul suo Foglio ufficiale l’arcivescovo di Siracusa «chiamai il Sig. Direttore, al quale il Parroco giorni prima aveva riletto le disposizioni – disposizioni per di più affisse in tutte le chiese di Chiaramonte – e l’avvertì che ci pensasse bene a portarsi in chiesa un’altra volta con la musica; egli  cercò difendersi, dicendosi un povero padre di famiglia alla dipendenza del Municipio.» Questo il milanese Bignami lo sapeva bene, come aveva contezza che la vigilanza del clero locale fosse fuorviata dalla troppa “devozione popolare”. Perciò: «Parimenti mandai ad avvertire il Sig. Sindaco che se la sera la musica fosse entrata ancora in chiesa, l’indomani mattina avrei lasciato Chiaramonte senz’altro.»

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Particolare della foto precedente; cerchiato in giallo il direttore della banda

E perché fosse chiaro a tutti, la sera chiuse il discorso d’introduzione al novenario con queste testuali parole: «Dell’incidente di stamattina non se ne parli più. Non avete creduto di tener conto della mia preghiera, sia come avvenne. Monsignor Bignami dimenticherà tutto, volendo agire da padre co’ suoi figli. Speriamo – continuava nella citata nota – che se fu la prima sarà anche l’ultima. La pagina, certo non delle più felici, che si volle scrivere oggi nella storia della vostra città, stracciamola, in modo che non ne rimanga traccia di sorta.»

E tornò la quieta dopo la tempesta. La banda se ne stette per tutto il novenario fuori dalla chiesa, dove poté suonare tutte le marce richieste dal comitato, dalle varie categorie che si alternavano nelle sere del novenario, devoti ed autorità civili.

vescovo
La “discesa” della Madonna a fine novenario, in primo piano la banda. (Foto Antonio Bentivegna, primi del ‘900)

L’ultimo giorno, il mercoledì della discesa del simulacro al Santuario, però successe l’inghippo: la banda entrò festosa con la sua marcia trionfale in chiesa e al clero sopraffatto ed esautorato non restò che minacciare di disertare la processione di ritorno al Santuario. Mons. Luigi Bignami, tra l’altro, era ancora nella sua stanza del Palazzo Montesano intento a prepararsi per la discesa, alla fine della quale avrebbe fatto il tradizionale fervorino e saluto alla Madonna. Qualcuno – ingenuo o maligno – corse dall’Arcivescovo a perorare un suo intervento per convincere parroco e clero a desistere. Apriti cielo: lo sprovveduto messaggero ebbe il fatto suo, mentre l’arcivescovo immediatamente, accompagnato dal cerimoniere e dal ciantro Demartino, a piede si avviò verso la città di Comiso, inseguito e raggiunto, poco dopo, dalla carrozza inviata dal Sindaco. Scriverà, sempre nella citata nota del Foglio Ufficiale, che non ci furono né autorità civili né carabinieri ad impedire che comitato e banda cittadina facessero a modo loro; e, in parte, ne aveva avuto contezza quando uscendo dal paese, a piedi, passando davanti alla caserma dei Real Carabinieri vide che «uno di essi sedeva al balcone della caserma in arnese di casa fumando placidamente.»
Mai fidarsi dei ‘piemontesi’.
Figurarsi poi della stampa laica che sui fatti di quell’inizio di aprile, a Chiaramonte, ci ricamò a menadito. Anche il sindaco fu latitante (o meglio saggiamente presente nel cuore del suo elettorato) e il clero e i notabili, più che tiepidi.arcivescovo

Per sceverare la matassa è opportuno pertanto ricorrere al si dice popolare (che a volte cela più spunti delle carte ufficiali). Sembra che negli anni precedenti con il clero chiaramontano e le autorità civili ci fossero stati vari momenti di incomprensione: ad esempio relativamente al “tesoro” di S. Caterina, il monastero femminile soppresso nel 1866. Gli arredi sacri ed argenti (che oggi in parte sono esposti al Museo di arte sacra) restati in potere della chiesa e pertanto della curia, Mons. Bignami li avrebbe voluto trasferire a Siracusa. Il clero locale, ma specialmente il popolo e le autorità civili, erano contrari in quanto patrimonio della comunità. La voce più critica e vivace fu quella del sacerdote Luigi Salerno, insegnante di latino e greco dei rampolli chiaramontani, già canonico metropolitano e, in seguito, privato del titolo proprio per questa sua abitudine “di dire pane al pane”. Si raccontava che durante una delle visite pastorali del Bignami, sulla questione erano volate parole grosse e che l’arcivescovo avesse abbandonato il campo furente. Parimenti, relativamente al mercoledì 13 aprile 1910, circolava un’altra versione dei fatti: che l’abbandono dell’arcivescovo fu per sottrarsi ad alcuni “facinorosi” che intendevano “dissentire”. E che la carrozza, inviata di fretta dal sindaco, fosse stata provvidenziale ed opportuna.arcivescovo

Ringrazio Angelo Salvo per la documentazione e la copia del “Foglio Ufficiale dell’Arcidiocesi di Siracusa” Anno III, n. 5, maggio 1910.

di Giuseppe Cultrera

Non resta traccia, se non nel ricordo degli anziani e in qualche riproposta degli anni passati, delle tradizionali “Cappelluzze” che avevano luogo nelle strade, cortili e piazzette del centro storico di Chiaramonte Gulfi. Una festa popolare, che si svolgeva ogni anno dal primo al quindici agosto, coinvolgendo tante microstrutture cultuali.

Le edicole dell’abitato e, dagli inizi del novecento delle campagne, divenivano, ciascuna, un luogo di culto autonomo, particelle di una più grande festa: quella del villaggio-città che ha l’estensione del territorio fisico. In alcune di esse veniva allestito un altare, ornato di fiori e lumini con archi di rami intrecciati; la sera poi “vi si cantava la cappelluzza”, si recitava il rosario, si invitava la banda a suonare melodie sacre o marce per rallegrare gli intervenuti e in alcune si avevano persino giochi d’artificio, lancio di palloni variopinti e albero della cuccagna.

le cappelluzze

Certamente alla base della tradizione delle cappelluzze stava la devozione secolare per la Madonna di Gulfi alla quale erano, e sono tuttora, dedicate la maggior parte di edicole devote presenti nel territorio. Nelle sere della quindicina (di mattina la quindicina aveva, e ha, una celebrazione più canonica nel Santuario di Gulfi), al rito religioso si accompagnava la festa popolare che aggregava e dava spunto a momenti di socialità anche vivaci. Furono questi aspetti “profani” che portarono negli anni ’50 del secolo scorso, il parroco di allora a frenarne il “dinamismo popolare”.
le cappelluzze

Si tentò più volte nei cinquant’anni successivi di risuscitarle, ma con scarsi risultati. Negli ultimi anni, privilegiando il connotato religioso, sono state riproposte nella piazzetta Cutelli e nel quartiere S. Giovanni.

In campagna una delle ultime “cappelluzze” vitali fu quella di piano dell’Acqua. Restaurata di recente (compresa l’immagine sacra, opera del bravo Raffaele Catania), a cura dell’Associazione Culturale Kubbula, è tornata ad essere segno identitario e di devozione popolare.le cappelluzze

di Giuseppe Cultrera

Nella vallata sottostante Chiaramonte, a circa quattro chilometri, sorge l’antica chiesa di Santa Maria La Vetere (oggi più nota come Santuario di Gulfi) unica vestigia e legame con la scomparsa città di Gulfi; città araba e poi normanna, che soppiantava (o continuava) la greco-romana Acrille nota attraverso gli scritti degli storici antichi Tito Livio, Plutarco e Stefano Bizantino.

L’antica chiesa, invero, non era proprio dentro l’abitato di Gulfi, ma sul limite esterno di sud est (extra moenia): forse proprio questa sua posizione periferica la sottrasse – unico edificio, di culto o civile – alla distruzione per ferro e fuoco, operata dai filo angioini di Ruggero Lauria nel 1299.

Il Santuario di Gulfi, xilografia di A. Cannì (sec. XX)

Nel silente paesaggio cosparso di ruderi, preda della vegetazione spontanea, il piccolo tempio continuò ad essere riferimento e baluardo di fede e speranza: mentre in alto gli scampati, tra stenti e ardimento ricostruivano le mura e gli affetti. Spronati in ciò dal nobile Manfredi Chiaramonte, da poco infeudato conte di Modica.

A quale epoca risalga la fondazione della chiesetta di Gulfi, non è noto. La tradizione la dice antichissima, sorta con l’avvento del cristianesimo in questa plaga; ed antichissimo il culto alla Madonna anche se, la prima dedicazione del tempio, quello paleocristiano, viene attribuita alla Natività del Redentore.

Elementi della chiesa originaria: (sinistra) Brani delle fondazioni medievali e tracce del limite dell’antico prospetto (indicato dalla freccia). (A destra) Porta laterale a sesto acuto con iscrizione sulla chiave di volta. (Foto arch. G. Gatto)

Le tracce, visibili oggi, di una o più preesistenze architettoniche sono di difficile lettura: sul lato di levante i grossi conci del basamento, messi in evidenza in un recente restauro della struttura, riconducono ad epoca altomedievale o anteriore; anteriore senz’altro alla successiva stratificazione che ingloba la porticina a sesto acuto che nella chiave di volta reca inciso il nome del magister lapicida (Stefano De Lucia) artefice di questa seconda ristrutturazione collocabile attorno al XIII secolo.

«STEUA. DE/LUCIA. MISI/T. HC CLA/VE IN HAC/PORTA+» Stefano de Lucia pose questa chiave in questa porta (traduzione). L’iscrizione del XIII sec. sulla chiave di volta.

Questa solida struttura, frammenti della quale sono visibili sul lato esterno della parete opposta, è quella che scampò alla furia distruttrice degli angioni nel 1299. E che acquisisce la denominazione di S. Maria: il complementare La Vetere fu aggiunto per distinguerla da S. Maria La Nova, nuova chiesa parrocchiale della città rinascimentale.

La successiva fase, dal cinquecento al sisma del 1693, è rilevabile da una iscrizione (1567) nella parete di fondo dell’abside, riconducibile ai lavori di ristrutturazione dell’edificio sacro ad opera dei PP. Agostiniani chiamati a gestire il luogo di culto nel XVI e XVII secolo. In questi stessi anni i frati agostiniani ristrutturarono ed ampliarono il piccolo edificio attiguo, nella forma giunta a noi.

Il Santuario oggi

A seguito del citato sisma, un ulteriore intervento di sistemazione e consolidamento interessò l’intero complesso. Tra il 1730 e il 1740, su un progetto redatto qualche decennio prima dall’architetto fra Ginepro da Siracusa, la chiesa fu ricostruita ed abbellita da un baldacchino manieristico, destinato ad accogliere degnamente la statua della titolare. Lavorarono alla edificazione del tempio ed alla decorazione i mastri chiaramontani Tommaso e Vito Guastella, Vito e Giuseppe Sciacco, lo scultore Benedetto Cultraro (baldacchino, fregi ed intagli delle porte e del prospetto).

(da sinistra): Stampa settecentesca della Madonna di Gulfi; la corona settecentesca in argento, indorata nel secolo scorso; uno dei preziosi manti della Madonna; sportello della”tribuna”con la riproduzione pittorica della statua: Simone Ventura, prima metà del settecento.

Ma fu fondamentale l’apporto economico e di mano d’opera del popolo chiaramontano pungolato dal dinamico e tenace Padre Antonino Finocchio. Alla sua opera di sensibilizzazione e di raccolta di fondi si deve anche la ricca dotazione di arredi sacri (piedistallo in argento, manti e corone della Madonna, stendardi e croci professionali) che resero le celebrazioni del novenario e il trasporto processionale della statua dalla campagna in città ogni anno un rito grandioso, oltre che per l’afflato popolare, per la magnificenza dell’apparato esterno.

(Ph Sebastiano Gueli)

Nel 1644 un editto di Filippo IV, re di Spagna e di Sicilia, impone un solenne novenario in onore della Madonna nelle chiese di Sicilia. Chiaramonte scelse la Madonna di Gulfi, che a partire da quella data venne condotta processionalmente dalla vallata nella Chiesa Madre, per nove giorni solennizzata a spese delle varie maestranze, e poi ricondotta con altra solenne processione nel Santuario.

Festa della Madonna inizio ‘900

Un rito che si è mantenuto sostanzialmente immutato nei secoli, fino ai nostri giorni.
La domenica dopo Pasqua (in Albis) di primo mattino il popolo chiaramontano, a piedi, si reca al Santuario, dove trova la Statua della Madonna già preparata dal giorno precedente per la processione: adornata di manto e corona, carica dei preziosi donati nei secoli dai devoti e posta su una rustica macchina processionale (baiardo) sotto cui si pongono i portatori e alle estremità della quale vengono agganciate delle corde con le quali un altro stuolo di devoti concorre ad alleggerire il lavoro dei portatori.

In processione all’uscita dal santuario di Gulfi. Foto di Antonio Bentivegna (da www.progettoterramatta.it)

Al grido di “Viva Maria” alle dieci in punto si avvia la processione.
Un variopinto serpente s’inerpica per i ripidi tornanti che portano sulla collina dove sorge la città; con un’unica sosta, nella parte alta della collina accanto ad un’edicola sacra dedicata a S. Giorgio, che ha la doppia funzione di far riposare i portatori e di celebrare un breve rito religioso.

Il tragitto dal Santuario alla piazza Duomo dura un’ora esatta. Da sempre come ricordano gli anziani. Come uguali sono i rituali della successiva processione per le vie cittadine che si svolge dopo pranzo (detta cuncursu) con la partecipazione delle quattro confraternite di S. Vito, S. Giovanni, S. Filippo e del Salvatore i cui stendardi riccamente ricamati in oro precedono il simulacro.

In posa con la statua della Madonna davanti al santuario di Gulfi. Chiaramonte Gulfi, primi del ‘900 (da www.progettoterramatta.it)

Quindi la Statua viene posta sull’altare maggiore riccamente addobbato con fiori, ceri e festoni di velluto rosso, dove resta per i successivi nove giorni del novenario. Anch’esso regolato da antiche consuetudini che assegnano la gestione di ciascun giorno ad una categoria sociale. Il Lunedì coltivatori e venditori di ortaggi (urtulani e putiari), il Martedì i mugnai (mulinari), il Mercoledì le donne (fimmini), il Giovedì i pastori (picurari), il Venerdì gli artigiani (masci), il Sabato i braccianti agricoli (iurnatari), la Domenica gli apicultori (vasciddari), il Lunedì successivo gli agricoltori (massari) e il Martedì, infine, i lettighieri e gli staffieri (vurdunari).

“Salita” della Madonna, primi del ‘900. (da www.progettoterramatta.it)

Le connotazioni di festa barocca (con predominanza dell’effetto scenico, della rappresentazione e del concorso della parte “più scelta”, nobili e categorie professionali) deriva dalla organizzazione settecentesca, propugnata, come già detto, dal missionario gesuita, P. Antonino Finocchio da Francavilla, che dedicò gran parte della sua vita all’organizzazione dei riti e alla trasformazione di una chiesetta campestre in luogo di culto regionale.

Un momento della processione, inizi ‘900. Foto di Antonio Bentivegna (www.progettoterramatta.it)

Come primo atto, spostò la processione dal pomeriggio al mattino, poi incentivò la magnificenza del novenario, anche con l’intervento organizzativo ed economico della famiglia dei baroni Montesano, a lui amica, che si assunse parte degli oneri. Spostando quindi la gestione della festa, dal popolo all’aristocrazia e al potere civile (il Municipio si assunse parte delle spese). Introdusse quelle rappresentazioni in voga allora e che piacevano tanto all’aristocrazia, ma che il popolo non disdegnava, che erano le Azioni Sacre (o Oratori Sacri). La cui composizione era affidata, di anno in anno, ad esperti musicisti ed a scrittori sacri, per quanto riguardava il testo.

Tre libretti di azioni sacre: il primo settecentesco; l’Aod con testo di S. A. Guastella e musiche di Generoso Sanzone; il terzo, con testo di Saverio Nicastro e musiche di Raffaele Corsini, è noto come “La Greca”.

Il maggior splendore si ebbe tra metà settecento e fine secolo quando, il senato chiaramontano, la famiglia Montesano e la commissione per i festeggiamenti, si premurarono di far giungere da Catania tenori di grido e musicisti professionisti. Ed ancora a metà del secolo successivo, autore del testo di una di queste azioni sacre, era l’illustre Serafino Amabile Guastella; e sul finire dell’ottocento, un suo discepolo letterato e poeta, il Barone Saverio Nicastro del Lago, si onorava di averne composto un paio.

S. A. Guastella

Ritornava, di lì a poco, ad essere festa popolare e, dal dopoguerra, subentravano ai notabili e alla famiglia Montesano, i devoti borghesi e massari. La festa non cessava di essere l’appuntamento religioso principale per i chiaramontani, per i devoti dei paesi vicini, per gli emigranti che in quell’occasione, invece che nel periodo estivo delle ferie, tornavano nella loro città a testimoniare fede e devozione alla patrona.

“Salita” della Madonna, seconda metà del sec. XX. (Ph Carmelo Cupperi)

Ancor oggi sono molti coloro che per partecipare alla festa giungono dai paesi europei e persino dall’America e dall’Australia, dove emigrarono e stabilmente risiedono; ancor più sono coloro che provengono dai paesi e dalle province vicine. Questo saldo vincolo che unisce i residenti a coloro che son dovuti andar via e tutti insieme accomuna nella fede e devozione, è significativo della saldezza del rito che, da un lontano passato, inalterato si replica anno dopo anno.

L’ingresso nel Duomo (Ph Sebastiano Gueli)
Momenti della “salita”: partenza dal Santuario, i portatori, la sostituzione degli Angeli prima dell’arrivo in Piazza. (Ph: S. Gueli)
Il “concorso” a sinistra. L’ingresso in Piazza Duomo, momento finale della “salita” (Ph Sebastiano Gueli)
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