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La storia della massoneria iblea, al terzo ed ultimo appuntamento, inizia dal duro periodo della dittatura fascista e le sue persecuzioni per terminare con la figura e il carisma di Filippo Foderà, Gran Maestro della Loggia ragusana “San Giorgio e il drago”, scomparso prematuramente nei primi anni del nuovo secolo. Loggia fondata negli anni difficili della strategia della tensione e della “caccia alle streghe” dovuta allo scandalo nazionale della massoneria deviata di Licio Gelli.

di Federico Guastalla

Episodi di violenza squadrista ai danni di logge e uomini del GOI continuarono a cavallo delle elezioni politiche dell’aprile del 1924 e dell’assassinio di Giacomo Matteotti. Crebbero d’intensità nel corso del 1925 e a distanza di alcuni mesi determinarono la morte dello stesso capo dell’opposizione aventiniana, il massone giustinianeo Giovanni Amendola.

La decisione del Gran Maestro Torrigiani di autosciogliere l’Ordine, decretato nel novembre del 1925 allo scopo di alleggerire una tensione insostenibile, non evitò una nuova ondata repressiva. Difatti, nella seconda metà degli anni Venti, colpiva il medesimo Torrigiani, condannato a cinque anni di confino, il Gran Maestro aggiunto Giuseppe Meoni, l’ottuagenario Gran Commendatore del Rito Scozzese Ettore Ferrari. Alcune decine di massoni, esuli in Francia e negli altri paesi d’emigrazione, riprenderanno i contatti con le superstiti logge estere e sotto la guida di Giuseppe Leti ricostituiranno a Parigi nel gennaio del 1930 il Grande Oriente d’Italia.

(Da sx) Domizio Torregiani (1876-1932) e Giovanni Amendola (1882-1926)

Da ricordare la forza con la quale il Gran Maestro Alessandro Tedeschi denuncerà nel 1936 all’opinione pubblica mondiale l’infamia dei gas asfissianti utilizzati dall’aviazione fascista contro gli etiopi. Il momento più significativo della battaglia condotta dai massoni esuli contro la dittatura sarà la partecipazione al volontariato internazionale a difesa della Spagna repubblicana minacciata dalla sedizione franchista. Alcuni nomi: il Comandante del Battaglione “Garibaldi” Randolfo Pacciardi; Francesco Fausto Nitti, protagonista alcuni anni prima con Rosselli e Lussu dell’ardimentosa fuga da Lipari; Mario Angeloni, caduto alla testa delle proprie truppe in uno dei primi scontri; Giordano Viezzoli, volontario dell’aviazione repubblicana morto nel cielo di Toledo.

Alessandro Tedeschi (1867-1940)

Presenti i massoni nella fase culminante della Resistenza antifascista, di cui ha scritto Mauro Valeri nel bel libro “A testa alta verso l’oriente eterno. Liberi muratori nella resistenza romana” (Mimesis, Milano 2017). Diciannove i “Fratelli” (in maggioranza già appartenuti o appartenenti alla Massoneria di Palazzo Giustiniani) che alle Fosse Ardeatine testimoniarono la fedeltà al trinomio Libertà-Eguaglianza-Fratellanza di cui i regimi totalitari avevano costituito l’antitesi radicale. Unitamente al Grande Oriente d’Italia, le obbedienze massoniche rinacquero a partire dal 1943 con la caduta del regime e con l’arrivo degli Alleati.

Forte la volontà democratica, antifascista e repubblicana. Dopo la lunga fase di consolidamento delle istituzioni democratiche e in un periodo caratterizzato dall’inizio della strategia della tensione, giunta all’apice nel 1974 con gli episodi dell’Italicus e di Piazza della Loggia a Brescia, nel 1971 all’Oriente di Ragusa, a seguito della consorella “Mario Rapisardi” estinta da decenni, furono innalzate le colonne della Loggia “San Giorgio e il drago”: denominazione questa del tutto simbolica che richiama il mito del santo cavaliere, la cui azione racchiude significati esoterici. Difatti è con il mito che si era fatta strada la nascita dell’eroe, cioè di colui che affronta rischi per incontrare se stesso e procedere nell’opera di perfezionamento: san Giorgio libera la principessa di Berito, cioè la propria stessa anima, dalle limitazioni del contingente, nonché dai nemici psichici, simbolizzati dal drago.

La sede della Loggia “San Giorgio e il drago” di Ragusa (foto da ragusaoggi.it)

Appartenenti ad uno stato sociale prevalentemente terziario, gli affiliati erano di buone condizioni socio-economiche; benché nelle Logge non si parli né di politica né di religione dato il carattere interreligioso e interculturale dell’Ordine, discreta fu la presenza di appartenenti allo schieramento laico e democratico: dai socialisti ai socialdemocratici, ai liberali. In ogni caso, dominante l’“afflato universalistico” e la “tensione cosmopolita” della Massoneria Giustinianea (S. Fedele, “Il Grande Architetto dell’Universo tra teismo e deismo”, “Hiram” n. 2 / 2017).

The Ancient of Days setting a Compass to the Earth (William Blake, 1794)

Certamente un atto coraggioso fu la fondazione della Loggia “San Giorgio e il drago”, ove si consideri che coincideva con l’esplosione del caso Gelli, losco personaggio dal passato contraddittorio, la cui azione, animata sotto ogni punto di vista dalla volontà di potenza e con ogni probabilità sostenuta da forze estere, danneggiò l’appartenenza alla vita massonica, causando la nascita di una caccia alle streghe, nonché la diffusione di feroci pregiudizi sull’essere massoni.

I massoni ragusani non parleranno durante i lavori di Loggia del faccendiere Gelli per evitare una deviazione dal raccoglimento rituale. I lavori, che si svolgevano con forza e vigore, attivavano piuttosto conversazioni esclusivamente centrate sui simboli della ricerca interiore anche se tutto quello che stava accadendo suscitava reazioni di sconforto e di sdegno.

Il faccendiere Licio Gelli, Gran maestro della Loggia deviata P2, a centro di una delle inchieste giudiziarie più scottanti dell’Italia repubblicana

Filippo Foderà, uno dei fondatori, va ricordato per i meriti unanimemente riconosciutigli. Personaggio carismatico di poche e misurate parole e rispettoso delle idee altrui, dedicò le migliori energie alla crescita della liberomuratoria. Di famiglia borghese (il nonno e il trisavolo che portavano il suo stesso nome rispettivamente erano Preside della Facoltà di Chimica all’Università di Catania e Avvocato principe del foro palermitano), nacque a Caltanissetta nel 1929, dove il padre prestava servizio come ufficiale della Guardia di Finanza. Dopo aver compiuto gli studi superiori a Ragusa, in cui la famiglia si era trasferita, si laureò in Architettura a Roma e lì fu iniziato nella storica loggia “Ernesto Nathan”.

(Immagine da grandeoriente.it)

Non coltivò la professione di architetto e preferì dedicarsi all’insegnamento nelle scuole medie di Ragusa, data la vocazione educativa. Nel capoluogo ibleo passò all’Oriente Eterno il 23 settembre del 2003 all’età di sessantaquattro anni, lasciando alla Loggia, in mancanza di eredi, i suoi beni, utilizzati per l’acquisto dell’ampio locale dove sorge il “Tempio”. Animatore, sollecitava ad un costante aggiornamento che nel piccolo gruppo si svolgeva nella sua abitazione: “Il Cenacolo” scherzosamente veniva chiamato l’insieme dei componenti; oggetto di studio il poderoso volume di René Guénon “L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta”: della puntuale lettura mandata avanti con rigorosa indagine rimane un agile schema di riferimento che ne facilita l’approccio.

Era un Maestro, Filippo Foderà, che viveva la sua operatività con la massima discrezione. In lui convivevano la prudenza e la riservatezza, la compostezza fisio-psichica e un grande senso di partecipazione. Frequentatore assiduo dei lavori di Loggia, preferiva ascoltare con profondo raccoglimento e non mancava di presentare le sue riflessioni attraverso apposite “tavole”, raccolte dopo la sua morte in un pregevole libretto intitolato “Pagine esoteriche”.

In questa prospettiva, la Massoneria iblea deve molto a lui e agli altri fratelli che nella “San Giorgio e il drago” introdussero linguaggi, metodi, obiettivi perché la ricerca della “Scienza sacra” occupasse un posto centrale con l’obiettivo dell’affrancamento dai limiti del contingente nell’angusto spazio della materialità. I metalli vanno fusi nel crogiolo dell’interiorità e le scorie abbandonate in un processo di alleggerimento per levigare pietre grezze.

I principi indicati, oltre a distanziare da ogni sorta di dogmatismo e settarismo, fanno fermentare l’anelito verso il Grande Architetto dell’Universo. Su questo aspetto, evidenziando il rispetto delle proprie scelte e specifiche credenze, pare significativa la poesia “Loggia Madre” di Kipling nei seguenti versi: “Ognuno rifacendosi al Dio che meglio conosceva. // L’uno dopo l’altro si parlava, / e non un solo Fratello si agitava… / e si rincasava per dormire, / Con Maometto, Dio e Shiva / che facevano il cambio della guardia nelle nostre teste”.

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di Federico Guastella

A quanto pare non ci sono prove sull’appartenenza del Barone Corrado Arezzo alla Massoneria, ma non c’è dubbio che nel parco del cosiddetto castello di Donnafugata si scorge un itinerario esoterico, da leggersi come un ottimo strumento per svolgere un percorso interiore. Ragusano di nascita (1824-1895), figlio del Barone Francesco e di Vincenza De Spucches, ricevette una rigorosa educazione familiare. A Palermo studiò presso i Padri Filippini: lesse i classici, apprese la storia, studiò il francese, il tedesco e anche l’inglese. Coltivò la passione per la botanica e nella capitale siciliana ebbe modo di manifestare le sue idee politiche, partecipando alla rivoluzione del 1848 e stampando e dirigendo il giornale “Il Gatto”, titolo che alludeva alla lotta contro i “sorci” borbonici. Potremmo dirlo un foglio combattivo e ricco di commenti politici oltre che di osservazioni satiriche mordaci dirette ai nostalgici del regime borbonico e spesso anche agli esponenti liberali.

Il Barone Corrado Arezzo De Spucches (1824-1895)

A 24 anni era stato rappresentante di Ragusa al Parlamento siciliano. In seguito al fallimento della rivoluzione curò i beni di famiglia e collaborò col padre nella realizzazione di una filanda (1854), in cui furono impiegati cinquanta operai. Deputato eletto nel collegio di Vizzini (7 aprile 1861) e dopo Senatore per censo (1865), fu sicuramente un personaggio che riuniva in sé le qualità di aristocratico agrario, qualificato esponente dell’aristocrazia liberale ragusana, e di patriota liberale.

La raffinata formazione lo indusse a dare vita e spazi agli interventi eclettici di diversi stili nel castello di Donnafugata: il neoclassico sposato al gotico-veneziano, i torrioni di gusto tardo-rinascimentale, le immagini tipiche della cultura egizia all’inizio e alla fine della magnifica scalinata che conduce al piano del terrazzo, le merlature riecheggianti il fascino della lontana tradizione medioevale. Nel vasto parco di circa otto ettari, cosparso di viali bene articolati e di vegetazione – dai ficus secolari alle cactacee nei pressi delle fontane -, ci si immerge in un clima di serenità bucolica.

Il castello di Donnafugata (foto da esplorasicilia.com)

Qui Corrado Arezzo trascorreva con la famiglia e gli amici il periodo della villeggiatura estiva, trasferendosi nel palazzo di Ragusa Ibla per il rimanente periodo dell’anno. La simpatia per la Massoneria potrebbe essere avvalorata dagli elementi simbolici qua e là sparsi nel parco. I luoghi rivelano infatti segnali di un percorso iniziatico. Le grotte, con stalattiti, simboleggiano il ctonio in cui ha origine la meditazione, mentre il labirinto è l’espressione di percorsi esistenziali in cui ci si può perdere o ritrovare. Altro elemento della simbologia massonica è il tempietto neoclassico a pianta circolare che, posto sulla montagnola sovrastante le grotte, ha la cupola sostenuta da otto colonne e con l’affresco della volta celeste.

Vista di parte del parco del castello (foto da paesionline.it)

È possibile poi cogliere la pensosità di fronte ai destini eterni, nonché la propensione a meditare non senza la malinconica certezza della precarietà della vita, nella parte più ombrosa del giardino, a nord-ovest, in cui si osservano alcuni avelli di foscoliana memoria, circondati da cipressi. Non a caso Ugo Foscolo fu Massone che sedette tra le colonne della stessa Loggia di Vincenzo Monti, la Reale Amalia Augusta all’Oriente di Brescia. E di sicuro la sua poetica intrisa di simbolismi dovette essere familiare ai massoni iblei: vale la pena di ricordare l’opera “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, romanzo in forma epistolare, dove il Sole è definito “ministro maggiore della natura”; accennando al carme “Dei Sepolcri” non sfugge la presenza di una visione religiosamente laica sorretta da un’armonia naturale tanto sacrale; significativo peraltro il valore assegnato al vate, all’eroe che educa alla libertà di scelta contrapposta al fanatismo del pensiero unico.

Il poeta Ugo Foscolo (1778-1827)

L’atteggiamento meditativo del Barone Arezzo lo ritroviamo nel suo volumetto di poesie comprendente cinque componimenti (in “Alcuni versi”) e diciannove sonetti (in “Voci dell’anima”), raccolti col titolo “Alcuni versi”, pubblicato dalla tipografia e legatoria Clamis e Roberti in Palermo nel 1861: un momento quanto mai incandescente nella storia della Sicilia, all’indomani, si può dire dello sbarco dei Mille, e che Tomasi di Lampedusa ha scelto come tempo storico del Gattopardo.

Merita di essere ricordata la poesia “L’Armonia” che, scritta in endecasillabi, canta l’incanto dell’eden prima della caduta, causa dei mali del mondo. Personaggio, dunque, molto in vista ed influente nella vita politica ed economica del circondario: difatti dagli anni ‘70 fino al 1881 fu sindaco di Ragusa Ibla. Dalla fine dell’800 la Massoneria iblea non rimase avulsa dagli eventi nazionali. D’altronde non se ne può parlare senza tenere conto del fatto che la crescita sia stata interrotta dall’avventura totalitaria che impedì la manifestazione del libero pensiero.

Dal 1908-1910 si era verificata una scissione nel Grande Oriente d’Italia che aveva dato vita a una nuova obbedienza di rito scozzese: la Gran Loggia d’Italia (di Piazza del Gesù). Poi, un ulteriore indebolimento. Sul versante politico furono le posizioni massimaliste che, nel 1914 (nell’ultimo congresso prima della guerra), decretarono l’incompatibilità fra l’appartenenza alla massoneria e quella al Partito socialista. Presentò e votò la mozione Benito Mussolini. Peraltro, il 1919 vide la nascita di un partito cattolico che da subito diventò fortissimo. Osteggiata su due fronti, alla massoneria venne così meno il supporto socialista, determinante nell’età giolittiana.

La sede nazionale della Gran loggia d’Italia

Nel febbraio 1923 il Gran Consiglio del Partito Nazionale Fascista deliberò l’incompatibilità tra l’appartenenza a quel partito e alla Massoneria e dopo il 1923 cominciarono le persecuzioni da parte del regime fascista. Leggi liberticide furono quelle del 1925-26 che definitivamente abolirono le associazioni massoniche, mettendole al bando e costringendo all’esilio numerosi Liberi Muratori, unitamente a politici dello schieramento democratico.

In un clima incandescente dominato dall’arroganza è ormai noto il discorso di Antonio Gramsci pronunciato alla Camera contro la legge fascista del 26 novembre del 1925, orientata all’abolizione della Libera Muratoria, bene accolta dal Vaticano cui premeva la codificazione dei Patti Lateranensi avvenuti nel 1929. Si deve al leader comunista, Gramsci, una netta e decisa presa di posizione manifestata con il suo intervento del 16 maggio 1925.

Antonio Gramsci (1891-1937)

Pur non trattandosi di un discorso a difesa della Massoneria, e non poteva essere diversamente date le direttive impartite dall’Internazionale comunista, con molta onestà e dignità intellettuale ne riconobbe il ruolo con una affermazione che vale la pena di riportare: “dato il modo con cui si è costituita l’Italia in unità, data la debolezza iniziale della borghesia capitalistica italiana, la massoneria è stata l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo”.

La partenza dei Mille da Quarto. Giuseppe Garibaldi fu un massone

In altre parole, la Massoneria, vista come la prosecuzione della cultura illuministica, fu ritenuta l’asse portante delle forze democratiche del risorgimento italiano. In un certo periodo tutte le forze della democrazia si allearono e la Massoneria divenne il perno di tale alleanza per arginare le pretese e i pericoli del clericalismo, e questo periodo finì con lo svilupparsi delle forze operaie. Diventò poi il bersaglio dei moderati, che evidentemente speravano di conquistare così almeno una parte delle forze cattoliche specialmente giovanili.

Circoli e salotti illuministi (Gabriel Lemonnier – Salotto di Madame Geoffrin)

Gramsci enunciava in poche, semplici parole, la tesi per cui, in assenza di grandi partiti moderni su scala nazionale (del tipo, per intenderci, di conservatori e liberali in Inghilterra) l’organizzazione massonica aveva assolto all’indomani dell’Unità a un ruolo essenziale nella difesa dello Stato unitario prodotto dal Risorgimento nazionale, rappresentando un valore primario da difendere e consolidare.

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di Federico Guastella

Negli anni settanta dell’800, stando a quanto riferiva “Civiltà Cattolica” nel numero del 7 aprile 1877 (serie X, volume II, pp. 475-479) le Logge appartenenti al Grande Oriente d’Italia, si erano così diffuse nella zona iblea: Siracusa (2), Vizzini, Palazzolo, Noto (2), Rosolini, Spaccaforno (adesso Ispica), Avola, Monterosso, Modica (2, di cui una intestata a Federico Campanella), Giarratana, Vittoria, Comiso. E ne veniva specificato il rito praticato, nonché l’indirizzo profano col nome – molto spesso – del Maestro Venerabile.

L’iniziazione di un apprendista massone nei primi anni del XIX secolo

Non sappiamo fino a che punto possano essere attendibili queste notizie date in chiave antimassonica. Occorre comunque muovere dall’esperienza dei Fasci siciliani per giungere ai primi del ‘900 quando nel territorio ibleo si ha la presenza della Massoneria.
Una crisi economica e commerciale si afferma a partire dalla metà degli anni ottanta, interessando varie regioni del Paese e in modo disastroso la Sicilia. Particolarmente fu registrata nel territorio ibleo, dato che la sua ricchezza dipendeva principalmente dal commercio di vino, di carrube, dei prodotti della zootecnia.

Simbolo massonico

Dopo il 1886-87 si avvertirono le conseguenze della chiusura dei mercati francesi al vino italiano. Anche la fillossera fece la sua parte mandando in rovina i vigneti e determinando una caduta della produzione vinicola. Ed essa crollò anche negli altri settori, travolgendo massari e fittavoli, braccianti e artigiani la cui attività lavorativa dipendeva dalla committenza della campagna. Allo sviluppo demografico non poteva corrispondere il soddisfacimento dei bisogni per le insufficienti risorse. Anche gli istituti bancari si trovarono in difficoltà per l’insolvenza dei mutui contratti. La vendita all’asta era all’ordine del giorno mentre si avvertivano i primi segni della protesta popolare per la mancanza di lavoro e le disagiate condizioni di vita.

L’arrivo di immigrati siciliani nell’isola di Ellis Island, baia di New York (1892)

Tra la fine del ‘92 e i primi mesi del ‘93 si affermò così la nascita e lo sviluppo dei Fasci dei Lavoratori cui aderirono intellettuali-professionisti che conoscevano gli scritti di Mazzini e del massone e meridionalista Napoleone Colajanni, personaggio che credeva nel progresso dell’Umanità nel quadro di un indirizzo riformista che consentisse al repubblicanesimo di sopravvivere. Ricordiamo appena altri nomi legati al pensiero mazziniano: l’avv. Giuseppe De Stefano Paternò di Vittoria, l’avv. Giuseppe Di Falco di Ragusa, Francesco Mormina Penna di Scicli.

Napoleone Colajanni (Castrogiovanni 1847 – 1921)

Agli inizi del ‘900 si registra una ripresa delle attività commerciali. Malgrado i bassi salari dei contadini, il territorio ragusano ebbe all’inizio del ‘900 per quasi un ventennio un periodo di ripresa e di crescita. Ragusa e Modica, dove i flussi migratori sono costanti, mantengono alti tassi di natalità e di incremento demografico.

Se a Ragusa trovava sviluppo l’attività estrattiva della pietra bituminosa, a Modica, elevata a capoluogo di Circondario, i fermenti innovativi erano stati già presenti nella metà del XVIII secolo. Sul piano della ricerca scientifica basta citare appena due nomi: il filosofo-sperimentatore Tommaso Campailla e l’infettivologo Francesco Matarazzo, mentre i Gesuiti gestivano scuole di teologia e morale, filosofia e matematica, umane lettere e grammatica.

Tommaso Campailla (Modica 1668 – 1740)

Dopo la fine del regime borbonico, Modica, pur mantenendo la sua vocazione rurale, si caratterizzò nell’organizzazione dell’istruzione pubblica. La città, ha scritto lo storico Giuseppe Barone, assume caratteri spiccati di città terziaria per la graduale diffusione di scuole, uffici, piccole e medie imprese artigianali.

Il liberalismo democratico, sostenuto dall’Abate De Leva dopo avere emarginato lo schieramento mazziniano-garibaldino capeggiato da Francesco Giardina, risulterà vincitore a favore di una borghesia emergente in beneficio della quale si avanzano proposte per assicurare la presenza dell’istruzione secondaria. Il barone Carlo Papa, patriota e poeta (nominato ispettore degli studi per la provincia di Noto), formulò un progetto per l’istituzione di un Liceo-Ginnasio comunale che nasceva il 10 marzo 1862, ubicato nell’edificio del vecchio Collegio gesuitico e funzionante con i beni dell’ordine soppresso.

Ritratto dell’Abate Giuseppe De Leva Gravina (1786 – 1860). Modica, Museo Civico

Quasi contemporaneamente nasceva una Scuola Tecnica con decreto del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Il “polo culturale d’eccellenza”, evidenzia lo storico, è dato dalla nascita dell’Istituto Tecnico “Archimede” nel 1867 e del liceo ginnasio “Campailla” nel 1875, reso statale con il successivo decreto regio dell’8 settembre 1878: pur persistendo un elevato tasso di analfabetismo popolare, ancorché migliorato con l’applicazione della legge a firma del massone Coppino, il monopolio dell’istruzione media sarà mantenuto “inalterato” fino alla prima guerra mondiale.

Il Liceo-ginnasio “Tommaso Campailla” a Modica (immagine da ragusanews.com)

Questo in sintesi lo scenario della città con la sua funzione egemonica nel territorio ibleo. “Piccola capitale” cui fanno riferimento le altre realtà urbane. Sono questi gli anni in cui Modica torna a riassumere il ruolo di centro nodale sia sul piano di un ritrovato prestigio delle istituzioni scolastiche, sia sul piano della produzione intellettuale e della circolazione delle idee. La vivacità culturale della città della contea si spiega anche con quell’autentico laboratorio della cultura scientifica costituito dall’Istituto tecnico “Archimede” e dai suoi qualificati docenti. Un così marcato profilo di piccola “capitale culturale”, se da un lato trova riscontro oggettivo nei processi di trasformazione capitalistica nel territorio ibleo, qualificava soprattutto in modo nuovo la funzione degli intellettuali locali.

Modica tra fine ‘800 e inizio ‘900

Non più letteratura romantica o d’evasione, non più astratte speculazioni filosofiche richiamano l’interesse della borghesia cittadina, ma piuttosto i moderni orizzonti dei saperi “sociali” e delle scienze applicate per contribuire al progresso economico culturale della “terza Italia”. Modica, dunque, una città che ha da sempre generato uomini illustri in ogni campo del sapere, dove le “Accademie” costituivano il collante della ricerca e degli esperimenti (C’erano state nel Settecento quella degli “Affumicati” – poi “Infuocati” -, nonché l’Accademia retta dai gesuiti).

In questo contesto esistevano a Modica ben quattro logge con la finalità del perfezionamento individuale e dell’umanità nel solco della tradizione educativa affermatasi grazie all’azione svolta di autorevoli ministri massoni dell’Italia post-risorgimentale. Attività filantropiche nel contesto di precisi rituali connotarono l’operatività iniziatica.

Una loggia massonica dell’epoca

Massone, fra gli altri, fu il matematico elbano Armando Perini che, nel 1885 tracciò sul pavimento del transetto nella chiesa di San Giorgio di Modica una meridiana solare, una ellittica che porta i dodici mesi dell’anno con i segni dello zodiaco: un raggio di sole entrando da uno gnomone passa così sull’ellittica, segnando il mezzogiorno locale, il quale è meno un minuto di quello nazionale.
(Continuerà in un secondo articolo)

La meridiana solare ellittica tracciata nel pavimento della Cattedrale di San Giorgio dal matematico massone Giorgio Perini
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