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Matteo Ricci

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di Giuseppe Barone

Furono numerosi i gesuiti siciliani che nel corso del ‘600 si trasferirono in Cina sulle orme di Matteo Ricci per portare il Vangelo nell’Impero Celeste. Prospero Intorcetta di Piazza Armerina (1625-1697) può considerarsi il vero leader di questo autentico spirito missionario che cercava non lo scontro ideologico ma il confronto col confucianesimo, nel tentativo (non sempre riuscito) di trovare punti di convergenza col cristianesimo.

Il Padre gesuita maceratese Matteo Ricci

Sarà lui per primo a tradurre in latino Confucio ed a diffonderne la conoscenza in Europa. Nicolò Longobardo, Luigi Buglio, Francesco Brancati sono alcuni degli esponenti di spicco di questa straordinaria e rischiosa avventura, spesso culminata nelle persecuzioni e nel martirio ma pure capace di “costruire ponti” per il dialogo interculturale fra le grandi religioni monoteiste. Recentemente hanno acceso i riflettori per illuminare questo poco noto capitolo di storia sociale dell’Europa autorevoli studiosi raccolti nella “Fondazione Prospero Intorcetta”.

(da destra) Padre Prospero Intorcetta e Padre Nicolò Lombardo, Gesuiti missionari siciliani in Cina

Il reclutamento dei missionari seguiva una rigida procedura. Dai Collegi dell’isola partivano per l’Ordine ignaziano a Roma le istanze dei confratelli che ambivano al tanto ambìto incarico di portare la “vera fede” nel lontano Oriente: sono le cosiddette Lettere “indipete” (in latino Litterae Indipetae, richieste per andare nelle “Indie”), che testimoniano la spiritualità e la vocazione al “viaggio” dei giovani gesuiti, spesso cadetti di aristocratiche famiglie che per questa via accrescevano onore e legittimazione sociale al proprio casato.

Fra i seguaci di Intorcetta va annoverato il modicano Emanuele Lorefice, rampollo di nobile prosapìa, nato nel 1646 e dopo la prima formazione nella città natale mandato dalla famiglia nel Collegio Massimo di Palermo nel 1667 a studiare Teologia e Filosofia. Devo alla cortesia dello storico Antonino Lo Nardo (rinvio al suo volume “Missionari siciliani nella storia della Compagnia di Gesù, Palermo 2006) l’opportunità di consultare il relativo carteggio presso l’Archivio dell’Ordine a Roma.

Antica stampa con i Padri Matteo Ricci, Adam Schaal e Ferdinand Verbiest insieme a Paolo Siu (Xu Guangqi), Primo ministro di Stato (Colao), Candida Hiu, nipote del Colao Paolo Siu (immagine da Wikiwand)

Lorefice scrive il 14 giugno 1671 la sua prima lettera “indipeta” in cui confessa la fascinazione subita dieci anni prima dai racconti esotici di padre Giuseppe Candone, Visitatore generale della Missione in Giappone, che nelle sue dotte conferenze nel Collegio di Modica gli aveva “infocato il petto” col desiderio di portare la parola di Dio in terre lontane ed infedeli. Per ottenere la sospirata autorizzazione il giovane patrizio sottolinea di essersi sentito “vocato” ad appena 10 anni e di voler “bruciare i tempi”. Aiutato dal maestro dei novizi, Emanuele ottiene dal Provinciale Marcello Spinelli di anticipare la consacrazione sacerdotale per poter partire insieme al gruppo di 40 missionari che stava selezionando lo stesso Intorcetta.

Non avendo concluso ancora gli studi viene autorizzato a partire come semplice “coadiutore” al servizio dei padri più anziani. Una seconda lettera del 29 aprile 1672 descrive la sua incontenibile gioia e ringraziando il Provinciale dell’Ordine gli promette di completare il proprio “cursus studiorum” in Cina, assicurandolo nel contempo che la sua famiglia aveva provveduto a fornirgli la dote finanziaria necessaria per il viaggio e per il suo mantenimento.

La prima lettera “indipeta” del Padre gesuita modicano Emanuele Lorefice datata 14 giugno 1671 (da ragusaoggi.it)

Tra difficoltà logistiche e ritardi la Missione prende il via nell’aprile del 1676, quando Emanuele s’imbarca insieme ad altri religiosi per prendere terra tre anni e mezzo dopo a Macao, dove viene trattenuto un anno per perfezionarsi nella lingua cinese. Finalmente nell’estate del 1680 Emanuele viene trasferito prima a Shangai e subito dopo a Songijang, nella regione dello Jangsù, per supportare le vaste attività assistenziali fondate agli inizi del secolo dal ministro imperiale Xu Guangqj diventato collaboratore di padre Matteo Ricci e definito “uno dei tre pilastri del cattolicesimo cinese. Alla morte di Xu erano successi il figlio John Xu e poi la nipote Candida Xu, conosciuta come la donna cristiana più influente dell’Impero, che però cessa di vivere proprio all’arrivo di Lorefice. Il giovane gesuita si trova a gestire così l’eredità materiale e religiosa dell’importante Missione, dimostrando notevoli capacità organizzative per sostenere oltre 40 tra chiese e cappelle disseminate nella regione insieme ad una rete diffusa di scuole ed opere pie finanziate dalla famiglia Xu.

Disegno raffigurante Padre Matteo Ricci e il suo amico Mandarino Hsu Guanqui (battezzato Paolo) (immagine vanillamagazine.it)

Alla fine del 1684 Emanuele viene richiamato nella provincia dello Shanxi per sostituire lo scomparso padre Wolfang Herdtrich, coautore insieme ai confratelli Rougemont, Couplet e Intorcetta della “Sinarum Scientia”, il grande Trattato che aveva fatto conoscere all’Occidente il pensiero di Confucio. Le scarne notizie su Emanuele ci informano che negli anni seguenti è impegnato in un intenso apostolato nel Nord della Cina e poi nella città di Nanchino. A caratterizzare la biografia di Lorefice sono la mobilità territoriale e l’abilità diplomatica con la quale riusciva ad interloquire con i sospettosi funzionari imperiali.

Particolare di antica stampa con i Padri Johann Adam Schall von Bell (a sinistra) e Matteo Ricci (a destra) che si consultano sull’evangelizzazione della Cina (da santannapisa.it)

Nel 1701 lo troviamo a Hahgzhou, capoluogo dello ZheJuanfran a sud di Shangai, dove riceve dall’Ordine il prestigioso incarico di Visitatore generale del Giappone e di Vice Visitatore della Cina. Lorefice è ormai ai vertici di una straordinaria carriera missionaria, le cui difficoltà logistiche e politiche ne minano però precocemente le condizioni di salute. La morte lo coglie il 17 marzo 1703, a soli 57 anni, nel piccolo Ospedale dei frati francescani a Canton. Un vero eroe del suo tempo, un protagonista ancora poco conosciuto del dialogo interreligioso.

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