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Mario Draghi

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di l’Alieno

Ci siamo. Il rito settennale dell’elezione del Presidente della Repubblica ha preso il via ufficialmente ieri. E il macigno più grosso sulla strada che conduce al Colle, per fortuna, è stato sgombrato in tempo utile. 

Dunque, niente “Oscar alla carriera” al Berlusca, magari da mostrare nella sua bacheca accanto alle 3 Coppe Intercontinentali, alle 5 Coppe dei Campioni e agli 8 scudetti del suo Milan, oltre alle 4 Presidenze del Consiglio. E nemmeno sarà per la prossima volta, considerata l’età. Ci siamo risparmiati l’ultimo atto di vanità del super-vanesio di Arcore.

Guardia d’onore del presidente della Repubblica Italiana (foto di Sergio Barbieri da flickr.com)

Sarà stato per le questioni di salute o per i conti (sui voti) che non tornavano, poco importa. Conta il risultato. Il personaggio più divisivo dell’intera penisola si è messo da parte, ma tanto non basta per festeggiare.

Potete scommetterci che cercherà di vendersi al meglio il suo passo indietro (chi venditore meglio di lui?) per tentare il ruolo di Kingmaker, intanto per far fuori la candidatura Draghi. Troppo autorevole e troppo poco influenzabile dal suo punto di vista. Rimanesse a fare il Presidente del Consiglio, lui, così l’anno prossimo sarebbe definitivamente archiviato e tolto dai cabbasisi. Ritrovarselo in mezzo ai piedi per altri 7 anni nel ruolo di (ingombrante) inquilino del Quirinale sarebbe troppo.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Mario Draghi (foto da ilfattoquotidiano.it)

Capisco il disagio del Cavaliere di fronte a Mario Draghi. È uno di quei pochi personaggi italiani al quale non potrebbe mai rivolgersi alla Marchese del Grillo: “io sono io e tu….”. E probabilmente gli toccherebbe fare pure anticamera per poter conferire con un inquilino del Colle così indipendente. Mentre con un Tajani, una Casellati, una Moratti o un Letta (Gianni) qualsiasi, al Quirinale si sentirebbe un po’ come nella sua villa di Arcore.

Tutti pronti a mettersi sull’attenti allo squillo del telefono, come Paperino quando a chiamare è zio Paperone. E niente storie! Sennò scatterebbe subito l’elenco dei debiti (per lo meno di riconoscenza) che legano tutti questi personaggi-Paperino allo zio Paperone-Berlusconi.

Foto banner da calciomercato.com

di L’Alieno

Si è chiuso il vertice del G20 a Roma con l’indubbio successo personale di Mario Draghi. Si era persa la memoria di un leader politico italiano dal carisma riconosciuto a livello internazionale,  in un paese che negli ultimi 30 anni ha partorito soltanto mezze figure tra il discutibile, il molto discutibile e l’orribilmente discutibile.

Sembrano lontani anni luce i tempi imbarazzanti delle corna ai vertici o dei sorrisini di sfottò della Merkel e di Sarkozy. Roma è tornata centrale nel continente, bastione dell’europeismo multilateralista ed esempio di politiche virtuose da primi della classe. La gestione e i risultati dell’emergenza Covid ne sono un esempio e il PIL quest’anno crescerà del 6% (meglio della Germania). Non siamo noi a copiare gli altri ma gli altri a copiare noi. A memoria mia, “ragazzo” del ’66, un miracolo italiano mai visto in Europa.

Mario Draghi con il Presidente americano Joe Biden

La grande novità è stato il ritorno della serietàcompetenza al potere. Draghi non è un tipo venuto fuori dal nulla come buona parte della classe dirigente di questo paese. Non vendeva bibite allo stadio San Paolo e non era nemmeno uno sconosciuto docente di Diritto Privato che non aveva mai fatto politica, ma un signore con una lunga carriera ai vertici della Banca d’Italia fino a diventarne Governatore, Direttore Generale del Tesoro e infine Presidente della Banca Centrale Europea. Decisivo per la sorte dell’euro con il suo “whatever it takes“. Un fine politico oltre ad un esperto banchiere, in grado di mettere sotto scacco anche la potentissima Bundesbank nelle politiche di gestione della BCE.

La prova provata che il “tutti possono fare tutto” di grillina memoria era soltanto una stupidaggine cosmica.  E che dire dello spavaldo Salvini? L’arruffapopolo delle campagne elettorali permanenti costretto oggi a stare in riga e ad imbarazzanti silenzi?

Ad un tratto sembra che Draghi abbia ridotto i leader della politica italiana (di destra come di sinistra) alla loro reale dimensione… quella di nani.

di L’Alieno

Nuovo premier, nuovo stile di comunicazione. Niente proclami social. Niente Casalino (non serve). Ovvero, indietro tutta a tempi più sobri.

(Foto corriere.it)

Si ricomincia dunque con il piede giusto, evitando con cura quegli slogan populisti che hanno segnato la comunicazione politica negli ultimi anni: ‘uno vale uno’, ‘è uno di noi’, ‘tutti possono fare tutto’, ‘gli esperti hanno fallito adesso tocca al popolo’ e così via, da sciocchezza in sciocchezza.

Salvini sembra ridimensionato dopo anni di show ad uso e consumo dei social. Il redivivo Berlusconi, che teme le crisi al buio, è presente con convinzione. Renzi gongola per la riuscita giocata d’azzardo. ‘Vera’ sinistra e 5Stelle non senza mal di pancia si accodano. E il PD dopo aver difeso strenuamente Conte, come mai i suoi uomini, anche.

(Foto governo.it)

Insomma la statura di Draghi, iperbolicamente superiore a quella di qualunque altro attore politico dell’italietta degli ultimi tempi, mette d’accordo tutti, salvo la Meloni (ma qualcuno doveva pur fare opposizione).

Il nostro paese dunque ‘diventerà bellissimo’? Mi pare poco credibile. Adesso non vorrei rompere l’incanto, ma è il caso di ricordare che buona fetta delle risorse dei ‘recovery fund’ sono soldi a prestito che sostituiscono i prestiti attesi dai mercati. Non si progettano investimenti aggiuntivi. Ci si limita a cambiare solo creditore e il nostro rapporto tra debito pubblico e PIL è stratosfericamente salito al 160%. Quando ci stava cadendo il mondo addosso, prima dell’avvento del governo Monti, il rapporto era solo al 130%, per essere chiari.

In tutto questo Draghi dovrebbe ricevere la modestissima collaborazione di una compagine politica mediocre in tutto e dovrà fare affidamento su una burocrazia tra le peggiori d’Europa. Auguri.

Meno male che il nostro Mario della speranza non è ‘uno di noi’, è molto più di noi. Ma è meglio che si attrezzi bene per fare i miracoli. Il rischio di fallire in questa difficilissima mission è più che mai reale.
E guai a tradire le attese dei mercati.

Foto banner avvenire.it

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