Tag

Mosca

Browsing

di Giovanni Gaglio 

Nato a Patti (Messina) e lauratosi alla Cattolica di Milano, Giovanni Gaglio è stato docente di lettere e Preside nei licei milanesi, giornalista pubblicista e collaboratore de L’Espresso e di quotidiani nazionali. Laureatosi alla Cattolica di Milano con una tesi su Lucio Piccolo, ha continuato a studiarne la poetica con diverse pubblicazioni, mantenendo la frequentazione con la cerchia dei suoi amici: Montale, Piovene, Sciascia, Lanza Tomasi. Un anno prima della sua morte, nell’ottobre 1980, Montale gli concesse una rara intervista trasmessa dalla RAI, nella quale il poeta annunciò l’imminente pubblicazione dell’Opera in versi.

Domenica 13 settembre 1981, alle 5.20 del mattino mi svegliò una telefonata di Giorgio Zampa: “Scusami, Giovannino, se ti telefono a quest’ora. Stanotte è morto Montale alla clinica Pio X. Sai a che ora comincia il servizio dei tram? Vorrei andarci al più presto. Vieni anche tu?”. La notizia fu uno shock per me: adoravo Montale come poeta, e provavo per lui sentimenti di affetto e di gratitudine.  

Montale
Eugenio Montale, 1967 (foto Avvenire)

Di colpo fui completamente sveglio e vigile, anche se avevo dormito poco.  

Gli chiesi come mai la situazione fosse così precipitata. Mi disse che a luglio Montale era stato poco bene ed era stato ricoverato[1]. Zampa, tuttavia, era partito per le ferie estive, un paio di settimane dopo: il poeta era ancora ricoverato, per precauzione, ma la situazione sembrava tranquilla. Le condizioni avevano cominciato a peggiorare alla fine d’agosto.

Certo che vengo”, gli risposi. Non conoscevo di preciso l’ora di inizio del servizio dei tram. Forse alle 6, quando partivano dal capolinea. Era meglio, comunque, andarci in taxi: sarei passato io a prenderlo sotto casa; abitavamo “a un tiro di schioppo”, come diceva lui. Il tempo di vestirmi e di chiamare il taxi. Zampa mi rispose che era già pronto per uscire, da almeno mezz’ora.

All’ingresso della sala mortuaria della Pio X, ci accolse la Gina, la fedelissima “governante” di Montale[2], la sua “custode”, la donna che lo accudiva, che gli dava il braccio per la piccola passeggiata quotidiana in via Bigli: aveva promesso alla “Mosca[3], prima che lei morisse, che si sarebbe presa cura del poeta, fino all’ultimo.

Montale
Giorgio Zampa insieme a Montale (foto Il Settempedano)

Era la prima volta – per quanto mi ricordi – che mi stringeva la mano, sebbene avessi varcato più volte la soglia di casa Montale, in via Bigli 15[4]. Mi strinse la mano e mi chiamò “professore”.

Mi è difficile descrivere la fortissima emozione che provai entrando nella camera mortuaria. Eravamo scesi al primo, forse al secondo piano sotterraneo e tremavo di freddo dentro di me. Probabilmente eravamo i primi a rendere omaggio al poeta scomparso.

Siamo rimasti a lungo dentro, insieme alla Gina. Giorgio ogni tanto le rivolgeva qualche domanda: la loro voce, anche da vicino, era impercettibile, un lieve fruscio che non riusciva a infrangere il silenzio solenne della stanzetta. Poco prima che andassimo via, la Gina chiamò Zampa in disparte. Giorgio mi sussurrò, mentre salivamo lungo la rampa, verso l’uscita: «Mi ha detto che ieri pomeriggio ha chiesto il prete».

Montale
Montale (al centro) con un gruppo di amici in un bar di Firenze (foto Firenze Today)

Tornando a casa, abbiamo discusso a lungo, cercando di capire quella sorprendente scelta di Montale. Era una burla? Di quelle che tanto piacevano a lui? O c’era stata una ‘sollecitazione’? E da parte di chi? Io richiamai i versi di A zig zag[5]. Se si legge la poesia si capirà meglio perché, in quei momenti, concludemmo che doveva trattarsi proprio di una burla, come gli piaceva fare. “Che birbante!”, commentò Zampa. Ma era proprio così?

Due giorni dopo Giorgio volle che facessimo insieme la strada per assistere ai funerali di Stato di Montale, che si svolgevano nel Duomo di Milano, con tanto di partecipazione del Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, nonché del Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini. Sul sagrato mi aspettava – come eravamo d’accordo – Vittorio Sereni; non credo che Giorgio lo avesse mai incontrato di persona. Entrati in Duomo, dopo un gesto che indicava volontà di scusarsi e che invocava comprensione, Zampa andò avanti, verso la prima fila, credo, quella dei parenti e degli amici più stretti. Era giusto così[6].

Sereni ed io ci fermammo invece in una delle ultime file, come avevamo fatto durante il tristissimo funerale di Guido Piovene, nel novembre 1974. Commentammo molto male tutto quell’apparato ufficiale che, sicuramente, avrebbe suscitato feroci battute da parte del poeta genovese, convinto, come disse Giorgio che “la sua fine dovesse rimanere un fatto privato, da uomo comune”.

Guido Piovene (foto Atmosfere Siciliane)

Ma si trattava di un Senatore a vita, del massimo poeta del Novecento che aveva onorato l’Italia con il Premio Nobel ricevuto nel 1975, del poeta cui tanti italiani, da molti decenni (inclusi quelli del periodo fascista) avevano guardato come a un faro di libertà, una guida morale. E alla fine convenimmo che sì, forse sì, era giusto che Montale ricevesse l’onore dei funerali di Stato. Quanta ipocrisia di apparato, però…

Un ultimo ricordo. Ai primi di marzo del 1982, quando stavano per essere messi  all’asta da Sotheby’s alcuni grandi olii di De Pisis di casa Montale[7], Giorgio mi invitò a pranzo. Era profondamente angosciato per l’indifferenza che Milano e l’Italia stavano mostrando nel disperdere tutto quanto era appartenuto al poeta. Anche i suoi libri giacevano impilati per terra, in attesa di essere inscatolati e portati via.

La salma di Montale prima di raggiungere il Duomo (foto Finarte)

Zampa voleva lanciare un appello. Mi diceva: “Mi chiedo se non sia possibile, prima che sia troppo tardi, prima che un furgone si fermi davanti al numero 15 di via Bigli, e decreti, con questo, una specie di seconda morte al poeta che ci ha lasciato il 12 settembre… Se non sia possibile un intervento, anche di carattere temporaneo, perché si possa riflettere su quel che ci sarà da fare, e nella speranza che questo ‘da fare’ sia concordato fra Comune, Provincia, Regione e Stato e possa portare a una conclusione che, credo, renderebbe felici gli italiani”.

Qualche giorno dopo, in un articolo dal titolo significativo, Milano dimentica Montale e disperde le sue cose[8], uscirono così alcune sue sconsolate considerazioni, di amaro monito alla classe politica di allora: “La città in cui Montale venne a guadagnarsi una vita grama nel 1947 non ha ritenuto di fare nulla perché in essa rimanga traccia durevole di un uomo unico, che ha contribuito a darle fama più di ogni altro nel dopoguerra”.

De Pisis, Il beccaccino, 1932. De Pisis regalò a Montale “Il beccaccino” quando il poeta gli inviò “Le occasioni” (1939) (foto Exibart)

Nessuno intervenne, in quei tempi allegri in cui impazzava la frenesia della “Milano da bere”. Nessuno raccolse quel suo invito “alla pietas, al rispetto verso un’Ombra”, sottoscritto anche da Carlo Bo e da Francesco Messina. Neanche l’allora presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini. Neanche il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

[1] Qualche mese dopo mi raccontò: “Dalla casa di via Bigli Montale è uscito verso la metà di luglio, per non farvi più ritorno; credo senza sapere che questo avveniva, senza averne certezza – anche se nel fondo della coscienza questa possibilità gli doveva balenare, o doveva temerla. Non credo, però, che quella mattina di luglio in cui lo portarono via dalla sua casa, lucido e perfettamente in sé com’era, aveva la sicurezza che quello sarebbe stato il passaggio definitivo che lo incamminava verso quella cosa da lui tanto a lungo presentita, e… forse temuta forse desiderata, certo considerata sempre con una sorta di curiosità e di attenzione costanti nella sua opera. È difficile rilevare qualsiasi sua composizione, anche in apparenza lontanissima dall’argomento, dal tema o dal motivo della morte, che non abbia degli accordi, degli echi, delle risonanze che si riallacciano a questo tema di fondo della poesia montaliana”.

[2] Gina Tiossi (Cavriglia, 6 settembre 1922 – Firenze, 28 giugno 2014).

[3] Drusilla Tanzi (Milano, 5 aprile 1885 – Milano 20 ottobre 1963), moglie del poeta, che l’aveva assunta giovanissima nel 1944, a Firenze.

[4] Guido Piovene aveva favorito il mio primo appuntamento con Montale, per un’intervista sul poeta Lucio Piccolo, sul quale stavo preparando la tesi di laurea. Piovene mi telefonò e mi raccomandò: “Gli telefoni subito, per fissare il giorno e l’ora. Altrimenti si dimentica”. Il 15 maggio, finito quell’incontro, “la Gina” mi vide uscire con il mio Grundig in mano e mi chiese meravigliata: “Si è fatto registrare? È una cosa rarissima. In genere butta giù dalle scale i giornalisti che arrivano con un registratore”.

[5]  Cfr. EUGENIO MONTALE, L’opera in versi, a cura di Gianfranco Contini e Rosanna Bettarini, Torino, Einaudi, 1980, p. 644. La stessa poesia, peraltro, che era stata scelta per accompagnare la pubblicazione sull’ ”Europeo” della trascrizione di un mio colloquio con Montale (cfr. “L’Europeo”, n.51, 15 dicembre 1980, pp. 86-90).

[6] Per l’antichità dell’amicizia che lo legava a Montale (iniziata nei primi anni universitari a Firenze, attorno al 1939) e per l’intimità dei legami privati: Montale era stato il padrino di battesimo di Giovanna, la figlia di Giorgio. Desidero ricordare, inoltre, che Zampa fu l’unico cui era consentito entrare nella camera d’ospedale in cui fu ricoverato il poeta. Né potevo dimenticare, allora, che Montale aveva affidato a Giorgio la pubblicazione della prima XENIA, la raccolta delle stupende poesie dedicate a “Mosca”, morta nel 1963 e che sempre a lui, si era rivolto per la curatela di tutte le proprie opere ne “I Meridiani Mondadori”. Cosa che Giorgio Zampa fece fra il 1984 e il 1996.

[7]  Debbo precisare che quei bei quadri li aveva acquistati la “Mosca” una quarantina di anni prima, e che Montale – secondo quanto ricordò Zampa – “li aveva solo in usufrutto” (cfr. GIORGIO ZAMPA, Milano dimentica Montale e disperde le sue cose, in “Il Giornale”, 7 marzo 1982)

[8] Uscito il 7 marzo 1982 sul quotidiano “Il Giornale”, del quale Zampa era redattore.

Giorgio Zampa. Una voce dietro la scena, a cura di R. Bartolini e A. Minocchi, Affinità Elettive Edizioni, 2022

di L’Alieno

Esiste un filo rosso-nero che lega il mondo no-vax, ai simpatizzanti pro-Putin, agli anti-Europa, agli anti-Nato, fino ai movimenti pacifisti duri e puri. La guerra russo-ucraina ha saldato magnificamente questi estremismi, da destra a sinistra, in un unico fronte iperideologizzato molto presente sui social.

Così Zelensky vale Putin, la Nato diventa la vera responsabile dell’aggressione e la Russia soltanto un paese che si sta difendendo (sic!). Le bombe sui civili? Una tragica realtà la cui responsabilità è da dividere tra le due parti in conflitto. Insomma, perché non si arrendono gli ucraini e la facciamo finita con questa guerra? La testardaggine del nazista (ebreo) Zelensky e le armi fornite dagli europei sarebbero il vero problema di questo conflitto. La vera causa del protrarsi dei bombardamenti e della mattanza in atto. Amen.

Il dittatore russo Vladimir Putin e il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky

È “la notte nera delle vacche nere”, come disse qualcuno. E non abbiamo nemmeno bisogno che la macchina della disinformazione di Mosca faccia il proprio sporco lavoro. Sappiamo fare da soli, in un misto di mancanza di autostimaodio per la nostra stessa civiltà (c’è di meglio altrove?) e spesso un disagio funzionale che impedisce di capire e distinguere tra semplici concetti: chi è l’aggressore? Chi l’aggredito? Tutto si confonde in una baraonda di dietrologie senza senso, che nel migliore dei casi diventa colpevole confusione tra torti e ragioni sul piano storico e i fatti della guerra in atto. Una logica perversa, faziosa, che finisce con il porre sullo stesso piano l’aggressore e l’aggredito.

Le fosse comuni in cui i civili ucraini morti nel conflitto vengono seppelliti (foto corriere.it)

Cosa importa se poi un intero paese di 30 milioni di abitanti venga consegnato ad un Lukashenko qualsiasi, facendosi beffe della volontà democratica dei suoi stessi cittadini. Chi se ne frega di regalare a Mosca pezzi di un altro stato sovrano. L’importante che la guerra termini e ci sia una tregua sui rincari esorbitanti delle ultime settimane, magari togliendo le controproducenti sanzioni alla Russia e amici come prima. Anzi, gli ucraini si dimostrino felici di finire sotto Putin e non sotto un regime di dittatura sanitaria come il nostro. Sappiatelo cari amici ucraini. Sarete più fortunati di noi italiani. D’altra parte un noto mentecatto della politica italiana era disposto a cedere “due Mattarella per mezzo Putin”… 

Per non dimenticare… (foto corriere.it)

Foto banner e social da corriere.it