Tag

Mongibello

Browsing

di Paolo Monello

In occasione del 329° anniversario della catastrofe sismica del 9-11 gennaio 1693, ritorno sui rapporti ritenuti di causa ed effetto tra le eruzioni del Mongibello e le continue scosse di terremoto, ricordando che la scienza dell’epoca riteneva che più l’Etna eruttava, meno probabilità di terremoti ci sarebbe stata. In verità, come vedremo, il senso comune andava nel senso opposto, ritenendo non solo che la “Montagna” generasse i terremoti ma addirittura che stesse per sprofondare e con essa tutta la Sicilia. Ma andiamo con ordine.

Il Mongibello (foto da catania.gds.it)

Man mano che arrivavano gli avvisi dalle zone più colpite, il Duca di Uzeda fu in grado di informare la Corte sempre più dettagliatamente su ciò che accadeva sul vulcano. Cominciò a farlo con puntiglio il 19 febbraio, quando scrive al Re di temere che le scosse nel Val di Noto fossero continuate «per non aver avuto notizia che Mongibello abbia eruttato la materia sulfurea da cui si origina (il terremoto) né che si sia aperta una bocca nuova da cui possa esalare il vento di fuoco che opprime e tiene chiusa la montagna, deducendosi questa conseguenza (cioè il terremoto, n.d.a.) da ciò che si è constatato altre volte e dai terrificanti boati che si odono nelle vicinanze e mi assicurano da diversi luoghi che una batteria di cento cannoni non provoca un maggior fragore, cosa che fa durare la paura ed il timore di nuovi sconvolgimenti».

Juan Francisco Pacheco Duca di Uzeda, Viceré di Sicilia dal 1687 al 1696 ( (immagine da memoriademadrid.es)

Ed ancora, sempre preoccupato, il 5 marzo, quando scrive:
«Mongibello non ha aperto nuovi crateri né eruttato, solo si è osservato che dal 3 febbraio fino al 14 si udirono grandi boati e gettò notevoli quantità di lapilli incandescenti e considerato che i terremoti sono continuati fino al 24 (di febbraio) mi dice il Duca di Camastra da Noto che negli stessi giorni si udiva sotto la terra come un rumore di vento. La cosa fa vivere gli abitanti con grande sconforto, (augurandosi) che la Montagna elimini (il vento infuocato) o emetta i vapori interni, di modo che cessi la causa, perché questa disgraziata continuazione dei terremoti ritarda la ricostruzione…».

Giuseppe Lanza Lucchese, Duca di Camastra (1630-1708)

Poi sembrò che le cose si mettessero al meglio e che la «disgrazia dei terremoti (andasse) cessando». Ma invece – seppure leggere – le scosse ripresero. Poi, la sera di venerdì 3 luglio «Mongibello cominciò a gettare fuoco e fiamme dal cratere in tanta quantità che la lava cominciò a scorrere verso la parte di levante», fenomeno preceduto da ripetuti boati all’interno della Montagna.

L’indomani il Duca di Camastra «inviò persona pratica a verificare se la colata era uscita da un nuovo cratere che si fosse aperto; però avendo questa persona osservato con attenzione poté vedere che dal cratere principale della cima del monte usciva un certo genere bituminoso e che dalla parte del cratere si udivano orribili boati che non si erano mai uditi altre volte. E che durante il giorno, Mongibello emise una enorme quantità di fumo, come un nuvolone nero che si dilatava nell’aria fin dove arrivava la vista e dicono che si tratti di ceneri che alcune volte si è constatato che sono arrivate fino a Malta» (il caratteristico “pino”, n.d.a).

L’eruzione era durata anche nei giorni seguenti, con nuove scosse avvertite a Catania, con un parossismo la sera del 9 luglio, «quando da Catania si era osservato che dalla bocca principale usciva una gran quantità di fuoco». Di nuovo Camastra aveva inviato un esperto a fare un sopralluogo e l’uomo era tornato da lui comunicandogli che una parte del cratere centrale era crollata e che la lava era stata eruttata con tanta violenza che in meno di un’ora e mezza aveva percorso più di cinque miglia, e che il suo corso si stava indirizzando verso una grande concavità nel territorio della città di Mascali.

La colata lavica verso la parte orientale della valle del Bove (foto da meteoweb.eu)

L’indomani, 10 luglio, il Mongibello era tornato tranquillo (lettera di Uzeda al Re del 23 luglio 1693), limitandosi ad emettere fumo «come fa di solito», con soltanto un leggero terremoto «attribuito alla forza dei movimenti sotterranei che di tempo in tempo sono soliti udirsi all’interno di quella Montagna» (6 agosto), un fenomeno continuato per tutto il mese di agosto. Ma poi di nuovo il 3 settembre, il Duca di Uzeda riferisce a Madrid di forti scosse di terremoto avvertite in tutto il Val di Noto il 14 agosto passato e che nello stesso tempo Mongibello aveva fatto udire ripetutamente forti boati sotterranei «simili ad un cannoneggiamento di artiglieria pesante» e poi aveva emesso fumo, lava e considerevoli quantità di ceneri.

La notte del 24 agosto dal cratere centrale aveva eruttato, emettendo «grandi bagliori […] come di luci (nell’aria) e che dopo che quelle luci si erano spente si osservò che l’aria era piena di odore di zolfo». A seguito di quelle esplosioni ad Acireale erano rimaste danneggiate una chiesa e varie fabbriche.

Il vulcano aveva continuato sempre a farsi sentire ed il 17 settembre Uzeda riferì che l’infaticabile Duca di Camastra aveva mandato «persona pratica ad esplorare il cratere centrale della Montagna e gli altri che si erano aperti ad un miglio e mezzo di distanza» e gli aveva comunicato che della cima della Montagna «verso mezzogiorno […] è rimasta solo una porzione […] a mo’ di scoglio e il resto forma una vasta pianura. A ponente invece si era formata una altura dalla quale uscivano fuoco e fumo […] Nei pressi, si osservavano alcune montagnole di sabbia dell’altezza di due varas (4 metri, n.d.a), mentre a levante era spuntata una montagnola di materia bituminosa. Il fumo poi che usciva dalla bocca di ponente era simile ai movimenti del mare in tempesta, tanto era violenta la forza con cui erompeva dalle viscere del vulcano. Però all’esploratore non era stato possibile vedere la profondità delle fenditure apertesi nel Piano del Lago nei pressi della Torre del Filosofo per la gran quantità di sabbia caduta».

Il Piano del Lago sul versante sud dell’Etna (immagine da ilvulcanico.it)

Ma a parere dell’uomo – scrive rassegnato il Duca di Uzeda – si ritiene «inevitabile che a causa della ripetizione di tante scosse il Piano del Lago sprofondi fino al cratere centrale, come è accaduto nella parte sommitale». Insomma, sembrava che davvero il Mongibello stesse per sprofondare. Né cessavano i terremoti. Il 20 settembre infatti (lo riferivano Camastra, il Castellano di Catania ed i Governatori di Siracusa ed Augusta) si era sentito un terremoto violento, preceduto «dai consueti boati sotterranei della Montagna di Mongibello», che aveva continuato ad esalare fuoco e fumo. Come si poteva ricostruire con l’angoscia che l’indomani crollasse ciò che era stato costruito il giorno prima? Come si vede, mai forse l’Etna era stata così osservata, per leggere in essa il destino futuro della Sicilia, mentre forze oscure stavano diffondendo una grande paura.

di Paolo Monello

Avere ancorato la causa delle continue scosse di terremoto (nel biennio 1693-1694 se ne contarono quasi duemila!) servì alle autorità a tenere sotto controllo la situazione dell’ordine pubblico, spesso in preda a terrori irrazionali legati anche alle eclissi che si verificarono in quei mesi, allo stesso ruolo del Mongibello (chiamato Etna solo dagli scienziati, tra cui appunto il protomedico Domenico Bottone) e al diffondersi (ad arte) di false profezie sullo sprofondamento dell’Etna e della Sicilia intera.

Il tragico terremoto del 1693 nella pittura barocca (anonimo, collezione privata XVII-XVIII sec.)

Abbagliati come siamo dalla splendida ricostruzione barocca delle nostre città, è difficile per noi concepire come e cosa vivessero gli sventurati nostri antenati abitanti del Val di Noto e della Sicilia orientale in quell’orribile biennio. E se nelle lettere a Madrid del Viceré Juan Francisco Pacheco Duca di Uzeda (gennaio 1693-settembre 1694) prevale la razionalità e la conoscenza scientifica dei fenomeni, diverso era il senso comune di cui ci danno testimonianza le cronache dell’epoca. Troppo grandi furono gli sconvolgimenti della natura osservati, tali da costituire la base per le dicerie e le profezie sullo sprofondamento della Sicilia.

Antica Stampa con un’eruzione del Mongibello

Ecco un breve saggio delle paure che colti scienziati e religiosi condensarono in seguito nei loro scritti, offrendo gli spunti per le apocalittiche stampe dell’epoca. Le cronache infatti sono pregne di un senso di puro terrore, a testimonianza del clima da fine del mondo che si visse in quelle settimane ed in quei mesi in cui la terra continuò a tremare, a volte con scosse pari a quella dell’11 gennaio.

Anche dopo la necessaria sfrondatura del linguaggio apocalittico influenzato dalle letture bibliche, eccone qualche testimonianza. Già Bottone, nella sua relazione, accenna con sgomento al «ghiaccio che cadeva dal cielo e al fuoco che saliva dalla terra». Dopo un dicembre ed un inizio di gennaio con «l’aria, e le giornate si calde, che imitavano la state», contestualmente alla violentissima scossa del giorno della domenica, che era spuntato con il cielo coperto, tutte le cronache attestano lo scatenarsi di una violentissima tempesta di pioggia, venti e grandine «che pose gli uomini in maggior disordine e travaglio, che le rovine stesse». Così scrive Silvio Boccone.

Paolo Silvio Boccone, botanico palermitano (1633-1704)

Le angoscie furono raddoppiate, dice lo scienziato, «dal rombo della terra… e dalla pioggia mista al crudele corteo di turbini e procelle». La terra, esalando odore di zolfo, aveva acquistato così un segno dell’inferno… Una natura impazzita qua e là aveva generato voragini da cui scaturiva acqua solforosa, come a Mascali (anche se dal male a volte nasceva un beneficio, essendo quell’acqua curativa per ogni tipo di «fetide ulcerazioni», sottolinea Boccone, autore di una bella memoria sullo “scanto”).

Anche nella Contea di Modica, già duramente colpita nel 1542 (come testimoniano due diligenti notai di Scicli ed una lettera del 20 dicembre 1542 del duca di Terranova sui danni a Sortino ed altrove), oltre le distruzioni e l’alta mortalità (con la punta del 50% della popolazione a Ragusa), calcolata da Camastra in 14.000 vittime circa su una popolazione di 67.000 persone rivelate nel 1682, si verificarono notevoli sconvolgimenti nel territorio.

Il terremoto del 10 dicembre 1542 nel Val di Noto. Studio macrosismico dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Secondo Bottone, numerose scosse violente la colpirono, dopo quelle di gennaio, il 27 febbraio, il 31 marzo, il 9 maggio. Il 31 maggio «al primo albeggiare, una violenta scossa di terremoto, raso al suolo ciò che era rimasto degli edifici, infierì sugli abbattuti superstiti: ora sembrava che il corso dell’Iliade delle calamità si interrompesse e l’animo ritornava nel porto dell’agognata serenità, ora incrudelendo i tuoni, saettando i fulmini, raddoppiandosi le raffiche dei venti, strappate le querce dalle solide e antiche radici, sembrava che li colpisse ogni genere di sciagura».

Ma per gli abitanti della Contea, la sofferenza non era finita. Infatti, «apertasi la terra, e rotti i canali sotterranei delle acque, nei pressi del fiume di Ragusa si formarono stagni, dove una gran massa di terra, sradicati grossi alberi, franò lungo il pendio sottostante, e lì si formò un lago così profondo da sostenere persino le barche. Sul colle di San Teodoro, si aprì una voragine di grande profondità e lungo tutta la superficie si notarono numerose spaccature, da cui spirava odore di zolfo, che fu avvertito fino a Siracusa. Tra Ferla e Cassaro, due colline, in mezzo alle quali scorreva un fiume, sprofondarono «in un batter d’occhi» e la piana così formatasi «riempitasi per le acque che sgorgavano formò in breve tempo una profonda palude navigabile di circa 256 passi». Questo fatto, dice Bottone, «più della rovina degli edifici in tanti luoghi del Val di Noto fu di terrore per gli abitanti», ai quali probabilmente ricordò l’Apocalisse («e i monti si dileguarono…»).

Il “De immani Trinacriae Terraemotu’, di Domenico Bottone (1718)

Se la terra si apriva e inghiottiva persone e animali (non mancano alcune testimonianze di persone ed animali inghiottiti dalle spaccature causate dai terremoti), anche il mare aveva fatto la sua parte. Secondo Bocconi, dopo il terremoto della domenica, molti naviganti avevano sentito «una specie di pulsazione dal fondo del mare», e lungo tutta la costa orientale, da Messina a Catania, ad Augusta e Siracusa, si osservarono due ondate di maremoto.

«Doppo il primo ritiramento, e ritorno, o riflusso delle acque, che venne più del solito gonfio, fu osservato immediatamente il secondo ritiramento, e ritorno del riflusso, quindi è che viddero scoperto il fondo del lito del mare due volte, per il ritiramento straordinario delle acque di 25 a 30 passi geometrici da esso lito, ed altrettante volte riempiuto il letto della spiaggia, ed all’hora le acque alzaronsi più dell’ordinario livello quasi otto piedi geometrici». E ancora: «nella spiaggia di Mascari (Mascali) l‘inondazione del riflusso delle acque nell’atto del terremoto della domenica s’inoltrò sino ad un miglio dentro terra», mentre «in quella spiaggia di mare di Tauromina, detta li Giardini, le acque del mare si ritirarono mezzo miglio…».

Antica stampa raffigurante un maremoto tra Sicilia e Calabria

Di fronte a Siracusa, persino «i pesci da pescare» mancarono «alle poste solite», e «ove i pescatori erano accostumati di calare le loro reti in profondità di quindici passi di fune, in quei primi quindici giorni doppo il terremoto, bastava loro solamente cinque passi di fune alla pescagione». Sconvolti i fondali del mare, «li Catanesi in questa inondazione d’acque del mare furono sopraffatti da un novo timore, e da una nuova costernazione, vedendo irata la terra, ed il mare a loro danno; attesoche le acque entrorono dentro la Città, e penetrarono nella piazza di San Filippo, e le massarie, ed i poderi tutti furono inondati attorno alla città».

Catania – Crolli in città nel terremoto del 1693. Particolare dalla grande carta di Anonimo, conservata alla Staatbibliothek di Berlino

Questo il quadro che spiega l’attenzione e l’insistenza del Duca di Uzeda sul Mongibello in decine di lettere ai Consigli di Stato e d’Italia a Madrid. Dunque il Mongibello: ma causa o rimedio per evitare nuove catastrofi? Per Uzeda (seguace della teoria fuochista di Kircher, Borelli e Bottone) non ci sono dubbi. La conferma gli veniva in primo luogo da Bottone, che nella sua lettera del 20 gennaio aveva scritto da Messina: «la paura maggiore deriva dal fatto che dal Monte Etna (dopo 11 giorni) non esce molta lava… ma nonostante ciò io spero nella misericordia di Dio e nelle cause naturali che sebbene continuino i terremoti di lieve entità non ne accadrà un altro maggiore di quello che ha distrutto mezza Sicilia…».

Antica stampa dell’Etna che erutta

Il Duca di Uzeda inoltre aveva fra le mani una notizia giuntagli dal Secreto di Randazzo del 22 gennaio, dal quale aveva avuto conferma che la prima scossa (quella del venerdì 9 alle 10 di sera) si era verificata mentre il vulcano «non dava segni né di fumo né di fuoco» e che invece dopo la scossa dell’11 alle 2 e mezza, mezzora dopo (quindi alle 3 del pomeriggio) non solo «cominciò in tutta la zona a sollevarsi la nebbia e a piovere con gran furia e a nevicare» ma che anche la Montagna cominciò «a gettare fumo, e si vide che la cima si era abbassata un poco». In pratica, a seguito delle terribili scosse della domenica, una parte del cratere centrale era crollata…

di Paolo Monello

Mentre l’Arcivescovo di Palermo, don Fernando Bazan, esponeva il suo pensiero sulle cause morali di religiosi e non, che avevano a suo dire provocato l’ira di Dio contro gli sventurati abitanti della parte orientale del Regno ed in particolare del Val di Noto; il Viceré don Francisco Pacheco Duca di Uzeda (a cui i Catanesi intitoleranno la porta sul mare all’inizio di via Etnea) e gli uomini della sua cerchia (il segretario don Felix de la Cruz Haedo, il Vicario Generale don Giuseppe Lanza Duca di Camastra ed i tre Commissari Generali don Giuseppe Asmundo, don Giovanni Montalto e Scipione Coppola) miravano invece a ricondurre il fenomeno alla natura dei luoghi, individuando subito una “causa meccanica”: il Mongibello.

La porta Duca di Uzeda a Catania (foto da antudo.info)

Ed il vulcano infatti sarà al centro della nutrita corrispondenza tra il Viceré e la Corte di Madrid, conservata nell’Archivio General de Simancas. In merito a questa documentazione, ho avuto modo di leggere nel preziosissimo volume pubblicato nel 2014 dalla Bononia University Press intitolato “L’Etna nella storia. Catalogo delle eruzioni dall’antichità alla fine del XVII secolo”, che solo nel 2007 le carte di Simancas – esaminate da Emanuela Guidoboni ed altri – avrebbero consentito per la prima volta di avere un quadro di eruzioni dell’Etna prima sconosciute nel periodo dei terremoti del 1693-94.

Il vulcano Etna (chiamato anche Mongibello)

Senza alcuna pretesa di “primogenitura” e con tutto il rispetto dovuto agli scienziati – seppure personalmente privo di cultura scientifica – ne avevo già parlato nel 1994 pubblicandone degli estratti nella ricerca intitolata “Gli uomini e la catastrofe”, traendone guarda caso la stessa deduzione che gli autori del volume ricavano con le seguenti parole: «Scarsamente nota in vulcanologia, l’attività eruttiva – tra il 1693 ed il 1696 – emerge da numerose fonti, di cui 76 manoscritti inediti, la maggior parte corrispondenze istituzionali, contenenti brevi ma puntuali riferimenti al vulcano, un vero sorvegliato speciale: la sua attività eruttiva era interpretata come una valvola di sfogo dei terremoti, quindi “monitorata” anche con ispezioni specifiche sul luogo».

L’Etna in una recente eruzione

Dell’attività amministrativa del Duca di Uzeda come Viceré (1687-1696) si sono occupati Giuseppe Tricoli (“Un periodo del governo spagnolo di Sicilia nella relazione del viceré Uzeda”) e Giuseppe Giarrizzo (“La Sicilia dal viceregno al regno”, in “Storia della Sicilia”, 1978), ma spesso si fa riferimento ai giudizi negativi espressi su di lui da antichi scrittori come Vincenzo Auria e Giovanni Evangelista Di Blasi, che lo hanno definito più interessato all’arte ed alle scienze che agli affari di governo. Ma proprio i riferimenti alla sua passione per le scienze, mi consentono di dire che il Duca di Uzeda fu l’uomo giusto al posto giusto e che senza la sua cultura le cose per la Sicilia sarebbero andate peggio.

(Da sx in alto in senso orario) Gli storici Vincenzo Auria (1625-1710), Giovanni Evangelista Di Blasi (1721-1812), Giuseppe Giarrizzo (1927-2015) e Giuseppe Tricoli (1932-1995)

Nei confronti del nuovo Re di Spagna Filippo V di Borbone (nipote di Luigi XIV), Juan Francisco Pacheco V Duca di Uzeda fece in parte il percorso dell’Almirante di Castiglia e Conte di Modica don Juan Tomás, con la differenza però che mentre l’Enriquez si schierò quasi da subito con il pretendente austriaco Arciduca Carlo, il Duca di Uzeda passò dalla parte dell’Asburgo nel 1711 (dopo che questi era diventato imperatore), rifugiandosi prima a Genova e poi a Vienna, dove morì. Con il conte di Modica condivise però la passione per l’arte (possedeva quadri di Mantegna, Del Sarto, Carracci, Brueghel, Caravaggio, Vasari, Tintoretto, Mattia Preti, Guido Reni ed altri numerosi pittori in gran parte italiani, ed anche disegni di Leonardo e Velazquez), ma rispetto all’Enriquez possedeva in più una biblioteca di 4000 volumi ed era un appassionato di opere in musica di vari compositori dell’epoca (tra cui anche Alessandro e Domenico Scarlatti).

(Da sx) Juan Francisco Pacheco V Duca di Uzeda e don Juan Tomás Enriquez Conte di Modica e Almirante di Castiglia

Pertanto, quando l’Arcivescovo Bazan lamentava la messa in scena di spettacoli musicali a tarda ora (che a suo avviso accrescevano l’immoralità, provocando “l’ira di Dio”) ce l’aveva proprio con il Duca di Uzeda. Il quale, secondo un recente studio della dottoressa Anna Tedesco, nel suo soggiorno palermitano fece rappresentare (nel teatro della Marina, a Bagheria e a Messina) almeno 18 opere, una delle quali il 28 ottobre 1693 (in piena crisi sismica) intitolata “L’innocenza penitente”.

Don Fernando Bazan, Arcivescovo di Palermo dal 1685 al 1702

Lo storico Di Blasi lo accusò di avere spogliato la Sicilia delle opere d’arte più rare (pitture, statue, reperti archeologici) e dei manoscritti più preziosi. In verità, gran parte della biblioteca, secondo Auria, il Duca l’aveva portata a Palermo dalla Spagna ed in essa c’erano numerosi trattati scientifici e di matematica (tra cui un’opera di Archimede). Vero è, però, che portò con sé in Spagna (nel 1696) i manoscritti greci lasciati alla città di Messina da Costantino Làscaris. Questi, fuggito in Italia a seguito della caduta di Costantinopoli in mano turca nel 1453 si era stabilito a Messina nel 1467, insegnando nella scuola di greco istituita presso il convento basiliano di San Salvatore, per la cui cattedra pubblicò una grammatica greca. Grazie al Làscaris ed alla cerchia di studiosi che creò attorno a sé, Messina poté disporre di una invidiabile collezione libraria.

Costantino Làscaris (1434-1501)

Per avere un’idea, è sufficiente accennare che tra i 500 manoscritti che lasciò a Messina abbiamo Omero, Erodoto, Platone, Aristofane, Senofonte, Demostene, Aristotele, Isocrate, Euripide ed altri. Ma dopo la rivolta del 1674-1678, Messina fu ferocemente punita dal Viceré, Conte di Santo Stefano, con la distruzione del Palazzo Reale e il sequestro di ben 1426 antiche pergamene (di cui 250 in greco) contenenti i privilegi della città e delle biblioteche del Senato e della Cattedrale, compresi i preziosi codici greci appartenuti a Làscaris. Al momento di passare le consegne nel giugno 1687, il Conte di Santo Stefano lasciò i libri ed i codici al Duca di Uzeda, che li custodì nel Palazzo Reale e poi li portò con sé in Spagna. Oggi si trovano nella Biblioteca Nacional. Non sarebbe il caso di restituirli a Messina?

Francisco IV de Benavides y Dávila, Conte di Santo Stefano e Viceré di Sicilia tra il 1678 e il 1687

Pertanto, non ci deve meravigliare che tra le numerose lettere inviate da Uzeda a Madrid, il Viceré metta sempre in correlazione le notizie delle nuove scosse con l’attività eruttiva o meno del Mongibello, dimostrando così di conoscere a pieno le teorie “fuochiste” sulle origini dei terremoti, divulgate dal gesuita Athanasius Kircher ed in Sicilia condivise professate e divulgate da Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679) ed in ultimo dal protomedico Domenico Bottone (1641-1726), del quale non a caso si riscontra una lettera del 20 gennaio 1693 in cui il medico-scienziato, autore nel 1692 della “Pyrologia topographica”, aveva analizzato tutte le manifestazioni del fuoco.

Il “De immani Trinacriae Terraemotu’, pubblicata nel 1718, sulla base della relazione fatta per la Royal Society di Londra nel 1693

L’Etna costituiva una “valvola di sfogo” per i fuochi interni che dal centro della terra o da altre sorgenti sotterranee, bruciando ed esplodendo senza avere da dove uscire, provocavano i terremoti. Le eruzioni “garantivano” che i fenomeni rimanessero sotto controllo. Tale teoria fu ulteriormente discussa da Bottone nella relazione elaborata nel 1693 per la Royal Society di Londra, stampata a Messina nel 1718 (testo che si trova nella Biblioteca Regionale ma che possiedo in copia pervenutami appunto da Londra). Questa concezione, diffusa certamente meno della spiegazione dell’”ira di Dio”, è presente in molte comunicazioni tra i funzionari locali e Uzeda e tra Uzeda e la Corte.

Il gesuita Athanasius Kircher (1602-1680)

Comunque, che la lettera dell’Arcivescovo Bazan fosse un po’ provocatoria e che la teoria del gesuita Kircher fosse nota ed accettata all’interno della Chiesa è dimostrato anche dalla lettera del 6 febbraio 1693 inviata dall’Inquisitore di Malta Francesco Acquaviva al Segretario di Stato Cardinale Spada in cui, in riferimento ai danni ed al numero delle vittime di Catania, il religioso scrive che «dal Mongibello non si vedeva uscir tal fuoco che gli havesse potuto render sicuri da nuovi accidenti».

Accenneremo, nel prossimo articolo, ai passi più interessanti relativi alle eruzioni dell’Etna contenuti nelle lettere del Viceré, Duca di Uzeda, ai Consigli d’Italia e di Stato.

Link al precedente articolo. Clicca qui!

Immagine banner: veduta del teatro greco-romano di Taormina, Pietro Fabris, 1779 (da didatticarte.it) 

OLTREIMURI.BLOG