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di Chiara Giampieretti 

Dimenticate l’immagine stereotipata della Sicilia. La casa di moda Asciari, nata a Milazzo dai fratelli Federica e Pietro Mazzettini e dalla loro madre Marta Cigala, si sta imponendo nel mercato internazionale come un brand pronto a stravolgere i dettami del ben vestire siciliano. Sobrietà raffinata e qualità dei tessuti sono i leitmotiv dell’azienda, ma per saperne di più abbiamo voluto dialogare con una delle menti di questo progetto innovativo che travalica quanto era già stato espresso dalla nostra Isola, Marta Cigala. 

Asciari

La prima cosa che mi ha colpita di Asciari è la differenza fra il suo stile minimale, essenziale, contraddistinto da toni naturali e la moda siciliana tradizionale, caratterizzata invece da colori cangianti, fantasie elaborate. Come si è originata questa divaricazione rispetto all’immaginario diffuso sulla moda siciliana?

Perché è per l’appunto un immaginario diffuso, come in Dolce e Gabbana: mattonelle, maioliche, colori, fantasie. Noi invece siamo l’opposto: siamo sobri perché da sempre siamo così. Questo modo di vestire austero era diffuso già nell’antica Sicilia, e lo ritroviamo anche nel paesaggio, nei colori della natura siciliana.

Che cosa ha portato alla nascita del brand? Quale visione vi ha ispirato?

Il brand nasce da me e dai miei due figli, Pietro e Federica. Pur non avendo legami col mondo della moda, l’abbigliamento è sempre stato connaturato in noi stessi: in famiglia abbiamo sempre prestato attenzione alla scelta dei materiali e preferito gli abiti su misura. Poi, a un certo punto, non trovando sul mercato capi in grado di soddisfarci, ci siamo chiesti: perché non cominciare a realizzarli personalmente?

Asciari
Pietro (a sx) e Federica Mazzettini e Marta Cigala (a dx), i fondatori di Asciari

Immagino serva intraprendenza per decidere di aprire una casa di moda oggi in Sicilia.

Ci vuole spirito di avventura, un po’ di incoscienza e soprattutto passione. Gli sforzi vengono ripagati col successo che stiamo avendo, soprattutto all’estero.

Quali sono i Paesi in cui vendete di più?

Il primo Paese a interessarsi ad Asciari è stato Giappone. Durante il White Show tenutosi a Milano, durante il quale abbiamo presentato la nostra prima collezione, siamo stati notati da un agente che lavorava in Giappone presentando marchi italiani. Gli siamo piaciuti, e da lì è cominciata questa collaborazione. Ad ogni modo, ora siamo molto apprezzati anche in Corea.

Quindi soprattutto Estremo Oriente.

Non solo, anche in America. Acquistano i nostri capi anche negozi svizzeri, austriaci, tedeschi, francesi. In Italia, invece, non ci sono molti punti vendita.

Asciari
Uno scorcio dello store di Asciari a Milazzo

A proposito di gusti, oggi è di tendenza il quiet luxury, ovvero uno stile semplice, essenziale ma che sia anche raffinato ed elegante, un lusso privo di ostentazione. Sembra sposarsi bene con l’immaginario di Asciari.

Sì, è proprio quello che vogliamo rappresentare. Un lusso discreto, presente ma sobrio. Forse è una tendenza apprezzata di più all’estero, magari c’è meno provincialismo.

Un’altra inclinazione contemporanea è l’attenzione verso l’ambiente. Dato che gli abiti realizzati da Asciari, coi loro colori della terra, suggeriscono un legame con la natura, come si posiziona il brand nei confronti della sostenibilità?

Per noi sostenibilità significa produrre sul territorio, non inviare i capi all’estero, non sfruttare i dipendenti ma pagarli adeguatamente anche a scapito del nostro guadagno. Sostenibilità è anche lavorare con tessuti naturali certificati, anche bio. Ad esempio, nonostante l’industria del jeans sia la più inquinante al mondo, noi scegliamo di lavorare con il denim prodotto da Candiani, lavorato in modo naturale, senza agenti chimici.

Cosa si augura per il futuro?

In questi giorni ho per le mani il libro “La moda è un mestiere da duri”, ed è veramente così. È un lavoro duro, non è solo l’immagine di sfilate, divertimenti, ricevimenti. Nonostante si parli di crisi in tanti settori, non si nomina mai quella del tessile, anche se l’abbigliamento è trainante per l’economia italiana. Si dovrebbe guardare con più serietà a questo settore, anche da parte dei politici.

Il sito di Asciari: https://www.asciari.com/it/asciari/

di Chiara Giampieretti

I’m gonna pop some tags, only got twenty dollars in my pocket, I’m hunting, looking for a come-up” (Cercherò qualche etichetta, ho solo 20 dollari in tasca, sono a caccia di un’occasione) recita Macklemore nel ritornello di quello che è divenuto l’anthem di chi ama comprare capi d’abbigliamento usati, “Thrift shop”. Thrifting (o thrift shopping) è il termine che indica l’attività di acquisto di articoli di seconda mano, in special modo vestiario e accessori.

Ma chi conosce la pratica sa che è molto più di semplice shopping: è una vera e propria caccia. Le montagne di abiti stropicciati accatastati sui banconi del mercato e la giungla fitta di grucce che affolla i negozi vintage costituiscono l’habitat dei thrifters, amanti del brivido che solo scovare l’abito perfetto dopo ore di ricerca può offrire. Ma perché tanta fatica per articoli già indossati, talvolta difettati o macchiati, se siamo circondati da negozi che offrono prodotti nuovi, ben in vista, facili da individuare e da acquistare?

Innanzitutto, elemento di non poco conto è il prezzo: un maglione usato pescato fra le bancarelle del mercato costa, solitamente, meno di 10 euro. Spesso si trovano, addirittura, capi a 3 euro, talvolta persino a 1 euro. L’accessibilità economica spiega perché il thrifting sia così diffuso fra i giovani, soprattutto fra gli studenti, notoriamente squattrinati.

A ciò si deve aggiungere la qualità degli indumenti: allo stesso prezzo di un abito in fibre sintetiche e materiali scadenti mal cuciti si possono acquistare molteplici capi di ottima fattura in lana vergine, cotone, cashmere, lino, che spesso recano il nome di brand rinomati. Il loro sfortunato destinato, dettato da una piccola macchia, un filo tirato, o talvolta dal semplice fatto di essere fuori moda, viene improvvisamente ribaltato da chi sceglie di dargli nuova vita.

Non meno importante è la dimensione ecologica. Comprare usato è una scelta sostenibile perché riduce il nostro impatto ambientale riducendo l’emissione di Co2 derivata dalla produzione (o sovrapproduzione, forse) di nuovi beni e evitando ulteriori sprechi d’acqua. Inoltre, si incentiva la pratica di allungare la vita degli indumenti, a cui si riconosce valore e funzionalità finché è possibile. Poi, quando saranno troppo usurati per continuare a essere indossati, potranno essere riconvertiti a nuovi usi o i loro tessuti reimpiegati per creare nuovi capi.

Infine, un altro motivo che spinge sempre più giovani ad acquistare second-hand è l’obiettivo di accaparrarsi un pezzo unico, accogliendo con entusiasmo la sfida di pensare ad abbinamenti originali che esaltino le sue caratteristiche, trasformando ciò che è datato in un capo capace di esprimere personalità. Ecco allora che scavare sotto mucchi di abiti disordinati non è più un fastidio ma una caccia divertente e stimolante: ogni vestito che attira la nostra attenzione induce a mettere in discussione i propri gusti, il proprio stile, offrendo spunti di riflessione come indumenti confezionati, conformi alla moda corrente, selezionati ed esposti in vetrina non potrebbero mai fare.

Seguire il proprio istinto, dare spazio alla creatività, dettare la moda invece che seguirla: il second-hand è la via per andare a caccia di sé stessi.