Tag

Modica

Browsing

di Giuseppe Barone

La tradizionale festività di San Pietro compatrono di Modica veniva celebrata con grande solennità e concorso di popolo già nel ‘600, quando erano vivi i contrasti con i devoti di San Giorgio sulle preminenze delle due chiese e sulla contestata matricità. Nella raccolta giovanile di poesie di Tommaso Campailla, “I Vagiti della penna” (manoscritto inedito conservato nella Biblioteca comunale di Palermo) si possono leggere quattro sonetti dedicati all’Apostolo, che gettano un nuovo fascio di luce sulla ricca cerimonialità barocca nella capitale della Contea. I componimenti poetici sono databili tra il 1689 e il 1692, prima del terribile sisma che avrebbe distrutto il Val di Noto, e rappresentano una testimonianza eccezionale sui caratteri originali del culto modicano del santo.

“I Vagiti della penna” (manoscritto inedito conservato nella Biblioteca comunale di Palermo) (Immagini da bibliotecamodica.it)

Nel primo sonetto Campailla sviluppa un fascinoso paragone tra Ercole “fondatore” e San Pietro “protettore” della città. Nel XVII secolo era ancora accreditata l’idea leggendaria che l’eroe greco avesse dato vita in Sicilia a tre paesi col nome di Mozia: il primo presso capo Lilibeo, il secondo non lontano da Agrigento e il terzo nella cuspide sudorientale.
Già nella “Descriptio” di Placido Carrafa (1657) le origini di Modica sono fatte risalire alla “Mozia mediterranea”, e il ritrovamento nel 1960 della statuetta dell’Ercole di Cafeo ha dato ulteriore linfa a questa “traditio”. 

Tommaso Campailla (1668 – 1740)

Campailla  utilizza ampiamente  questo “mito di fondazione” accostando le fatiche pagane di Eracle alle fatiche cristiane di Pietro, entrambi “glorie eccelse” che dimostrano le vetuste origini della città. La comparazione si gioca sull’analogia della fama “marittima” dei due personaggi e sul contrasto tra “clava” e “pietra”, tra Inferno e Paradiso:

Mozia esulta alle glorie. Ercol maggiore
dell’Ercol tuo primier di merti, è grave
Quel d’Argo, ei della fè vantar la nave;
Quel ti fu Fondatore, ei Protettore.

Pietro il sovrano è questi, egli non pave
dell’idre eresiarche empio furore,
Quell’hebbe in mar, quest’hebbe in mare honore,
Quegli vantò la clave, et ei la chiave.

Quei fu polo, ei fu pietra: il moto alterno
ha quello delle sfere in dorso assiso;
Ei sostien della Chiesa il Ciel superno.

Solo di vario in loro esser ravviso
Quegli con la clava aprì l’Inferno,
Egli aprì con la chiave il Paradiso.

La statuetta dell’Ercole (Eracle) di Cafeo ritrovata nel 1960 a Modica (immagine ecodegliblei.it)

Nel secondo sonetto al martire Apostolo sono riconosciute le proprietà di molte gemme: la durezza del diamante, la lucentezza dello zaffiro, lo splendore del rubino; ma nessuna di queste gemme ha la consistenza e la forza della pietra, che racchiude la purezza e il valore della fede cristiana:

“Pietro pietra tu sei
e più che in altra pietra in te si vede
Pietra di paragon, che sol poteo

provarsi in pietra tal l’Or della Fede».

La statua lignea di San Pietro realizzata dallo scultore palermitano Benedetto Civiletti nel 1893

Nel terzo componimento l’Apostolo viene ancora esaltato come “mistico lince”, “lume veggente” e “di Cristo coronato Erede”, con una rutilante allegoria di retoriche visioni “secentiste”, che tuttavia restituisce intatto il clima  di sacra devozionalità . Soprattutto nell’ultimo sonetto Campailla ci offre una straordinaria descrizione del “festino” barocco in onore di S. Pietro: nella Piazza Maggiore (oggi piazza Municipio) il “glorioso Trionfo” si svolge alla presenza dei simulacri di tutti i santi venerati in città ed ha il suo momento più spettacolare quando l'”ingegniero” don Michele Agosta con “meccanico apparecchio” fa uscire miracolosi zampilli d’acqua multicolorata dalla grande chiave argentata dell’Apostolo.

Come nel caso della “Madonna vasa vasa”, il cui bacio al Cristo risorto risulta documentato grazie alla “macchina” della Madonna semovente costruita dall’artigiano Pietro Baldanza nel 1645, anche la storica processione di San Pietro ha i suoi effetti scenografici che servivano ad alimentare la religiosità popolare. Le due terzine finali del sonetto sono esemplari al riguardo:

Qui zampillar di pure linfe, e chiare
del Vice Dio, cui presta fuoco il zelo,
Vena d’ ondoso humor la chiave appare.

La chiave, ch’apre il Ciel, liquido gelo,
Sgorga d’ acqua il Rivol, sol per mostrare,
Che all’acque del Battesmo apresi il Cielo.

La “Madonna vasa vasa” davanti alla cattedrale di San Pietro (foto corrieredelmezzogiorno.corriere.it)

Da oltre un secolo abituati alla classica processione della statua lignea di San Pietro, capolavoro in legno di quercia realizzato nel 1893 dallo scultore palermitano Benedetto Civiletti, noi contemporanei abbiamo smarrito il gusto e il significato delle antiche cerimonie religiose e del loro impatto profondo sulla mentalità collettiva.

Da oltre mezzo secolo condizionati dalla rigida fissità dell’attuale simulacro, pur ricco di espressività “verista”, abbiamo quasi dimenticato il lungo corteo dei “santoni” col gigantesco San Cristoforo che si snodava lungo il Salone con i palazzi patrizi illuminati. I versi inediti di Tommaso Campailla aprono nuovi spiragli sull’antropologia religiosa degli Iblei e confermano l’importanza della ricerca storica per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale.                                                              

La nostra attenzione oggi si sposta su Modica e sulla tragica frana che nel quartiere Dente provocò la morte di quattro persone nel 1951.
Tratto da un articolo di Antonio Di Raimondo, vol.3 di “Senzatempo” (2010)

di Redazione

Modica, “un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; meta ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi, con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re…”. Ecco come ce la racconta lo scrittore Gesualdo Bufalino nel romanzo “Argo il cieco”, ovvero i sogni della memoria, palcoscenico di “pietre bionde e bianche”, che da un canto le conferiscono una conformazione paesaggistica di straordinaria bellezza, ma che dall’altro risentono sempre più del trascorrere del tempo e che talvolta divengono, o lo sono già state, attrici o spettatrici di eventi che hanno segnato la storia della città.

Panorama di Modica “in figura di melagrana spaccata”

Ci si riferisce al rischio idrogeologico piuttosto elevato nel nostro territorio, come nel resto della Sicilia. Cioè all’insieme di “quei processi connessi al defluire delle acque in superficie e all’interno del suolo, producenti effetti che possono portare alla perdita di vite umane, ad alterazioni delle attività e delle opere dell’uomo e dell’ambiente fisico”. Fenomeni naturali che per cause geostrutturali, oppure occasionali, possono determinare l’alterazione di equilibri esistenti.

Immagini della frana del 1951 nel quartiere Dente (coll. f.lli Di Raimondo)

L’urbanizzazione e la costruzione di nuove infrastrutture, oltre a mutare l’assetto del territorio, accrescendo la possibilità che si verifichino dissesti, hanno determinato una maggiore esposizione di persone e beni a tale rischio. Le tragedie di inizio millennio nel messinese e di altre zone siciliane, hanno riportato alla ribalta questo problema che ha da sempre interessato il territorio ibleo ma che, come spesso accade, è stato sottostimato.

Altra immagine della frana che travolse diverse case (coll. f.lli Di Raimondo)

Modica, con i suoi tre torrenti, Pozzo dei Pruni, lannu Mauro, San Liberale, ha già vissuto in passato il dramma dell’alluvione del 1902 e ancora oggi è attraversata dagli alvei di quei fiumi che hanno mietuto centinaia di vittime. Di primaria importanza dovrebbe essere una più frequente manutenzione, soprattutto dei costoni rocciosi che sovrastano la città, a cominciare dalla Giacanta o di quelli prospicienti la Via Napoli in cui si sono verificati pericolosi crolli.

Proprio questi fatti attualizzano le immagini che ci riportano indietro nel tempo facendoci rivivere la sciagura verificatasi proprio nella città della Contea in una fredda giornata del gennaio del 1951, allorquando il cedimento di due grandi grotte nel quartiere Dente, su cui erano state edificate diverse abitazioni, ostruì la Via Occhipinti e Dente: sotto le macerie rimasero sepolte sette persone, di queste, quattro non sopravvissero. 

La frana provocò la morte di quattro persone nel quartiere Dente (coll. f.lli Di Raimondo)

I lavori di sgombero iniziarono subito coordinati dal capitano dei carabinieri. Gli sfollati furono oltre un centinaio. Le autorità locali del tempo, con a capo il sindaco Avv. Basile ed i parlamentari modicani On. Romano ed On. Guerrieri, accorsero subito sul luogo della tragedia. Da una prima conta i danni furono stimati in oltre 60 milioni di lire. Furono inviati fonogrammi agli organi competenti nazionali e regionali per chiedere provvidenze a favore dei sinistrati. I fondi per la ricostruzione e gli aiuti alle popolazioni colpite dalla frana non tardarono ad arrivare, quindi si procedette alla sistemazione ed al consolidamento dei costoni rocciosi insistenti sulle case, il tratto di strada crollato venne riedificato con ponte a travature su alti piloni.

Un tratto ricostruito. A destra come si presenta oggi

Oggi, a più di 70 anni di distanza dalla tragedia, il ricordo è ancora vivo nella memoria degli abitanti del quartiere. Speriamo che dal ricordo di questo tragico evento si faccia tutto il possibile affinché la storia non si ripeta.

Alcune immagini delle operazioni di soccorso alla popolazione coinvolta nel disastro del 1951 (coll. f.lli Di Raimondo)

di Giuseppe Barone

Agostino Grimaldi nasce il 3 maggio 1639 come terzogenito del barone Giovanni e di Girolama Rosso Landolina e viene prescelto a “vestire l’abito” dei Cavalieri di Malta ad appena 6 anni come strategia di nobilitazione della famiglia, in cui ogni membro segue un particolare “cursus honorum” adeguato alla ricchezza e al prestigio del casato. L’Ordine melitense di San Giovanni era il più ambito dall’aristocrazia europea per diverse ragioni: per farne parte occorreva dimostrare di possedere i “quattro quarti” di nobiltà da parte della linea paterna e materna, si accresceva la dimensione internazionale della famiglia e si acquisivano meriti nella “guerra santa” contro i Turchi “infedeli” che controllavano allora il Mediterraneo centro-orientale.

Agostino Grimaldi (1639 – 1660)

Agostino viene perciò educato agli ideali cavallereschi nella Congregazione dei Nobili presso il Collegio gesuitico di Modica, sotto la sorveglianza del Rettore Diego Ascenzo e di un manipolo di precettori che lo avviano agli studi umanistici, scientifici e alle arti marziali. Le carte d’archivio ci restituiscono uno spaccato straordinario della formazione culturale di questo “giovin signore” della Contea, che a 10 anni scrive epigrammi latini, un martirologio di San Giorgio e giostra da provetto cavallerizzo nel torneo equestre della Madonna delle Grazie.

Nell’estate del 1657, al compimento del diciottesimo anno d’età, scatta il complesso cerimoniale della partenza del nobile “novizio” per Malta. Il commiato dall’estesa parentela, le visite ai conventi e monasteri della città con relativi doni e lasciti, le funzioni religiose, le opere di carità per poveri e disabili, le cavalcate su un bianco destriero tra ali di folla, scandiscono la ritualità barocca di un’epoca che costruisce con questi strumenti simbolici l’identità collettiva dello “stato” degli Enriquez Cabrera.

L’antico Collegio gesuitico di Modica. Oggi sede del Liceo Classico T. Campailla (foto radiortm.it)

Nel mese di ottobre da Siracusa salpa su una feluca per l’isola dei Cavalieri accompagnato da due servitori e dal “ciantro” di San Giorgio, Diego Spadaro, per essere accolto con i dovuti onori dal Gran Maestro Martino De Redin, che lo affida alle cure del castellano Vincenzo Carroz amico personale del barone Giovanni. Da Modica i genitori seguono con attenzione il noviziato del figlio, attraverso una fitta corrispondenza in cui Agostino descrive le sue giornate maltesi fatte di studio severo, preghiere, addestramento militare e servizio presso il grande Ospedale.

Non mancano le brillanti conversazioni serali di geopolitica e filosofia con gli alti dignitari dell’Ordine e con le “allegre comitive” con gli altri novizi, che però destano le preoccupazioni paterne per il voto di castità professato dai Cavalieri: su ordine del barone Giovanni il gesuita Ascenzo si reca a Malta per troncare i “turpi adescamenti” di qualche vogliosa cortigiana e per verificare la purezza dei costumi del giovane rampollo.

Il Gran Maestro Martin De Redin (1579 – 1660)

Nel marzo del 1659 Agostino comincia la sua prima avventura in mare aperto, con una “carovana” di navi maltesi, veneziane, genovesi e pontificie che perlustra il Mediterraneo in attesa di lanciare l’assalto finale all’isola di Candia occupata dagli ottomani. Dalla sua nave egli scrive ai genitori dettagliate relazioni sull’esperienza militare, sulle scaramucce col nemico, sui ricorrenti rischi di naufragio per il mare in tempesta, ricevendo commosse risposte di un padre e di una madre orgogliosi per gli ideali cristiani del figlio.

Da Modica don Giovanni Grimaldi è in corrispondenza diretta con l’ammiraglio della flotta cristiana, il Principe Fabrizio Ruffo della Bagnara, che nella primavera del 1660 gli scrive di aver nominato l’appena ventenne Agostino “padrone” della nave Capitana: un vero onore riservato solo a nobili di rango elevato. Ad agosto prende il via l’operazione d’attacco, dopo l’arrivo di altri 4.000 uomini di rinforzo giunti da Zacinto al comando del Principe Almerico d’Este. Il giorno 22 si muove l’imponente flotta della coalizione con 40 galee, 50 vascelli, 6 galeazze e 20 brigantini d’ appoggio, che il 23 notte è a Candia, di fronte all’ isolotto di Suda. Dalla tolda della sua “Capitana” il giovane Grimaldi scrive l’ ultima lettera ai genitori intrisa di affetto e di fede religiosa perché sa che anche morendo va ad “eternarsi ” per la gloria di Cristo.

Il giovane Principe Almerico d’Este (1641 – 1660)

Agostino sta male, con febbre alta per una broncopolmonite, ma scende a terra ugualmente per guidare il drappello d’attacco. La resistenza del nemico è però accanita, i Cavalieri sono subito accerchiati e Agostino viene colpito al fianco da un colpo di moschetto che gli spappola il fegato. Portato sulla nave ammiraglia, muore dissanguato tra le braccia del principe Ruffo della Bagnara, e grazie ad una temporanea tregua sarà tumulato nella piccola chiesa dell’isoletta di Suda. Solo alla fine d’ottobre giungerà a Modica la notizia della sua morte che getta nello sconforto i familiari.

Sul palazzo avito, ben visibile da tutta la città, sventoleranno i drappi del lutto come pure pavesato con neri tendaggi è il duomo di San Giorgio, dove si svolgono solenni esequie con l’elogio funebre recitato dallo storico Placido Carrafa, giudice d’Appellazione. Condoglianze ufficiali giungono da Genova, daI Principato di Monaco, dai Senati di Messina, Noto, Caltagirone. Il Barone Grimaldi affida al carmelitano Giovanni Paolo dell’Epifania , Priore del convento modicano, l’incarico di compilare la biografia del “martire” Agostino “ad futuram memoriam rei publicae” e come esempio per la “virtuosa gioventù” della Contea.

“L’idea del cavaliere gerosolimitano mostrata nella vita di Fra’ Agostino Grimaldi e Rosso” fu scritta dal Giovanni Paolo dell’Epifania carmelitano residente nel convento di Santa Maria del Popolo su incarico della famiglia e dei giurati di Modica, e venne pubblicata a Messina nel 1662 con dedica al Cardinale Gerolamo Grimaldi Arcivescovo d’Aix en Provence della linea genovese dei Cavalleroni da cui discende il ramo modicano del casato.

Il Cardinale Gerolamo Grimaldi Arcivescovo d’Aix en Provence (1597 – 1685) (Immagine da Wikipedia)

Si tratta di un’opera celebrativa, destinata a un’eventuale causa di beatificazione del giovane che però non fu proseguita. Essa rappresenta tuttavia un esempio significativo della letteratura encomiastica dell’età barocca in Italia. Un’edizione reprint dell’opera con un mio saggio introduttivo è stata consegnata a S. A. il Principe Alberto di Monaco, a suggello della sua visita a Modica nel 2017.

di Giuseppe Barone

Il polittico di Bernardino Niger (o Nigro), che impreziosisce la parete absidale della chiesa di S. Giorgio a Modica, è un autentico capolavoro e non finisce di svelare i suoi segreti agli studiosi che indagano sulla storia della Contea.
Paolo Nifosì ha accertato la datazione e la cifra stilistica del polittico, che fu commissionato al pittore calatino nel 1566 e completato nel 1573 secondo moduli manieristici e “raffaelliti”. Probabilmente anche la cornice lignea attorno ai quadroni potrebbe essere opera sempre del Niger, che proprio nel 1573 si unì in matrimonio con Agata Scolaro inginocchiandosi davanti alla pittura sacra da lui stesso realizzata.

Altare maggiore del duomo di S. Giorgio di Modica. Il Polittico di Bernardino Niger (o Nigro) (foto di Effems da Wikipedia)

L’intero spazio architettonico absidale e il polittico sono pertanto un prodotto artistico e storico del XVI secolo, a differenza della facciata esterna del ‘700. Non solo barocco, dunque, ma testimonianza viva e intatta di un Rinascimento modicano ancora tutto da scoprire. Ricordiamolo, così da evitare di raccontare agli ignari turisti che da noi il terremoto del 1693 distrusse tutto e tutti. La più bella chiesa tardo barocca della città ha invece incastonato al suo interno uno dei pezzi più straordinari della pittura del cinquecento siciliano.

San Giorgio di Modica (foto di Marco Crupi da flickr.com)

Per comprendere le ragioni che spinsero clero e nobili del quartiere soprano di Francavilla a commissionare una così grandiosa e costosa opera d’arte (il più grande polittico della Sicilia moderna) occorre tener conto delle profonde trasformazioni economiche, politiche e sociali che alla metà del secolo sconvolgono la città. Provo a riassumerle:
 – dal 1550 la diffusione dell’enfiteusi crea un esteso ceto di piccoli e medi proprietari terrieri che si arricchiscono con l’esportazione del grano e con l’allevamento;
 – il dinamismo commerciale attrae i mercanti genovesi, milanesi, toscani e catalani che prestano somme cospicue ai Conti sempre più indebitati (per le spese di corte e di “vita e milizia”) e si “naturalizzano” come classe dominante grazie ai legami matrimoniali e di parentela con le elites locali;
 – la riforma amministrativa di Belnardo Del Nero del 1542 (con le successive modifiche del 1549 e 1564) introduce i nuovi Consigli civici, dando vita così a gruppi oligarchici che si contendono cariche pubbliche e potere locale;
  il Concilio di Trento e il rilancio devozionale della Controriforma cattolica incentivano la fondazione di conventi e monasteri “intra moenia” che modificano l’impianto urbanistico della città.

Modica cambia volto nel ‘500 e cancella rapidamente il suo antico volto medievale. L’asse Castello-S.Giorgio, che aveva rappresentato per almeno tre secoli il cuore della cittadella fortificata, si apre rapidamente a uno sviluppo demografico ed edilizio che riempie la sottostante “cava” dove si allineano i cantieri ecclesiastici dei domenicani, delle benedettine, delle carmelitane dello Spirito Santo, le fabbriche “palazzate” degli Arezzo, Ascenzo, De Leva, Vassallo, le “maramme” sontuose delle chiese di S. Pietro, S. Maria di Betlem, del SS. Salvatore con la sua fornitissima “fiera franca” del 1569.

Panorama della città di Modica a figura di “melagrana spaccata” dentro una “cava” (foto bonajuto.it)

Modica bassa cresce sul piano economico e politico: dal 1550 i vasti magazzini della Corte frumentaria sono ubicati allo Stretto da dove si diramano le strade verso Scicli e il caricatoio di Pozzallo, mentre negli stessi anni il convento di S. Domenico diventa la sede delle riunioni del Consiglio civico. Si capovolgeva così l’equilibrio demografico: nel 1581, su una popolazione totale di 16.000 abitanti, ben 10.000 vivono nei quartieri della “cava” e solo 6.000 nella rocca superiore. Nobiltà e clero di S. Pietro ora rivendicano alla propria chiesa l’ambito titolo di Matrice: qui cominciano a svolgersi la “possessio officiorum” delle cariche municipali e numerose cerimonie pubbliche.

L’arciprete si spinge oltre e nel 1568 osa far scolpire sul fonte battesimale la scritta “Mater Ecclesia”. Apriti cielo! Molti “sangiorgiari” reagiscono con ricorsi incendiari al Vicerè e al Papa e si scatena un contenzioso infinito davanti ai tribunali civili ed ecclesiastici, si minacciano scomuniche ed interdetti, finché nel 1579 il sacrilego fonte battesimale viene distrutto a martellate sulla pubblica piazza “ad exemplum populi”. Ma la guerra dei Santi continuerà per altri due secoli.

La chiesa di San Pietro a Modica Bassa (foto Davide da flickr.com)

Bernardino Niger viene così chiamato dai maggiorenti di S. Giorgio “a miracol mostrare”, ad inventare una scenografia pittorica e uno spazio decorativo che riaffermasse la forza e il prestigio dell’unica e vera Matrice, in modo da rilanciare primato religioso e culturale della chiesa dei Conti. Bloccare il declino, invertire il trend negativo dei lasciti e delle elemosine, riconquistare fedeli e devoti con lo splendore dell’arte. I Palazzolo, Salemi, Carrafa, Guarrasi, Lorefice e Tommasi Rosso che nel 1573 davanti a una folla di fedeli scoprono il polittico e innalzano un mistico Te Deum di ringraziamento sono i rappresentanti di un patriziato urbano che intende riconfermare la centralità dell’antica Francavilla a scapito dei quartieri emergenti di Porta d’Anselmo, Corpo di Terra e Casale.

L’interno del Duomo di San Giorgio (foto Clemensfranz da Wikipedia)

Sarà una battaglia dura, con alterne fasi di rivincite e di sconfitte, che tuttavia dal 1634 vedrà trionfare il primato di S. Giorgio grazie al sostegno decisivo della famiglia Grimaldi, la cui origine genovese contribuirà in maniera determinante a valorizzare culto e devozione del Santo cavaliere. Paradossalmente, il conflitto religioso e le “scissure” tra le due chiese rivali ha contribuito a farle più belle e ricche di opere d’arte.

di L’Alieno

Un minutino, eh!“. E va in onda ogni giorno la sosta selvaggia nei posti più impensabili: in mezzo alle strade, nelle rotatorie, in doppia e tripla fila, nei divieti di sosta, davanti ai garage e soprattutto in quelli riservati ai disabili: il sopruso più odioso.

Così Modica è finita in TV a “Striscia la notizia“, qualche giorno fa. Ma poteva finirci qualsiasi altra città del territorio ibleo. La cafonaggine è vizio comune per molti automobilisti, sempre con la scusa del “minutino”.

Modica. Brumotti di “Striscia la notizia” mentre chiede spiegazioni dell’occupazione abusiva di un posto per disabili

Si dirà che la colpa è pure di chi dovrebbe controllare per mestiere: la Polizia locale. Elementare, no? Invece capita di trovare le responsabilità maggiori ai piani più alti, dove stanno quei signori fasciati di tricolore. Campando di consenso elettorale ai politici appare furbo far chiudere un occhio (a volte due) sugli istinti peggiori degli automobilisti.

È una legge di numeri. Vuoi mettere la sproporzione tra i tanti automobilisti cafoni (quasi tutti elettori) e i pochi disabili che hanno diritto a quei parcheggi? E poi guai a multare quei villani. Sono così abituati a farla franca che qualsiasi tentativo di far rispettare le regole si traduce 9 volte su 10 in vibranti e rumorose proteste verso il malcapitato tutore dell’ordine.

Capita pure che chi dovrebbe far rispettare le regole non le rispetta per primo (foto dire.it)

Le rimostranze del cafone di turno multato partono dalle supposte ragioni del “minutino perso” (il tempo di un caffè o di un veloce acquisto) per poi degenerare quasi sistematicamente in urla e insulti. Sempre dalla parte della ragione, lui. Dalla parte del torto rimangono il disabile, che reclama i suoi diritti, e il Vigile “troppo zelante”.

A nessuno viene in mente che… un minuto più uno più uno… fa un’intera giornata di occupazione abusiva dei posti riservati. Amnesia che colpisce anche tanti esercenti quando è un loro cliente del “minutino” ad essere multato. Si scapicollano subito dal Sindaco a lamentare i danni economici subiti per la supposta “mancanza di elasticità”. Le regole, si sa, vengono sempre dopo i propri affari.
Ubi major minor cessat.

Il video da Modica di “Striscia la notizia” sul parcheggio selvaggio nei posti dei disabili

foto banner da milano.repubblica.it

di Giuseppe Cultrera

A Natale si regala anche il libro: generalmente si tratta di bestseller o di novità fresche di stampa. Si compra, si mette persino sotto l’albero e si distribuisce la notte del 24. Poi il destinatario lo legge, oppure lo ripone sul comodino in attesa di aver il tempo di darci un’occhiata; o, caso più comune, lo abbandona al suo destino di solitudine e di inutilità.

Assodato che leggere non è una prescrizione ma un atto di libertà e di amore, vorrei proporvi per Natale qualche titolo di libro. Che non dovrete comprare (e anche se vorreste non lo trovereste in libreria) ma potrete rintracciare, nella vostra stessa casa, in biblioteca, in qualche bancarella di libri usati. Uguale il titolo e il tema per i quattro diversi percorsi. Intriganti e vivaci.

La Contea di Modica: quattro percorsi
Fine ottocento. Notabili e politici ad Ibla. Sulla destra il sindaco dott. Raffaele Solarino

La contea di Modica è il titolo del lungo saggio che introduce i Canti popolari del Circondario di Modica di Serafino Amabile Guastella, pubblicato a Modica nel 1876. Un saggio che è un racconto sugli abitanti di quella parte della Sicilia d’oriente che dal XV secolo al XIX si chiamò Contea di Modica e che oggi è gran parte dell’attuale provincia di Ragusa. Una introduzione che è corposa quanto il soggetto del libro, vale a dire la raccolta di Canti popolari; e forse sarebbe stata anche superiore, se il tipografo non avesse tralasciato o volontariamente cassato un paio di quinterni.

La Contea di Modica: quattro percorsiv
Ritratto fotografico di S. A. Guastella (1819/1899). Il frontespizio dei Canti popolari del 1876 (a destra)

“Il tipografo mi assassinò in modo indegnissimo – si lamentava con l’amico Giuseppe Pitrè in una missiva del 27 settembre 1876 – e non solo negli errori tipografici, che qualche volta feriscono il senso, e qualche altra volta la grammatica, ma con l’aver tralasciato di stampare per lo meno una terza parte della prefazione, cioè una decina di pagine, forse le più importanti.”

Una ragione in più per addentrarsi nella lettura di una delle prime opere di Guastella (tra l’altro mai ristampata) che riserva non poche sorprese, per la scrittura, le notazioni storiche e antropologiche, la verve e l’ironia abbondantemente profusa.

La Contea di Modica: quattro percorsi
Il dott. Raffaele Solarino (1844/1903); a destra copertina di una ristampa anastatica de La Contea di Modica

Vent’anni dopo, il ragusano Dott. Raffaele Solarino, che fu pure sindaco della sua città, pubblica il primo volume di una impegnativa ricerca storica, intitolandola La Contea di Modica (il secondo uscirà postumo nel 1905). Rimane ancora un pilastro della storiografia iblea, per la vastità dei dati e della documentazione d’archivio, specialmente per il periodo medievale. Una lettura, in verità, non facile per la mole e la specificità della trattazione, ma con numerosi varchi e suggestioni per il lettore curioso. Esistono varie ristampe.

La Contea di Modica: quattro percorsi
Nobildonne a passeggio sulla spiaggia. Foto di Carmelo Arezzo barone di Trifiletti (1871/1899)

Invece, è gradevole e ‘leggero’ il racconto degli usi e costumi degli abitanti di questa parte della Sicilia d’oriente, specie se a tesserne la trama è una colta donna del settentrione, venuta a stabilirsi a Ragusa dopo aver contratto matrimonio col nobile Paolo La Rocca Impellizzeri. La piemontese Esther Manari, a differenza della maggior parte delle donne di Sicilia (comprese le nobildonne), ha frequentato un corso regolare di studi. Scrive e pubblica alcune raccolte di poesie, si impegna socialmente nell’istruzione e nel riscatto delle donne meno abbienti anche con la creazione di corsi di avviamento al lavoro.

Possiamo dire che è una donna moderna. E lo si legge nella sua Contea di Modica: indagini del folklore (1912) dove riti ed antiche costumanze, comprese le superstizioni, vengono porte al lettore come sostrati di un’antica cultura o aspetti identitari di varie comunità. Così le feste civili e quelle religiose, la cucina, la vita sociale di cento e più anni fa rivive nelle pagine briose della piemontese che divenne ragusana. Una curiosità: l’opera, dedicata a Giuseppe Pitrè, fu premiata con medaglia d’oro alla Esposizione Etnografica di Buenos Aires del 1911.

La contea
La Contea di Modica della baronessa Ester La Rocca Manari (1910) (a sinistra). La torre di guardia di Mazzarelli trasformata in residenza estiva dal barone La Rocca Impellizzeri nel 1885 (al centro). Un volume di versi della baronessa La Rocca Manari (a destra)

La Contea di Modica di Sciascia e Leone (1983) è quella fra le quattro ancora reperibile in qualche libreria, oltre che nelle bancarelle e librerie antiquarie per le precedenti edizioni, ed è quella che abbina la scrittura arguta ed essenziale di Leonardo Sciascia alle immagini evocative e visionarie del fotografo ibleo Giuseppe Leone. Il racconto della Contea, insomma, si fa immagini e parole per i lettori che non conoscono la Sicilia e per coloro che ci vivono, ma la riscoprono singolare e magica.

La contea
Giuseppe Leone e Leonardo Sciascia (a destra); copertina della prima edizione de La Contea di Modica (Electa, 1983)

Un consiglio: se trovate in qualche bancarella o antiquario la mitica prima edizione della Electa (1983), fatevi un regalo di Natale! È uno dei prodotti editoriali degli anni ’80 più significativi. Per l’impaginazione, la carta, la rilegatura, la essenziale eleganza. Parola di bibliotecario.

Serafino Amabile Guastella, Canti popolari del Circondario di Modica, Modica, Tip. Lutri & Secagno, 1876.
Raffaele Solarino, La Contea di Modica, 2 volumi, Ragusa, Piccitto & Antoci, 1895,1905. (Varie ristampe anastatiche).
Ester La Rocca Manari, La Contea di Modica. Indagini del Folklore, Ragusa, Tip. Vincenzo Criscione, 1910.
Leonardo Sciascia, Giuseppe Leone, La Contea di Modica, Milano, Electa, 1983. (Varie ristampe. In catalogo nelle Edizioni di passaggio di Palermo).
La contea
Una foto di Giuseppe Leone nel volume La Contea di Modica (1983)

Immagini: Archivio Utopia Edizioni.

di Roberto Lo Guzzo

Dicevamo, nel primo articolo, che nella cultura popolare il “fuddittu” è una figura demoniaca, e solo in senso lato sta per “vento vorticoso”. Altrove si ha la voce “marzamureddu”, a cui rimanda il vocabolario siciliano etimologico di Michele Pasqualino. Il Pitrè nel suo saggio sui costumi siciliani dedica un intero capitolo al “dragone”, a proposito del quale scrive “specie di procella che formasi da un turbine a foggia di colonna dal mare fino alle nuvole”, e in un altro luogo “nuvola nera in forma di coda”.

Giuseppe Pitrè (1841-1916). Può essere considerato come il fondatore della scienza folkloristica in Italia

Pubblica inoltre alcuni scongiuri, in voga perlopiù tra i marinai, per allontanare questa minaccia. Tali scongiuri erano noti anche a Modica, come testimonia, tra gli altri, un articolo di Carmela Giannì apparso in rete. La giornalista pone l’accento sul rituale che accompagnava la giaculatoria recitata alla bisogna dalla madre, nella fattispecie il gesto della mano destra che simula una forbice per dare efficacia plastica alle parole “spàcchila mm’ienzu”.

“Diu uomu, Diu fici uomu
Diu ci ni scanzi ro lampu e ro truonu.
Sùsiti Angilu, nun nurmìri
tri nùvili vitti vinìri:
una ri acqua, una ri vientu,
una ri cura ri draunàra.
Pìgghila, spàcchila nm’ienzu
e abbièlla nta na cava scura,
unni nun ci canta nghiaddu,
unni nun ci luci luna,
unni nun’ci àbbita nissùna criatùra”.

Modica nel XIX sec.

L’invocazione, che richiama quella della tradizione messinese “Sant’Ancilu nun durmìri” edita dal Pitrè, era rivolta a San Michele Arcangelo, ovvero a colui che “lotta con i suoi angeli contro il drago”(Ap. 12, 7). Dunque la cultura popolare conserva il ricordo di questi fenomeni atmosferici estremi, senza però distinguere tra tornado mesociclonici, quelli cioè legati ad una struttura temporalesca rotante o “supercella”, e i cosiddetti “landspout”, meno violenti e in quanto tali più simili alle trombe marine (waterspout).

Lo schema di formazione di una “supercella” (immagine da ilmeteo.net)

E dal gergo marinaresco, particolarmente dalla provincia di Messina, paiono giungere gli scongiuri e lo stesso rito del “taglio” della coda. Se i fatti a cui si riferiscono questi termini non sono entrati nei libri di storia è solo perché le trombe d’aria, le tempeste e perfino gli uragani, sono risultati alla lunga meno catastrofici rispetto ad altre calamità. E così, in un’area che è stata costantemente funestata da terremoti, alluvioni, epidemie, la memoria di questi eventi atmosferici “minori” è andata quasi perduta.

Una tromba marina (foto di Xemenendura da Wikipedia)

Risulta perciò soprendente ritrovare notizie relative ad una qualsivoglia tromba d’aria andando a ritroso nel tempo. Eppure, nel saggio scritto a quattro mani da Lancetta e Stoppani (Passeggiate nei dintorni di Modica) si fa riferimento ad una tromba che avrebbe investito Pozzallo nell’autunno del 1882: “contemplavamo un gigantesco carrubo che, rovesciato sul terreno, colle radiche poste allo scoperto, era stato vittima di qualche terribile colpo di vento”. La tromba si sarebbe originata, secondo il racconto di un testimone del luogo, dal mare per abbattersi in seguito sulla terrarferma: “una dragonara che venne fuori dal mare l’ha colpito […] il diavolo ci fu […] gli alberi volavano per aria come mosche”. Ancora più sconvolgente la notizia, rinvenuta sul Journal officiel de la République française dell’8 novembre 1872, relativa a un ‘uragano’ abbattutosi su Modica il precedente 24 ottobre. Si tratta di un resoconto piuttosto dettagliato, redatto da un anonimo corrispondente locale, testimone oculare dei fatti, nonché docente presso l’Istituto Tecnico di Modica.

Saggio di Lancetta e Stoppani in cui si fa riferimento ad una tromba d’aria che avrebbe investito Pozzallo nell’autunno del 1882

L’area interessata dal ciclone, oltre a Modica e al suo territorio, fu quella di Palazzolo Acreide, dove si registrarono danni più rilevanti, come ad esempio la distruzione del nuovissimo teatro. Le vittime, secondo il rapporto ufficiale della Luogotenenza dei Carabinieri, furono 21 nel distretto di Modica e circa un centinaio nel distretto di Noto.

Panorama di Palazzolo Acreide (XIX sec.)

Il corrispondente da Modica, non sa come chiamare questo fenomeno atmosferico: “la parola turbine è troppo vaga e quella di tromba ha un senso troppo limitato”. E ciò perché con ogni probabilità non si trattò né di un turbine (fuddittu) né di una semplice tromba d’aria (cura ri draunara). “Comunque la si voglia chiamare – taglia corto – alle 9 di sera del 24 ottobre, la città visse un momento terribile: le tegole volavano dai tetti, le porte e le finestre scricchiolavano sui cardini; una capanna che si trovava lungo la strada principale fu sollevata e sbattuta contro il muro. I lampioni si spensero, alcuni pali in ghisa che li sostenevano caddero. I vetri delle finestre andarono ovunque in frantumi”. Le campagne furono maggiormente colpite: “dei grandi alberi di carrubo furono contorti, sradicati, fatti a pezzi […] le pietre rotolarono, la terra fu gettata in virtù della forza centrifuga contro i muri a secco, al punto da far credere che fossero stati cementati”.

Un grosso albero d’ulivo sdradicato da una tromba d’aria

Nella Cava Fazio una casa fu rasa completamente al suolo: sotto le macerie furono recuperati 9 corpi. La casa “Cristidda” in contrada Rassabìa andò distrutta e al suo interno furono ritrovati 8 cadaveri, nonché le carcasse di una quarantina di pecore e di due muli. Nelle case vicine furono recuperati altri corpi, sicché il totale delle vittime fu stimato alla fine in 31.

Al di là delle incongruenze sul numero delle vittime (a Palazzolo furono 32, e non un centinaio, come ha ribadito recentemente in un suo articolo Nello Blancato), e perfino sul giorno del disastro, dalla descrizione dettagliata del fenomeno, nonché dei suoi drammatici effetti, si potrebbe valutare lo stesso come un tornado mesociclonico EF3.

Cava Fazio a Modica

Un altro “uragano” si era abbattuto su Modica in data 2 gennaio 1830. L’episodio, riportato dalla Gazzetta Privilegiata di Milano del 20 febbraio, riguardò soprattutto il comune di Scicli, dove esondarono i torrenti: “effetti non meno funesti produsse l’uragano nella comune di Modica. I guasti cagionati alle fabbriche ed alle campagne sono importanti”.

In questo caso tuttavia il racconto degli effetti prodotti fa pensare più ad una pioggia copiosa che ad un tornado in senso stretto. Del resto, anche nel caso delle disastrose e più note alluvioni di Modica del 10 ottobre 1833 e del 26 settembre 1902, si parlò impropriamente di uragano, e di ciclone.

Questi episodi, in primo luogo l’uragano del 24 ottobre 1872, sfuggiti a quanti si sono occupati di sventure cittadine, meriterebbero di essere approfonditi, o almeno ricordati insieme ai tanti eventi disastrosi che hanno caratterizzato la storia della città di Modica, e dai quali questa “melagrana spaccata”, subissata, colpita, è sempre rinata più forte e più bella, qualificandosi pertanto come città resiliente.

Alcune notizie dell’uragano del 24 ottobre 1872 di Modica furono riportate in un quotidiano francese

di Roberto Lo Guzzo

All’indomani della funesta ondata di maltempo che ha colpito il sud est siciliano, e in particolare il territorio di Modica, dove si annovera anche una vittima, ci si chiede se questi fenomeni temporaleschi estremi siano del tutto inediti in queste contrade, o soltanto poco frequenti, e di conseguenza poco noti alla maggioranza della popolazione.

Tra il 16 e il 17 novembre la Sicilia è stata flagellata da 14 di questi fenomeni, 9 dei quali veri e propri tornado. Secondo la scala EF (Enhanced Fujita), che ne stima l’intensità da 0 a 5 in base ai danni provocati, quello di Modica potrebbe essere classificato come un tornado EF2, con danni significativi e venti fino a 220 km/h. Personalmente non ricordo eventi simili, o almeno non così funesti.

Tromba d’aria nel modicano il 17 novembre 2021 (foto da meteoweb.eu)

Da una prima disamina però emerge che il tornado del 17 novembre scorso sarebbe soltanto l’ultimo episodio, e si conceda pure tra i più drammatici, di una serie lunghissima, talora neanche registrata perché queste raffiche spiraliformi, allorché si manifestano in contesti scarsamente antropizzati, non destano scalpore.

Frequentissime sono le trombe marine, quelle cioè che si originano al largo delle nostre coste e che esauriscono la loro carica una volta che impattano con la terraferma (landfall): Sampieri, Cava d’Aliga, Santa Croce Camerina, Scoglitti, sono da sempre le aree più funestate. Quella che si abbattè su Santa Croce il 31 ottobre 1964 fu definita ‘catastrofica’ dallo storico Giuseppe Micciché.

Trombe d’aria marine (foto da Twitter e ecodegliblei.it)

Fu invece una tromba d’aria a investire l’altopiano il 19 ottobre 1961. Il bilancio in questo caso fu pesantissimo: oltre a danni ingenti all’agricoltura, furono registrate 7 vittime, 4 a Giarratana e 3 a Ragusa. Quello che si abbattè sulle campagne di Scicli il 12 novembre 2004 fu poi un vero e proprio tornado multi-vortice. Questa tipologia di tornado è associata a vortici mesociclonici di livello superiore a EF3, con danni gravi e venti fino a 270 km/h. L’uragano danneggiò in effetti strutture in cemento armato, muri di cinta, oltre a trasportare a distanza alcune vetture, una roulotte ad esempio fu ritrovata a circa 1 km dalla piazzola di sosta.

Danni causati in provincia di Ragusa il 17 novembre (foto da meteoweb.eu)

Limitatamente all’area di Modica, si ricorda la tromba d’aria che il 25 novembre 2015 si abbattè sulle campagne a nord del centro abitato, danneggiando in modo particolare un’azienda agricola e la casa dei rispettivi proprietari, da cui volarono via le tegole. Lungo il litorale modicano fu distrutto invece il circolo velico che insisteva nei pressi del moletto.

Nel gennaio dello stesso anno una tromba d’aria era stata segnalata in C.da Caitina, mentre su tutta la città soffiavano venti fortissimi, facendo volare via sedie e ombrelloni pertinenti alle attività commerciali del centro storico, e distruggendo finanche il muro di cinta dello stadio Vincenzo Barone.

Il muro di cinta dello stadio Vincenzo Barone di Modica danneggiato da una tromba d’aria nel 2015 (foto meteoweb.eu)

Nel Piano Comunale di Protezione Civile si fa riferimento esclusivamente alla tromba d’aria che seguì l’eccezionale grandinata del 15 settembre 2002. Non esisterebbero dunque altri precedenti nel territorio di Modica. Ma è più probabile che faccia difetto la memoria. Del resto la cultura popolare ha tramandato aneddoti, litanìe, termini quali “cura ri draunàra” (coda del drago); “fra Cola” (frate Nicola); fuddittu (folletto), che altro non sono che personificazioni di fenomeni naturali ritenuti un tempo opera del Demonio, e in quanto tali da esorcizzare. Va da sé poi che questi termini o anemonimi alludano a dei fatti storici.

Modica e la sua Cattedrale di San Giorgio (foto da Wikipedia, Ludvig14)

Nella Grammatica di Giovanni Ragusa alla voce “cura ri draunàra” leggiamo: “nube nera foriera di tempesta”. Ivi si rimanda inoltre alla voce sinonimica “fra Cola”, ovvero “nuvola nera apportatrice di burrasca”. Il Guastella (nel Vestru) intendeva quest’ultima come “una nuvola a foggia di frate col cappuccio, segno infallibile di pioggia impetuosa”. La credenza popolare, raccolta dallo stesso, narra di un eremita che viveva sulla collina della Giacanta, il quale per avere rifiutato di dissetare una giovane, che da lì a breve sarebbe morta, fu condannato ad errare tra le nuvole.

Giovanni Ragusa (1911-1998) e il suo Vocabolario italiano-siciliano ibleo (foto da ragusaonline.com  e kromatoedizioni.it)

Più preciso Paolo Revelli, secondo cui la cosiddetta “cura ri draunara” sarebbe una “nuvola nera di forma allungata apportatrice di pioggia temporalesca”, laddove con il termine “fra Cola” ci si riferirebbe ad una “nuvola fosca involuta”. Il cosiddetto “fuddittu” è descritto invece come un “forte colpo di vento che lacera le nubi”, qualcosa di simile a quello che in gergo viene chiamato “dust devil” o “turbine di sabbia”. Nella cultura popolare il fuddittu è una figura demoniaca, e solo in senso lato sta per “vento vorticoso”, ma ne parleremo meglio nel secondo articolo la prossima settimana.

Foto banner da meteoweb.eu

di Federico Guastella

Negli anni settanta dell’800, stando a quanto riferiva “Civiltà Cattolica” nel numero del 7 aprile 1877 (serie X, volume II, pp. 475-479) le Logge appartenenti al Grande Oriente d’Italia, si erano così diffuse nella zona iblea: Siracusa (2), Vizzini, Palazzolo, Noto (2), Rosolini, Spaccaforno (adesso Ispica), Avola, Monterosso, Modica (2, di cui una intestata a Federico Campanella), Giarratana, Vittoria, Comiso. E ne veniva specificato il rito praticato, nonché l’indirizzo profano col nome – molto spesso – del Maestro Venerabile.

L’iniziazione di un apprendista massone nei primi anni del XIX secolo

Non sappiamo fino a che punto possano essere attendibili queste notizie date in chiave antimassonica. Occorre comunque muovere dall’esperienza dei Fasci siciliani per giungere ai primi del ‘900 quando nel territorio ibleo si ha la presenza della Massoneria.
Una crisi economica e commerciale si afferma a partire dalla metà degli anni ottanta, interessando varie regioni del Paese e in modo disastroso la Sicilia. Particolarmente fu registrata nel territorio ibleo, dato che la sua ricchezza dipendeva principalmente dal commercio di vino, di carrube, dei prodotti della zootecnia.

Simbolo massonico

Dopo il 1886-87 si avvertirono le conseguenze della chiusura dei mercati francesi al vino italiano. Anche la fillossera fece la sua parte mandando in rovina i vigneti e determinando una caduta della produzione vinicola. Ed essa crollò anche negli altri settori, travolgendo massari e fittavoli, braccianti e artigiani la cui attività lavorativa dipendeva dalla committenza della campagna. Allo sviluppo demografico non poteva corrispondere il soddisfacimento dei bisogni per le insufficienti risorse. Anche gli istituti bancari si trovarono in difficoltà per l’insolvenza dei mutui contratti. La vendita all’asta era all’ordine del giorno mentre si avvertivano i primi segni della protesta popolare per la mancanza di lavoro e le disagiate condizioni di vita.

L’arrivo di immigrati siciliani nell’isola di Ellis Island, baia di New York (1892)

Tra la fine del ‘92 e i primi mesi del ‘93 si affermò così la nascita e lo sviluppo dei Fasci dei Lavoratori cui aderirono intellettuali-professionisti che conoscevano gli scritti di Mazzini e del massone e meridionalista Napoleone Colajanni, personaggio che credeva nel progresso dell’Umanità nel quadro di un indirizzo riformista che consentisse al repubblicanesimo di sopravvivere. Ricordiamo appena altri nomi legati al pensiero mazziniano: l’avv. Giuseppe De Stefano Paternò di Vittoria, l’avv. Giuseppe Di Falco di Ragusa, Francesco Mormina Penna di Scicli.

Napoleone Colajanni (Castrogiovanni 1847 – 1921)

Agli inizi del ‘900 si registra una ripresa delle attività commerciali. Malgrado i bassi salari dei contadini, il territorio ragusano ebbe all’inizio del ‘900 per quasi un ventennio un periodo di ripresa e di crescita. Ragusa e Modica, dove i flussi migratori sono costanti, mantengono alti tassi di natalità e di incremento demografico.

Se a Ragusa trovava sviluppo l’attività estrattiva della pietra bituminosa, a Modica, elevata a capoluogo di Circondario, i fermenti innovativi erano stati già presenti nella metà del XVIII secolo. Sul piano della ricerca scientifica basta citare appena due nomi: il filosofo-sperimentatore Tommaso Campailla e l’infettivologo Francesco Matarazzo, mentre i Gesuiti gestivano scuole di teologia e morale, filosofia e matematica, umane lettere e grammatica.

Tommaso Campailla (Modica 1668 – 1740)

Dopo la fine del regime borbonico, Modica, pur mantenendo la sua vocazione rurale, si caratterizzò nell’organizzazione dell’istruzione pubblica. La città, ha scritto lo storico Giuseppe Barone, assume caratteri spiccati di città terziaria per la graduale diffusione di scuole, uffici, piccole e medie imprese artigianali.

Il liberalismo democratico, sostenuto dall’Abate De Leva dopo avere emarginato lo schieramento mazziniano-garibaldino capeggiato da Francesco Giardina, risulterà vincitore a favore di una borghesia emergente in beneficio della quale si avanzano proposte per assicurare la presenza dell’istruzione secondaria. Il barone Carlo Papa, patriota e poeta (nominato ispettore degli studi per la provincia di Noto), formulò un progetto per l’istituzione di un Liceo-Ginnasio comunale che nasceva il 10 marzo 1862, ubicato nell’edificio del vecchio Collegio gesuitico e funzionante con i beni dell’ordine soppresso.

Ritratto dell’Abate Giuseppe De Leva Gravina (1786 – 1860). Modica, Museo Civico

Quasi contemporaneamente nasceva una Scuola Tecnica con decreto del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Il “polo culturale d’eccellenza”, evidenzia lo storico, è dato dalla nascita dell’Istituto Tecnico “Archimede” nel 1867 e del liceo ginnasio “Campailla” nel 1875, reso statale con il successivo decreto regio dell’8 settembre 1878: pur persistendo un elevato tasso di analfabetismo popolare, ancorché migliorato con l’applicazione della legge a firma del massone Coppino, il monopolio dell’istruzione media sarà mantenuto “inalterato” fino alla prima guerra mondiale.

Il Liceo-ginnasio “Tommaso Campailla” a Modica (immagine da ragusanews.com)

Questo in sintesi lo scenario della città con la sua funzione egemonica nel territorio ibleo. “Piccola capitale” cui fanno riferimento le altre realtà urbane. Sono questi gli anni in cui Modica torna a riassumere il ruolo di centro nodale sia sul piano di un ritrovato prestigio delle istituzioni scolastiche, sia sul piano della produzione intellettuale e della circolazione delle idee. La vivacità culturale della città della contea si spiega anche con quell’autentico laboratorio della cultura scientifica costituito dall’Istituto tecnico “Archimede” e dai suoi qualificati docenti. Un così marcato profilo di piccola “capitale culturale”, se da un lato trova riscontro oggettivo nei processi di trasformazione capitalistica nel territorio ibleo, qualificava soprattutto in modo nuovo la funzione degli intellettuali locali.

Modica tra fine ‘800 e inizio ‘900

Non più letteratura romantica o d’evasione, non più astratte speculazioni filosofiche richiamano l’interesse della borghesia cittadina, ma piuttosto i moderni orizzonti dei saperi “sociali” e delle scienze applicate per contribuire al progresso economico culturale della “terza Italia”. Modica, dunque, una città che ha da sempre generato uomini illustri in ogni campo del sapere, dove le “Accademie” costituivano il collante della ricerca e degli esperimenti (C’erano state nel Settecento quella degli “Affumicati” – poi “Infuocati” -, nonché l’Accademia retta dai gesuiti).

In questo contesto esistevano a Modica ben quattro logge con la finalità del perfezionamento individuale e dell’umanità nel solco della tradizione educativa affermatasi grazie all’azione svolta di autorevoli ministri massoni dell’Italia post-risorgimentale. Attività filantropiche nel contesto di precisi rituali connotarono l’operatività iniziatica.

Una loggia massonica dell’epoca

Massone, fra gli altri, fu il matematico elbano Armando Perini che, nel 1885 tracciò sul pavimento del transetto nella chiesa di San Giorgio di Modica una meridiana solare, una ellittica che porta i dodici mesi dell’anno con i segni dello zodiaco: un raggio di sole entrando da uno gnomone passa così sull’ellittica, segnando il mezzogiorno locale, il quale è meno un minuto di quello nazionale.
(Continuerà in un secondo articolo)

La meridiana solare ellittica tracciata nel pavimento della Cattedrale di San Giorgio dal matematico massone Giorgio Perini

di Sebastiano D’Angelo

Nasce a Modica nel 1946, Piero Selvaggio, e a 18 anni si trasferisce con la famiglia negli Usa, in California. La sua è una classica seppur straordinaria storia di successo creata dal nulla, ma con tenacia, volontà e capacità imprenditoriali non comuni. Parte con umili lavori, ma non abbandona gli studi universitari di lettere.

Piero Selvaggio e il suo storico ristorante a Santa Monica in California

Uomo colto e raffinato, coltiva la passione per la cucina, con un marcato desiderio di diffondere negli States la cultura dei piatti italiani di qualità. Nel 1972 apre a Santa Monica (Los Angeles) uno dei ristoranti più famosi degli USA, il San Valentino, ben presto meta dei vip di Hollywood, dove era facile incontrare celebrità del cinema, sport, cultura e della politica americana.

Apro un piccolo inciso con un ricordo personale. Nel lontano 1999 lo andai a trovare al Valentino per conoscerlo e proporgli l’invito ad essere presente al Premio. Girando per i tavoli, notai fra gli altri la presenza di Michael Douglas, Catherine Zeta Jones e Michelle Pfeiffer. Erano solo alcuni dei commensali celebri.

Stile, classe, raffinatezza, ricerca e capacità di coniugare i migliori e genuini ingredienti della cucina italiana, fecero del Valentino un luogo cult presto ammirato e celebrato, che valsero a Piero titoli come “miglior ristoratore americano” e le credenziali per partecipare ai principali simposi, conferenze e incontri fra gli specialisti del settore a livello mondiale. Fra l’altro organizzò per diverse edizioni il cathering nel corso delle celebri “Notti delle Stelle”, l’evento principe del cinema mondiale con la consegna degli Oscar.

Un autentico Ambasciatore della cucina italiana e del buon gusto, senza dimenticare le proprie origini e le peculiarità gastronomiche della propria terra, anzi contribuendo fra i primi a far conoscere e diffondere il cioccolato modicano negli States. Di livello assoluto la sua “Carta dei vini”, con una cantina considerata tra le migliori al mondo: oltre 130.000 bottiglie e il riconoscimento di tutte le più prestigiose riviste internazionali.

La fornitissima cantina e l’ingresso del Valentino

Ha aperto negli anni altri ristoranti celebri, in particolare a Las Vegas, all’interno del complesso alberghiero Venice, e a Houston, ovunque esaltando i sapori della migliore cucina italiana, e coinvolgendo sempre cuochi e maestranze della Patria di origine tra le più qualificate del settore.

Piero rappresenta una delle più belle storie celebrate nel Premio Ragusani nel Mondo, che ricevette in una indimenticabile serata a Piazza San Giovanni la sera del 28 agosto del 2000, insieme ad un’altra grande figura, quella dello scultore vittoriese Arturo Di Modica, recentemente scomparso.

28 agosto del 2000. Piero Selvaggio riceve il premio “Ragusani nel Mondo”

Rimane il rammarico di non aver acceso sulla sua figura come meritava i riflettori della grande ribalta del Premio degli anni recenti, perché nel duemila ancora la manifestazione era in fase di start up e non aveva conquistato i successivi spazi di notorietà.
La sua storia è simbolo di creatività, sensibilità e talento della terra iblea, manifesto principe della carta dei valori che hanno reso il Premio un evento unico nel suo genere.

OLTREIMURI.BLOG