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Monterosso Almo

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di Giuseppe Cultrera

Adesso che, da mattina a sera, il caldo ci avvolge nelle sue spire – andando per la campagna o calcando le basole dei nostri borghi – la vista improvvisa di una fonte gorgogliante o di fontanelle pronte a elargire un fiotto di argentea acqua, ci appare quale magico miraggio. Invece, furono presenze essenziali e vitali nel passato, per l’uomo e le bestie da lavoro.

Divengono oggi, sempre più, orpelli inutili nelle città moderne e fragili reperti nelle campagne e periferie. Eppure, nelle pietre corrose dal tempo e ricoperte di umido muschio, si leggono pagine di memorie intrise di lavoro e di vissuto.

fontane e fontanelle
Ragusa, Quattro Fonti (foto Gianluca Ferraro)

Nelle tre comunità montane – Chiaramonte, Giarratana e Monterosso – sopravvivono diversi e singolari esemplari. Gran parte ancora orgogliosamente attivi, persino nelle funzioni più ancestrali quali quelle di abbeveratoi per animali o lavatoi pubblici. E come fornitori d’acqua, specialmente durante la calura estiva.

Fontane e fontanelle
Giarratana, U rugghiu vecchiu e nuovo (foto Gianluca Ferraro)

U rugghiu vecchiu non risuona più delle tante voci femminili delle lavandaie intente a sciacquare la biancheria, né di quelle scherzosamente squillanti delle ragazze che attingono alle fontanelle per portare acqua potabile in casa, mentre massari e contadini abbeveravano le bestie da soma o da allevamento. Anche U rugghiu nuovo che affiancò il vecchio in epoca successiva, a riprova che Giarratana cresceva, non risuona più di voci concitate, mentre l’acqua scivola solitaria dalle quattro cannelle.

Fontane e fontanelle
Monterosso Almo, U tunnu (foto Gianluca Ferraro)

O tunnu l’acqua si increspa lievemente riflettendo l’azzurro terso del cielo: le donne di Monterosso non vengono più ad attingere l’acqua fresca o sciacquare i panni contendendo la vasca dell’abbeveratoio ai contadini che a cavalcioni del mulo o dell’asino vanno o tornano dal lavoro; e manco le greggi si spingono fin lì per abbeverarsi. Per le strette vanedde e le altalenanti scalinate si incontrano spesso eleganti fontanelle (la maggior parte ora mute) che ci ricordano che l’acqua corrente in casa è un “agio” recente.

Fontane e fontanelle
Chiaramonte Gulfi, U furrieri (foto Giovanni Noto)

U furrieri un tempo principale approvvigionamento idrico di Chiaramonte, con le sue eleganti fonti, la grande vasca per abbeverare le bestie e i “comodi lavatoi” annessi, sembra destinato a un irreversibile decadimento. Sul versante orientale la sorgente di S. Lucia alimenta a funtana (due cannelle per l’acqua potabile e un ampio abbeveratoio), la quale mostra evidenti i segni di altrettanta precarietà. Nelle campagne, intensamente antropizzate, sono presenti numerose fontane e abbeveratoi pubblici, in gran parte ancora vitali.

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Monterosso Almo (foto Gianluca Ferraro)

Un censimento delle strutture esistenti – siano esse semplici fontanelle, o fontane e abbeveratoi, anche lavatoi pubblici – sarebbe un primo rilevante contributo alla loro tutela e conservazione. Propedeutico a una successiva programmazione di interventi mirati al restauro e ripristino (per quelle non attive) e a una manutenzione continuativa.

D’accordo sono microstrutture, spesso prive di interesse storico o artistico: ma in ogni caso rappresentano tasselli della nostra storia comunitaria, di un approccio “ecologico” a un bene essenziale, qual è l’acqua, presente nel territorio e spesso non adeguatamente valorizzato.

È un appello ai tre sindaci appena eletti: che conosco e so che sono sensibili e attenti a queste tematiche. So bene, per aver lavorato negli enti locali, la gran mole di incombenze e problematiche altrettanto urgenti e prioritarie che si troveranno ad affrontare dal primo giorno. Ma so anche che chi ha scelto di intraprendere questo temerario percorso ha coraggio, entusiasmo e tenacia, per alzare l’asticella di una piccola tacca in più!

Noi ci siamo: a sostegno, collaborazione, incoraggiamento, sollecitazione. Se riusciremo, anche solo in parte, a far rivivere questi reperti, consegneremo al futuro un fascinoso pezzo del passato e forse aiuteremo pure il futuro a essere migliore.

Si ringraziano per la collaborazione: Gianluca Ferraro, Giovanni Noto, Luca Ventura.

 

Giarratana: foto di Gianluca Ferraro

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Fontanella in piazza, accanto alla chiesa Madre
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Funtana ‘a ucieddu, strada per Calaforno
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Fontanella nel centro storico, ‘o cuozzu
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Fontanella nel cento storico, ‘o cuozzu
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‘U rugghiu viecciu, antica fonte con lavatoio e abbeveratoio

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Fonte abbeveratoio ‘U rugghiu nuovo

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Monterosso Almo: foto di Gianluca Ferraro

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Fontanella ‘ra chiazzitedda
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‘A ffacciata
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Fontanella murale ‘ra strata ranni
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Abbeveratoio e fonte ‘re Canalazzi, oggi nel parco Canalazzi

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Abbeveratoio e fontana Gazzena

 

Chiaramonte Gulfi: foto di Luca Ventura

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Fontanella, nel centro storico, accanto alla porta dell’Annunziata
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‘U furrieri, antica sorgente con fontana, abbeveratoio e lavatoi

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‘A funtana, c.da S. Lucia, abbeveratoio e fonte
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Abbeveratoio e fonte ‘ra Maronna, accanto al Santuario di Gulfi, luogo un tempo delle fiere di bestiame
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Fontana di Morana
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Fontana di Poggio Gallo

di Luigi Lombardo

La vicenda del Dio che muore e rinasce è un motivo ricorrente in particolare nelle mitologie dei popoli del bacino del mediterraneo appartenenti all’area del vicino oriente, uno dei mitologemi fondamentali della storia di questi popoli. Ad un dato momento della storia di questi popoli mediorientali questo mitologema si innestò o sostituì miti e riti della rigenerazione della natura, legati al ciclo stagionale, che nella primavera ponevano la rinascita della natura. La vita naturale che rinasce assume le sembianze di un dio, dalle fattezze giovanili, che morendo e rinascendo annualmente fa rinascere la stessa natura e al contempo propizia la renovatio umana, nei termini più spiritualizzati.

La sfilata di due confraternite e il compianto Padre Barbera a Chiaramonte (Ph Vincenzo Cupperi)

In area medio orientale dunque si fondono due culture, che riescono a conciliare i riti del ciclo vegetale con l’archetipo del Deus patiens che muore e rinasce. Da questo evoluto sincretismo religioso il Cristianesimo farà nascere un rinnovato quadro mitico religioso, che tuttavia a più riprese mostra le sue origini soprattutto nella concezione del tempo.

Processione dell’Addolorata e del Cristo morto ad Enna (Ph Vincenzo Cupperi)

Le religioni naturali hanno una visione ciclica, conforme all’andamento circolare dell’anno (anno da anulus, anello). Le religioni soteriologiche orientali innestano su questo fondo la visione nuova di un tempo rettilineo (inizio-creazione / fine-resurrezione-salvezza finale). L’una e l’altra di queste visioni mai ebbero la meglio. Le due religioni, la naturale e la personale, trovarono nel cristianesimo un tentativo di sintesi. Così nel tempo ciclico dell’eterno ritorno fu innestata la vicenda esemplare, unica, irripetibile della morte e passione del figlio di Dio.

La ripetizione rituale di tale morte assunse semmai l’aspetto di una “commemorazione”, un termine che cercava di spiegare la persistenza di una “cultura del tempo”, anche in ambito cristiano, assai difforme da quella ufficiale, presente in particolare negli ambienti agro-pastorali, intrisi ancora di cultura e religiosità pagana.

Processione dell’Addolorata a Licodia Eubea

La triste vicenda del figlio di Dio, del Cristo, sotèr, ha sorprendenti e non casuali riscontri nelle vicende “drammatiche” di alcune popolarissime divinità orientali, i cui culti con estrema facilità si diffusero nell’occidente romano: Attis e la madre Cibele, Adone e Astarte. Ma già presso la religione greca si fece strada potente la figura di Dioniso, le cui pietose vicende diedero vita ad una delle religioni misteriche più diffuse nell’occidente greco-romano: anche Dioniso muore (fatto a pezzi) e rinasce, riaccendendo nei seguaci la speranza di una seconda vita. I primi cristiani identificarono nel Bacco romano il loro Cristo.

La Resurrezione (Peter Paul Rubens, 1616 circa)

In questo contesto culturale, fra monoteismo giudaico, messianismo, attese soteriologiche e culti misterici di varia provenienza, nasce la festa di Pasqua cristiana, in un particolare e straordinario clima sincretistico, che contrassegna un periodo storico che va dal I al III secolo dopo Cristo. Sant’Agostino per primo diede una sistemazione liturgica e teologica alla Pasqua: egli fissò il concetto di “passaggio” di Cristo, il quale attraverso la passione giunge alla morte e al suo superamento con la resurrezione.

Questo itinerarium vitae è garantito a tutti coloro che crederanno in Lui. Fu Agostino che codificò definitivamente i termini del sacro triduum: «sacratissimum triduum crucifixi, sepulti, resuscitati» (il triduo del crocifisso, del sepolto e del risuscitato). Questa scansione liturgica si è conservata nei riti cattolici e nelle varianti folkloriche moderne.

Processione del Cristo flagellato a Ispica

La liturgia cattolica ha subìto nel corso dei secoli modifiche e adattamenti, fino all’ultima e definitiva sistemazione, che prevede il giovedì i riti dell’istituzione dell’eucaristia in coena domini e la lavanda dei piedi, il venerdì la commemorazione della morte di Cristo, il sabato notte la resurrezione con i riti connessi (benedizione del fuoco e battesimo soprattutto). La domenica continua la gioia della resurrezione. Questo percorso ufficiale ha costituito la base in cui la cultura folklorica ha innestato le proprie cerimonie, molte volte in sintonia con l’ufficialità, tante volte dissonante o comunque non conforme.

Comiso. la “sciuta” (uscita) dalla chiesa di Gesù Risorto. La bambina è vestita da angelo con abiti fedelmente riprodotti secondo la tradizione catalana del ‘600

I riti popolari derivano da quel particolare momento storico che fu l’età barocca, che accentuò gli aspetti teatrali e processionali (già presenti nei riti delle origini) della Pasqua, la presenza e il ruolo delle confraternite organizzate, l’affermarsi di una presenza popolare che caratterizzò diversamente molte cerimonie pasquali.

Monterosso Almo. La domenica di Pasqua

Sembra possibile poter ricostruire idealmente un unico cliché liturgico, presente a vario modo e nelle diverse articolazioni in tutti i centri siciliani dove si celebra ancora la Pasqua “popolare”. Salvo poi a constatare che questo complesso unitario di liturgia e riti, che facilmente si intravede, si frastaglia in ogni centro, in ogni città, in ogni paese in una miriade di varianti locali del rito, che sono la sostanza poi della Pasqua popolare.

A due anni dallo scoppio della pandemia come saranno i “nuovi” riti pasquali? difficile dirlo. In genere dopo grandi eventi catastrofici i riti e la pietas popolari si rafforzano, si ripropongono ancora più sentiti. Staremo a vedere.

Festa dell’”Uomo vivo” (“U Gioia”) a Scicli

di Giuseppe Cultrera

Anche piccoli uomini – nel senso che non appartengono al potere né alle élites locali – possono incidere sulla storia. È il caso di Antonio Anzaldi, popolano giarratanese. Siamo nel 1837. La Sicilia è percorsa da una grave crisi sociale ed economica che il debole e miope governo borbonico affronta con paternalismo e repressione. A metà anno si aggiunge il terribile cholera morbus acuendo paure, sospetti e ribellioni. Nella provincia di Siracusa, sospinti dalle deliranti tesi dell’avvocato Mario Adorno, in molti Comuni tumulti e sollevazioni popolari sono all’ordine del giorno.

Ferdinando II di Borbone - Anzaldi
Ferdinando II di Borbone

A Monterosso il popolo esasperato dalla tassa sul macinato e dai tanti balzelli che gravavano sulla popolazione, ma non sui notabili, assalta la Cancelleria e brucia carte e archivi. I rivoltosi chiedono la sospensione immediata della tassa sul macinato e degli altri balzelli. Anzi, il loro portavoce, Giovanni Noto, accusa pubblicamente il sindaco Salvatore Noto e alcuni decurioni di essere soci occulti degli appaltatori dei dazi civici. Le cose, così, si ingarbugliano ancor di più. Il sindaco fugge via, chiedendo l’intervento delle forze dell’ordine, mentre il capopopolo finisce assassinato, a detta della vedova, dai poteri forti locali.La rivolta di Monterosso, Anzaldi

E così il 24 agosto giunge a Giarratana il generale Catena al comando di una milizia svizzera di 500 uomini. Per prima cosa piazza il cannone nel piano della Matrice – tanto per far capire che non ha voglia di scherzare – e chiamato il capo degli urbani, sceglie 100 di costoro da affiancare alle sue truppe. A notte fonda ordina di marciare su Monterosso: gli urbani giarratanesi vengono schierati in due file ai lati delle truppe svizzere, recando le lanterne accese. L’ordine è quello di circondare Monterosso e di piazzare il cannone alle tre Croci, nella parte culminante del paese.

Quando si fa giorno gli assediati capiscono di cosa si tratta. La maggior parte si rinchiudono in casa, qualcuno che voleva scappare viene persuaso da qualche schioppettata a desistere e rintanarsi in casa pure lui. A eccezione di uno che, mezzo nudo, riesce a fuggire, nonostante una fucilata sparata da un soldato svizzero. Episodio che per poco non causa la tragedia. Perché il generale Catena aveva ordinato di ‘spianare il cannone’ nel caso che si fosse sentita qualche schioppettata.La rivolta di Monterosso, Anzaldi

Per fortuna l’urbano Anzaldi, preposto al cannone, non eseguì il comando dell’ufficiale a latere, che era lo stesso che aveva sparato al fuggitivo. Spiegava poi l’Anzaldi che non aveva capito l’idioma svizzero: una sequenza incomprensibile di , diceva costui. L’abitato fu a un passo dall’essere distrutto. Salvo, o per l’indolenza tipica del siciliano o per l’avveduta prudenza (preferiamo pensare noi) dell’urbano Antonio Anzaldi.

La rivolta di Monterosso, Anzaldi

Il generale Catena entrò in città, arrestò un po’ di rivoltosi, parlò con i notabili e gli appaltatori del dazio e si rese conto che “quella essere stata anziché una rivoluzione, una giusta dimostrazione popolare. Deplorando quindi le angariche riscossioni degli appaltatori, e le cattive informazioni date al Governo per ottenere la forza pubblica”. Sicché fece liberare gli arrestati. Sciolse l’assedio e la stessa sera rimandò a Giarratana gli urbani.

Proverbiale è la cordiale inimicizia tra le due città di Giarratana e Monterosso: che fa data a tempi ben più remoti di questi fatti. In ogni caso la “buona azione” dell’Anzaldi non pare abbia mutato la cordialità! Ma questo è il bello del vicinato dei paesi siciliani. E possiamo egualmente dirlo per i ragusani e modicani, chiaramontani e comisani … e via dicendo.Giarratana

I fatti raccontati sono desunti da Antonio Dell’Agli (Giarratana 1851 – 1931). Un agiato possidente terriero, impegnato socialmente e politicamente che fu anche studioso e ricercatore storico. Nel 1886 pubblicò un voluminoso testo storico sulla sua patria con interessanti notazioni di costume e una mole notevole di dati storici, statistici e sociali (Ricerche storiche su Giarratana, Tip. Velardi, Vittoria).

di Giuseppe Cultrera

Strane persone gli artisti: almeno per la maggior parte dei popolani dei secoli andati che nell’estro e negli interessi “elevati” di costoro non faticavano molto a sentir puzza di bruciato. Specie se come Salvatore e Giuseppe Puccio, padre e figlio, fisiognomica e malevole dicerie certificavano l’assioma.

I Puccio furono bravi incisori e litografi, scultori e decoratori, e operarono a Chiaramonte tra inizio ottocento e primi del novecento. Il padre Salvatore e i figli Giuseppe, Bonaventura, Michelangelo e Raffaele, però, non riuscirono a raggiungere una minima agiatezza economica; anzi, nonostante una discreta mole di commesse e di lavoro, ebbero sodale alla loro tavola la fame.

Quando sono partito era ancora vivo
San Biagio, incisione di Salvatore Puccio (a sinistra) e una litografia colorata di Giuseppe Puccio rappresentante l’antica Chiaramonte (a destra)

E don Giuseppe sembrava rappresentarla fisicamente. Allampanato alto e avvolto, nell’età avanzata, in un nero mantello.

Si racconta che il barone Corrado Melfi, del quale don Giuseppe era fornitore di lavori grafici e amico, avesse un cane mastino, nero e terribilmente aggressivo, tanto che lo teneva nella villa di campagna di contrada Cicimia dove la famiglia passava l’estate. Era il terrore del vicinato e quando qualcuno giungeva in casa, il barone, o chi per lui, doveva trattenerlo o allontanarlo perché cercava di aggredire l’ospite. Ebbene, questo cerbero appena giungeva nella villa Giuseppe Puccio – per consegnare qualche lavoro o per incontrare il barone – guaendo e con la coda tra le gambe, andava a rincantucciarsi in un angolo. Non se ne faceva cruccio l’artista Puccio, anzi sembra che ci scherzasse su rievocando magari “il cavaliere dalla trista figura” don Chisciotte, oggetto anche lui di dileggio del volgo.

Quando sono partito era ancora vivo
Ritratto del barone Corrado Melfi, pittura a olio di Nicolò Distefano (a sinistra) e cartolina pubblicitaria del laboratorio litografico di Giuseppe Puccio

L’arguzia era abbondantemente presente, infatti, nei Puccio. Come quella volta che il padre dovette recarsi nel vicino paese per consegnare una scultura lignea, un “Cristo morente” snodabile da fissare e togliere dalla croce in occasione della Settimana Santa. Era inverno e don Salvatore Puccio, con gli accorgimenti del caso, caricò la scultura sull’asino fissandola bene al basto; e a piedi si avviò verso il vicino paese montano. Sulle alture dell’Arcibessi in contrada Maltempo, però, fu sorpreso da una violenta tempesta di neve e vento che lo accompagnò fin alle porte di Monterosso. Giunto in piazza, alcuni curiosi s’avvicinarono all’asino sul quale stava la scultura del “Cristo morente” e osservando la statua cominciarono a fare apprezzamenti sul lavoro. In particolare qualcuno evidenziava che il Cristo fosse troppo “murtascinu”.

Quando sono partito era ancora vivov
Dipinto di Francesco Iacono (1984) con soggetto la contrada Maltempo di Chiaramonte Gulfi

Don Salvatore, che ancora non si era ripreso dal lungo e faticoso viaggio e che ben altro aveva visto durante il tragitto dal Maltempo (mai contrada ebbe denominazione più calzante!) a Monterosso, con volto atteggiato a stupore replicò: «Vi assicuro che quando sono partito da Chiaramonte era ancora vivo. Poi siamo incappati nella bufera di neve: è già molto che sono giunto vivo io!».

Quando sono partito era ancora vivo
Antiche cartoline raffiguranti due scorci di Monterosso Almo

Illustrazione del banner: Giuseppe Puccio, “Antico costume chiaramontano”, litografia colorata a mano, 1908.

Cosa avrebbero in comune questi 60 comuni siciliani?
Baucina, Bivona, Blufi, Bompietro, Buccheri, Burgio, Butera, Caccamo, Caltabellotta, Castelbuono, Castellana Sicula, Castelmola, Castronovo di Sicilia, Centuripe, Chiaramonte Gulfi, Collesano, Condrò, Contessa Entellina, Frazzanò, Gangi, Geraci Siculo, Giuliana, Godrano, Graniti, Gratteri, Isnello, Lercara Friddi, Licodia Eubea, Militello Val di Catania, Mirto, Monforte San Giorgio, Montalbano Elicona, Montedoro, Montemaggiore Belsito, Monterosso Almo, Naro, Palazzo Adriano, Petralia Soprana, Petralia Sottana, Piedimonte Etneo, Polizzi Generosa, Pollina, Portopalo di Capo Passero, Prizzi, Roccapalumba, Sambuca di Sicilia, Sant’Angelo Muxaro, San Marco D’Alunzio, San Mauro Castelvenere, San Pietro Patti, San Salvatore di Fitalia, Santa Lucia del Mela, Santo Stefano Quisquinia, Savoca, Sperlinga, Sutera, Vallelunga Pratameno, Vicari.

(In senso orario da sotto) i comuni iblei di Chiaramonte Gulfi, Monterosso Almo e Licodia Eubea

di Federico Noto

È la lista dei comuni che, messi in rete sotto invito dell’Associazione “Le Vie Dei Tesori”, hanno portato avanti, proprio in questi giorni, una iniziativa turistico-culturale chiamata “Borghi dei Tesori Fest”.

L’Associazione “Le Vie Dei Tesori” nasce a Palermo nel 2006 e, nell’ambito di un progetto coadiuvato da UNIPA, lancia nello stesso anno l’omonima manifestazione. La mission era (ed è tutt’ora) semplice: far crescere le comunità a partire dal loro patrimonio, materiale e immateriale.

La manifestazione, declinazione naturale della Mission, all’inizio ha coinvolto solo pochi siti turistici all’interno di Palermo, ma negli anni ha allargato la rete in maniera costante. Dal 2017, travalicando le porte del capoluogo siciliano, coinvolge anche le principali città della regione e ad oggi collabora con oltre un centinaio di utenti: comuni, enti regionali, diocesi, istituzioni dello stato, cooperative, associazioni, aeroporti, porti, proprietari di palazzi nobiliari.

Questo processo di crescita, sostenuto da un modello di sostenibilità basata solo sul fundraising, sulla partecipazione a bandi pubblici e sul ricavato della vendita dei coupon, ha portato negli anni l’associazione (ora in procinto di diventare una fondazione) ad ottenere la medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica, il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati. E ha contribuito alla designazione di Palermo Capitale italiana della Cultura 2018.

Inoltre il Festival è stato inserito negli eventi di massima rilevanza turistica della Regione siciliana e nel 2016 la Fondazione Unesco Sicilia ha voluto inserire nel Festival le celebrazioni per l’apposizione delle targhe dell’itinerario arabo-normanno.

Chiaramonte adesso, attraverso le chiese di Santa Maria La Nova, San Giovanni Battista, San Filippo D’Agira, torri campanarie comprese, e alcuni musei, ha iniziato a prendere parte di questa storia virtuosa.
L’auspicio è quello di continuare ad aggiungere “tesori” alla lista, che di certo non mancano. Il vantaggio è tutto del fruitore che in una chiave di lettura moderna può scoprire “tesori” di cui, troppo spesso, è poco consapevole.

A Chiaramonte la manifestazione prosegue anche questo weekend dalle 16.00 alle 22.00; ci trovate nei luoghi dei tesori!
https://leviedeitesori.com/
https://leviedeitesori.com/coupon-chiaramonte-gulfi/

di Giuseppe Cultrera

“È una bella soddisfazione essere tema di una tesi di laurea. Ancor di più se il laureando è Mario Incudine e relatore il Prof. Sergio Bonanzinga, entrambi prima miei punti di riferimento culturale e poi anche amici”. Me lo dice con quel suo abituale sorriso sotto il baffo, un po’ sottovoce, Peppino Castello cantastorie e operatore culturale di Monterosso. Se non avete ascoltato il suo Falconi e Borsellinu vi invito a sentirlo, per la carica narrativa e di impegno civile e per la musicale poetica del racconto che accompagna l’ascoltatore fino al tragico epilogo.

Il cantastorie Peppino Castello

Ma anche Cola Pisci, Emigranti, U baruni ri li Canalazzi, sono avvincenti ed emozionanti, riuscendo a ricreare il clima di empatia che contraddistingue il rapporto cantastorie-pubblico. Peppino Castello ripropone un modulo comunicativo del passato e nel contempo recupera sostrati e temi popolari sempre attuali. Ecco perché è ancora oggetto di studio per una tesi di laurea (qualche anno fa lo fu per quella di Elisa Ragusa) discussa la settimana scorsa dal musicista siciliano Mario Incudine.

incudine e bonanzinga
Mario Incudine e Sergio Bonanzinga

Ma come ti è nata l’idea e la voglia di fare il cantastorie?
“Galeotto fu il Presepe vivente, una manifestazione che si svolge nel quartiere storico di Monterosso Almo e ricrea ambienti della civiltà artigianale e contadina del passato.

Nell’edizione del 1994 pensammo bene di inserire la figura tradizionale del Cantastorie. Per l’occasione scrissi la storia U Baruni re Canalazzi, ispirata a una narrazione popolare legata al territorio. Preparai i bozzetti e, insieme a un mio amico, bravo pittore, realizzammo il cartellone, utilizzando un lenzuolo bianco trattato con colla fatta in casa mischiando aceto e farina. Cantai la storia in un ambiente caratteristico e suggestivo del percorso del Presepe vivente. Con mia grande meraviglia riscossi un enorme successo”.

busacca
Il cantastorie Ciccio Busacca

Scopro, anche, che abbiamo in comune il primo incontro con un cantastorie: il mio fu a Chiaramonte nella piazza S. Salvatore, dove da bambino abitavo e dove si svolgeva il mercato settimanale. Qui giunse una mattina Ciccio Busacca: assiso sul portabagagli della sua auto, chitarra imbracciata, cartellone alle spalle, cantò le imprese di Turiddu Giuliano e la tragica fine della baronessa di Carini.

“Per me il cantastorie per antonomasia è Ciccio Busacca – mi fa eco Peppino Castello – l’ho ascoltato da piccolo cantare la storia del Bandito Giuliano nella piazza San Giovanni del mio paese ed è ancora vivo in me il ricordo dei suoi occhi magnetici che tenevano incatenate al racconto le persone che lo ascoltavano incantate. Era un grande affabulatore! Nel tempo ho approfondito la sua conoscenza e quella di altri cantastorie: Franco Trincale, Nonò Salamone, Vito Santangelo, Orazio Strano… Tutti molto bravi, ma per me Ciccio Busacca resta il modello di riferimento per l’equilibrio tra la musica e il recitato che contraddistingue il suo stile”.

monterosso
Panorama di Monterosso (foto Giulio Lettica)

Da più di 25 anni il cantastorie di Monterosso inanella “storie” antiche e moderne, amare e dolci, che fanno riflettere e pensare, destinate a un pubblico vario, regionale e non, in festival, eventi, scuole e istituti culturali ma anche cortili e piazze con gente comune.

Ma il cantastorie oggi chi è. Non appare anacronistico nell’era digitale?
“Sono mutate le modalità e le forme di comunicazione – mi risponde – ed è difficile sostenere la concorrenza del cinema, della radio, della televisione, di internet. Il cantastorie può avere ancora un ruolo se propone storie capaci di suscitare negli ascoltatori emozioni, sentimenti e riflessioni, utilizzando la narrazione e il canto senza alcuna mediazione.

cantastorie

La relazione è diretta fra chi racconta e chi ascolta. Io scrivo testi che sono caratterizzati da un forte impatto emotivo e dalla trasmissione di valori e di ideali culturali. Mentre mi esibisco sento il coinvolgimento affettivo ed emotivo degli ascoltatori. Mi sembra di entrare in empatia con loro. Non mi sento quindi il custode della tradizione e delle figure mitiche del passato, ma una persona che tenta di leggere e raccontare in modo critico il presente”.

Peppino Castello, A morti e u miliardariu

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